domenica 21 giugno 2026

Hollywood e Praga


Sessant’anni fa hollywood scopriva praga

Nová Vlna

Cristina Battocletti

Il Sole 24ore, 21 giugno 2026

Sessant’anni fa, nel 1966, la Nová Vlna, la corrente cinematografica d’avanguardia cecoslovacca, produsse un sussulto nell’industria cinematografica dell’Est Europa per la prima volta sotto la lente di ingrandimento di Hollywood. In quell’anno, Il negozio al corso di Ján Kadár e Elmar Klos del 1965 vinse il premio Oscar come migliore film straniero. Sempre quell’anno, uscì per la regia di Jiří Menzel Treni strettamente sorvegliati che conquistò l’Oscar nel 1968. L’interesse dell’Academy, che fino ad allora aveva premiato per lo più film italiani e francesi, non si limitò al frisson, in termini finanziari, delle offerte di coproduzione occidentali, ma avallò la speranza di alleviare l’isolamento politico, culturale ed economico post Seconda guerra mondiale dell’area, aggravato nel 1961 dalla costruzione del muro di Berlino. In verità, fu proprio questa condizione di costrizione a far fiorire dalla fine degli anni 50 una certa libertà creativa in conflitto con la realtà della cultura ufficiale.

I primi segni di rinnovamento giunsero dalla Polonia con quel capolavoro che è Cenere e diamanti di Andrzej Wajda del 1958 e con La passeggera del 1964 di Andrzej Munk e Witold Lesiewicz, in cui le conseguenze della guerra furono fonte di ispirazione per analizzare le lacerazioni individuali e lo smarrimento storico, ben lontani dall’ottimismo del realismo socialista. Qui crebbero Jerzy Skolimowski e Roman Polansky, il primo, foriero di una poetica dell’incontinenza espressiva e dell’incomunicabilità; il secondo, comico e crudele iconoclasta della tensione realista attraverso drammi esistenziali e di identità sessuale.

Gli autori ungheresi rilessero la storia nazionale dando spazio al non detto e alla metafora: l’assurdo in Miklós Jancsó che si ritrova anche in Ildikó Enyedi. Ma è soprattutto la Cecoslovacchia a dare i frutti più succosi, forse conseguenti alla provvisoria crisi politica del regime, indebolito dalla depressione economica e dalla diminuita credibilità degli apparati. Fu, però, anche il connubio del grande schermo con una nuova generazione di scrittori di eccezionale talento – Milan Kundera, Bohumil Hrabal e Ladislav Fuks – che venne salutato con sorpresa e ammirazione nell’Europa occidentale. E fu una donna (le “quasi” pari opportunità erano un addentellato positivo della cultura socialista), Věra Chytilová, a contribuire con Un sacco di pulci (1962) e Le margheritine (1966) alla nascita di Nová Vlna. Il regime la censurò in patria, nonostante i suoi film partecipassero ufficialmente ai festival internazionali come produzione di Stato. Per questo Miloš Forman, dopo le prime pellicole – L’asso di picche (1964) e Gli amori di una bionda e Fuoco, ragazza mia! (1967) – se la diede a gambe subito dopo la Primavera di Praga verso gli Usa, dove divenne il regista di culto di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) e Amadeus (1984).

Ma tornando a Praga nel 1966, Il negozio al corso racconta la stagione dell’Olocausto attraverso un “controllore di arianità” che diventa amico degli ebrei. Il suo successo dà l’abbrivio alla “corsa” dei Treni strettamente sorvegliati, in cui Menzel usa la metafora della liberazione sessuale di un giovane apprendista capostazione per analizzare una ferita ancora calda: l’oppressione del regime nazista con i suoi ottusi e zelanti rappresentanti anche in un’oscura e minuscola stazione di provincia, dove si svolge il film. La scanzonata e poetica epopea del protagonista Milos (Václav Neckář), una specie di Charlot ceco, che non riesce a perdere la verginità, si lega alla lingua immaginifica di Hrabal, molto difficile da rendere per immagini.

Su Negozio e Treni aleggia lo humor kafkiano della tradizione ebraico-orientale, l’antieroismo dei protagonisti, la morte improvvisa che irrompe nell’apparente gaiezza del contesto senza tragicità e senza lasciare segno. Nel caso dei Treni, la “resistenza passiva” alla Storia avviene involontariamente da parte di un personaggio comune – come lo Sc’vèik di Jaroslav Hašek –, tra gli sberleffi educati al potere e il dolente omaggio alla natura. Menzel condisce la cerebralità del testo opponendo una lirica anti-autoriale. Il film si trova sulle piattaforme, anche se si soffre un poco il linguaggio sessista (non si sa se dovuto alla traduzione) e certe inquadrature e ammiccamenti provocanti, forse perché solo femminili. Ma l’esasperazione erotica è anche la chiave di una feroce contrapposizione alla narrativa del Cinema Sovietico, in cui la mancanza di sogno a favore del reale porterà a un periodo cinematografico di negazione totale della sensualità. I Treni – proiettati quasi annualmente dalla Cineteca di Bologna e recentemente nel piccolo festival milanese di Cinelogos –furono il primo lungometraggio di Menzel, che dopo un breve successo, con Allodole sul filo, iniziato nel 1968, subì la stessa sorte di Chytilová. Il film fu riabilitato solo nel 1990 con l’Orso d’oro alla Berlinale.

Carlo Ginzburg e l'aldilà

Augusto Romano  Ferruccio Vigna
Una traccia negata. Carlo Ginzburg e l’interpretazione del sabba
https://www.arpajung.it/wp-content/uploads/2016/01/A.-Romano-F.-Vigna.-Una-traccia-negata.pdf
Pubblicato in R. Bussa, A. Croce, G. Cuozzo, A. Schellino (a cura di) Estetica e Psiche, Stampatori, Torino 2012. 

