Eneide, verso 462 del primo libro, Enea parla ad Acate e dice: “Sunt
lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt” (alla lettera: “Sono le
lacrime delle cose, e le cose mortali toccano la mente”); Augusto Rostagni traduce: “la storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente”
… il concetto di “musica del senso”
… definisce l’eccesso percepito in poesia nel momento in cui la si
ascolta. È importantissimo per un traduttore tener conto di questo
fattore. Infatti, la musicalità del testo suscita sensazioni di cui si
deve dare conto anche nella traduzione. Per questo, alla domanda: “a Lei
cosa è successo al suono dell’Eneide?”, Sermonti risponde
semplicemente: “al suono dell’Eneide mi succede quello che testimonio in
questa traduzione”. Al riguardo, l’esempio più chiaro e allo stesso
tempo più sintetico è quello fornito dal v. 462 del I libro dell’Eneide:
“sunt lacrimae rerum”, letteralmente traducibile con “sono le lacrime
delle cose”. Tuttavia questa traduzione letterale, ha spiegato Sermonti,
non assomiglia alla percezione che si ha leggendo il verso latino.
Infatti, l’espressione originaria latina rimane molto più drammatica,
familiare, radicale e tuttavia inestricabile. Ecco dunque che subentra
la sensibilità del traduttore Sermonti, il quale esplica il concetto
sintetico di tale verso virgiliano con la traduzione: “piange la
storia”. “Piange la storia” sottintende l’irreparabilità della
sofferenza delle cose, della storia. La traduzione musicale, in questo
senso, evoca proprio l’impressione che di fronte a certi eventi le cose
piangono.
https://web.sacrocuore.org/Istituto/News/tabid/63/articleType/ArticleView/articleId/1374/sunt-lacrimae-rerum-Vittorio-Sermonti-traduce-lEneide.aspx
———————————————————————–
Deux interprétations sont possibles, selon que l’on considère rerum comme un génitif objectif ou un génitif subjectif :
• génitif objectif : il y a des larmes pour les choses qui en valent
la peine ; les larmes rendent justice à la souffrance et au malheur des
hommes
• génitif subjectif (ou possessif ici) : « les choses ont des larmes», «
les objets pleurent », comme si, ayant une âme, ils pouvaient
s’associer à la douleur des hommes. (Jean Schumacher)
——————————————————————– Robert Fagles traduce, in inglese: “The world is a world of tears, and the burdens of mortality touch the heart”. E Robert Fitzgerald: “They weep here \ For how the world goes, and our life that passes \ Touches their hearts”.
———————————————————— Guido Ceronetti Sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt Nulla c’è che non pianga. La vista
delle miserie umane si fa pensiero
——————————————————-
Una traduzione più letterale e non priva di spessore poetico è: “Trasudano lacrime le cose e la finitezza insidia la mente”.
«Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti... ma il
Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore
non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non
era nel fuoco. Dopo il fuoco, una voce di silenzio sottile [il mormorio di un vento leggero]. Come l'udì,
Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso
della caverna». (Re, 19, 11-13)
Gianfranco Ravasi
Come si può evocare la presenza di Dio?Una domanda simile presuppone che Dio ci sia, esista. Prima ancora: cosa vuol dire esistere per una figura come Dio?Vuol dire forse stare lì, da qualche parte?In questo senso Dio non c'è, anche se si manifesta molte volte nella Bibbia e nel Corano. Non c'è perché non è un dato reale, è una istanza che si trova dappertutto e in nessun luogo. Si può trovare nella nostra coscienza, che non è un luogo, ma una modalità dell'essere.
Ecco perché il passo biblico citato in apertura è molto bello. Perché assegna a Dio una voce che è quasi impercettibile. Qualcosa di simile esiste nella musica moderna. Anche nella forma del silenzio, a volte, come in John Cage, per esempio.
Un suono emerge a quel punto e la sua è una presenza discreta. Anche nel momento della massima solitudine qualcosa sussiste in noi e fuori di noi. Dio è il nome che possiamo dare a questa inconsistenza, a questa presenza impalpabile. Non siamo soli al mondo: è questo il messaggio ultimo della religione intesa come culto di ciò che sfugge all'opera distruttiva del tempo.
