Francesco Bei
Lo show di Vannacci in tv: "I migranti vanno deportati, sono io la destra autentica"
la Repubblica, 11 giugno 2026
Camicia di lino a righe, niente giacca e cravatta, le modaiole Heydude ai piedi, il Generalissimo debutta da Lilli Gruber in versione Versilia. Ma il repertorio, a differenza dell’outfit leggero, è copiato dalla pesante tetraggine dell’estrema destra europea. A partire dalla questione immigrati, per la quale Roberto Vannacci sdogana un’altra parola tabù: deportazione. «Se con “deportazione” intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo: dobbiamo portarli in un Paese sicuro che li accetterà e poi li instraderà verso il loro Paese».
Con Gruber e Lina Palmerini è un braccio di ferro per l’intera puntata, a partire dalla definizione di estrema destra. «No, mi definisco di destra autentica». Senza mai alzare la voce, il leader di Futuro nazionale batte e ribatte sull’immigrazione, terreno di gioco prediletto. «Vanno remigrati coloro che non hanno motivo e diritto di essere da noi. Sono la maggior parte. Come si fa la remigrazione? Intanto, creando tanti cpr. Ci sono già accordi bilaterali per il rimpatrio, con quasi tutti i Paesi. Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare sull’applicazione di questi accordi vota contro». Tutti i problemi della maggioranza, dall’immigrazione alla mancata cancellazione del “green deal”, derivano per Vannacci dal tradimento di Forza Italia.
La sostanza è che Meloni non sarebbe poi così male, se non fosse frenata da Tajani, quasi che Vannacci suggerisca una sostituzione tra il suo partito e Fi. «Con il presidente del Consiglio ho tante idee in comune, il problema poi è stato come metterle a terra, la deriva che c’è stata: molte delle cose proposte non sono state realizzate. Molte posizioni che vengono prese in Europa da alcuni partiti di questa coalizione di centrodestra sono le stesse che prende il Pd. Credo che Meloni sia ancora una destra autentica, ma probabilmente dovrebbe dimostrarlo di più». Quella di Fratelli d’Italia «è una destra che ha perso la trebisonda; Vannacci è il sestante che fa il punto nave e riporta sulla giusta rotta». A FdI non apprezzano, come dimostra la risposta piccata di Giovanni Donzelli a Point break: «Non vedo perché dovrei parlare di alleanza con uno che è contro di noi esattamente come il Pd. Vannacci è tra quelli che vorrebbero far cadere il governo Meloni».
L’attacco più duro il generale lo riserva a Marina Berlusconi, la quale dovrà spiegare «a che titolo parla, non ha un ruolo politico. Come finanziatrice di Forza Italia? Nel caso, prendiamo atto che è un partito eterodiretto dalla finanza e dall’editoria».
Le giornaliste lo incalzano sui rapporti con la Lega, Gruber mostra i comizi in cui il generale giurava e spergiurava di non voler usare il Carroccio come un taxi. Oggi il film è molto diverso, ma Vannacci rivendica di essere sempre la stessa persona: «Se la Lega fa la sovranista a giorni alterni non fa per me. Se vota contro le armi in Ucraina in Europa e invece in Italia vota per il decreto armi, è un problema di coerenza della Lega. Se la Lega si presenta come promotrice della famiglia naturale e poi invita i rappresentanti della comunità Lgbtq alle riunioni di partito non è un problema di Vannacci». Applaudono forte la trentina di tesserati di Fn radunati al parco Verga di Milano per guardare insieme il match come al pub, tramite una tv posizionata in un chiosco.
Quanto al leader leghista, prima esaltato e poi abbandonato, il generale si difende: «Non ho usato Salvini, lui ha usato me per prendere 500mila voti. Oggi il mio partito ha fatto 100mila iscritti, in soli tre mesi sono tutti quelli che probabilmente mi hanno votato quando ero nella Lega, senza voler votare Lega». Purtroppo la puntata finisce prima di parlare della Russia, di cui Vannacci è un grande fan. Si accenna tuttavia alla questione alleanza con il centrodestra, l’elefante nella stanza di tutti i vertici della maggioranza. Il leader di Fn dice e non dice, lascia rosolare i suoi potenziali alleati che guardano con crescente preoccupazione quel quasi 5 per cento a cui lo danno gli ultimi sondaggi. «Al momento un accordo non è all’ordine del giorno. Futuro Nazionale è un partito non ancora nato, con un programma che verrà spiegato all’assemblea costituente di questo fine settimana. Le alleanze si faranno a ridosso delle elezioni». Il problema ideologico non dovrebbe essere insormontabile, visto che già 20 anni fa Silvio Berlusconi si presentava alle elezioni insieme a una lista (Alternativa sociale) con dentro fascistoni come quelli del Ms di Rauti, Fn di Roberto Fiore e il Fronte sociale di Adriano Tilgher.
