Visualizzazione post con etichetta comico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comico. Mostra tutti i post

mercoledì 1 luglio 2026

Gli ultimi anni di Totò

Giacomo Giossi
Genio, malinconia e cecità. Gli ultimi anni di un Totò
Domani, 29 giugno 2026

Cosa resta di Totò dopo la sua morte? All’incirca tutto. Restano tutti i suoi film così male accolti dalla critica quando era in vita, restano le sue mosse, restano le sue smorfie e così anche le sue battute fulminee e fatte di no sense e allusioni. Come Charlie Chaplin, come Stanlio e Ollio, Totò ha dalla sua la forza di una maschera inesauribile. Una figura che vive con la sua insista forza comica al di là del contesto in cui si trova a prendere forma, che sia un musicarello, una trasmissione televisiva o il Teatro di rivista degli esordi.

La maschera di Totò permea da subito l’immaginario degli italiani e lì resta potente e indelebile nello scorrere dei decenni. Dai cinema di seconda visione fino alla programmazione estiva o notturna della televisione generalista, fino anche alle piattaforme digitali che oggi ne ripropongono la filmografia e gli spezzoni ad uso e consumo dei social.

Totò icona e meme è però morto con la convinzione di una vita votata allo spreco, convinto che tutti quei film sarebbero stati presto dimenticati dopo la sua morte. Francesco Piccolo con Cosa sono le nuvole (Einaudi) va così a indagare gli ultimi anni del grande interprete napoletano spesi tra malinconie profonde e una cecità che ne ha segnato e limitato in parte la carriera di attore. Una disabilità di cui pochi erano a conoscenza, anche tra gli addetti ai lavori.

Le due identità


Piccolo accompagna il lettore nelle ore notturne di Totò, o meglio del Principe Antonio De Curtis che come lui stesso sosteneva si faceva mantenere da quel povero comico che in cambio non aveva nemmeno alcuna ospitalità in casa. Totò non era solo uno pseudonimo, ma un’altra radicale e distinta identità. Là dove stava il Principe non poteva infatti stare il comico. Tanto che là dove Antonio De Curtis aveva bisogno di essere accompagnato per poter vedere, Totò invece – una volta messo al centro del set – ritrovava tutti i riferimenti di un mondo a cui apparteneva totalmente, ritornava infatti come magicamente a vedere: saltando e brindando, ballando e giocando.

La notte è il momento in cui Totò con il suo fidato autista Carlo Cafiero gira per Roma, probabilmente a bordo di una delle sue Cadillac, magari proprio della Fleetwood 60 Special, la cui presenza al Rione Sanità annunciava senza ombra di dubbio il suo arrivo nel suo vecchio quartiere, proprio in mezzo ai suoi passati concittadini con cui era sempre estremamente generoso. Il Principe aveva un regime di vita costoso e raffinato, cosa che lo obbligava a inseguire – anche oltre la stretta necessità – ogni lavoro possibile. Veniva infatti sempre tentato da produttori che non vedevano l’ora di sfruttarne la fama e il successo. Come molti di coloro che l’hanno sofferta, Antonio De Curtis temeva più di ogni altra cosa la povertà e così accettava ogni lavoro anche quando si trattava di film raffazzonati a cui poi inevitabilmente doveva riscrivere insieme alle sue spalle comiche la sceneggiatura improvvisando e correggendo.

Si caricava di ogni lavoro fino allo sfinimento e a causa dell’eccessivo carico di lavoro aveva così perso la vista. La notte però restava il momento in cui poteva riandare con la mente agli anni passati, all’amicizia con Eduardo De Filippo di cui invidiava la capacità di aver dato valore al proprio talento. Cercava l’odore del mare anche se il più delle volte la stanchezza gli impediva di far spingere Cafiero fino al mare di Napoli e allora si accontentava di quello di Ostia e del litorale laziale.

Francesco Piccolo ritrae un uomo profondamente attraversato da malinconie e rimpianti, ma anche vitalissimo, conscio del proprio talento seppure non riconosciuto, ma considerato solo come un comico di quart’ordine. Totò avverte che il tempo sta per scadere, la salute è sempre più traballante e anche l’ipotesi di una collaborazione con Federico Fellini sfuma nell’imbarazzo reciproco: nella timidezza mondana del napoletano e nella ritrosia un po’ provinciale e un po’ mefistofelica del riminese. Totò resterà sempre un cruccio per Federico Fellini, un desiderio inesaudito che finirà in quel gran calderone delle cose non fatte che è Il viaggio di Mastorna, condensato dei sogni non realizzati del grande regista.

Così a chiamare Totò ci pensa Pier Paolo Pasolini e lo fa con la schiettezza e l’ingenuità del poeta e anche di chi delle dinamiche cinematografiche ignora sotterfugi e pratiche. Basta una telefonata e un incontro per sciogliere ogni perplessità tra i due, al punto che sul set nasce una vera e profonda amicizia. Totò si mette totalmente a disposizione di Pasolini, lasciandosi guidare e in parte spogliare delle movenze del suo personaggio. Pasolini vuole la maschera dell’attore, la vuole mostrare in tutta la sua incredibile capacità evocativa. Quel naso e quel mento storto nati da un pugno ricevuto improvvidamente durante un allenamento di pugilato quando era un ragazzino, una faccia deformata perché soldi per chiamare dottori non ce ne stavano. Un frutto (doloroso) della povertà che diventa l’elemento caratterizzante di un successo assoluto.