[Gavroche] È il piccolo, grande personaggio che rende il romanzo de I miserabili
(1862) di Victor Hugo (1802-1885) davvero struggente. In questo
ragazzino allegro e spensierato, generoso e mai intimorito dalla storia
che sembra evolvere troppo rapidamente, Hugo ha fissato un’impronta di
indimenticabile «eroismo di strada». Figlio dei malvagi Thénardier,
Gavroche cresce nei vicoli di Parigi, privo di un affetto che la burbera
madre ha riservato esclusivamente alla prole femminile: il narratore
dice di lui che «non aveva né casa, né pane, né famiglia, né amore: ma
era felice perché era libero» (III, 1, 13). In questa descrizione si
racchiude l’essenza vitale del gamin de Paris che Gavroche
rappresenta; in quanto figlio di nessuno egli è dunque il perfetto
emblema di una libertà pagata, col sorriso sulle labbra, al prezzo della
vita e invocata in soccorso dei misérables che, come lui, mal
riescono ad affrancarsi dalla tribolazione ma che, tuttavia, continuano a
lottare per un ideale. Figura epica del romanzo di Hugo, Gavroche
incarna dunque, pur nella brevità della sua apparizione nel corso
dell’opera, gli ideali rivoluzionari di Libertà, Uguaglianza e
Fraternità: eroe delle barricate del 1832, egli combatte per il popolo
asservito da un potere ancora elitario a fianco dei suoi fratelli veri o
presunti, i quali riconoscono l’innata generosità di questo cuore
nobile e fiero che a dodici anni è già un uomo, e per giunta un
«filosofo» (Maurice Allem). Gavroche è, insomma, la prefigurazione del
popolo in cammino verso la propria libertà, e il linguaggio che lo
caratterizza (l’argot) è sintomatico della volontà di Hugo di
accordare una voce concreta alla plebe sfruttata e sofferente, da troppo
tempo in cerca di un riscatto morale e del recupero di una primordiale
dignità. Gavroche muore, così, cantando durante un eroico tentativo di
raccogliere dalle giubbe dei soldati morti le pallottole necessarie ai
compagni di barricata in rue Saint Denis: sprezzante di una morte che
già lo rincorre, questo étrange gamin fée si libra dunque in
volo, lasciando in eredità ai suoi fratelli parigini un’indimenticabile
lezione di coraggio. Ancora una volta, il piccolo Davide ha combattuto e
vinto contro Golia, e il popolo che egli ha rappresentato e difeso non
dovrà attendere a lungo per scorgere la propria libertà sventolare nella
bandiera tricolore. (Utet, Letteratura europea on line)
Victor Hugo I miserabili il ritratto di Gavroche
Tomo III, Libro 1, capitolo 13
Circa otto o nove anni prima degli avvenimenti che abbiamo raccontato
nella seconda parte di questa storia, sul boulevard del Tempio oppure
nei dintorni di Château-d’Eau si notava un ragazzo di undici o dodici
anni, il quale avrebbe incarnato con sufficiente esattezza il tipo del
monello abbozzato precedentemente, se al riso proprio della sua età non
avesse unito un cuore assolutamente triste e vuoto. Quel ragazzo
indossava bensì un paio di pantaloni da uomo, ma non erano di suo padre,
e aveva una camicetta donnesca che non apparteneva a sua madre.
Persone estranee l’avevano vestito di cenci per carità. Eppure aveva un
padre e una madre; ma suo padre non pensava a lui e sua madre non lo
amava. Era uno di quei ragazzi che meritano più pietà di tutti quelli
che, pur avendo padre e madre, sono tuttavia degli orfanelli.
Il ragazzo non si sentiva mai tanto bene come quando stava nella strada. Il selciato gli era meno duro del cuore di sua madre.
I suoi genitori l’avevano gettato sulla strada con una pedata. Ed egli
aveva preso subito il volo. Era un ragazzo chiassoso, pallido, svelto,
sveglio, beffardo, dall’aria vivace e malaticcia.
Andava, veniva, cantava, giocava, frugava nei rigagnoli, rubava un poco
ma allegramente come i gatti e i passeri, rideva quando lo si chiamava
galoppino, e andava in collera se lo chiamavano mascalzone. Non aveva né
casa, né pane, né fuoco, né amore; ma era allegro perché libero.
Quando questi poveri esseri diventano uomini, quasi sempre il rullo
dell’ordine sociale li incontra e li schiaccia; ma finché restano
fanciulli sfuggono perché piccini, e il minimo buco li salva.
Eppure, per quanto abbandonato, quel ragazzo poteva dire talvolta, ogni
due o tre mesi: – Toh, vado a trovare la mamma! E allora abbandonava il
boulevard, il Circo e la Porta Saint-Martin, scendeva verso il fiume,
passava i ponti, raggiungeva i sobborghi, arrivava alla Salpêtrière e si
fermava. Dove? Precisamente a quel doppio numero 50-52 che il lettore
già sa, alla topaia Gorbeau.
A quell’epoca la catapecchia 50-52, abitualmente deserta e sempre col
cartello “Affittasi”, era, cosa rara, abitata da molti individui che del
resto, come sempre accade a Parigi, non avevano alcun rapporto tra
loro. Appartenevano tutti alla classe indigente, che comincia
dall’ultimo piccolo borghese in strettezze e si prolunga di miseria in
miseria nei bassifondi della società fino a quei due esseri ai quali
vanno a finire tutte le cose materiali della civiltà: lo spazzino e il
stracciarolo.
La “principale inquilina” ai tempi di Jean Valjean era morta ed era
stata sostituita da un’altra simile. Non so quale filosofo ha detto che
le vecchie non mancano mai.
Questa nuova vecchia si chiamava Burgon e non aveva altro di notevole
nella sua vita che una dinastia di tre pappagalli che avevano regnato
sul suo cuore.
I più miserabili tra gli inquilini di quella topaia erano quattro
componenti di una famiglia: padre, madre, e due figlie già abbastanza
grandi, tutti e quattro in una sola stamberga.
A prima vista, quella famiglia non offriva nulla di particolare al di
fuori della sua estrema miseria. Il padre, prendendo a pigione la casa,
aveva detto di chiamarsi Jondrette, e appena messo piede in quella casa
aveva detto alla donna che, come la precedente, faceva da portinaia e
spazzava le scale: – Buona donna, se per caso qualcuno chiedesse di un
polacco, di un italiano o anche di uno spagnolo, sono io.
Questa era la famiglia dell’allegro monello. Egli arrivava e trovava la
povertà, la miseria, e, ciò che è più triste, nessun sorriso; il freddo
nel focolare e nei cuori. Quando entrava, gli chiedevano: – Da dove
vieni? – Rispondeva: – Dalla strada! – Sua madre gli chiedeva: – Che
vieni a fare qui?