Infine una parola sui transfughi approdati sulla sua scialuppa. «I miei sono i rifiuti degli altri. A me sta bene, voglio la sporca dozzina». È la battuta più riuscita della trasmissione.
Alessandro De Angelis
Quell'ossessione a destra. Così Meloni è caduta nella trappola del generale Vannacci
La Stampa, 11 giugno 2026
Guardando la performance di Roberto Vannacci a Otto e Mezzo, nel contesto di un’intervista vera di Lilli Gruber, viene davvero da chiedersi, per quel che ha detto e per quel che rappresenta comprese le “simpatie russe”, come sia possibile che un siffatto fenomeno, ai limiti della caricatura, eserciti un potere così condizionante nel centrodestra. Il condizionamento è evidente: il tema del rapporto con Futuro nazionale tiene già banco, anche se non si vota domani, tra ovvie smentite (ora) e rumorosi retropensieri. E più in generale la sindrome del “mai un nemico a destra” è ravvisabile in diversi sintomi, a partire dall’Ucraina, finora il terreno su cui Giorgia Meloni ha costruito la sua credibilità internazionale: la freddezza sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, la mancata partecipazione ai vertici chiamati a discutere di questo, un racconto diventato molto più prudente.
È la storia di un’ossessione destinata a crescere, secondo il meccanismo che si è prodotto. L’opposto di un poetico “non ti curar di lui, ma guarda e passa”. E lui, il Generale, consapevole di essere diventato tale (un’ossessione), la alimenta sapientemente. La partecipazione a una trasmissione “ostile”, dove i suoi competitor di destra non vanno, serve proprio a questo. Lo facevano anche Meloni e Salvini quando erano all’opposizione: si gioca fuori casa, le clip rimbalzano sui social, tutto tende alla costruzione di un racconto del leader che, petto in fuori, combatte contro gli “avversari” in nome di bandiere che gli altri hanno ammainato. Insomma, per dirla con Nanni Moretti, mi si nota più se vado.
Ma davvero Vannacci è meritevole di cotanto turbamento? Si suggerisce prudenza nel considerare un epifenomeno della crisi della democrazia come un’identità che si va consolidando. I parlamentari che raccatta sono solo personaggi in cerca di un altro giro in Parlamento. I sondaggi non raccontano di un boom paragonabile ad altri populismi allo stato nascente, ai tempi della grande ondata di rabbia, da Grillo a Salvini alla stessa Meloni.
Per consistenza identitaria, poi, Vannacci è imparagonabile a ciò che aspira a diventare: il Front National è una storia reale e collettiva, che parte davvero da lontano. Un filo nero che attraversa la storia francese, così robusto che, infatti, la sfida da destra del polemista Éric Zemmour – brutale, caricaturale e pure filorusso come Vannacci – dopo un momento di successo mediatico, nelle urne ha registrato la fine della sua illusione. Lo stesso discorso vale per AfD in Germania, ove la rabbia di chi, ad est, si sente sconfitto dalla riunificazione e, con essa, dall’Europa e dal globalismo, si sposa con il gigantesco rimosso del nazismo, tragedia molto più elaborata a ovest che nei Paesi della Stasi.
E allora vanno cercate altrove le radici dell’ossessione. Vannacci – lo avete sentito – dice cose che gli attuali sovranisti di governo dicevano, pensavano, magari pensano ancora, ma non possono fare. Il Vannacci “fuori” turba il Vannacci “dentro” di chi, in cuor suo, vive il cambiamento non come evoluzione ma come un tradimento.
E poi, per la premier, il Generale, potenzialmente, può rappresentare un’opportunità tattica per gestire Marina Berlusconi. Ovvero, colei che considera per quid, storia e convinzioni la vera minaccia per la sua leadership. Minaccia, non opportunità per un film diverso, che pure potrebbe avere una forza maggioritaria: due donne, che aprono una nuova fase, allargano, gestiscono la partita di palazzo Chigi e Quirinale, eccetera.
La carta Vannacci potrebbe servire, al momento giusto, per dire alla Cavaliera, con l’appoggio di Tajani e Salvini che, se si vince, restano in sella: quei voti ci servono per tornare al governo, ti assumi tu la responsabilità della sconfitta dicendo no? Certo, anche lui non deve tirare troppo la corda. E infatti a Otto e Mezzo non l’ha tirata. È stato non a caso molto più tranchant con Marina che con la premier. Vabbè, è lunga, molto lunga. Però, ecco, un dato è acquisito. Dalla “trappola dell’identità” proprio non se ne esce.
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