Dentro la tradizione 


Totò resta una figura unica nel panorama cinematografico italiano, un corpo che arriva direttamente dal Teatro di Rivista e dalla Commedia dell’Arte, intriso della tradizione teatrale italiana e napoletana e proprio per questo capace al pari di Eduardo di un’universalità imprevedibile. Così come il teatro di De Filippo vive di centinaia di repliche ogni anno nel mondo, fino in Giappone, così il cinema di Totò non perde mai smalto e ancor meno spettatori generazione dopo generazione.

Certo la cornice a cui sono costretti Totò e la sua arte è spesso fortemente limitante, se solo chi ne fu testimone parla di improvvisazioni tagliate per motivi tecnici, ma che in realtà proseguivano oltre il doppio della durata di quello che poi è rimasto visibile al cinema. Riscoperto tardi, oltre che da Pasolini con cui collaborerà a Uccellacci e uccellini – per cui ottiene (finalmente) una Menzione speciale per l’interpretazione al Festival di Cannes – e all’episodio Cosa sono le nuvole? del film a episodi Capriccio all’italiana, Totò otterrà due piccole ma decisive parti ne I soliti ignoti di Mario Monicelli – l’esperto di casseforti Dante Cruciani  – e ne L’oro di San Gennaro di Dino Risi in cui la sua scena verrà rifatta almeno dieci volte a causa delle risa di Nino Manfredi, colto di sorpresa ogni volta da una nuova variazione comica di Totò. La cecità lo obbligava a parti secondarie, ma capaci come quando era protagonista di dare il senso all’intero film.

Totò si spegne dopo l’ennesimo attacco di cuore il 15 aprile del 1967, tre furono i funerali a salutarlo, uno a Roma e due a Napoli, l’ultimo al Rione Sanità. Migliaia di persone seguirono il feretro testimoniando un affetto ancestrale e assoluto. Il racconto di Francesco Piccolo ha il merito di restituire quel delicato equilibrio dentro al quale la malinconia avvertita del pianto finisce per scoppiare in riso regalando un ricordo di Totò illuminante e non privo di affetto e naturale coinvolgimento. 

lunedì 29 giugno 2026

Ettore Scola regista

 


un regista particolare nell’italia del sorpasso

Roma. A Palazzo Braschi una mostra dedicata ad Ettore Scola. Tra disegni, mappe interattive e scatti, gli inizi al «Marc’Aurelio», le amicizie con Fellini, Gassman, Mastroianni, Troisi e la sua Italia di antieroi cialtroni

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026

    quando ormai era già l’autore delle nomination agli Oscar e il César per Una giornata particolare fungeva già da fermaporta, Ettore Scola si rammaricava per la leggerezza della battuta, «Lei Cheeta, io Tarzan, tu bona!», che aveva ideato per il principe de Curtis affiancando la batteria di sceneggiatori di Totò Tarzan. A spanne, non doveva avere più di 18 anni, visto che era nato nel 1931 a Trevico, nell’avellinese, e la commedia di Mario Mattoli uscì nel 1950. La frase, con tanto di foto di Totò impellicciato, tarzaneggia su una parete della mostra Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati, fino al 13 settembre al Museo di Roma per ricordare i 10 anni della scomparsa del regista e sceneggiatore di C’eravamo tanto amati. All’epoca, il liceale Scola era già un venditore usuale di battute e vignette al «Marc’Aurelio», culla della meglio gioventù cinematografara del Dopoguerra, da Steno, a Maccari, Age e Scarpelli, Marchesi, Metz e Fellini, spesso ritratto da Scola nei disegni e a cui dedicò il suo ultimo film, Che strano chiamarsi Federico (2013). Scola fu, invece, fierissimo quando con il manipolo degli sceneggiatori di Totò, Peppino e... la Malafemmina (Mastrocinque, 1956) andò a casa di Totò per leggere al principe, ormai quasi cieco, la famosissima scena della Lettera. Totò rise così tanto per le sgrammaticature e il latinorum, che gli altri gli rivelarono: «L’ha scritta il giovane Scola!» e fu la consacrazione.