Questo ragazzo viveva senza affetti come certe pallide erbe che nascono
nelle cantine. Non ne soffriva e non se la prendeva con nessuno perché
non sapeva che cosa dovessero essere un padre o una madre. D’altronde la
madre amava le sue sorelle.
Abbiamo dimenticato di dire che quel piccolo ragazzo veniva chiamato
Gavroche. Perché si chiamava Gavroche? Probabilmente perché suo padre si
chiamava Jondrette [altro nome di Thénardier].
XIR158621
Gavroche Leading a Demonstration, illustration from ‘Les Miserables’ by
Victor Hugo (oil on canvas) (b/w photo) by Jeanniot, Pierre Georges
(1848-1934) oil on canvas Bibliotheque Nationale, Paris, France Lauros /
Giraudon French, out of copyrightla canzone di Gavroche
tomo V, libro I, capitolo 15
Se siam brutti a Nanterre,
La colpa è di Voltaire,
Se siam sciocchi a Palaiseau,
La colpa è di Rousseau.
Se non sono un banchiere, La colpa è di Voltaire, Se casa più non ho, La colpa è di Rousseau. Se balzano è il mio carattere, La colpa è di Voltaire, Se quattrini non ho, La colpa è di Rousseau. Se son finito in terra, La colpa è di Voltaire, Col naso nel canale finirò, La colpa è di Rousseau.
E ora quale dovrebbe essere una nuova agenda di riforme per il prossimo governo?
«Non ci sono ricette magiche, ma c’è solo da continuare migliorando
ciò che è stato impostato. Secondo Istat i lavoratori italiani erano 22
milioni nel 2014, sono 23 milioni oggi. Bene, un milione in più.
Dobbiamo creare le condizioni per arrivare a 24 milioni, certo. Ma
dobbiamo anche porci il problema di come migliorare la qualità di quel
lavoro, non solo la quantità. E per farlo servono gli incentivi e gli
sgravi certo, ma anche la certezza della giustizia o la semplicità della
burocrazia. Una visione di insieme per i prossimi anni. Possiamo
permetterci di parlare di futuro perché abbiamo fatto uscire l’Italia
dalle sabbie mobili. Ma dire futuro non significa sparare promesse in
libertà: oggi ho fatto i calcoli delle ultime tre proposte elettorali di
Berlusconi. Siamo già oltre 150 miliardi e la cosa folle è che non si
scandalizzi nessun editorialista. Come le paga? Spunta un miliardario
cinese all’improvviso come è successo per il Milan o alza le tasse? Noi
del Pd non proporremo riforme mega-galattiche, non scriveremo un libro
dei sogni: siamo coerenti e concreti». (intervista di Carlo Bertini a Matteo Renzi, La Stampa, 28 dicembre 2017)
Il discorso che non c'è
Non ci sono ricette magiche, ma molto si può fare per dare un nuovo corso alla vita del Paese. Il 18 per cento circa dei giovani tra i 25 e i 34 anni non trova lavoro. Il prossimo governo lancerà un piano per l'espansione del lavoro e dell'economia. Sarà accresciuta la spesa per la ricerca, sarà apprestata una agenzia per il sostegno alla piccola e media impresa. I fondi saranno ricavati da una decisa riduzione della spesa pubblica improduttiva. Una visione di insieme per i prossimi anni comporta il passaggio a un nuovo modello di sviluppo. Si ha un bel dire che il turismo è una risorsa. L'Italia costa troppo cara rispetto ai paesi vicini dell'Europa meridionale. Bisogna rinnovare le attrezzature e trovare modi di gestione più moderni e efficienti. Nel campo della scuola, ci saranno interventi diretti a ristabilire un rapporto di fiducia con gli insegnanti e le famiglie. Per gli immigrati è indispensabile arrivare a uno sveltimento delle procedure decisionali, mentre non sarà male rimettere sul tappeto la legge sullo ius soli, in vista di un più ampio consenso.
Il titolo non riflette il contenuto dell'articolo. Chi avrebbe tolto all'Occidente il primato musicale, al tempo di Weber o dopo? Invece è interessante ragionare sulle idee di Weber alla luce degli sviluppi successivi nel campo della musica moderna. C'è stato un riavvicinamento ai suoni naturali grazie a un deciso e chiaro mutamento delle regole.
Sandro Cappelletto, Max Weber: così l'Occidente ha perso il primato musicale, La Stampa, 27 dicembre 2017
L’intera storia musicale dell’Occidente si può leggere come il
progressivo tentativo di stabilire delle regole: da Pitagora fino al
Clavicembalo ben temperato di Bach abbiamo cercato e siamo riusciti a
mettere a punto un’ “armonia ben temperata”. Ogni nota, ogni accordo,
ogni scala: l’intero universo sonoro doveva essere misurabile. E’ del
1712 la folgorante definizione del filosofo tedesco Gottfried Wilhelm
Leibniz, che riassume in nove parole l’orgoglio per avere saputo
dominare con la ragione anche la sfuggente natura del suono : «Musica
est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi» («La
musica è una pratica occulta dell’aritmetica, nella quale l’anima non sa
di calcolare». Aritmetica e anima per creare un ordine, quasi il
compositore potesse diventare simile a un Dio che accorda il moto
dell’universo. La musica degli uomini specchio della musica celeste. Ma
in questa ricerca, che cosa abbiamo perduto? Se lo chiede Max Weber in I
fondamenti razionali e sociologici della musica, uno scritto ampio e
incompiuto, pubblicato nel 1921, un anno dopo la morte del grande
intellettuale e scrittore tedesco, uscito in Italia a cura di Enrico
Fubini nel 1961 e ora ripubblicato da Il Saggiatore con il titolo
Sociologia della musica (pp.183, euro 19). Weber, che qui fonda una
disciplina portata nel Novecento da Theodor Adorno a esiti altissimi e
oggi considerata imprescindibile, rivendica la nostra appartenenza e
discendenza: «Soltanto l’innalzamento della musica polivocale alla
dignità di arte scritta ha creato il vero e proprio «compositore» e ha
assicurato alle creazioni polifoniche dell’occidente, a differenza di
tutti gli altri popoli, durata, risonanza e un costante sviluppo».