1

L'archetipo "rinvia più o meno esplicitamente a una trasmissione ereditaria di caratteri culturali acquisiti, del tutto indimostrata [...], le sue pretese esplicative appaiono del tutto inconsistenti, e perfino potenzialmente razziste." (1) Questa frase è tratta da Storia notturna, il saggio, per molti versi affascinante, nel quale lo storico Carlo Ginzburg, prendendo le mosse dai processi alle streghe, segue un tortuoso itinerario attraverso miti, riti e testimonianze folcloriche raccolte in ogni parte del mondo, e giunge infine a unificare quei reperti sottolineandone il carattere di variazione su di un comune nucleo narrativo: "andare nell'aldilà, tornare dall'aldilà". Nel corso di questo pellegrinaggio, lo storico è stato costretto a riconoscere con qualche disappunto il "carattere pressoché universale di [certe] credenze." (2) Una constatazione non eludibile, dato che il libro si pone come un "tentativo di ricostituire per via di affinità alcune configurazioni mitiche e rituali, documentate nell'arco di millenni, talvolta a migliaia e migliaia di chilometri di distanza." (3) Il tema della segreta parentela di fenomeni apparentemente eterogenei e incomunicanti percorre tutto il libro come una domanda cui è difficile dare risposta, e obbliga a interrogarsi sui modelli cui riferirsi per dare conto di queste affinità. Ridimensionata l'ipotesi diffusionista, Ginzburg è obbligato a confrontarsi con la teoria junghiana degli archetipi. L'Autore però - ed è questo ciò che dà da pensare - di fronte alla possibilità che la sua ricerca possa essere avvalorata dalla dottrina archetipica, e a sua volta avvalorarla, viene colto da una sorta di timore che si vorrebbe chiamare superstizioso. Ogni reale discussione della teoria viene evitata e Jung viene frettolosamente liquidato con le frasi riportate più sopra, cui si possono aggiungere l'affermazione che Jung "pretende di afferrare intuitivamente i simboli immutabili - gli archetipi - in cui si esprimerebbero le epifanie dell'inconscio collettivo" (4), nonché un paio di rimandi ad altri autori. Uno di questi è J. P. Vernant che, in una digressione sul simbolismo contenuta in Mito e società nell'antica Grecia (5), giudica poco convincente l'approccio junghiano alla mitologia. Va osservato che anche nel testo di Vernant il contrasto con Jung è scarsamente argomentato; l'autore incorre in talune imprecisioni, quale la confusione tra simbolo e immagine archetipica, nonché in una semplificazione ed estremizzazione delle posizioni. Afferma infatti che l'approccio archetipico escluderebbe "ogni riferimento al contesto culturale, ogni indagine di ordine sociologico o storico." (6) Un'accusa che, oltre ad essere falsa, suona tanto più singolare quando si sappia che, poche pagine dopo, Vernant si mostra assai benevolmente disposto nei confronti delle invarianti strutturali di C. Lévi-Strauss. Ma di ciò più avanti. Qui si voleva soltanto sottolineare che Ginzburg affida la confutazione delle tesi junghiane a un testo breve, poco informato, esso pure frettoloso quale è quello di Vernant. Il quale del resto mostra delle oscillazioni, riconoscendo "più forme e livelli d'espressione mitica" (7), e ammettendo quindi la possibilità di una lettura simbolica dei miti. (8) Il secondo rinvio è poi francamente tendenzioso in quanto volto a suggestionare il lettore, utilizzando un linguaggio fortemente emotivo. Si tratta della affermazione di W. Benjamin che, in una lettera a G. Scholem del 5 agosto 1937, scrisse di voler "affrontare con gli strumenti della magia bianca" la psicologia di Jung, che giudicava "una vera diavoleria". (9) Evidentemente, uno sfogo umorale, che non toglie né aggiunge niente né a Benjamin né a Jung. Il fatto di citarlo corrisponde però all'impiego di ciò che nei trattati di retorica viene definito come argomento di autorità: a sostegno della propria tesi ci si appella all'opinione di un autore noto e stimato. Argomento peraltro a doppio taglio. E non solo perché l'invocarlo segnala una nascosta debolezza dell'argomentazione, ma anche perché sempre è facile opporre ad una autorità un'altra autorità. Alla frase di Benjamin (10) si potrebbe ad esempio opporre la frase che T. Mann rivolgeva a K. Kerenyi nel 1941, commentando la collaborazione del grande grecista con Jung: "Che lei si sia trovato in compagnia di Jung sul terreno della scienza, che la mitologia abbia incontrato la psicologia, è un avvenimento molto singolare e confortante [...] Da un pezzo sono un amico appassionato di questa combinazione poiché di fatto la psicologia è il mezzo per strappare di mano il mito agli oscurantisti fascisti e per ricondurlo a una dimensione umana." (11) Allo stesso modo sarebbe facile evocare gli autori che nella tradizione culturale dell'Occidente hanno enunciato concetti che, almeno per certi aspetti, sono assimilabili alla nozione di archetipo: dagli "universali fantastici" di G. B. Vico alle "représentations collectives" (Lévy-Bruhl), alle "categorie dell'immaginazione" (Hubert e Mauss). Per non parlare di storici (Toynbee), di mitologi (Kerenyi, Wilhelm, Zimmer), di fisici (Pauli) e, last not least, dello stesso Freud, che delineò, con il "complesso di Edipo", il primo modello archetipico, riconoscendo "l'identità formale dei prodotti dello psichismo dei diversi popoli." (12) Ma torniamo a Storia notturna. Ginzburg, manifestamente, non ha letto Jung e non se ne preoccupa. Nello sterminato apparato di note del libro non c'è una sola citazione diretta di testi junghiani. Le sue conoscenze della psicologia analitica sono approssimative e di seconda mano, modellate sui più triti pregiudizi che hanno accompagnato come una sorta di controcanto obbligato la diffusione del pensiero junghiano. Tutto questo dà luogo ad equivoci grossolani: Ginzburg ignora la distinzione tra archetipo e immagine archetipica e attribuisce agli archetipi una sorta di statuto ontologico. Essendosi negata la possibilità di utilizzare le valenze ermeneutiche del modello archetipico, ed essendo al tempo stesso consapevole dei limiti dell'ipotesi diffusionista, egli è obbligato ad avvicinarsi al modello strutturalista di Lévy-Strauss. Ma giacché tale modello non spiega niente, l'esigenza di senso che è pur presente nel nostro Autore ne risulta frustrata. Ne deriva una singolare instabilità e discontinuità del discorso teorico. Da un lato sembra che Ginzburg mortifichi il suo bisogno di spiegazioni, sacrificando l'approccio semantico a quello sintattico: ciò appare evidente nelle conclusioni, alquanto imbarazzate e reticenti. Qua è là vengono però avanzati altri principi esplicativi: ne è un esempio la proposta di ancorare alla percezione dell'immagine corporea la diffusione transculturale dei miti e dei riti imperniati sulla asimmetria deambulatoria: una spiegazione assai meno argomentata di quanto non lo siano le "dominanti senso-motorie" cui G. Durand associa il suo sistema di rappresentazioni simboliche. (13) D'altra parte l'esigenza di far parlare miti e riti induce Ginzburg ad articolare frasi che senza difficoltà potrebbero essere attribuite allo stesso Jung. Un esempio: "I miti antichissimi confluiti [...] in quello stereotipo composito [il sabba] sono sopravvissuti alla sua scomparsa. Essi sono ancora attivi. L'esperienza inaccessibile che l'umanità ha espresso simbolicamente per millenni attraverso miti, favole, riti, estasi, rimane uno dei centri nascosti della nostra cultura, del nostro modo di stare al mondo." (14) O anche: "Si direbbe che una costrizione di ordine formale plasmi i materiali culturali più disparati, colandoli in un numero relativamente esiguo di stampi preordinati." (15) Sebbene usi un linguaggio che potrebbe dirsi ispirato a Lévy-Strauss, Ginzburg - probabilmente senza rendersene conto - spesso reinterpreta Jung: come quando, parlando della "attività categoriale che [...] rielabora in forma simbolica le esperienze concrete" (16), dà implicitamente una definizione dell'archetipo. E' per questo che a buon diritto possiamo ritenere Storia notturna come portatore di una traccia negata del pensiero di Jung. 

2

Come si è detto, Ginzburg, che è peraltro uno studioso molto accurato, ritiene non disdicevole criticare Jung senza conoscerlo. Si tratta di un atteggiamento di sufficienza, che è indice di un pregiudizio sfavorevole radicato nei settori più conservatori della cultura italiana, soprattutto di quella progressista. Un pregiudizio che, come meglio si vedrà in seguito, toglie a Ginzburg la possibilità di utilizzare un modello esplicativo per motivi estrinseci alla validità del modello stesso. In questo pregiudizio confluiscono molti fantasmi. Anzitutto il timore che attraverso gli archetipi si voglia contrabbandare una sorta di determinismo che prescinde totalmente dalla storia, e dunque dall'individuo in quanto produttore di storia, e che rinvia invece a una sorta di a priori che, a seconda dei gusti, può avere una giustificazione metafisica o genetica. Di qui anche il timore delle derive razziste (cui anche Ginzburg fa cenno) fondate su presupposti archetipici. Si aggiunge a questo un pregiudizio materialista: gli archetipi non si vedono e non si toccano e Jung è un autore "mistico". Queste prese di posizione sono tenute insieme dalla accusa di irrazionalismo, in cui Jung è coinvolto insieme agli storici delle religioni di orientamento fenomenologico. Abbiamo l'impressione che Ginzburg condivida questo ostracismo che, seppure in forma ambivalente, esordì in Italia negli ultimi anni '40 del secolo scorso. Erano i tempi della "biblioteca viola" Einaudi (più tardi acquisita dalla Boringhieri), diretta da Cesare Pavese, notoriamente affascinato dai miti. Vi apparivano libri di Frobenius, Eliade, van der Leeuw, Jung e altri, spesso preceduti da prefazioni fortemente critiche di E. de Martino o di R. Bianchi Bandinelli. Come ha scritto F. Jesi, "erano gli anni in cui i paladini dello storicismo si disponevano ad accusare «l'ambigua famiglia degli irrazionalisti»." (17) La polemica, vista nella prospettiva storica, appare pretestuosa. Se ci riferiamo specificamente a Jung, gli archetipi - come si vedrà - non rinviano a niente di mistico, di metafisico, e tanto meno di esoterico. Per quel che riguarda l'irrazionalismo, ci troviamo poi di fronte a un colossale equivoco. Jung è un empirico che ha studiato il fondo irrazionale che sta al di qua della coscienza dell'Io e che influisce potentemente sul comportamento umano, e ne ha messo in evidenza sia gli aspetti temibili (possessione, invasione) sia quelli favorevoli, che consistono nella possibilità di alimentare la vita e la creatività. Tanto poco Jung è irrazionalista che il motto che ritorna come un Leitmotiv nella sua opera è: "Fare coscienza!". Quanto al determinismo, esso rappresenta un rischio reale solo quando il dialogo tra l'Io e l'inconscio si interrompe, e quindi viene meno quell'instabile equilibrio in cui consiste la loro relazione. Inoltre Jung è troppo epistemologicamente avvertito per confondere scienza e fede. Lo dimostrano, oltre che i suoi scritti, le tante dispute con teologi protestanti e cattolici documentate nelle sue lettere. Jung, da buon kantiano, sosteneva che la parola Dio designa un'immagine e un'emozione ma niente di cui si possa dichiarare la realtà oggettiva, esterna alla psiche. Naturalmente i teologi, arrabbiatissimi, lo accusavano di ateismo e di psicologismo: da inguaribili letteralisti, non sapevano che farsene di un dio insediato nell'immaginazione dell'uomo e non nell'alto dei cieli. Al che Jung replicava appassionatamente che per lui l'immagine di Dio era importantissima, in quanto simbolo della totalità, di quell'unione di conscio e inconscio che egli chiama Sé. Un dialogo tra sordi, ovviamente, non privo a volte di spunti divertenti. I detrattori di Jung hanno dunque confuso lo studio accurato con la adesione acritica, se non addirittura con una sorta di manifesto ideologico; hanno chiamato mistico chi soltanto riconosceva l'importanza del sacro. Ed hanno così confuso Jung con i moderni scrittori irrazionalisti, che utilizzano lo schema mitico in senso regressivo: in questi anziché il riscatto della coscienza (che nel mito si esprime come rinascita o vittoria dell'eroe), si ha semplicemente una resa all'inconscio. Questa deriva contraddice manifestamente lo schema iniziatico, caro a Jung, di immersione-riemersione (o anche di ascesa-declino-ripresa), attraverso il quale viene riaffermata l'esigenza di un costante rinnovamento mediante ripetuti processi di integrazione di conscio e inconscio. Non sembra perciò esserci contrasto tra atteggiamento razionale e riconoscimento che una realtà psichica sedimentata nell'inconscio sia operante in noi e dia forma a miti privati e collettivi. Come è stato detto, "la cosa più irrazionale è ignorare questo irrazionale", allontanandolo con un gesto apotropaico, e rischiare così di esserne improvvisamente invasi. E alla fine, non si vede cosa ci sia di irrazionale nel ritenere (nel constatare) che ricorrenti bisogni umani si esprimono secondo forme anch'esse ricorrenti. Quanto al progressismo di Jung, a parte i suoi originali argomenti a favore della democrazia come sistema di governo (18), converrà far parlare un autore non sospetto di simpatie irrazionaliste, e cioè E. de Martino. Questi sottolinea come la peculiare nozione di simbolo in Jung rappresenti un arricchimento rispetto alla corrispondente nozione freudiana, in quanto il simbolo junghiano "si configura come un ponte per un verso rivolto al passato [...], e per l'altro verso orientato verso la realizzazione di valori culturali di cui è il presentimento, la prefigurazione e il dinamico dischiudersi. [...] In ultima istanza, i simboli si configurano come vie di accesso al mondo dei valori, e quindi come strumenti vitali per lo sviluppo della personalità." (19) E a proposito del grande tema mitico del "nume che scompare e che torna", de Martino junghianamente osserva che "il simbolo mitico-rituale si atteggia come strumento tecnico che, in date condizioni culturali, funziona da dispositivo per segnalare il rischio, per dare un orizzonte figurativo alle alienazioni ricorrenti e per trasformare il ritorno irrelato e servile del passato in una ripetizione attiva e risolutiva." (20) 