    A palazzo Braschi campeggia una foto del regista a dimensioni naturali, in giacca e cravatta e viso molto più adulto dei suoi sedici anni, sulla soglia del giornale satirico che lo distrasse dalla carriera di medico auspicata dal padre. «Era serissimo da giovane», spiega la figlia Silvia, che ha curato la mostra assieme ad Alessandro Nicosia e al nipote Marco Scola Di Mambro, responsabile dell’archivio del nonno. In una delle prime sale c’è la macchina da scrivere Everest con cui Scola comincia la sua carriera da «negro», ovvero sceneggiatore in ombra che vende dialoghi e idee senza risultare nei credit dei film. Ne scriverà in tutto 89, spesso in coppia con Maccari, per Loy, Risi, Steno, Zampa, Pietrangeli. Il primo in cui viene “riconosciuto” è Un americano a Roma (1954) con Alberto Sordi, di cui aveva scolpito i personaggi radiofonici del Conte Claro e di Mario Pio. Tra le foto dell’esposizione, si vede Sordi testimone di nozze di Scola con l’amore della vita, Gigliola Fantoni, conosciuta al liceo, anche lei regista e sceneggiatrice. Alberto ed Ettore faticano a trattenere il riso perché il sacerdote celebrante si esprime con un accento tedesco fortissimo. Poi Sordi canta l’Ave Maria di Schubert con la sua voce scura. Questi dettagli originano dalla fortuna di vedere la mostra con il nipote. Marco, e la figlia, Silvia, che, come la sorella Paola, ha proseguito nel solco paterno del cinema. Assieme, le due sorelle, l’una sceneggiatrice, l’altra anche regista, gli hanno dedicato il documentario Ridendo e scherzando (2015) e il libro Chiamiamo il babbo. Ettore Scola, una storia di famiglia (Rizzoli, 2019). La famiglia (1987) non è solo uno dei titoli più belli di Scola, ma un tassello identitario di sé che poggia sulla sua ampia tribù tra moglie, figlie e quattro nipoti, cui si aggiunge il legame fraterno con alcuni attori e registi. Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Monicelli, Troisi, Vitti, Sandrelli sono di casa nel suo appartamento ai Parioli, tra risate e porte aperte anche ai bambini, nel segno dell’understatement, autoironia, dolcezza e malinconia che i personaggi dei suoi film rispecchiano. Ma anche per il visitatore che non ha il privilegio di una guida così speciale la mostra riserva inediti tra scatti, manoscritti, oggetti, sceneggiature originali narrative, appunti personali, articoli di giornali e riviste, invettive antimilitariste (i soldati portano le bare al posto dello zaino), bozzetti di scena e caricature. Disegnava sempre: a penna e soprattutto con pennini di varie dimensione. Grandi locandine ricordano pellicole indimenticabili, di cui ha firmato le sceneggiature: Il sorpasso (1962), I mostri (1963) e Io la conoscevo bene di Pietrangeli, in cui rivela un occhio di rispetto, inusitato per il tempo, verso il femminile. Come accade anche per Sophia Loren in Una giornata particolare, dove la femme fatale lascia il passo alla donna delusa e sfiancata dai parti.

    L’esordio alla regia con Se permettete parliamo di donne (1964) avviene per insistenza di Gassman, perché il copione è scritto per altri. Seguono La congiuntura (1964), L’arcidiavolo (1966) e Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), immortalato dalle foto del set in Angola, dove Sordi finisce per mangiare con le mani assieme ai locali, dopo l’iniziale terrore dei batteri. La svolta autoriale avviene con C’eravamo tanto amati (1974), dove si matura l’aspetto caricaturale e di approfondimento psicologico di un’Italia che sacrifica sull’altare di una ricchezza sconosciuta altruismo e onestà (per lui parola sacra), dove la borghesia esercita l’ipocrisia (La terrazza, 1980), mentre i proletari di Brutti, sporchi e cattivi (1986) sono feroci quanto i protagonisti di Viridiana (amava Buñuel), fungendo da precursori di Cinico tv. Nei film di Scola si amplia lo iato tra Nord e Sud: Trevico-Torino: viaggio nel Fiat-Nam (il film del 1973 da lui più amato, ma sfortunato) racconta lo svuotamento del Meridione a favore di una manovalanza industriale nordica. È allora che da socialista diventa comunista. Laico lo è prima e dopo.

    Scola non ama l’aggettivo “all’italiana” che si usa per la sua commedia: per lui è una deminutio. Al di là delle etichette, il suo desiderio è fotografare la realtà, secondo la lezione neorealista, con comicità grottesca, spesso tragica. Veste i suoi attori da antieroi cialtroni e quando può, li libera dalle maschere: Mastroianni non è il solito sciupafemmine, ma il cornuto del Dramma della gelosia (1970), l’omosessuale oppresso dal fascismo di Una giornata particolare. In Che ora è? è il padre “difettoso” di Troisi, artista che Scola amò così tanto da non volerne vedere la faccia scavata della fine ne Il postino. Libera dai cliché anche la sua Roma, in cui si trasferisce a cinque anni. Una mappa interattiva mostra i suoi set per quartieri, tra difetti e meraviglie, spesso stuprate dal progresso. Ma sempre tanto amata e mai lasciata.

  • Ettore Scola.
    Non ci siamo mai lasciati

    Roma, Museo di Roma fino al 13 settembre


giovedì 4 giugno 2026

Massimo Troisi, un ritratto

 


Matteo Marchesini
Asilo, 4 giugno 2026

Massimo Troisi non era un satirico in senso stretto: era un comico, nell’accezione più malinconica e atemporale del termine. Ma a differenza di molti travet della satira, sapeva cogliere con sovrana leggerezza i tic apparentemente più labili e più sotterraneamente radicati di una mentalità e di un’epoca. Soprattutto, con incantevole noncuranza, e con un’ironia sottilmente virata in antifrasi, sapeva far riaffiorare al di là di questi tic la ragionevolezza di un senso comune troppo spesso minacciato dalle disarmanti fatalità della storia italiana. Non era un grande regista; ed era un primo attore strano, che non s’imponeva ma piuttosto s’insinuava. Non stupisce dunque che le sue minuziose diatribe, insieme stenografiche e prolisse, prive di climax e di icasticità, abbiano sempre lasciato una parte del pubblico fredda o infastidita. Ma chi l’ha amato rimpiange proprio la stranezza di questo reticente e cincischiante fenomeno attoriale: un fenomeno che non ha eredi, e che malgrado la napoletanità conta forse molti nonni ma nessun vero padre.