Questo primato ha portato con sé alcune rinunce. I greci della
classicità, gli arabi, gli indiani e gli asiatici sono stati e rimangno
più sensibili di noi alle tante sfumature possibili del suono, perché meno preoccupati di sistematizzare la musica, di scriverla. Di dividere i
suoni tra «razionali» e «irrazionali»: dove per «razionali» si
intendono i suoni compresi all’interno della nostra scala e per
«irrazionali» quelli che abbiamo deciso di non comprendere; tra due note
- ad esempio tra il do e il re - noi europei abbiamo stabilito che può trovare spazio soltanto un’altra nota - il do diesis o il re bemolle -
mentre la verità naturale del suono ci dice che tante altre sono le
differenze che possiamo percepire. E se i cantanti italiani sono in
genere più intonati dei colleghi tedeschi, scrive Weber, è perché nei
territori del Sud dell’Europa e mediterranei si può ancora percepire, ad
esempio nelle tradizioni popolari, la presenza delle più antiche
eredità greche e mediorientali, quando il moderno sistema armonico non
era ancora codificato. Weber, sottolinea la curatrice e traduttrice
Candida Felici, «mette in guardia dal ritenere che la presenza di
intervalli irrazionali sia propria delle musiche primitive», alle quali
va riconosciuta piena dignità e con il suo caratteristico disincanto
insiste sull’importanza, per formare il nostro giudizio di valore,
dell’abitudine all’ascolto di determinate musiche a discapito di altre.
Il primo a riconoscere il ruolo decisivo della consuetudine, cioè della
pratica culturale, nel determinare il gusto, le predilezioni come le
esclusioni, era stato Giacomo Leopardi in un Pensiero (il n. 3230),
allora stupefacente, dello Zibaldone: «Io di me posso accertare che nel
mio primo udir musiche (il che molto tardi incominciai) trovava affatto
sconvenienti, incongrue, dissonanti e discordevoli parecchie delle più
usitate combinazioni successive di tuoni, che ora mi paiono armoniche». I
dubbi che, un secolo fa, si affacciavano nell’argomentare di Weber
appaiono oggi risolti in una esplicita rinuncia da parte di antropologi e
etnomusicologi a qualsiasi ipotesi di primato riconoscibile alla musica
europea, compresa la sua tradizione colta: «La lettura della presente
opera dimostrerà come siano oggi superate quelle dicotomie che più o
meno coscientemente, ci confortavano in un certo senso di superiorità
l’orale e lo scritto, il sacro e il profano, lo statico e lo storico, la
natura e la cultura, il rurale e l’urbano, il semplice e il complesso,
l’autentico e l’inautentico», scriveva all’inizio del presente millennio
Jean-Jacques Nattiez, presentando l’Enciclopedia della Musica
pubblicata da Einaudi. Una pietra tombale, probabilmente incauta, in
ogni caso oggi globalmente condivisa dalla maggioranza degli studiosi. E
nel 1977 Arvo Pärt invitava a ricominciare facendo del nostro passato
Tabula rasa, fortunatissima opera creata nel 1977 dal compositore estone
che ha segnato la stagione, tutt’altro che conclusa, del
neo-spiritualismo musicale e del recupero di pratiche compositive
tipiche dell’antica modalità. Weber dedica riflessioni acute alla storia
dello strumento principe dell’Occidente, il pianoforte, messo a punto a
inizio Settecento dall’italiano Bartolomeo Cristofori e passato
nell’Ottocento da una produzione artigianale a industriale per
soddisfare la crescente domanda della borghesia, soprattutto del centro e
del nord Europa: «Tutta la nostra educazione alla moderna musica
armonica si basa sostanzialmente sul pianoforte, e ciò anche nel suo
aspetto negativo, poiché l’abitudine al temperamento ha certamente tolto
al nostro orecchio – l’orecchio del pubblico che ascolta – dal punto di
vista melodico una parte di quella finezza che dava l’impronta decisiva
alla raffinatezza melodica della cultura musicale dell’antichità».
Ancora una volta, regola versus natura, nella concretezza del divenire
della storia e delle scelte che in essa operiamo.
Per
Klee e per i suoi studiosi, come ad esempio per Maurice Merleau-Ponty,
l’occhio brucante dello spettatore non può fermarsi alla visione
retinica dell’opera d’arte ma [deve] aprirsi “alla visione e non al
veduto, alla genesi, a quell’evento della visione che precede la logica
della verità e della falsità.