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Ma torniamo ora agli archetipi. In sintesi, il fraintendimento di Ginzburg riguarda tre aspetti essenziali del concetto. Il primo è la distinzione tra archetipo e immagine archetipica. Si tratta di una distinzione notissima. Gli archetipi sono per Jung pattern of behaviour; essi esprimono "la tendenza a formare singole rappresentazioni dello stesso motivo che, pur nelle loro variazioni individuali anche sensibili, continuano a derivare dal medesimo modello fondamentale." Le immagini archetipiche consistono invece nelle rappresentazioni mitiche effettive quali si presentano nei sogni, nelle fantasie, nei deliri e, in forma più strutturata, nelle storie esemplari che costituiscono il patrimonio mitologico dell'umanità. Esse sono pertanto il risultato visibile dell'azione dell'archetipo sul patrimonio immaginativo. In altre parole, gli archetipi possono essere considerati come principi ordinatori inconsci che, modellando il materiale rappresentabile, danno luogo a costrutti immaginali dotati di una forza e di un significato specifico. "Il pattern [...] è ereditario, mentre le rappresentazioni non lo sono. Queste sono formate da elementi attuali, acquisiti dall'individuo." (21) Questa distinzione permette tra l'altro di non cadere nella teoria lamarckiana della trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti. Gli archetipi si esercitano su situazioni tipiche dell'esistenza, eventi in qualche misura analoghi alle jaspersiane situazioni limite o a quelli che E. de Martino connetterebbe al rischio della perdita della presenza. L'ipotesi di fondo è che l'archetipo come principio organizzatore si sia formato nel corso della filogenesi come risultato della ripetizione di situazioni umane tipiche e delle risposte a tali situazioni. Come si vede, non vi è in questo niente di metafisico. E' perciò opportuno distinguere la nozione junghiana di archetipo, fondata sulla osservazione e perciò essenzialmente da considerarsi come una possibilità categoriale, da quella elaborata da M. Eliade che, pur tra varie oscillazioni, assume talvolta una rilevanza ontologica. Mentre per Jung gli archetipi sembrano essersi formati attraverso un lungo processo di assuefazione storica, per Eliade essi sembrano avere a volte un'esistenza trascendente. (22) Il secondo punto riguarda il rapporto tra archetipo e storia. Non vi è in Jung alcuna opzione deterministica, e sempre è salvaguardata la possibilità del dialogo tra coscienza e inconscio in quanto produttore di immagini archetipiche. Gli archetipi si attivano quando il problema corrispondente si presenta con particolare intensità nella vita individuale e sociale; sta all'Io prendere coscienza delle possibilità insite nella situazione mitica, cioè del suo significato, e di farvi fronte. Dunque i miti ci aiutano a cogliere il problema centrale, il filo rosso, il senso immanente alla situazione. Freud ha scritto che i miti sono "i sogni secolari dell'umanità", e Jung che "il bisogno di mitologia è il bisogno di senso." Si potrebbe dire che ogni motivo mitologico ridesta una determinata esperienza psichica e la formula in maniera adeguata. Le storie individuali si specchiano in quelle mitiche, e queste le illuminano, aiutandoci a comprenderle e ad attribuire loro senso. Ciò non significa però eliminare la specificità degli eventi storici e negare le determinazioni sociali, politiche, economiche etc. La vita umana si situa nel crocevia dove personale (specifico) e transpersonale si incontrano e si insediano l'uno nell'altro. E' perciò del tutto comprensibile che, a seconda degli interessi che prevalgono nelle diverse culture, lo schema di morterinascita si concretizzi in forme e figure differenti. Il terzo punto riguarda l'opinione di Ginzburg, secondo cui "Jung pretende di afferrare intuitivamente [altrove parla di una modalità "quasi intuitiva"] simboli immutabili." (23) Egli parla anche, sempre a proposito di archetipi, di "simboli autoevidenti" dal significato "trasparente" (24), e vi oppone il lento lavoro di decifrazione necessario per giungere alla comprensione dei complessi mitico-rituali. Si manifesta qui un'altra confusione: quella tra esperienza soggettiva dell'immagine (per esempio, in sogno), nella quale può darsi quella "evidenza di immediata commozione" di cui parla K. Kerenyi a proposito dei momenti festivi (25), e la catalogazione di situazioni mitiche sulla base delle loro analogie morfologiche. E' essenziale cioè distinguere l'archetipico come evento esistenziale dall'archetipico come prodotto culturale; distinzione analoga a quella tra mito e mitologia. (26) Quando si tratta di confrontare le diverse varianti dello stesso tema mitico al fine di circoscriverne il senso, Jung è in realtà assai cauto: "Il carattere archetipico di certe immagini che la storia ci trasmette non è accertabile in quanto esperienza immediata dell'inconscio [...] Per poter affermare che si tratta di un archetipo, occorre cercare sempre la spiegazione storica di un simbolo collocandolo anzitutto all'interno della sua sfera culturale, e poi rintracciare simboli uguali o simili in altri ambiti culturali." (27) 