Come si fa, sulla carta, a dare un’idea di quell’oratoria troisiana che è esilarante perché estenuante, delusivamente sfumata, antieloquente? Rivediamo Troisi nell’82, in tuta da attrezzista, che davanti a una telecamera manda un accorato messaggio a Pertini. Parlando in tivù, il Presidente ha puntato il dito contro di lui, contro suo padre e suo fratello, che assistevano alla trasmissione in salotto, e ha chiesto minaccioso: «chi ha preso i soldi del Belice?». I familiari si sono guardati a vicenda, perché il gesto era inequivocabile: Pertini accusava proprio loro (se avesse voluto alludere ai ministri e ai potenti, il dito l’avrebbe puntato alle sue spalle, non verso quel povero salotto!). Alla fine l’attrezzista ha domandato al padre se non avesse davvero preso quei soldi, e l’ha ammonito, nel caso, a cacciarli fuori, per non fare una «figur ‘e niente» col Presidente. Ma no, c’è stato uno sbaglio: Pertini sappia che deve cercare in un’altra casa, che lì «nemmeno di passaggio» si son visti, i soldi del Belice. Questo ricordo si porta dietro quello di una satira più lieve. E’ il maggio ‘87, il Napoli ha appena vinto lo scudetto, e Gianni Minà (quel Minà che secondo Troisi non invita bambini nelle sue trasmissioni perché a loro non può chiedere «cosa facevano negli anni Sessanta») va a intervistare l’attore-regista di San Giorgio a Cremano. Troisi finge di non aver ancora saputo la notizia, e col suo tipico tono da alunno impreparato si esibisce in una parodia della retorica giornalistica: «l’hanno già detto “a parte Maradona non dimentichiamo questo meraviglioso pubblico che è stato un dodicesimo giocatore in campo”? L’hanno già detto “Bianchi un allenatore modesto ma capace”? L’hanno già detto “sì va bene festeggiamo ma non dimentichiamo i mille problemi che da secoli si affacciano su Napoli”?». Ovviamente tutto l’ovvio è stato detto, e Troisi si limita allora a una pubblicità progresso, invitando a esultare senza dimenticare acqua e gas aperti, e spiegando perché è rischioso con quel suo tono che rende irresistibili i pleonasmi. Poi, davanti ai tifosi settentrionali che parlano dei napoletani «campioni del Nordafrica», conclude che è meglio essere campioni del Nordafrica che fare striscioni da Sudafrica. Ma subito la voce gli scivola via da questa battuta troppo sonante, troppo “benignesca”... Perché la comicità di Troisi sta nei queruli balbettii, nelle afasie, nelle macchinose contorsioni verbali che provocano un riso simile a un formicolio crescente - riso che non dipende quasi mai da un singolo gesto o da una singola battuta, ma dal ritmo di quella cantilena piagnucolosa, esasperata, stridula, che gli esce a spizzichi dalle labbra sottili piegate in una smorfia di disgusto, e che per restituire le minime vibrazioni di un atteggiamento psicologico s’aiuta col gesticolare sconfortato delle mani, col corpo paperescamente raccolto tra la testa sporgente e le gambe piegate in dentro a difesa. A raccontarle, sembra che di queste cantilene non rimanga niente: e infatti i veri appassionati degli sketch di Troisi non li citano ma li mimano da cima a fondo, imitando perfino la vocetta fessa.

Tuttavia, se il suo eloquio non si può “raccontare”, se ne può almeno analizzare qualche frammento, e tentarne una definizione critica. Per capire come questo comico introspettivo riesca a cogliere i più impalpabili tra i meccanismi che governano le nostre scelte quotidiane, partiamo da Non ci resta che piangere, il film dell’84 in cui Troisi e Benigni si trovano catapultati nel mondo di fine Quattrocento. Benigni si adatta presto; ma Troisi non regge a quella vita violenta e puzzolente. Così una sera, in casa del mitico Vitellozzo, convince l’amico a tentare un esperimento. Forse, dice, il viaggio nel tempo è solo un fatto psicologico. Basta fingere, appena svegli, che non sia successo niente. Ci si alza, si chiacchiera del tran tran di tutti i giorni, si apre il portone, ed ecco che ci si ritroverà nel civile Novecento. Così la mattina, davanti al portone chiuso, i due si concentrano. Benigni imposta la voce, e snocciola frasi zeppe di oggetti novecenteschi: «con ‘sto pneumatico che s’è sgonfiato... senza frigorifero... si va in banca, se non si piglia la scossa con la corrente elettrica si citofona... ti faccio una telefonata e si esce con l’autobus!». Poi Troisi apre il portone e... niente: sulla strada c’è sempre la Toscana di Savonarola. Allora si arrabbia con Benigni, perché ha esagerato con tutti quei nomi moderni: così è chiaro che «se n’accorge». Se n’accorge? Ma chi? «Chi c’ha mandato qua... o tiempo, Dio... è sfacciata accussì». Ecco: Troisi è tutto qua, in questo «è sfacciata accussì», in questa rabdomantica capacità di render perspicue le piccole, imbarazzanti, informi superstizioni dell’italiano qualunque, che per lui non è un pagliaccio né una carogna, ma un eterno adolescente attaccato ad abitudini famigliari da cui gli deriva, insieme con una pigrizia brancatiana, anche una brancatiana diffidenza per ogni grandeur. Davanti al suo umorismo delicato, Benigni si riduce a rozza spalla. Il napoletano è agli antipodi del toscano: non è un clown che spicca sullo sfondo di una grigia realtà comune, ma un anti-clown che restaura il senso comune inquinato da una realtà assurda, parossistica, tronfia.