Klee procede per sottrazione: l’oggetto rappresentato mira all’essenza e
così “nel mosaico l’artista pone un triangolo a coronamento di un
rettangolo, e ne nasce una casa; sovrappone a un quadrato un semicerchio
e l’insieme si rivela e appare una moschea; (…) il cerchio si rivela
come il sole, il semicerchio come la luna, una macchia di tratti rapidi e
leggeri come fiori e cespugli”. In Klee la scomposizione non è
distruzione della forma ma considerazione di segmenti dell’oggetto per
meglio comprendere il rapporto tra livelli di figure rappresentate.
Il quadro si trova all’Israel Museum di Gerusalemme.
Il dipinto, ispirato ad un racconto di Edgar Allan Poe, appartiene ai
soggetti, frequenti in Magritte, delle “pietrificazioni”. Magritte si
basa, come in molti dei suoi dipinti, su un paradosso visivo. Si
riconoscono diversi elementi reali: un castello su un’inospitale sommità
rocciosa, questa sospesa sul mare, un cielo chiaro abitato da bianche
nuvole. Il mare, in basso, è agitato, come lo voleva il pittore: “Un
mare tempestoso – egli scriveva – cupo come il Mare del Nord della mia
gioventù”.
Chiara
Pirani
Cabiriams, 28 novembre 2019
Un
omaggio “alla permanenza e alla memoria che si contrappongono ad
elementi mutevoli quali il mare”: è proprio questo che sembra
rappresentare l’olio su tela di Magritte
dal titolo “Il
castello dei Pirenei”,
custodito all’Israel Museum di Gerusalemme e datato 1959. Secondo
alcune testimonianze, l’opera si ispira all’isola volante di
Laputa apparsa ne “I viaggi di Gulliver”, mentre i lettori più
appassionati la ricorderanno sulla copertina de “Il castello” di
Kafka. Il dipinto fu commissionato all’artista dall’amico Harry
Torczyner, che scelse proprio il “castello sulla roccia” tra i
diversi soggetti che Magritte stesso gli propose.
Ciò
che colpisce di più l’attento osservatore, all’interno di
quest’opera, è l’evidenza
disarmante di uno dei tratti tipici del Surrealismo: il perfetto
equilibrio, nonostante si abbia a che fare con una scena del tutto
improbabile.
Eppure, quel castello bloccato in cima alla roccia sembra essere
esattamente nel posto giusto, nella posizione perfetta, in una
precisione che rasenta l’assurdo, ma che risulta paradossalmente
credibile. A fare da contorno ci sono, poi, il cielo e il mare, che
trasportano il tutto in una dimensione ancora più eterea e
impalpabile, a tratti quasi misteriosa.
Entrando
nei dettagli che costituiscono l’opera stessa, secondo alcuni è
possibile creare una sorta di parallelismo tra le componenti del
dipinto e dei risvolti filosofici: in particolare, il castello
sarebbe da assimilare al pensiero, che è fondato (elemento
rappresentato dalla roccia, che denota sicurezza e stabilità)
sull’infondatezza, data dal cielo. Tale pensiero sembra alludere a
un senso dell’essere che risulta domanda aperta, portatrice di
dubbi irrisolti e perenni, che non possono essere sciolti da alcuna
risposta, e quest’ultimo aspetto è rappresentato dal mare, ciò
che incontrollabile e inspiegabile.
René
François Ghislain Magritte (Lessines,
21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967),
meglio noto semplicemente come René Magritte, fu tra i massimi
esponenti della pittura surrealista in Belgio. Inizialmente seguace
delle correnti del Cubismo e del Futurismo, cambiò rotta grazie al
maestro de Chirico e, in particolare, al suo quadro Canto
d’amore,
in cui Magritte scoprì un nuovo modo di vedere, “che rappresentava
un taglio netto con le abitudini mentali di artisti prigionieri del
talento, dei virtuosi e di tutti i piccoli estetismi consolidati”,
come affermò egli stesso.
Il
suo segno distintivo, una volta scoperto l’amore per il
Surrealismo, fu il “trompe l’oeil”, quell’illusione che
colpisce chi è convinto di star ammirando figure e oggetti
tridimensionali e tangibili, ma in realtà dipinti su una superficie
bidimensionale, in modo tale da far quasi sparire quest’ultima,
disorientando l’osservatore e generando in lui un misto di
curiosità e stupore.
L’opera
in questione è ispirata, secondo alcune testimonianze, a un racconto
di Edgar Allan Poe e mette in scena appunto una “pietrificazione”,
tematica particolarmente cara a Magritte, creando un eccezionale
paradosso visivo che permette all’osservatore di restare sospeso
tra realtà e finzione, in un groviglio di dubbi irrisolti,
trovandosi di fronte a una scena perfettamente credibile, ma in
effetti assolutamente surreale, seppur catturata con una precisione
quasi fotografica.
Le argomentazioni di Calabresi ruotano intorno all'immagine della sottosegretaria. Non di questo soltanto si tratta. La vicenda di Banca Etruria ha procurato un danno a numerosi risparmiatori. La gestione è stata catastrofica, sono state compiute scelte dissennate per le sorti dell'istituto creditizio e dannose per la clientela. Non c'è stato un semplice incidente di percorso dovuto alla cattiva sorte. Qualcuno è stato responsabile della banca al tempo delle malversazioni. Sarà stato anche giusto tentare con aiuti esterni di salvare la baracca dal crack, ma al crack come si è arrivati? Il Pd renziano sembra deciso a trascurare la questione.
