Sessant’anni fa hollywood scopriva praga
Nová Vlna
Cristina
Battocletti
Il Sole 24ore, 21 giugno 2026
Sessant’anni fa, nel 1966, la Nová Vlna, la corrente cinematografica d’avanguardia cecoslovacca, produsse un sussulto nell’industria cinematografica dell’Est Europa per la prima volta sotto la lente di ingrandimento di Hollywood. In quell’anno, Il negozio al corso di Ján Kadár e Elmar Klos del 1965 vinse il premio Oscar come migliore film straniero. Sempre quell’anno, uscì per la regia di Jiří Menzel Treni strettamente sorvegliati che conquistò l’Oscar nel 1968. L’interesse dell’Academy, che fino ad allora aveva premiato per lo più film italiani e francesi, non si limitò al frisson, in termini finanziari, delle offerte di coproduzione occidentali, ma avallò la speranza di alleviare l’isolamento politico, culturale ed economico post Seconda guerra mondiale dell’area, aggravato nel 1961 dalla costruzione del muro di Berlino. In verità, fu proprio questa condizione di costrizione a far fiorire dalla fine degli anni 50 una certa libertà creativa in conflitto con la realtà della cultura ufficiale.
I primi segni di rinnovamento giunsero dalla Polonia con quel capolavoro che è Cenere e diamanti di Andrzej Wajda del 1958 e con La passeggera del 1964 di Andrzej Munk e Witold Lesiewicz, in cui le conseguenze della guerra furono fonte di ispirazione per analizzare le lacerazioni individuali e lo smarrimento storico, ben lontani dall’ottimismo del realismo socialista. Qui crebbero Jerzy Skolimowski e Roman Polansky, il primo, foriero di una poetica dell’incontinenza espressiva e dell’incomunicabilità; il secondo, comico e crudele iconoclasta della tensione realista attraverso drammi esistenziali e di identità sessuale.
Gli autori ungheresi rilessero la storia nazionale dando spazio al non detto e alla metafora: l’assurdo in Miklós Jancsó che si ritrova anche in Ildikó Enyedi. Ma è soprattutto la Cecoslovacchia a dare i frutti più succosi, forse conseguenti alla provvisoria crisi politica del regime, indebolito dalla depressione economica e dalla diminuita credibilità degli apparati. Fu, però, anche il connubio del grande schermo con una nuova generazione di scrittori di eccezionale talento – Milan Kundera, Bohumil Hrabal e Ladislav Fuks – che venne salutato con sorpresa e ammirazione nell’Europa occidentale. E fu una donna (le “quasi” pari opportunità erano un addentellato positivo della cultura socialista), Věra Chytilová, a contribuire con Un sacco di pulci (1962) e Le margheritine (1966) alla nascita di Nová Vlna. Il regime la censurò in patria, nonostante i suoi film partecipassero ufficialmente ai festival internazionali come produzione di Stato. Per questo Miloš Forman, dopo le prime pellicole – L’asso di picche (1964) e Gli amori di una bionda e Fuoco, ragazza mia! (1967) – se la diede a gambe subito dopo la Primavera di Praga verso gli Usa, dove divenne il regista di culto di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) e Amadeus (1984).
Ma tornando a Praga nel 1966, Il negozio al corso racconta la stagione dell’Olocausto attraverso un “controllore di arianità” che diventa amico degli ebrei. Il suo successo dà l’abbrivio alla “corsa” dei Treni strettamente sorvegliati, in cui Menzel usa la metafora della liberazione sessuale di un giovane apprendista capostazione per analizzare una ferita ancora calda: l’oppressione del regime nazista con i suoi ottusi e zelanti rappresentanti anche in un’oscura e minuscola stazione di provincia, dove si svolge il film. La scanzonata e poetica epopea del protagonista Milos (Václav Neckář), una specie di Charlot ceco, che non riesce a perdere la verginità, si lega alla lingua immaginifica di Hrabal, molto difficile da rendere per immagini.
Su Negozio e Treni aleggia lo humor kafkiano della tradizione ebraico-orientale, l’antieroismo dei protagonisti, la morte improvvisa che irrompe nell’apparente gaiezza del contesto senza tragicità e senza lasciare segno. Nel caso dei Treni, la “resistenza passiva” alla Storia avviene involontariamente da parte di un personaggio comune – come lo Sc’vèik di Jaroslav Hašek –, tra gli sberleffi educati al potere e il dolente omaggio alla natura. Menzel condisce la cerebralità del testo opponendo una lirica anti-autoriale. Il film si trova sulle piattaforme, anche se si soffre un poco il linguaggio sessista (non si sa se dovuto alla traduzione) e certe inquadrature e ammiccamenti provocanti, forse perché solo femminili. Ma l’esasperazione erotica è anche la chiave di una feroce contrapposizione alla narrativa del Cinema Sovietico, in cui la mancanza di sogno a favore del reale porterà a un periodo cinematografico di negazione totale della sensualità. I Treni – proiettati quasi annualmente dalla Cineteca di Bologna e recentemente nel piccolo festival milanese di Cinelogos –furono il primo lungometraggio di Menzel, che dopo un breve successo, con Allodole sul filo, iniziato nel 1968, subì la stessa sorte di Chytilová. Il film fu riabilitato solo nel 1990 con l’Orso d’oro alla Berlinale.
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