A volte questa realtà si presenta coi tratti solenni di chi si considera l’incarnazione della Cultura o della Fede: e Troisi smonta una tale solennità riportandola al registro modesto della chiacchiera. «Sa che cosa dice Cooper?» domanda intimidatorio, nel film d’esordio Ricomincio da tre (1981), il professore che Gaetano-Troisi sorprende in vestaglia in casa della zia, e che tenta di dare un supporto teorico al suo rapporto irregolare con la signora. «Cioè, Cooper ha detto tante cose... mica una» abbozza Troisi. «Ricordati che devi morire» gli ripete un predicatore quattrocentesco in Non ci resta che piangere. «Mo’ me lo segno» ribatte lui con voce tremolante.

Ma in genere, l’assurdità del reale ha il volto di personaggi abitati da un’idea fissa, a cui Troisi oppone la fioca voce della ragione. Le spalle delle gag più riuscite sono dei maniaci o dei fanatici. Ad esempio, in Ricomincio da tre è indimenticabile la sequenza in cui l’autostoppista Gaetano viene caricato da Michele Mirabella, un folle che ha deciso di uccidersi proprio andandosi a schiantare con la macchina, per far sembrare la morte un incidente perfino agli occhi divini, e per non scontare quindi il peccato mortale del suicidio. Alla fine Gaetano, con parole simili a quelle di Non ci resta che piangere, lo convince che lassù «loro sempre se n’accorgono» se uno fa peccato, e riesce ad accompagnarlo a un centro di igiene mentale. Ma là trova un altro folle, Marco Messeri, che gl’impone uno stridulo monologo sulla sua invidia per Agnelli e Alain Delon. Nello stesso film, anche Lello Arena e l’entusiasta predicatore americano che vuol risolvere tutto con la «Parola» - per non parlare di Robertino, ometto tiranneggiato dalla madre bigotta – sono in fondo degli ossessivi. Ma quasi dappertutto gli alter ego di Troisi devono fronteggiare dei personaggi secondari rigidi, impermeabili al dialogo, a volte “integrati” proprio perché folli. L’elenco è lungo: si va dal primo Arena fino all’Angelo Orlando di Pensavo fosse amore invece era un calesse (1991). Ma l’attore più portato per ruoli del genere è Messeri. In Pensavo fosse amore questo toscano tarchiato, dall’occhio vitreo, si chiama Enea, e si mette con la donna di Tommaso-Troisi. Tutti lo considerano bellissimo. Solo Tommaso sembra accorgersi di ciò che è ovvio: cioè del fatto che Messeri è bruttarello, ed è pure afflitto da un nome ridicolo. Tipica, qui, anche l’opposizione tra il protagonista, che nei film di Troisi è sempre pigro, sedentario, eduardianamente stanco, e il rivale pratico, dinamico, che sembra saper fare qualunque cosa (viaggia in Oriente, arbitra gare tra barbieri, ipnotizza galline...). Come i battibecchi con le “spalle”, anche la pigrizia di questi alter ego, la loro inadattabilità a lavoro e sport, servono a smascherare il grottesco della società in cui vivono, e in particolare la mania dell’efficienza, lo stolido attivismo, l’agitazione inutile o sopra le righe: sono, insomma, un antidoto contro i fanatici.

Questa contrapposizione assume un’evidenza didascalica in Le vie del Signore sono finite (1987), che mette in scena il fanatismo per eccellenza: il fascismo. E’ qui che davanti a una donna entusiasta dei puntuali treni di regime, il protagonista osserva che se era questo il problema bastava nominare Mussolini capostazione. Ed è qui che Camillo-Troisi, avendo portato due pozioni di sua invenzione, contro la calvizie e contro il dolore, a un gelido burocrate, solo mentre ne vanta la bontà si accorge del ritratto del calvo Duce che campeggia sulla scrivania dell’interlocutore, e apprende che secondo quel Duce «la via della salvezza è segnata dal dolore». Così, con un dietrofront da italiano abituato a piegarsi inerme al potere, trasforma la réclame delle due boccette in una contrita constatazione della loro inutilità. Perché Camillo non è un oppositore: vuole solo essere lasciato in pace. E tuttavia, come certe figure di Brancati, ha una passiva ironia che il fascismo non perdona. Infatti, mentre tutti si integrano, lui è picchiato e arrestato.