Repubblica chiede al PD di non ricandidare Boschi, Il Post, 21 dicembre 2012
Il direttore di Repubblica Mario Calabresi ha scritto oggi un editoriale molto critico sul caso Banca Etruria
chiedendo alla sottosegretaria Maria Elena Boschi di «farsi da parte»
dal Partito Democratico «e dalle sue candidature», perché «sta
diventando un fardello troppo pesante».
Ieri la Commissione parlamentare bicamerale di indagine sulle banche
ha raccolto la testimonianza di Federico Ghizzoni, ex presidente di
Unicredit. Ghizzoni ha raccontato di alcuni contatti legati a Banca
Etruria che ebbe con Boschi e con Marco Carrai, imprenditore e stretto
collaboratore del segretario del PD Matteo Renzi, negando però che
questi gli abbiano fatto delle «pressioni» perché intervenisse nella
crisi di Banca Etruria. Qui è raccontata la storia per intero.
Calabresi inizia il suo editoriale spiegando che un anno fa Repubblica
commentò la nascita del governo Gentiloni criticando la scelta di
promuovere Maria Elena Boschi, principale autrice della riforma
costituzionale bocciata al referendum, che avrebbe invece dovuto farsi
da parte, secondo lui. «Riconfermarla, scrivemmo, era “una scelta
evitabile che rafforza diffidenze, gonfia il qualunquismo e lascia un
retrogusto di furbizia e immaturità”». A quel tempo la scelta «sarebbe
stata dettata dalla sola opportunità politica» e «avrebbe evitato un
finale come quello che è davanti ai nostri occhi». Un anno dopo, dice
infatti Calabresi, «la situazione è ben più complicata e grave, le ombre
sul cosiddetto Giglio magico si sono moltiplicate e l’affare Etruria è
diventato la palla al piede di un partito che appare ostaggio del caso
di una piccola banca meno rilevante di quelli avvenuti nel Nord-Est».
Calabresi scrive che «l’uscita di scena di Boschi, non dal governo ma
dal Partito democratico e dalle sue candidature, è ora il passo
necessario e indispensabile per provare a contenere i danni e per
mostrare ai propri elettori di aver compreso la differenza tra interesse
generale e interesse familiare». Calabresi cita Marco Carrai («che di
Matteo Renzi è da sempre non solo l’uomo di fiducia ma anche una specie
di gemello siamese») e spiega che a Maria Elena Boschi continua a
sfuggire «il concetto dell’opportunità e contemporaneamente quello del
conflitto d’interessi»:
«La vicenda Boschi va esaminata su due piani, diversi ma
connessi. È comprensibile, perfino fisiologico, che un politico si
occupi del territorio in cui viene eletto. Cura gli interessi dei suoi
elettori, è deputato a fare questo. Del resto, le crisi bancarie in
Italia sono sempre state risolte attraverso fusioni e acquisizioni. È
stata la linea seguita da tutte le nostre Istituzioni.
Per la sottosegretaria, però, non è in discussione questo piano. Ma
l’altro. Non è accettabile che un ministro della Repubblica si occupi di
una questione che fa riferimento diretto al padre. Il rapporto di
parentela con l’allora vicepresidente di Banca Etruria è il nucleo di un
conflitto di interessi che sarebbe censurato in qualsiasi democrazia
occidentale. Le regole morali e politiche del conflitto di interessi non
possono funzionare a giorni alterni o a governi alterni. Questo è il
cuore del problema, non se siano stati commessi illeciti. Di cui nessuno
è a conoscenza. E questa ostinazione mostra quel grumo di potere locale
da cui, evidentemente, la sottosegretaria non riesce a prendere le
distanze».
Calabresi spiega che il PD «non può farsi carico di questa
situazione», che Maria Elena Boschi «sta diventando un fardello troppo
pesante per la principale forza riformista di questo Paese» e che lei
stessa «dovrebbe con responsabilità liberare da questo peso il partito
che le ha consentito di approdare in Parlamento e al governo».
Il direttore di Repubblica conclude l’editoriale parlando di Renzi e del PD. E dice:
«(…) Il segretario [dovrebbe] accettare l’idea che il
bene del Paese e del Pd vengono prima della difesa di un componente del
suo gruppo dirigente. A meno di non voler avallare l’idea che il vertice
del Partito democratico possa liberamente essere sovrapposto al
fantomatico Giglio magico.
Perché in discussione non c’è solo l’esito delle imminenti elezioni,
già piuttosto incerte. Il Pd deve porre ora le premesse per assicurarsi
la possibilità di rimanere competitivo nei prossimi anni. Il
centrosinistra affronta stavolta la partita più difficile. La posta in
gioco non è la vittoria o la sconfitta — questo appartiene alla
fisiologia di una democrazia — ma che rimanga in vita la prospettiva di
un moderno centrosinistra capace di governare i processi e le sfide di
questo millennio. E per provare a invertire la rotta e risalire la china
ci vogliono gesti netti e chiari, non sterili rivendicazioni che
ipotecano il futuro».
Questa mattina, intervistato
su TGcom24, Matteo Renzi ha risposto indirettamente all’editoriale di
Calabresi dicendo che «un politico si fa giudicare dai cittadini: quindi
saranno le elezioni a giudicare se qualsiasi politico, non soltanto
Maria Elena Boschi debba essere riportato in Parlamento oppure no.
Quindi per noi questa è una discussione che non esiste». E ancora:
«Vorrei che la campagna elettorale fosse sui contenuti. Condivido le
parole che il ministro Boschi ha detto oggi sulla Stampa, dove ha parlato di “caccia alla donna” e ha confermato di volersi candidare».
