Adil Mauro
Le ragazzine non si sposano, il fenomeno dei matrimoni forzati in Italia prospera nell'ignoranza
La Stampa, 21 giugno 2026
Una domenica di primavera, lungo i canali del porto di Ravenna, tre ragazze si raccontano. Una è di origine afghana, una marocchina, una del Bangladesh. Si sono conosciute da poco e parlano delle loro famiglie e delle violenze che hanno subìto. Una ha denunciato i genitori per violenza religiosa domestica. Un’altra è incinta del suo compagno – non dell’uomo a cui era stata data in moglie – ed è riuscita a sottrarsi a quel matrimonio imposto. La terza sta ancora percorrendo la sua strada. A seguirle, da anni, un’avvocata e le operatrici di un’associazione del territorio. La ragazza incinta, a chi la segue, ha fatto una domanda: «Secondo te, quando verrà il momento di partorire, potrà esserci la mia mamma?». Non è una domanda sentimentale. È la domanda di chi ha scelto la libertà sapendo che ha un prezzo, e che quel prezzo è spesso la famiglia.
Storie come queste emergono raramente. Nel mondo, secondo il rapporto The State of World Population 2023, sono circa 650 milioni le donne che hanno subìto un matrimonio forzato o precoce. In Italia non sappiamo quante siano. I dati mancano, sono frammentati, o semplicemente non vengono raccolti. E questa lacuna non è un caso.
Alessandra Capobianchi, ricercatrice dell’Istat per la Struttura Violenza, Sicurezza e Statistiche giudiziarie, ha presentato di recente a un convegno a Brescia una mappa delle fonti disponibili. È una mappa che fotografa, più che i dati, i buchi nei dati. I confini tra consenso e coercizione non sono sempre nitidi. Le definizioni cambiano a seconda della fonte. I dati sono frammentati tra soggetti istituzionali diversi. Il sommerso, per definizione, non emerge.
La Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato nel 2013, distingue il matrimonio forzato, dove manca il consenso libero e informato, dal matrimonio precoce, dove almeno una delle parti ha meno di diciott’anni, e da quello combinato, organizzato dalla famiglia ma teoricamente consensuale. Le tre categorie si sovrappongono. Quando si confrontano i dati tra fonti diverse, o tra Paesi diversi, spesso si parla di cose diverse con lo stesso nome. «Il fenomeno rimane sottostimato, i dati sono disaggregati e il matrimonio forzato non è incluso nel piano d’azione nazionale antiviolenza. Il sommerso è immenso», riassume Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea. Non esistono, aggiunge, dati ufficiali che isolino il fenomeno senza limiti d’età: la maggior parte delle convenzioni internazionali si concentra sulla protezione dei minori. Ma il matrimonio forzato colpisce anche le donne adulte.
Quello che i numeri disponibili ci dicono è comunque eloquente. Nel 2024, secondo l’indagine Istat sull’utenza dei centri antiviolenza, sono state 375 le donne in un percorso di uscita dalla violenza che avevano subìto un matrimonio forzato o precoce: l’1% del totale, l’85% cittadine straniere. Il sistema SIRIT, quello sulla tratta, ne ha registrati 32. La polizia, nel suo primo report sul reato introdotto nel 2019 dal Codice Rosso – che ha introdotto il reato specifico di costrizione o induzione al matrimonio, rafforzando la rilevazione dei cosiddetti reati spia – ha rilevato 24 casi tra agosto 2019 e maggio 2021, un terzo dei quali a danno di minorenni, ammettendo che la fotografia è sottodimensionata. L’Università Cattolica ha stimato almeno 150 casi accertati all’anno.
Il problema non è solo italiano. La grande indagine europea sulla violenza di genere (EU-GBV), pubblicata nel novembre 2024 e coordinata da Eurostat, FRA ed EIGE, copre 26 Paesi dell’Unione ma non contiene una sola domanda diretta sul matrimonio forzato. Al loro posto, indicatori indiretti. Stime, non misure.
Il sistema di monitoraggio più strutturato è quello del Regno Unito, dove la Forced Marriage Unit pubblica statistiche annuali dal 2005: nel 2024 ha gestito 812 contatti, di cui 229 con supporto attivo. Vent’anni di serie storica. Nel maggio 2024, con la Direttiva europea 2024/1385, il matrimonio forzato è stato finalmente criminalizzato a livello UE. Gli Stati membri hanno tempo fino a giugno 2027 per recepirla. È un passo. Ma una direttiva non produce automaticamente dati, né sistemi di raccolta.
Nel 2025 l’Istat ha avviato una nuova indagine sulla sicurezza delle donne – circa 17. 500 italiane intervistate tra marzo e agosto – che per la prima volta contiene domande dirette sui matrimoni combinati e forzati. I risultati complessivi, che includeranno anche le donne straniere, sono attesi nel 2026. Intanto il fenomeno si concentra al Nord, Emilia-Romagna e Lombardia in testa, ed è quasi assente al Sud. Ma quella distribuzione riflette anche la densità della rete di servizi: dove non ci sono centri antiviolenza attrezzati, i casi non spariscono, semplicemente non vengono rilevati.

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