A un mondo folle e burattinesco, gonfio di parole roboanti, la comicità di Troisi non oppone battute altrettanto roboanti, pose altrettanto burattinesche e stilizzate: è invece l’ultima, gelatinosa, sommessa difesa dell’uomo che vuol restare integro. Perché qui sta la sua singolarità: mentre i personaggi con cui viene a contrasto diventano maschere sclerotiche, Troisi, pur essendo un comico puro e per giunta napoletano, non è mai una maschera, ma resta un uomo intero. Non ha bisogno delle stilizzazioni che gli attori-registi suoi coetanei usano per distinguersi: delle idiosincrasie di Moretti, o della clownerie di Benigni, o delle macchiette di Verdone (sapientemente sfruttate nell’82 in Morto Troisi, viva Troisi, finto servizio tv sulla sua morte dove i veri “morti” sono i colleghi che lo ricordano, cristallizzati nei loro tic).

Senza questa integrità, che gli permette di adattarsi alle nuances più sottili della psicologia e delle intermittenze del cuore, l’attore Troisi non potrebbe reggere i duetti agrodolci ingaggiati con Mastroianni in Che ora è?, un elegiaco film di Scola su padri e figli. Né potrebbe, nei suoi film, utilizzare le colte sceneggiature di Anna Pavignano, e mantenere come leitmotiv le raffinate analisi del rapporto di coppia. Sono queste analisi ad allontanare i film di Troisi dalla commedia all’italiana, e a impregnarli di quella malinconia umoristica che con mezzi diversi ottiene il Woody Allen meno stilizzato. Chi ama Troisi non riesce a scindere le gag più esilaranti dalle sue descrizioni delle fasi aurorali e poi subito autunnali dell’amore. Verso le donne l’attore avanza sempre di sbieco, con un sorriso storto e timido, mentre si ravvia i capelli o si sistema i vestiti in un gesto cauto e quasi furtivo, già pronto a tirarsi indietro. Ma non ce n’è ragione. Perché Troisi, che non ha una faccia di per sé comica, cioè una di quelle facce che salvo eccezioni (vedi ancora Allen) condannano a ruoli grotteschi e impediscono ogni introspezione, è quasi un bello: e gli basta poco per diventare un seduttore - anche se un seduttore pigro, incerto, antivirile.

Tra i tanti episodi amorosi ci vengono subito in mente, in Ricomincio da tre, i dialoghi sul tradimento tra Gaetano e Marta. L’infedele Marta, maniaca dell’emancipazione, sostiene che «quando c’è l’amore c’è tutto»; ma Gaetano la corregge: «no, chella è ‘a salute». E chi non ricorda la loro discussione sul nome da dare al figlio? Lui sostiene che «Mas-si-mi-lia-no» è troppo lungo: il tempo di scandirne le sillabe, e il pargolo che si vorrebbe richiamare all’ordine sarà già andato a combinar disastri chissà dove. Meglio il breve «Ugo»: il bambino verrà su «più educato». Gli alter ego di Troisi sono così presi dai tira e molla sentimentali, che a volte l’innamoramento agisce sul fisico. Il protagonista di Le vie del Signore sono finite vive in carrozzella per attirare le attenzioni della donna che l’ha lasciato: ennesima versione del Troisi indolente, ipocondriaco, seduttivo, e della sua “comicità psicosomatica”. Ma l’innamoramento può anche far scordare l’ipocondria. In Scusate il ritardo, Vincenzo è a letto con la febbre. Gli sanguina il naso, e teme sia un’emorragia, sebbene la sua mammona partenopea gli ripeta che è un raffreddore. Ma quando entra a trovarlo la bella Giuliana De Sio, ribalta le carte: la mamma, che apprensiva!, ha paura di un’emorragia, mentre lui sa bene che gli si è solo rotta «’na venuzza dint ‘o naso»... A volte, come in quel manualetto sulla coppia che è Pensavo fosse amore, i discorsi teorici brancatianamente prevalgono sulla vita sentimentale vissuta. Ma le scene più frequenti, nella fenomenologia troisiana dell’eros, sono quelle in cui, per riempire gli imbarazzanti silenzi davanti a una donna, il seduttore diventa logorroico. Nei film di Troisi c’è sempre una ragazza che assiste con un sorriso, non si sa se stordito o ipnotizzato, ai suoi ragionamenti sfilacciati e contorti. In Scusate il ritardo, per sedurre la De Sio, Vincenzo s’imbarca in un racconto del tutto fuori luogo sulla sua infanzia da «terzo della classe», finché la poveretta (come l’amazzone di Non ci resta che piangere) sviene per l’estenuazione.