Claudio Cerasa, Grasso, l'improvvisazione di un leader, Il Foglio, 19 dicembre 2017
Professor Cassese, che ne pensa delle foglioline nel simbolo di Liberi e uguali?
Anche lei prigioniero degli epifenomeni, perduto nei dettagli, invece di andare all’essenziale.
Che sarebbe?
Chi ha scelto il nuovo leader della sinistra, come è stato scelto, quali sono stati i primi atti nel nuovo ruolo.
Cominciamo con il primo punto: chi l’ha scelto e perché.
La vicenda è un bell’esempio di come si fa politica oggi in Italia e
di come si costruisce, improvvisando, un leader. La sinistra-sinistra
ha buttato alle ortiche tutta la sua tradizione: non ha scelto un
operaio, o un dirigente sindacale, o una persona sperimentata in
battaglie civili, o uno dei suoi molti dirigenti politici, ma una
persona in vista, in ragione della sua carica. La sinistra-sinistra
sarebbe quella che sostiene la giustizia sociale, quella grande. Ha
optato per la giustizia dei tribunali (o, meglio, delle procure), quella
piccola. In questo prendere a prestito, in questo ricorrere
all’esterno, noto una perdita di identità, una dichiarazione di
impotenza, o – se vuole – di incapacità.
Ma non è la prima volta che le forze
politiche si rivolgono all’esterno, non riuscendo a trovare al proprio
interno personale adatto.
Giusto. Ma ci sono molte differenze. Il Pci aveva creato la Sinistra
indipendente, ma i parlamentari che vi militavano non erano i leader,
erano piuttosto i consiglieri disinteressati, i compagni di strada,
spesso gli esperti che aprivano la strada. Berlusconi, quando a sua
volta dovette scegliere compagni di strada, optò per Giuliano Urbani, un
professore socialista e per Antonio Martino, un professore liberale.
Erano scelte significative degli orientamenti politici ai quali
dichiarava di ispirarsi Berlusconi, erano in un certo senso simboli. E
non erano certamente i leader, quanto piuttosto i “consiglieri del
principe”.
Questo è chiaro. Passiamo al secondo aspetto: chi l’ha scelto? Qui entriamo in un campo meno noto. Sappiamo che
la scelta è frutto di una tipica decisione oligarchica, di una
decisione dall’alto. Per quel che sappiamo, tre persone, Speranza,
Fratoianni e Civati, si sono recati dal presidente del Senato per
offrirgli questa leadership. Per quel che sappiamo – ed è già
significativo che le debba dire questo con tante cautele – alla
“convention” dell’Atlantico c’erano 1.500 delegati (ma non sappiamo
delegati di chi e da chi; sappiamo che erano stati eletti da qualcuno
“lo scorso fine settimana”). Non risulta che vi fossero competitori.
Insomma, il nuovo leader è stato eletto, scelto, nominato? Non sappiamo
perché lui e non altri, ad esempio un generale distintosi in battaglia.
Non sappiamo a nome di chi parlerà. Non sappiamo come potrà arricchire
il dibattito pubblico, quali nuove esperienze potrà portarvi, che
parlino al cuore e alla mente delle “masse di sinistra”, spieghino quali
idee abbia per la necessaria rinascita della scuola, per il futuro dei
giovani costretti a emigrare, per la riduzione del fardello costituito
dal debito, insomma, per tutti i temi di cui la sinistra si riempie la
bocca, restando incapace di fare proposte.
Insomma, lei è molto critico, non tanto della persona scelta quanto di chi l’ha prescelto. Passeremo tra un momento alla persona. Per ora
mi lasci concludere che trovo criteri e procedura criticabili sia per
quel che rappresentano, sia per quel che rivelano e che
l’improvvisazione del leader ricorda Napoleone che si incoronò re
d’Italia nel 1805 imponendosi da solo la corona sul capo. Chi gli ha
procurato la corona non era uscito dal Pd (o si era rifiutato di
entrarvi) perché non amava l’“uomo solo al comando”? Perché ora mette un
“uomo solo al comando”, invece di scegliere una direzione collegiale,
per di più “personalizzando” il partito con il nome del leader nel
simbolo?
Ma lei dimentica i meriti del prescelto. Non li dimentico. Anzi, voglio passarli in
rassegna, per chiedermi quali meriti vi siano, oltre alla “visibilità”
procuratagli di recente dall’essere titolare di quella che si chiama
seconda più alta carica dello Stato. Voglio cercare di spiegare che uno
può avere grandissimi meriti (essere ad esempio un premio Nobel della
chimica), ma non quelli che sono adatti a guidare un movimento politico,
e per di più non di notabili, ma di “masse popolari”.
Capisco: lei è alla ricerca dei “titoli” del
prescelto, delle prove che ha dato nella sua vita per dimostrare di
poter essere un capo di partito di sinistra. Esatto. Dal curriculum che si può leggere nel
sito del Senato risulta che nei più di 40 anni di magistratura è stato
giudice per circa 7 anni. La restante parte della sua vita è stata
trascorsa nelle procure e nel ministero della Giustizia. Il nuovo leader
ha dichiarato, più o meno testualmente, “posso guidare una formazione
politica. Se ne accorgeranno tutti”, assumendo che chi ha governato
procure può anche assicurare il buon governo del partito e del paese (si
è proposto infatti la ricostruzione della sinistra e quindi del paese).