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Prevenuto nei confronti delle ipotesi junghiane, Ginzburg appare tentato, anche se non pienamente convinto, dallo strutturalismo di C. Lévy-Strauss. Diciamo non del tutto convinto perché in lui si fa spesso presente un'esigenza di senso che lo induce a interpretare in chiave simbolica, per esempio nei termini del processo iniziatico, i materiali della sua ricerca. Tuttavia, come si è già accennato, l'influsso di Lévy-Strauss rappresenta una remora nei confronti dell'atteggiamento simbolico; perciò l'impianto metodologico del libro risulta alla fine, al di là delle affermazioni esplicite, alquanto incerto e ondeggiante (a seconda del contesto, una espressione come "caratteristiche strutturali della mente umana" (28) può attagliarsi sia a Jung che a Lévy-Strauss), e le conclusioni frettolose. Colpisce il fatto che Ginzburg, così sospettoso nei confronti della scientificità del metodo junghiano, non si ponga problemi analoghi nei confronti di Lévy-Strauss. Evidentemente, agisce qui un pregiudizio positivo. Eppure già V. Propp, nella sua polemica con LévyStrauss, aveva contestato la pretesa di individuare una struttura atta a rivelare il vero senso nascosto sotto l'apparenza narrativa delle fiabe. E molti sono stati i rappresentanti di un atteggiamento ermeneutico che, direttamente o indirettamente, si sono mossi in una direzione opposta al radicalismo strutturalista. Basti pensare, tanto per citare alla rinfusa, a Bachelard, Caillois, Cassirer, de Martino, Durand, Kerenyi, Malinowski, Ricoeur; tra questi andrebbe annoverato anche il Wittgenstein delle Note sul «Ramo d'oro» di Frazer (29), che Ginzburg mostra di apprezzare particolarmente. Non è questo il luogo per riepilogare le numerose obiezioni che sono state fatte al pensiero di Lévy-Strauss. Andranno tuttavia ricordate l'artificiosa separazione delle strutture dai contenuti immaginali e l'esclusiva importanza attribuita alla logica combinatoria che governerebbe la immaginazione mitica. Ma soprattutto, come è stato convincentemente argomentato (30), Lévy-Strauss confonde metodologia e ontologia, considerando le strutture come meccanismi universali del pensiero radicati nel funzionamento stesso della mente umana. Invocando le "leggi dello spirito" su cui esse si basano, egli vi riconosce le "radici archetipe di ogni attività strutturante." (31) Questo deposito archetipo si distingue da quello junghiano perché costituito esclusivamente dalle "condizioni di tutte le vite mentali di tutti gli uomini e in tutti i tempi". Non è forse azzardato pensare che lo strutturalismo ontologico di Lévy-Strauss appare assai più arbitrario della dottrina junghiana degli archetipi, che è empiricamente fondata sulla rilevazione di incontrovertibili convergenze simboliche. Accade così che Ginzburg, volendo sottrarsi alla presunta ontologia delle strutture archetipe, diventi tributario della metafisica implicita nel pensiero di Lévy-Strauss. E' pur vero che l'etica del lavoro dello storico aiuta Ginzburg a non allontanarsi troppo dai fatti, cioè dai miti nella loro articolazione narrativa. Ma comunque l'ambiguità dell'impianto metodologico sottrae al suo lavoro quella chiarezza di risultati che appartiene invece, per fare un esempio, a un autore che negli anni '30 del secolo scorso si impegnò in una ricerca per certi versi simile alla sua. Stiamo parlando di R. Caillois, che ha dedicato una ricerca al simbolismo della mantide religiosa e ai miti che la riguardano, presenti in società e culture molto lontane. (32) Punto di arrivo della ricerca è il motivo (archetipico) della paura del femminile. Sebbene Caillois non citi Jung, appare evidente la convergenza nel metodo e negli approdi. Scrive ad esempio Caillois: "La mantide si presenta come una sorta di ideogramma oggettivo che realizza materialmente nel mondo esterno le virtualità più tendenziose dell'affettività." (33) O anche: "L'uomo [...] non sfugge all'azione delle leggi biologiche che determinano il comportamento di altre specie animali, ma queste leggi, adattate alla sua natura, sono meno evidenti, meno imperative: esse non condizionano più l'azione, ma soltanto la rappresentazione." (34) Nei miti operano "quelle costellazioni affettive primordiali che si ritrovano nell'uomo solo allo stato di virtualità [...] C'è dunque una sorta di condizionamento biologico della immaginazione, venuto da determinazioni fondamentali [...] Esse prefigurano soltanto le linee di forza che cristallizzeranno in temi e motivi, attingendo al particolare e all'aneddotico, utilizzando le strutture imposte dai dati storici e dalla organizzazione sociale." (35) Sembra qui evidente una traccia junghiana. Sarebbe possibile documentare, pur nella diversità degli approcci, un analogo orientamento interpretativo in numerosi altri autori: ad esempio nella archetipologia di G. Durand o negli studi su Keplero di un fisico quale W. Pauli. 

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Proviamo ora brevemente a rileggere in chiave archetipica alcuni dei temi che vengono evidenziati nel lavoro di Ginzburg. Consideriamo anzitutto gli aspetti fenomenici del sabba. In sintesi, lo stereotipo del sabba, come viene riportato dai verbali dei processi per stregoneria, è questo: streghe e stregoni si radunavano di notte, in luoghi solitari; spesso arrivavano volando su bastoni o manici di scopa, o in groppa ad animali. Chi interveniva per la prima volta ai raduni doveva abiurare, profanare i sacramenti e prestare omaggio al diavolo, presente sia in sembianze umane, sia in forme animali o semi-animali. Seguivano orge sessuali, banchetti e danze. In questa struttura eterogenea Ginzburg riconosce l’emersione di due motivi, ad essa precedenti: le processioni dei morti, alle quali dichiarano di partecipare, in estasi, soprattutto donne, e le battaglie per la fertilità, appannaggio prevalentemente maschile. Infine egli condensa tutti i temi raccolti in un nucleo primario, il viaggio del vivente nel mondo dei morti: "Andare nell'aldilà, tornare dall'aldilà". Un primo livello di lettura, proposto da Ginzburg, vede nel sabba la rivelazione, in negativo, dei valori culturali della società circostante. Le streghe agiscono nell’oscurità, ma il valore dominante della cultura cristiana è la luce; nelle orge diaboliche si esalta la sessualità, mentre la cultura religiosa valorizza la castità; e ancora, le metamorfosi animalesche delle streghe si oppongono ai rigidi confini tracciati dalla cultura umanistica tra ragione e istinto. Dunque il sabba si contrappone radicalmente in primo luogo al Cristianesimo. Perché? Sappiamo bene che l’incivilimento dell’uomo perseguito dal Cristianesimo è costato grandi sacrifici: esso propone una morale ascetica, il cui significato profondo consiste nel soggiogamento degli istinti. Opponendosi alla natura, che nell’antichità era oggetto di un intenso sentimento religioso, il Cristianesimo ha di fatto contribuito a reindirizzare le forze istintuali dell’uomo verso l’edificazione della civiltà. Come ci ricorda Jung, “l’educazione cristiana, tutta tesa verso la spiritualità, porta inevitabilmente a un’insopportabile svalutazione della physis, dando così all'uomo un'immagine che di essa è la caricatura ottimistica.” E ancora: "Nella misura nella quale la coscienza moderna si dedica con passione a occupazioni di tutt’altro genere che la religione, quest’ultima e il suo oggetto, l’inclinazione elementare al peccato, scompaiono in gran parte nell’inconscio.” (36) Ecco allora che la natura, nei suoi aspetti intollerabili, diviene nell'Occidente moderno il rimosso della coscienza collettiva. La figura del démone sembra particolarmente adatta a esprimere i contenuti rimossi. I démoni abitano la natura, i deserti, i boschi, la notte. Abitano il sogno, e anzi all’esperienza del sogno sessuale è connessa, secondo G. van der Leeuw, l’origine delle rappresentazioni sessualizzate del demonio come satiro. Inoltre, “nella figura del démone, la volontà umana va in frantumi. [...] Sopravvivono soltanto la smorfia, l’incubo, il delirio.” (37) Popolano il sabba gobbi, nani, creature deformi, derivazioni più o meno fedeli delle figure dei dattili e dei cabiri. E ancora animali e creature semi-animali, tutte caratterizzate da un’estetica impietosa. Forse qui entra in gioco una sottolineatura della diversità, rispetto ai valori estetici del mondo di superficie. La bellezza si pone in Occidente come valore normativo, a par essere impersonati soltanto da immagini imperfette. Per quanto riguarda la licenza sessuale, altro elemento caratteristico del sabba, essa va intesa sia come espressione di una sorta di rituale di aggregazione, che rende più profonda l’unione tra i membri del gruppo sabbatico (38), sia come venerazione dell’energia psichica, o libido, quale archetipo della natura. Per questo, afferma Jung, le divinità arcaiche sono spesso teriomorfe: il dio che diviene sole, o animale, trova in tal modo un’espressione naturale che trascende la scomposizione morale in luminoso padre celeste e diavolo. Del resto, non è infrequente che anche nella mistica il divino contemplato interiormente si carichi di attributi libidici: fra i tanti, possiamo citare uno scritto di Matilde di Magdeburgo: “Signore, amami con violenza […] quanto più intensamente mi amerai, tanto più bella diverrò”. (39) Riti di fecondazione del suolo sono ancora oggi elemento essenziale di molti culti primitivi: lo hieròs gàmos è espresso ad esempio dall’usanza di passare la notte di nozze sul campo, con lo scopo di fecondare la terra così come si feconda la donna. Van Gennep ci ricorda anche che l’atto sessuale è un elemento interdetto nella gran parte dei riti, e che, a causa della costitutiva ambiguità della nozione di sacro, essendo impuro 8 è dotato di un “potere”: "è per questo che lo si trova impiegato come rito che possiede un’efficacia superiore." (40) Anche la danza, spesso presente nei rituali sabbatici, sembra proporre, come del resto la sessualità, un ponte tra il corporeo e lo spirituale, tra il materiale e l’immateriale. Mentre la ragione scinde il mondo in coppie di opposti, quali bene e male, o corpo e spirito, la danza, attraverso la ritmicità rituale dei gesti, permette l’esperienza della fusione tra corpo individuale e potenza impersonale della natura. La ritmicità rituale dei gesti, nel suo afinalismo, sfugge al linguaggio simbolico, e recupera quello emozionale, ricollegandosi ai ritmi primordiali della vita: ritmo cardiaco, ritmo respiratorio, e così via. (41) 

