Stefano Carpani
A lezione da Jung: "La conoscenza di sé è un veleno che non tutti possono assumere"
La Stampa, 7 giugno 2026
A sessantacinque anni dalla morte, Carl Gustav Jung continua a occupare un luogo singolare nell’immaginario contemporaneo, ben oltre i confini della psicoanalisi. Per alcuni resta un visionario, per altri una figura controversa. Eppure, al di là delle caricature e delle semplificazioni (dalle biografie romanzate alle trasposizioni cinematografiche come A Dangerous Method di David Cronenberg), continua ad essere una delle grandi figure intellettuali del Novecento.
Come osserva Stefano Candellieri, fu un intellettuale omericamente “polìtropo”, cioè dal multiforme ingegno: clinico rigoroso, sperimentatore innovativo, pensatore capace di attraversare discipline e linguaggi diversi senza mai ridurre la complessità dell’esperienza umana a un sistema chiuso. La sua influenza, infatti, non si limita al mondo clinico, e il suo pensiero ha attraversato filosofia, antropologia, arte, letteratura, studi religiosi, neuroscienze e teoria politica, continuando ancora oggi a offrire strumenti per interpretare il disagio contemporaneo (non solo psichico).In Ricordi, sogni, riflessioni, curato con Aniela Jaffé, Jung scriveva: «Ho visto persone diventare nevrotiche quando si accontentavano di risposte inadeguate o sbagliate alle domande della vita. Cercano posizione sociale, matrimonio, reputazione, successo esteriore o denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando ottengono ciò che stavano cercando». Jung descrive individui apparentemente realizzati, perfettamente integrati e persino vincenti secondo i parametri della modernità, ma vuoti. Persone che inseguono obiettivi socialmente riconosciuti senza interrogarsi davvero su chi siano. E questo passaggio colpisce ancora oggi per la sua lucidità.
Per Jung, molte forme di sofferenza nascevano proprio da questo scarto tra vita esteriore e vita interiore. L’essere umano, sosteneva, non può vivere soltanto di adattamento sociale. Per questo attribuiva un’importanza decisiva allo sviluppo interiore: non un semplice miglioramento personale, ma un processo complesso e spesso doloroso che chiamò “individuazione”, cioè il tentativo di diventare ciò che si è realmente integrando gli aspetti inconsci della psiche.
La salute psichica, per Jung, coincideva con la capacità di sostenere il confronto con la propria interiorità. L’analisi non era quindi una tecnica per eliminare sintomi, bensì un’esperienza trasformativa e culturale capace di andare oltre l’immagine che l’individuo ha di sé. «La cura può essere un veleno che non tutti possono assumere», avvertiva, «oppure un’operazione che, quando è controindicata, può rivelarsi fatale». La conoscenza di sé non era dunque un percorso rassicurante. Ogni trasformazione autentica implica una perdita, una destabilizzazione dell’identità precedente. Ed è proprio questo che rende il pensiero junghiano così distante dalle molte forme contemporanee di auto-aiuto, spesso orientate a un benessere rapido, performativo e superficiale.
Un altro tema centrale della sua riflessione riguarda la paura. «Ovunque vi sia una discesa nell’esperienza più intima, nel nucleo della personalità», scriveva, «la maggior parte delle persone viene sopraffatta dalla paura, e molti fuggono». In questa intuizione si concentra gran parte della sua antropologia: l’essere umano teme l’incontro con se stesso. L’attivismo incessante, la produttività compulsiva o le identificazioni collettive possono così diventare strategie per evitare il confronto con le parti più oscure e contraddittorie della psiche. Da qui deriva anche uno dei concetti più celebri e fraintesi di Jung: l’ombra. Quando non viene riconosciuta, sosteneva, tende a proiettarsi sugli altri — sul nemico politico, sul diverso, sullo straniero, sull’avversario morale.
È per questo, a mio modo di vedere, che l´approccio junghiano, post-junghiano e neo-junghiano continua a essere evocato nel dibattito culturale e politico contemporaneo. In un mondo segnato dalla polarizzazione, dalla costruzione continua di nemici e dalla radicalizzazione identitaria, Jung ricordava che il male non è mai soltanto esterno. Ogni società, come ogni individuo, porta dentro di sé una zona d’ombra che preferisce non vedere.

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