domenica 14 giugno 2026

Le ombre del dopoguerra

Guido Rampoldi
Il dopoguerra è già iniziato ed è affollato dalle ombre

Domani, 14 giugno 2026

La pace non è stata ancora firmata ma il dopoguerra sembra già cominciato e si può scommettere che non mancherà di sorprenderci. Innanzitutto perché il campo di battaglia ha dimostrato che la formidabile alleanza israelo-americana non è quale si pretendeva all’inizio del conflitto: né onnipotente né solidissima.

La sua indiscussa superiorità tecnologica deriva dall’impiego di armi certo dominanti, ma costosissime e contrastabili con armi molto più economiche. Quando occorre un missile Patriot da 4 milioni di dollari per abbattere un drone costato cento volte di meno, la sproporzione condanna chi impiega hi-tech a chiudere in fretta il conflitto prima che il costo diventi insostenibile. Tanto più se il nemico, com’è il caso dell’Iran, riesce a incassare i colpi, moltiplicare i fronti e dilatare la geografia del conflitto.

Secondo uno dei migliori specialisti di Iran, Trita Parsi, con questa guerra gli Stati Uniti hanno perso la capacità di farsi assecondare lanciando intimazioni muscolari. La constatazione ha irritato l’amministrazione Trump, dove alcuni hanno suggerito di deportare Parsi. L’equivalente di sparare al messaggero perché il messaggio è sgradito. Col risultato di aumentarne la risonanza.

Inoltre le monarchie del Golfo hanno dovuto prendere atto che gli Stati Uniti non erano in grado di proteggerle dalle rappresaglie iraniane, pessima sorpresa per stati che attiravano grandi investitori con la garanzia d’essere al riparo da turbolenze e rischi mediorientali. Furenti con Trump e con Netanyahu per averli coinvolti nel conflitto, ora quei sovrani dovranno trovare il modo di convivere con il nemico di sempre, l’Iran. L’occasione la offrirà la necessità di inventare un patto regionale per la navigazione nello stretto di Hormuz.

Per trovare un compromesso con Teheran le petro-monarchie dovranno necessariamente marcare la distanza da Israele, che da anni confidava di attrarli in una rete di alleanze con la politica detta dei “patti abramitici”. Perfino l’alleato arabo del governo Netanyahu, gli Emirati, dopo aver sperato inutilmente nella resa degli ayatollah ha preferito negare all’aviazione israeliana il permesso di sorvolo che le era necessario per continuare a bombardare l’Iran. A sua volta il vertice iraniano continuerà a coltivare propositi di vendetta contro Israele, ma probabilmente attenuerà i furori ideologici verso i regni sunniti e si scoprirà pragmatico, soprattutto se in futuro potrà impiegare i fondi attualmente congelati all’estero per rilanciare un’economia disastrata. In quel caso i primi beneficiari saranno le Fondazioni, conglomerati che curano la vasta clientela del regime.

Per Netanyahu la guerra che doveva far implodere l’Iran si è dimostrata non solo un fallimento ma perfino un boomerang. Dopo aver convinto Washington a lanciare l’attacco promettendogli una vittoria facile, il premier israeliano è ora il condottiero di un paese screditato, impopolare perfino nel segmento giovane della destra Usa. Trump lo tratta con malagrazie e non lo nasconde. L’opposizione gli rimprovera di ubbidire a Washington. E lui non sa come chiudere le guerre in cui è impelagato: Libano, Gaza, West Bank, Siria. È improbabile che Washington gli volti le spalle concludendo con l’Iran una sorta di pace separata.

Ma non è Teheran che deve preoccuparlo. Con la guerra è entrata in crisi la logistica cui Israele affidava la speranza di una propria centralità nello spazio tra l’oceano Indiano e l’Europa. Lo strumento sarebbe stato l’Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor), da Mumbai all’Europa via Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Grecia, Trieste e Marsiglia. A scalzare Israele da quella direttrice potrebbe essere una variante in via di costruzione lungo l’asse Turchia-Arabia Saudita-Siria, quest’ultima avviata a diventare un protettorato commerciale turco. I frequenti scambi di insulti tra Erdogan e Netanyahu («genocida!») sono la teatralità di un’inimicizia che rimanda a duri interessi strategici. La sorte di Gaza e dei gazawi non potrà che inasprirla.

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