6

Torniamo ora ai due motivi, le battaglie per la fertilità dei campi e le processioni dei morti, che costituiscono per l'Autore le radici profonde del sabba. Essi possono, a nostro avviso, essere ricondotti a due immagini archetipiche primordiali, differenti e complementari, della natura ctonia: la prima è quella soccorrevole e nutritiva, una sorta di principio regolatore materno, che ha a che fare con l’agricoltura, con la fertilità dei campi e degli armenti, con la sessualità e con il cibo. E’ l’immagine di Demetra, il luogo della Grande Madre. La seconda è l’immagine del mondo infero, di Ade, il luogo dello spirito, dei démoni, dei morti, nel quale abitano i sogni. Stiamo parlando della distinzione, proposta da Hillman, tra ctonio e terrestre, tra profondità psichiche e profondità concrete, tra misteri di iniziazione e riti di fertilità. (42) Scrive Eraclito: “Se non fosse compiuta per Dioniso la processione, se non fosse rivolto a lui il canto dell’Inno, in realtà senza nessuna venerazione maneggerebbero oggetti venerabili. Ma lo stesso Dio è Ade e Dioniso, per cui infuriano e baccheggiano.” (43) Per questo nell’Ade - come nel sabba - le immagini sono anche dionisiache, sia in senso letterale, sia simbolico. Indubbiamente, vi sono molte analogie tra la schiera dionisiaca e gli spiriti del mondo sotterraneo: anche la Sfinge sarebbe stata un tempo una Menade, (44) e si è scritto che “l’infuriare, nella festa di Dioniso, delle donne greche pervase dallo spirito del dio [è da considerarsi] una rappresentazione mimica del fantastico corteo dei morti.” (45) Molte sono anche le analogie tra il mondo della Grande Madre e quello di Dioniso, al punto che, a parere di W. Otto, il frenetico flusso di vita che caratterizza il dionisiaco scaturisce dalla profondità delle Madri. (46) Nel corso dei misteri eleusini, infatti, oltre a Demetra si onorava anche Dioniso, bevendo vino misto ad acqua; chi vi partecipava imparava che il destino di ogni uomo, dopo la deposizione nella tomba, è analogo a quello dei chicchi di grano della Grande Madre e dei grappoli d’uva di Dioniso: una trasformazione, una metamorfosi dalla quale deriva la possibilità di sopravvivenza come puro spirito. (47) Questo è il punto focale in cui le immagini della Grande Madre e di Ade entrano in risonanza, perché rappresentano aspetti complementari dello stesso motivo archetipico espresso da Dioniso: quello del viaggio iniziatico, trasformativo, nell’aldilà, di cui parleremo più diffusamente tra poche righe. Il dionisismo esprime infatti una concezione unitaria del reale, che coglie nitidamente i contatti che legano tra loro i contrari senza lasciarsi fuorviare dal fatto che si oppongono l’uno all’altro. Non ci sembra un caso, infine, per il principio di compensazione che Jung attribuisce all’inconscio, che alle battaglie per la fertilità, sotto l’égida della Grande Madre, partecipino solo maschi, mentre ad assistere alle processioni dei morti, epifanìa del mondo infero di Ade - e alle processioni di Dioniso - siano prevalentemente donne. 

7

Non possiamo chiudere questo intervento senza dedicare qualche riga alle conclusioni di Ginzburg. Gli storici ci ricordano che la partecipazione ai riti del sabba avveniva, per lo più, in una condizione estatica. Da Esiodo sappiamo che Hypnos e Thanatos sono fratelli gemelli, figli della Notte. Se sonno e morte sono gemelli, dormire vuol dire sia entrare nel regno della morte sia, talvolta, sognare. Nella visione cristiana, incentrata sull’Io, la redenzione non passa attraverso il sonno e il sogno. In una prospettiva psicologica, è invece fondamentale ai fini di ogni rinnovamento quanto avviene nel sonno e nei sogni. Nel sabba, che rappresenta il mondo infero, là dove Hypnos e Thanatos si incontrano, entrano in tensione le due valenze archetipiche che abbiamo descritto: la Natura come Grande Madre, e lo Spirito sotto forma di Ade. Il mito di morte e rinascita, rappresentato dal viaggio nel paese dei morti, che anche Ginzburg individua come nucleo primario dei miti confluiti nel sabba, è il prodotto di questa tensione. Si tratta di uno dei punti nodali della teoria di Jung, al quale egli ha dedicato centinaia di pagine. (48) Qui ci limitiamo a ricordare che, per Jung, nei miti di morte e rinascita, come il mito solare, quello dell’eroe e in genere quelli che hanno a che fare con la nekyìa, la discesa e risalita dal mondo infero sono espressione dell’archetipo del Sé, della direzione verso il centro, verso la totalità. In questi miti si manifesta lo sforzo teso a distanziarsi dal mondo materno e dalle relazioni fusionali, nella consapevolezza tuttavia che quel mondo custodisce in sé le possibilità di rinnovamento della vita. Ci troviamo dunque di fronte a un duplice movimento, dall'interno verso l'esterno e viceversa, che compete a ogni individuo nella sua evoluzione, allo scopo di affrontare l’esperienza della solitudine e dello scacco, ma anche dell’arricchimento di prospettive e di relazioni. Come ci ricorda J. Perry, “una volta che l’Io si è identificato con l’archetipo del centro, esso si trova ad attraversare il processo che questo archetipo promuove, cioè quello della morte e dello smembramento […] Sul piano mitologico è l’immagine delle tenebre, del caos, della morte e di qualsiasi cosa si opponga all’archetipo luminoso dell’ordine e della vita; a livello personale è l’immagine di tutti quei valori che si oppongono all’io cosciente e minacciano di annullarlo.” (49) Ma l’archetipo si completa con una seconda fase, il ritorno dal mondo dei morti. Nel mito di Osiride, per esempio, il passaggio è scandito da uno smembramento e da una successiva ricomposizione, che qui assume il significato più ampio di una rinascita. Rinascita che non significa mai restitutio ad integrum. Anzi, l’eroe che risale alla luce dopo la nekyìa ha necessariamente assimilato qualcosa del mondo infero in cui si è calato. Il distacco dalla madre individuale si è completato con l’integrazione del materno archetipico; la coniunctio oppositorum è il vero risultato dell’archetipo di morte e rinascita, “matrice di tutti i racconti possibili.” (50) Come si è detto, lo schema junghiano di immersione e riemersione afferma l’esigenza di un costante rinnovamento, attraverso ripetuti processi di integrazione di conscio e inconscio, e traccia i confini tra Io, inconscio personale e inconscio collettivo. (51) “In ogni confronto dell’Io con un numinoso l’Io viene a trovarsi fuori di sé, precipita da una nicchia coscienziale, o ne viene strappato, o ne esce, per poter tornare di nuovo a sé in configurazione modificata.” (52) “Senza la comunicazione con le potenze transpersonali - scrive ancora Neumann - l’esistenza umana non può resistere, e men che mai dispiegarsi creativamente." Queste potenze coincidono però con “il mondo dei morti, mondo di spirito e di spiriti dell’umanità”, e dunque “in ogni iniziazione si deve morire, cioè compiere la traversata della morte. […] Acciocché si rinforzi qualcosa di vivente, si rinnovi qualcosa di antico, si realizzi qualcosa di nuovo, è necessario aver compiuto la traversata del regno della morte, che è, poi, il regno della sorgiva di ogni vita: ed è perciò che ogni nascita è rinascita e ogni rinascita resurrezione e ritorno dal regno dei morti.” (53) 10 Ci sembra in conclusione di poter sostenere che il sabba sia stato, per la società del tempo, non semplicemente il ritorno di un rimosso, ma soprattutto un’operazione con la quale natura, istinto, femminile e corporeità sono tornati a confrontarsi drammaticamente con i valori del conscio collettivo, dal quale l’eccesso di unilateralità del Cristianesimo li aveva progressivamente scacciati. 

