Francesco Fiorentino
Uwe Johnson torna dove Ingeborg vide Hitler
il manifesto, 14 giugno 2026
«Una spiegazione generale del mondo e della storia» – scrive Italo Calvino nella Strada di San Giovanni – «deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra». È la casa dell’infanzia, dunque, a determinare la prospettiva entro cui per ogni individuo prendono forma lo spazio e il tempo del resto del mondo: a maggior ragione per chi scrive, tanto più se quel luogo viene sottratto con la violenza, com’è avvenuto a Ingeborg Bachmann, che aveva dodici anni quando le truppe di Hitler entrarono nella sua città: «Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziano con questo giorno», una lacerazione che strutturererà la memoria e l’esperienza di una delle scrittrici più grandi del Novecento. L’invasione nazista dell’Austria è per la ragazzina che tutti chiamavano Inge un’«immane brutalità», dalla quale le deriva una frattura angosciosa e irreparabile tra la propria soggettività e il mondo della vita.
Come molti altri scrittori alla ricerca di una dimora che possa placare il loro senso di sradicamento, anche Bachmann l’ha cercata e trovata a Roma, dove visse per molti anni e dove è morta il 17 ottobre 1973; ma è a Klagenfurt che venne sepolta, la città da cui era fuggita e in cui riusciva a tornare solo per visite brevi e con molta difficoltà: «non sarebbe lecito essere cresciuti qui ed essere io, e ritornarci ancora», scriverà.
Legato a Bachmann da un’amicizia intensa, traversata da un’ammirazione profonda e riservata, Uwe Johnson, anche lui scrittore tra i più originali del secondo Novecento, ha fatto dell’intreccio tra memoria dei luoghi, storia collettiva e biografie individuali uno dei temi centrali della sua scrittura. Non riuscì a partecipare al funerale dell’amica, e così, quattro giorni dopo la sepoltura, il 29 ottobre 1973, andò a Klagenfurt per renderle omaggio, visitare la sua tomba e cercare i luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Aveva intuito quale ruolo la città d’origine avesse avuto nella storia di Ingeborg, e avrebbe voluto che fosse stata lei a mostrargliela; ma non fecero in tempo. Johnson decise di compiere quel viaggio da solo, facendosi guidare da una costellazione di frasi dell’amica.
Trascorse quattro giorni a Klagenfurt nel tentativo di rintracciare le «condizioni oggettive» della memoria sofferente di lei, le ragioni «della sua fuga» dall’Austria e «della sua scelta di vivere a Roma».
Un anno dopo, da Suhrkamp, uscì Un viaggio a Klagenfurt, il resoconto letterario di questo soggiorno, e nel 1988 Luigi Reitani ne curò l’edizione italiana per i tipi di SE, che ora L’orma editore ripropone con l’aggiunta di una splendida recensione di Heinrich Böll (che qui accanto, in parte anticipiamo, pp. 144, € 18,00).
Johnson assembla e commenta documenti sulla Klagenfurt del passato e del presente, sulla storia della Carinzia dilaniata da conflitti etnici tra slavi e tedeschi, sugli sconvolgimenti dell’occupazione tedesca e poi di quella britannica.
Combinando materiali eterogenei – informazioni sulle derive turistiche del dopoguerra e dati statistici sui bombardamenti subiti dalla città, ampi estratti da quotidiani cittadini, dai testi dell’amica e dalla loro corrispondenza – il magistrale montaggio di Johnson riesce a restituire le coordinate storiche di un vissuto dolorante con una concretezza che ha effetti perturbanti proprio perché non si affida mai alla linearità del racconto.
La scrittura si muove inquieta, come a ricordarci che il vero lavoro della rammemorazione – quello che si espone alla sfida di lasciar emergere quanto è stato rimosso – non si realizza in un movimento che ricompone, ma in un’attività che disgiunge, disarticola, analizza. Johnson procede per deviazioni e accostamenti inaspettati, lasciandosi attirare lungo traiettorie che sembrano portare lontano dalla vicenda esistenziale dell’amica, ma che per vie oblique continuano a gravitarle intorno. Quando si ferma sulla storia del Cimitero acattolico del Testaccio, a Roma, per esempio, continua in realtà a parlare per via indiretta di Bachmann, della condizione di straniera a cui il trauma infantile l’ha consegnata. A Roma il senso di estraneità sembra sospeso, attenuato da una familiarità viscerale ma piena di riserbo, dal sentimento di partecipazione a una realtà quotidiana fatta di azioni semplici e piene di senso: «dal cucinare e lavare, dal picchiare e accarezzare i bambini, dall’imprecare e cantare… in verità ognuno lavora per proprio conto nel modo più discreto».
È una sensibilità piena di garbo quella che permette a Uwe Johnson di comprendere il nucleo traumatico dell’opera di Bachmann, e dà luogo a un piccolo capolavoro di scrittura dell’amicizia, dove il ricordare la sodale di giorni passati diventa una costruzione di memorie congiunte, fatte di continui inserti delle parole di lei.

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