Come procuratore, in sede locale e poi nella procura nazionale, si è
interessato della repressione dei reati, ha guidato la polizia
giudiziaria, ha disposto misure cautelari, ha coordinato investigazioni,
ha acquisito informazioni e dati attinenti alla criminalità
organizzata. Tutto questo in funzione della “lotta alla mafia” e alla
criminalità organizzata.
Mi sembra di sentire nelle sue parole l’eco
di quanto scrisse Sciascia nel gennaio 1987, per cui nulla vale più, in
Sicilia, per fare carriera nella magistratura del prendere parte a
processi di mafia. Si sbaglia, come forse sbagliava Sciascia nel
parlare dei “professionisti dell’antimafia”. Voglio riflettere su
qualcosa di diverso. Su che cosa può simboleggiare per la sinistra e per
il paese identificare in un “accusatore-investigatore” la guida
politica.
Ma il presidente del Senato ha esposto le linee per la costruzione di “una nuova casa per un’Italia di liberi e uguali”. Ma proprio qui si rivelano le debolezze maggiori
della candidatura. Liberi e uguali: ma chi è contro la libertà e
l’uguaglianza, oggi, in Italia? E dove è il programma? Nel discorso “di
investitura”, il candidato ha solennemente dichiarato “avremo un
programma scritto e ideato attraverso un percorso partecipato”. E’ forse
la prima volta nella storia che un movimento politico si presenta senza
una “offerta politica”, senza quella che i britannici chiamano
“platform”. Insomma, il vuoto della politica, il vuoto programmatico.
Lei tralascia il fatto che il candidato da cinque anni è in Parlamento, avendo lasciato i ruoli della magistratura. Apprezzo molto che abbia abbandonato i ranghi di
quello che dovrebbe essere un potere indipendente, a differenza di
molti altri. Apprezzo meno che abbia anche lui “cambiato casacca”,
abbandonando il partito nelle cui file si era candidato ed era stato
eletto e iscrivendosi a un altro gruppo parlamentare. Apprezzo meno che
non si sia dimesso dalla carica prima di candidarsi leader o di
accettare la leadership che gli veniva offerta. Nelle assemblee
parlamentari c’è una tradizione che risale all’800 per la quale i
presidenti non votano. Saragat, Fanfani, Merzagora, in circostanze
comparabili, si dimisero. Apprezzo meno il cattivo esempio che la
scalata alla politica dà a tanti giovani magistrati, tentati da quella
che ho definito in passato politicizzazione endogena dell’ordine
giudiziario.
Non è troppo critico del nuovo leader, non dimentica che altri fanno lo stesso? Vero: anche Berlusconi cerca “volti nuovi”. Ma
lui è come Crono, che secondo la teogonia esiodea divorava i propri
figli temendo che lo privassero del potere. E non le pare che le forze
politiche, quel che resta del mondo politico in Italia, dovrebbero
preoccuparsi di questa “ricerca dell’altro”, che non si sa mai se sia un
modo di presentare meglio la vetrina, oppure una maniera di cambiare la
merce del negozio. Povero il paese che ha bisogno di eroi, povero il
paese che deve ricorrere ai procuratori, povera la sinistra che incorona
un proprio leader senza neppure sapere se è di sinistra.
La moglie di Cesare, si sa, dovrebbe essere
al di sopra di ogni sospetto. Nota bene: la moglie di Cesare era colpevole di
adulterio. Fu suo marito a usare quella formula, volendo evitare ogni ulteriore
accertamento. Maria Elena Boschi non è la moglie di Cesare. E' solo una sua amica e stretta collaboratrice, il che è quasi lo
stesso. Avrebbe dovuto dimettersi già un anno fa. Non tanto tempo prima, nel 2015, Maurizio Lupi ha dovuto
lasciare il governo per via di un orologio regalato al figlio. All'onorevole
Boschi si rimprovera la parentela con persone che hanno mantenuto le loro
posizioni nella Banca Etruria in un tempo di grave crisi. Una prova chiara
della sua colpevolezza non è ancora emersa. Tuttavia il rumore intorno al suo
caso viene alimentato da notizie che si rincorrono giorno dopo giorno nei
notiziari televisivi e nei giornali. Il suo partito, il Pd, di questo passo è
sceso nei sondaggi al livello più basso mai toccato negli ultimi cinque anni.
Sotto il 25 per cento. Si parla ormai di voto utile a favore della Destra o dei
Cinque stelle, i veri contendenti alle elezioni previste per marzo. Il fatto è che Cesare nell'Italia del 2017
non è più Cesare. Lui stesso parla apertamente di un incarico che dopo le
elezioni andrebbe ad altri nel caso (sempre più improbabile) di una vittoria o
di una affermazione significativa. Si spara su Boschi per colpire lui, Renzi. E
l'obiettivo è stato ampiamente raggiunto. Nel 2001 l'Ulivo non osò presentare
come candidato alla presidenza del Consiglio Amato che stava ricoprendo quel
ruolo. Fu scelto Rutelli e si sa come andò. Ora il Pd insiste nel presentare
come figura di punta Renzi che non ricopre alcun ruolo di governo. Ecco perché
la moglie di Cesare affronta il martirio. Quanto deve durare ancora questa
commedia? Bisogna proprio che la popolarità di Renzi scenda sotto il 20 per
cento perché qualcuno si decida a reagire e si faccia avanti? Sfortunato il
paese che ha bisogno di eroi, diceva il poeta. A mali estremi, estremi rimedi,
diciamo noi. Uno o due eroi a questo punto sarebbero proprio necessari.