Note 

(1) C. Ginzburg, Storia notturna, Einaudi, Torino, 1989, p. XXXII.
(2) C. Ginzburg, op. cit., p. XXV.
(3) C. Ginzburg, op. cit., p. XXV.
(4) C. Ginzburg, op. cit., p. XXXIII.
(5) J. P. Vernant (1974) Mito e società nell'antica Grecia, Einaudi, Torino, 1981.
(6) J. P. Vernant, op. cit., p. 229 sg.
(7) J. P. Vernant, op. cit., p. 246.
(8) Questa tesi è confermata dal lavoro concreto svolto da Vernant sui miti. Ad esempio, quando egli parla di Artemide (in J. P. Vernant (1985), La morte negli occhi, Il Mulino, Bologna, 1987) o di Edipo (in J. P. Vernant e P. Vidal-Naquet (1972), Mito e tragedia nell'antica Grecia, Einaudi, Torino, 1976), la sua lettura è certamente simbolica, in quanto volta all'attribuzione di significati.
(9) C. Ginzburg, op. cit., p. 262.
(10) Uno degli autori del presente articolo ha provato a mostrare come il pensiero e l'immaginazione di W. Benjamin si articolino all'interno di certi schemi archetipici. Vedi A. Romano, Il flâneur all'inferno, Moretti&Vitali, Bergamo, 2006.
(11) T. Mann, K. Kerenyi (1960), Dialogo, Il Saggiatore, Milano, 1973, p. 82 sg. Abbiamo leggermente modificato la traduzione della frase per renderla più chiara.
(12) C. G. Jung (1997), Lettere, vol. II, Magi, Roma, 2006, p.134. Il testo è stato da noi ritradotto per renderlo più comprensibile.
(13) G. Durand (1963), Le strutture antropologiche dell'immaginario, Dedalo libri, Bari, 1972, p. 37 sgg.
(14) C. Ginzburg, op. cit., p. XXXVIII.
(15) C. Ginzburg, op. cit., p. 223.
(16) C. Ginzburg, op. cit., p. 224.
(17) F. Jesi, Materiali mitologici, Einaudi, Torino, 1979, p. 36.
(18) Si veda ad esempio C. G. Jung (1946), «La lotta con l'Ombra», in Opere, vol. 10, tomo secondo, Boringhieri, Torino, 1986, p. 59 sgg.
(19) E. de Martino, Furore simbolo valore, Il Saggiatore, Milano, 1962, p. 30.
(20) E. de Martino, op. cit., p. 44.
(21) C. G. Jung (1997), Lettere, vol. III, Magi, Roma, 2006, p. 42.
(22) Si veda I. P. Culianu, Mircea Eliade, Cittadella Editrice, Assisi, 1978.
(23) C. Ginzburg, op. cit., p. XXXIII.
(24) C. Ginzburg, op. cit., p. 222.
(25) K. Kerenyi (1940), La religione antica, Astrolabio, Roma, 1951, p. 43.
(26) Su questo punto si veda A. Romano, «Sacro e profano nell'esperienza archetipica», in Studi junghiani, vol. 11, n. 2, 2005, p. 223 sgg.
(27) C. G. Jung (1997), Lettere, vol. II, Magi, Roma, 2006, p. 164.
(28) C. Ginzburg, op. cit., p. 193.
(29) L. Wittgenstein (1967), Note sul «Ramo d'oro» di Frazer, Adelphi, Milano, 1975.
(30) U. Eco, La struttura assente, Bompiani, Milano, 1968, p. 288 sgg.
(31) U. Eco, op. cit., p. 297.
(32) R. Caillois (1938), Il mito e l'uomo, Bollati Boringhieri, Torino, 1998, p. 23 sgg. 11
(33) R. Caillois, op. cit., p. 40.
(34) R. Caillois, op. cit., p. 45.
(35) R. Caillois, op. cit., p. 46 sg.
(36) C. G. Jung (1952), La libido - Simboli della trasformazione, Opere, vol. V, Boringhieri, Torino, 1970, p. 81 sgg.
(37) G. van der Leeuw (1956), Fenomenologia della religione, Boringhieri, Torino, 1975, p. 104.
(38) A. van Gennep (1909), I riti di passaggio, Boringhieri, Torino, 1981, p. 149.
(39) C. G. Jung (1952), La libido - Simboli della trasformazione, cit., p. 98.
(40) A. van Gennep (1909), op. cit. p. 148.
(41) Lasciamo alle parole di U. Galimberti la descrizione delle potenzialità di riscatto del corpo espresse dalla danza, alla quale perciò il Cristianesimo fu sempre ostile. “Fu il Cristianesimo a separare il sacro dalla danza e a irrigidire il corpo in uno spazio controllato e chiuso. Cosi Giovanni Crisostomo scrive che "Ubi saltatio, ibi diabolus", mentre Ambrosio indica nella "saltationem" la via più prossima all'impudicizia. Se poi la danza dovesse essere il modo di celebrare la festa, allora Agostino non ha dubbi: anche nei giorni festivi "Melius est arare quam saltare". Man mano che il sacro cessa di essere il luogo d'incontro di puro e impuro, per diventare luogo di mortificazione e ascesi, man mano che la parola, la scrittura, la mente diventano i veicoli del sacro, il corpo e i suoi gesti che la danza anima passano dal regno di Dioniso a quello del Diavolo, dalle Baccanti alle Streghe del sabba”. U. Galimberti, La danza del corpo, in "XÁOS. Giornale di confine", Anno II, N.1 Marzo-Giugno 2003, URL:http://www.giornalediconfine.net.
(42) J. Hillman (1979), Il sogno e il mondo infero, Edizioni di Comunità, 1984, p. 42.
(43) in G. Colli, La sapienza greca, vol. III, Adelphi, 1980, p. 67.
(44) W.F. Otto (1937), Dioniso, Il Melangolo, 2002, p. 120 sg.
(45) cit. in W. F. Otto, op. cit., p. 121.
(46) W.F. Otto, op. cit., p. 101.
(47) E. Zolla, Il dio dell’ebbrezza, Einaudi, Torino, 1998, p. XXX.
(48) E’ sufficiente citare, tra gli altri, l’intero quinto volume delle Opere (La libido - Simboli della trasformazione, cit.).
(49) J.W. Perry, La dimensione nascosta della follia, Ed. Liguori, Napoli, 1980, p. 205.
(50) C. Ginzburg, op. cit., p. 289.
(51) Si veda ad esempio, C.G. Jung (1952), La libido - Simboli della trasformazione, cit., p. 297.
(52) E. Neumann, Evoluzione culturale e religione, Armando, Roma, 1974, p. 128.
(53) E. Neumann, op. cit., p. 20.

Al capezzale della democrazia

Luciano Canfora 
Come sfiorisce la democrazia

Corriere della Sera, 21 giugno 2026

Marco Revelli ha in comune con Bernie Sanders la fiducia nella possibilità di rivitalizzare il meccanismo, notoriamente inceppato, della democrazia politica nei Paesi nei quali di essa ancora si discorre (Stati Uniti e parte dell’Europa). Revelli lo fa in un libro lucidamente pessimistico tranne che nel capitolo finale (La democrazia è antiquata, Laterza); Sanders lo propone con slancio giovanile da un capo all’altro del suo recente pamphlet Contro l’oligarchia (Chiarelettere). Revelli punta su di una opera di rieducazione: «Occorrerà — scrive — una diffusa, impegnativa, paziente opera pedagogica, di pedagogia dal basso, da parte delle élite culturali che vorranno parteciparvi e dai settori di società che se ne sentiranno coinvolti»; obiettivo: «ricostruire un senso condiviso di orgoglio per la propria libertà e di responsabilità per il proprio vivere in comune»; «impresa improba», commenta. Sanders è lineare: lo scontro — è questo il succo del libro — è tra popolo e oligarchia, e l’oligarchia — spiega — sono gli ultraricchi. Egli è efficace nel descrivere la pessima condizione di vita dei cittadini statunitensi (il 58% ritiene che la vita sia peggiorata rispetto a cinquanta anni fa); ne deduce — con un salto logico — che «il popolo americano vuole un cambiamento reale» e propone un vasto programma di governo, al cuore del quale pone significativamente «dare a tutti una istruzione di qualità».

Piace ricordare, a questo proposito, che il nesso educazione (permanente)-democrazia, col corollario che al venir meno della prima deperisce la seconda, era un cardine del pensiero politico di un troppo dimenticato pensatore americano: John Dewey (1859-1952). Ci riferiamo, in particolare, al suo Democracy and Education (1916).