E’ insomma da un impulso sentimentale che nascono i più ingegnosi e futili discorsi di Troisi sul mondo e sulla vita, le sue invenzioni teoriche fatte di nulla. E queste invenzioni, lo si è detto, non consistono tanto di singole battute, bensì di situazioni verbali. Quasi procedendo a tentoni, il comico si fa prendere la mano da una tesi o da un paragone, e li esagera arzigogolando. Oppure afferra un’iperbole, o una parabola, e le porta sofisticamente all’assurdo calandole nella vita quotidiana. Se parla della Napoli stereotipa di sole, pizze e mandolini, descrive nei dettagli cosa accade dove tutti anziché lavorare suonano uno strumento, mangiano mozzarella o si abbronzano. Nel primo film, quando Gaetano non ne può più di sentire il religioso Frankie che cita i dialoghi tra San Francesco e gli uccelli, gli contrappone questa immagine del Santo: «steva continuamente dint’ agli orecchi de cchiste povere bestie (...) secondo me gli uccelli non lo sopportavano cchiù a San Francesco, cioè appena lo vedevano arrivà» se n’andavano «’n copp’ agli alberi». Morale: «per colpa di San Francesco è nata la migrazione degli uccelli».

Con questa tecnica della dilatazione puntigliosa, Troisi sa ipnotizzare il pubblico per lunghi interminabili minuti mentre filosofeggia sui modi diversi con cui americani e italiani aprono il frigo, o descrive la posa che hanno i carabinieri guardando la tivù, o ancora mentre spiega che non legge libri perché la gara è persa in partenza, dato che lui è uno solo a leggere contro milioni di persone che scrivono. Con la stessa cocciuta cavillosità tenta d’insegnare la scopa a Leonardo da Vinci (Non ci resta che piangere), e di dissuadere un rivale, innamorato come lui di una donna minuta, spiegandogli che le donne minute si rattrappiscono fino a sparire (Le vie del Signore sono finite). E quanto a cavilli, come dimenticare la casistica sui miracoli che apre Ricomincio da tre? Troisi si lamenta del padre, rimasto senza una mano, che prega la Madonna di fargliela ricrescere. Gli sembra assurdo, perché i miracoli mica fanno spuntare arti mancanti. Toccano gente che non ci vedeva e ha riacquistato la vista, ma «i uocchie i tteneva», gente che «nun camminava e po’ ha camminato, ma i ccosce i tteneva». Al che Arena risponde che ci sono «miracoli facili» e «miracoli difficili»: ed è continuando a dibattere su questa distinzione che spariscono dall’obiettivo.

Troisi ha reso comica la puntigliosità, la chiosa che spacca il capello in quattro. E’ napoletanissimo, coi suoi tempi comici perfetti, eppure dentro questi tempi infila tutto ciò che, in modo assai poco napoletano, inceppa l’eloquenza e impedisce l’icasticità dell’espressione. «Prim’ e tutto...»: così iniziano, col gesto di chi mette le mani avanti, i monologhi con cui si difende dalle intimidatorie certezze degli interlocutori, allineando faticosamente una parola dopo l’altra e riportando la disputa sul terreno di un sapere casalingo. Anche le sue battute più famose sono un’ingegnosa difesa della più comune e tenera quotidianità. Quando Arena lo mette davanti alla scelta tra il giorno da leone e i cento da pecora, Troisi chiede se non sia possibile passarne cinquanta da orsacchiotto, così non si fa «’a figur’ ‘e merd’ daa pecora, e nemmeno ‘o leone ca però campa nu jorn’». Era, questa dell’orsacchiotto, la sua vocazione. E avremmo voluto che i suoi cinquanta giorni durassero molto più dei quarant’anni a cui il cuore lo ha fermato.

lunedì 6 ottobre 2025

Margot prima di Lolita

Serena Vitale
Vladimir Nabokov: "Margot era una volgare puttanella, non la mia povera, piccola Lolita"

La Stampa Tuttolibri, 4 ottobre 2025 

Nessuno sa con precisione chi fosse la Winifred Roy che nel 1935 volse in inglese Camera oscura - il romanzo pubblicato da Nabokov due anni prima a Berlino, «matrigna delle città russe» (vi si erano stabiliti più di trecentomila emigrati dall’Urss), quando lo scrittore usava ancora la lingua madre e lo pseudonimo “Sirin”. A Miss o Mrs Roy va comunque, nell’affollato limbo dei cattivi traduttori, la nostra gratitudine postuma per la versione «sciatta, informe, piena di grossolani errori» cui dobbiamo Una risata nel buio.

«Siamo ricchi, siamo ricchi!», annunciò a Nabokov la moglie un giorno della tarda estate del ’36 sventolando un telegramma: un editore americano offriva 600 dollari per i diritti di Camera Oscura. Subito, accantonando per qualche tempo il lavoro al Dono, Nabokov si accinse a ritradurre lui stesso il romanzo. Scelse il nuovo titolo, Una risata nel buio, cambiò i nomi propri, tagliò, aggiunse… Una vera e propria riscrittura: a cominciare dall’eliminazione del primo capitolo e dal nuovo incipit, «C’era una volta…», dove in tre righe è riassunto il destino di «un uomo che un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato», e fece una bruttissima fine… Avvertito del tragico epilogo, defraudato dei banali godimenti del finale-ricco-di-suspense, il lettore è ampiamente ricompensato dai numerosi cliffhanger* disseminati in ogni capitolo, ma soprattutto dai ben più sottili piaceri che la maestria nabokoviana assicura: implacabile precisione dei dettagli, gran folla di comparse cui l’occhio narrante offre una breve ma sontuosa vita romanzesca, metafore smaglianti, jeux de mots (l’attrice Dorianna Karenina, sottospecie berlinese di Greta Garbo «con rauca voce da granatiere», non conosce il nome di Tolstoj, che scambia per Doll’s Toy) e lumières, visione fluttuante, specchi, vetri, bagliori, abbagli… Già recensendo Camera oscura il (grande) poeta «neoclassico» Chodasevic notò con un pizzico di perfidia che almeno qualche pagina avrebbe potuto essere scritta «con la mano sinistra», un po’ più sciattamente. Impossibile pretesa nel caso del suo compatriota e compagno di esilio.