Il pregio peculiare di entrambi i libri non sta, forse, però tanto nelle proposte — in fondo assodate e comunque di lunga lena — quanto piuttosto nella parte analitica. Quella sviluppata da Sanders è un potente affresco, anzi una mappa, dell’attuale oligarchia planetaria. Quello che occupa la gran parte del libro di Revelli è invece una descrizione storicamente ben fondata e documentata di come, in particolare in Italia, il «demo» abbia preso via via le distanze dalla partecipazione politica fino alla attuale diserzione dalle urne (metà circa dell’elettorato non va più a votare). Beninteso, Revelli tocca molti altri aspetti del deperimento del meccanismo «democratico» in Italia, ma, con buone ragioni, si concentra in particolare sull’aberrante sostituzione del sistema elettorale proporzionale (quello sancito dall’articolo 48 della Costituzione: «voto libero, segreto, personale e uguale») con le alchimie delle leggi elettorali maggioritarie, incentrate sul presupposto terrifico e liberticida del «voto utile», il cui risultato ovvio è stato il crescente crollo della partecipazione.

L’operazione fu realizzata, e si può ben dire «orchestrata», nel biennio 1991-1993: in concomitanza con la torbida stagione, detta in modo autocelebrativo «Mani pulite», che scientemente portò alla distruzione dei partiti politici che per quasi mezzo secolo erano stati l’architrave e l’ossatura della Repubblica. («I partiti sono la democrazia che si organizza» aveva argomentato Togliatti alla Costituente). Di lunga lena era stato il processo di discredito: il pannellismo aveva da assai tempo contribuito alla disgregazione con la insulsa formula, ossessivamente ripetuta, della «partitocrazia».

Giova ricordare, a questo proposito, che la ferita inferta al proporzionale avvenne per via referendaria (il «demo» — nota Revelli — fu indotto a votare contro se stesso). Ma andrebbe anche ricordato, come documentò, in quel torbido biennio, il dotto funzionario parlamentare Salamone sulla rivista della Camera «Bibliotheca», che fu per effetto di un colpo di mano di Meuccio Ruini se, all’ultimo momento, l’articolo 75 della Costituzione fu modificato e scomparve la precisazione introdotta dall’emendamento di Maria Maddalena Rossi che escludeva la materia elettorale da quelle passibili di referendum.

Ben sappiamo che l’assalto al proporzionale partì presto, con la famigerata «legge truffa» (1952) sconfitta il 7 giugno del 1953 (elezioni politiche per la seconda legislatura). Quarant’anni dopo l’assalto riuscì e il pilota, il non notissimo Mario Segni, ebbe il suo quarto d’ora di celebrità prima di ritornare più o meno definitivamente dietro la scena. Il paradosso fu che proprio gli eredi dei partiti che nel 1953 salvarono l’articolo 48 della Costituzione bocciando la «legge truffa» si incolonnarono, quarant’anni dopo, nell’euforia maggioritaria. Euforia di cui oggi intravediamo i crescenti, prossimi pericoli, mentre la mente corre all’antecedente vero: la legge firmata da Giacomo Acerbo (1923) che diede vita, l’anno dopo, al trionfo ducesco culminato nell’oratoria senza veli del 3 gennaio 1925.

«Ciascuno è fabbro del suo destino» diceva Appio Claudio. La politica è verità, non è utile barare, e gli errori si pagano. Speriamo che la ricetta «rieducativa», cui si appellano, per diverse vie, due militanti così nobilmente impegnati quali Marco Revelli e Bernie Sanders si riveli praticabile.


https://machiave.blogspot.com/2026/05/bernie-sanders-torino.html

I matrimoni forzati

Adil Mauro
Le ragazzine non si sposano, il fenomeno dei matrimoni forzati in Italia prospera nell'ignoranza

La Stampa, 21 giugno 2026

Una domenica di primavera, lungo i canali del porto di Ravenna, tre ragazze si raccontano. Una è di origine afghana, una marocchina, una del Bangladesh. Si sono conosciute da poco e parlano delle loro famiglie e delle violenze che hanno subìto. Una ha denunciato i genitori per violenza religiosa domestica. Un’altra è incinta del suo compagno – non dell’uomo a cui era stata data in moglie – ed è riuscita a sottrarsi a quel matrimonio imposto. La terza sta ancora percorrendo la sua strada. A seguirle, da anni, un’avvocata e le operatrici di un’associazione del territorio. La ragazza incinta, a chi la segue, ha fatto una domanda: «Secondo te, quando verrà il momento di partorire, potrà esserci la mia mamma?». Non è una domanda sentimentale. È la domanda di chi ha scelto la libertà sapendo che ha un prezzo, e che quel prezzo è spesso la famiglia.

Storie come queste emergono raramente. Nel mondo, secondo il rapporto The State of World Population 2023, sono circa 650 milioni le donne che hanno subìto un matrimonio forzato o precoce. In Italia non sappiamo quante siano. I dati mancano, sono frammentati, o semplicemente non vengono raccolti. E questa lacuna non è un caso.

Alessandra Capobianchi, ricercatrice dell’Istat per la Struttura Violenza, Sicurezza e Statistiche giudiziarie, ha presentato di recente a un convegno a Brescia una mappa delle fonti disponibili. È una mappa che fotografa, più che i dati, i buchi nei dati. I confini tra consenso e coercizione non sono sempre nitidi. Le definizioni cambiano a seconda della fonte. I dati sono frammentati tra soggetti istituzionali diversi. Il sommerso, per definizione, non emerge.

La Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato nel 2013, distingue il matrimonio forzato, dove manca il consenso libero e informato, dal matrimonio precoce, dove almeno una delle parti ha meno di diciott’anni, e da quello combinato, organizzato dalla famiglia ma teoricamente consensuale. Le tre categorie si sovrappongono. Quando si confrontano i dati tra fonti diverse, o tra Paesi diversi, spesso si parla di cose diverse con lo stesso nome. «Il fenomeno rimane sottostimato, i dati sono disaggregati e il matrimonio forzato non è incluso nel piano d’azione nazionale antiviolenza. Il sommerso è immenso», riassume Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea. Non esistono, aggiunge, dati ufficiali che isolino il fenomeno senza limiti d’età: la maggior parte delle convenzioni internazionali si concentra sulla protezione dei minori. Ma il matrimonio forzato colpisce anche le donne adulte.

Quello che i numeri disponibili ci dicono è comunque eloquente. Nel 2024, secondo l’indagine Istat sull’utenza dei centri antiviolenza, sono state 375 le donne in un percorso di uscita dalla violenza che avevano subìto un matrimonio forzato o precoce: l’1% del totale, l’85% cittadine straniere. Il sistema SIRIT, quello sulla tratta, ne ha registrati 32. La polizia, nel suo primo report sul reato introdotto nel 2019 dal Codice Rosso – che ha introdotto il reato specifico di costrizione o induzione al matrimonio, rafforzando la rilevazione dei cosiddetti reati spia – ha rilevato 24 casi tra agosto 2019 e maggio 2021, un terzo dei quali a danno di minorenni, ammettendo che la fotografia è sottodimensionata. L’Università Cattolica ha stimato almeno 150 casi accertati all’anno.

Il problema non è solo italiano. La grande indagine europea sulla violenza di genere (EU-GBV), pubblicata nel novembre 2024 e coordinata da Eurostat, FRA ed EIGE, copre 26 Paesi dell’Unione ma non contiene una sola domanda diretta sul matrimonio forzato. Al loro posto, indicatori indiretti. Stime, non misure.

Il sistema di monitoraggio più strutturato è quello del Regno Unito, dove la Forced Marriage Unit pubblica statistiche annuali dal 2005: nel 2024 ha gestito 812 contatti, di cui 229 con supporto attivo. Vent’anni di serie storica. Nel maggio 2024, con la Direttiva europea 2024/1385, il matrimonio forzato è stato finalmente criminalizzato a livello UE. Gli Stati membri hanno tempo fino a giugno 2027 per recepirla. È un passo. Ma una direttiva non produce automaticamente dati, né sistemi di raccolta.

Nel 2025 l’Istat ha avviato una nuova indagine sulla sicurezza delle donne – circa 17. 500 italiane intervistate tra marzo e agosto – che per la prima volta contiene domande dirette sui matrimoni combinati e forzati. I risultati complessivi, che includeranno anche le donne straniere, sono attesi nel 2026. Intanto il fenomeno si concentra al Nord, Emilia-Romagna e Lombardia in testa, ed è quasi assente al Sud. Ma quella distribuzione riflette anche la densità della rete di servizi: dove non ci sono centri antiviolenza attrezzati, i casi non spariscono, semplicemente non vengono rilevati.

Scrittrici anglosassoni a Firenze

Margherita Ghilardi
Constance Fenimore Wilson e Vernon Lee, scrittrici diverse a Firenze

il manifesto Alias, 21 giugno 2026

Sembra proprio che non si conoscessero. È strano, perché negli anni in cui vissero a Firenze, prima di spostarsi su colline agli estremi opposti della città, abitarono vicine, una passeggiata di un quarto d’ora sui Lungarni. Poco distante, in un albergo affacciato sul fiume, alloggiava un noto scrittore la cui amicizia ebbe un singolare riverbero sulla vita di entrambe. È anche vero però che Constance Fenimore Woolson e Violet Paget, in arte Vernon Lee, non avrebbero potuto essere più diverse. Né ad allontanarle era solo il divario dell’età.

Nata in New Hampshire nel 1840 da una vecchia famiglia americana, un prozio era l’autore dell’Ultimo dei Mohicani, cresciuta tra infiniti lutti e continui spostamenti verso ovest, Woolson arriva in Europa nel 1879, quando è già un’autrice apprezzata di racconti di frontiera e ha appena concluso la stesura di Anne (1880), il romanzo che le darà il successo. Rifugge la mondanità fiorentina, oltre che dedicarsi alla scrittura ama spingersi in lunghe passeggiate solitarie.

È timida, riservata, malinconica; determinata tuttavia e indipendente. Ci sente poco da un orecchio. Appartiene invece a un ambiente cosmopolita l’esuberante, loquace, trasgressiva Vernon Lee, nata a Boulougne-sur-Mer nel 1856 da genitori britannici ma espatriati, stravaganti e colti. Dopo molto girovagare tra Francia, Germania, Svizzera, Italia la famiglia nel 1873 si stabilisce a Firenze, dove la loro casa, non ancora la famosa villa del Palmerino, diventa un crocevia per artisti e intellettuali del vecchio e nuovo mondo. Nel 1880, quando esordisce, è soprattutto una saggista: la attraggono le fiabe, la musica del Settecento, il rinascimento italiano. I suoi interessi innervano le fantasiose ghost stories che firmerà cominciando dal fortunato Hauntings (1890).

Ad avvicinare le due terribili signorine, modelli diversi ma ugualmente icastici di scrittrice e di new woman, ci provano Giovanna Mochi e Benedetta Bini, affiancandone due racconti in un volumetto impeccabilmente curato per Marsilio, intitolato Miss Grief, Lady Tal e corredato dall’esplicativo sottotitolo Due donne, due scrittrici, due storie («Letteratura universale», pp. 151, € 16,00). Composto da Woolson alla fine del 1879, qualche mese prima di arrivare a Firenze, pubblicato in rivista nel maggio 1880 e mai riproposto in una sua raccolta, Miss Grief è apparso in una prima traduzione italiana da Sellerio nel 2002; inedito da noi anche se scritto in Italia, Lady Tal uscì originariamente in apertura di Vanitas. Polite stories, trittico licenziato da Lee nel 1892.

Al di là della comune benché discorde ambientazione italiana (una Roma astratta in Woolson e una realistica Venezia in Lee), annoda i due testi l’analoga coppia di protagonisti: l’aspirante scrittrice e il famoso scrittore sollecitato a diventarne il mentore o il maestro. In Miss Grief lo scrittore, privo di un nome ma incaricato di condurre la narrazione in prima persona, è «un costruttore di teorie» orgoglioso della sua «piccola fama» e della «grana finissima» del proprio «gusto letterario». Il Jervase Marion di Lady Tal si riconosce più perfidamente governato dal «demone dello studio psicologico» e dall’«alta missione di ficcare il naso nell’anima» degli altri. Le due curatrici li presumono ispirati entrambi a Henry James. Ovverosia al noto scrittore che alloggiava in un albergo sull’Arno.

L’ipotesi è suggestiva e molto probabilmente azzeccata; alcuni dettagli della trama lasciano addirittura supporre che Lee abbia composto Lady Tal pensando a Miss Grief, quasi fosse la risposta in un dialogo segreto o il secondo pannello di un dittico. Appare vistoso il richiamo dei ghirigori astrali da cui è trapunto Lady Tal – «il candido tappeto formato dal chiarore della luna» o l’«antico disegno persiano» ricamato dai «raggi della luna» – alla «figura» che in Miss Grief risulta impossibile estrarre dalla «fitta trama di un tappeto».

Né si tratta di un’immagine inerte, impigliatasi per caso nella memoria, se è anzi così potente che nel 1896, due anni dopo la morte di Woolson, proprio l’amico James gliela ruberà per cucirla al centro di uno dei suoi racconti più famosi, appunto La figura nel tappeto. Il narratore di Miss Grief la inventa a proposito di un personaggio del dramma che la scrittrice ha sottoposto alla sua lettura, un personaggio disarmonico secondo lui, però malgrado ogni suo tentativo inestricabile dall’insieme: «sfilacciai il tutto, e la storia non era più buona e non era più di Aaronna. Era fiacca, ed era mia».

Lo scrittore, prima risoluto a sfuggire colei che teme voglia vendergli «un vecchio merletto» e ostinato poi a correggere quel «dramma testardo» per farlo pubblicare, cede in explicit al giudizio ferreo della scrittrice: «Lei aveva il successo – ma la grande forza l’avevo io. Non è forse vero? Lo dica!».

La postura paternalistica, il narcisistico impegno profuso nel modificare l’opera femminile per adattarla a un maschile orizzonte mentale sono analoghi nei due racconti e certo ne rappresentano il comune snodo tematico; ciò non toglie che il loro legame si chiuda qui. Quasi tutto ambientato in interno, così come del tutto interiore appare la sua atmosfera espressiva, il racconto di Woolson adotta uno stile piano, dimesso, monocorde, benché lo infiammino a tratti sotterranee accensioni. La tavolozza predilige tonalità spente e polverose, scolorite come l’abito indossato da Aaronna: umile solo in apparenza, se benché mai pubblicata si sente fiera di quel lavoro a cui «il maestro» dovrà riconoscere il segno del «genio».

È la drammatica dissonanza nella vita delle donne tra capacità e successo che Woolson intende raccontare. Quando compose Miss Grief non conosceva ancora Henry James, lo incontrerà pochi mesi dopo a Firenze diventandone per sempre un’amica vera; da tempo ammirava profondamente il suo lavoro, lui dirà più tardi che era l’unica persona capace di comprenderlo. Amava allora in particolare Daisy Miller.

Respira un’aria diversa Lady Tal, si colloca a una diversa temperatura espressiva. Lee sceglie per il suo racconto un’atmosfera piena di colore e molto high society; adotta il registro brillante, un timbro spesso terribilmente comico quando non sarcastico. La «frivola» protagonista è un’aristocratica decisa a comporre un romanzo: riesce perfino a vederlo stampato grazie al pur riluttante Jervase Marion che lo riscrive di sana pianta. Se l’intenzione è morale, né le armi né tantomeno il bersaglio di Lee appaiono gli stessi di Woolson.

Per mettere alla berlina il mondo in cui vive, Lee disegna con il suo Marion una caricatura piuttosto eloquente di James, imitandone anche lo stile. Incoraggiata da un atteggiamento che le sembrava «paterno», nel 1884, poco dopo averlo conosciuto a Londra, gli aveva dedicato il suo primo romanzo, Miss Brown: all’epoca James aveva represso il proprio disappunto, ma questa volta non la perdonerà, troncando ogni loro frequentazione.

Eppure, proprio a quella frequentazione Henry James doveva l’idea del Carteggio Aspern, nato da un aneddoto ascoltato in casa Paget nel 1887. Quel libro magicamente unisce nella biografia del «Maestro» le due signorine che non si incontrarono mai, se James lo scrisse durante le settimane in cui fu ospite di Woolson a Bellosguardo. Inutile cercarle insieme dentro la sua opera, dove certo, per quanto la definisse «stupefacente», non avrebbe potuto trovare posto una ragazza irriverente come Lee.

Molto offre invece di sé l’«intensa» Woolson alla Isabel Archer di Ritratto di signora o alla protagonista senza nome dell’Altare dei morti. Gli occhi rapaci di James, così «privi di espressione» da sembrare «biglie» a una giovane Virginia Woolf, non sapranno arrendersi nemmeno davanti al suicidio di Woolson, saltata giù dalla finestra di un palazzo veneziano, se nel riordinare le sue carte la deprederà del progetto di un racconto divenuto La belva nella giungla. Con una scelta eloquente, lei aveva espresso la volontà di essere sepolta come Daisy Miller nel cimitero acattolico di Roma. Difficilmente in quel giorno di gennaio, malgrado facesse bel tempo, il clima le avrà concesso «i rigogliosi fiori primaverili» che la terra dona invece all’altrettanto intrepida eroina jamesiana.