Nabokov si muove con eleganza tra dramma e commedia in una storia cupamente ilare dove il cinema (lo amava, e certi film americani di terz’ordine lo facevano letteralmente soffocare dalle risate, al punto che doveva precipitarsi fuori dalla sala) assume il ruolo e gli oneri del Fato. Nel buio di un cinematografo il protagonista, Albinus - mite tedesco sulla quarantina, storico dell’arte, ricco e rispettabile padre di famiglia, quintessenza di integrità e rettitudine se non fosse per certe segrete brame lussuriose - è stregato da un’adolescente che lavora come maschera in attesa di una fulgida carriera da star hollywoodiana. La fascinosa ragazzetta plebea si chiama Margot Peters, ha occhi alla Luini, labbra sensuali, pelle serica; non rifiuta le attenzioni di quel signore ben curato, odoroso di talco e buon tabacco, che può assicurarle un benessere prima sconosciuto. Abbandonate moglie e figlioletta, Albinus va a vivere con la giovanissima amante. Per lei inventa «un piccolo zoo di nomignoli affettuosi», e solo per compiacerla finanzia un film in cui la «micetta» reciterà una parte di rilievo. Pessima attrice, sullo schermo Margot si trasforma in una creatura brutta e sgradevole che somiglia alla madre, rude e grossolana moglie di un portinaio. Nel buio - come quello del piccolo cinematografo dove era iniziata la sua nuova vita peccaminosa - Albinus ritornerà dopo il grave incidente (anche nel guidare l’auto è goffo, incapace) in cui perde la vista. Giacché, si sa, l’amore è cieco…

La settima musa può rivelare i tratti mostruosi della bellezza: variazione sul tema dell’arte che attraversa il romanzo, dove appare sempre sfigurata da inettitudine, dilettantismo, superficialità, mode, «idee, messaggi». E nella superba, gustosissima scena del ricevimento organizzato da Albinus per «ospiti importanti» (oltre a Dorianna Karenina, poeti di second’ordine, scrittori comunisti «con reddito soddisfacente», violinisti da strapazzo, un caricaturista che «fa ridere due continenti» e si rivelerà essere il micidiale deuteragonista del dramma, una pittrice cubista dall’aspetto materno, una cantante lirica dai capelli color marmellata d’arancia…) esplode tutta la furia di Nabokov contro la malefica volgarità della pseudo-arte.

Il cinico Rex - caricaturista, falsario, baro - è stato il primo amante di Margot; fatalmente l’antica fiamma si riaccende. Fingendosi omosessuale, l’uomo riesce a dirottare i sospetti di Albinus, ne diventa grande amico. Onnipresente, è anche, muto e beffardo fantasma, nello chalet svizzero dove Albinus segue il consiglio del medico: «riposo assoluto… dopo di che vedremo». Ma non vede più nulla, lui, e Margot - ormai solo un fruscio, un profumo, una voce che lo esorta a non agitarsi come la più dedita e tenera delle mogli - può impunemente prenderlo in giro, fargli le linguacce, ingannarlo in ogni modo, mentre Rex arriva a sedere, nudo, «in una posa simile a quella del Pensatore di Rodin», di fronte al cieco, a solleticargli la fronte con un filo d’erba. Assalito da parossismi di orrore per l’oscurità in cui è precipitato, stordito da quelle che crede allucinazioni sonore, Albinus è ormai lo zimbello degli spudorati amanti che continuano a prosciugare disinvoltamente il suo conto in banca… E la vocina del moralista che è in noi - «te la sei cercata, uomo vizioso!» - diventa sempre più fioca, infine si zittisce, travolta da un’ondata di compassione, mentre lo vediamo brancolare, avanzare a tastoni, incespicare, annaspare verso la catastrofe, in pagine di una crudeltà senza pari che provocano «l’improvvisa erezione dei peluzzi sulla schiena», spia inequivocabile della vera arte.

Lo stesso Nabokov riconosceva le affinità tra Margot e Lolita «anche se, beninteso, Margot era una normale puttanella, non una povera, piccola Lo. E comunque non credo che queste ricorrenti stranezze e morbosità sessuali abbiano grande interesse o importanza …». Neanche noi lo crediamo.

(*) Un cliffhanger è un espediente narrativo (usato in libri, film, serie TV e videogiochi) che conclude una storia in un momento di forte suspense, interrompendola bruscamente prima che la situazione venga risolta. 

sabato 13 settembre 2025

La figlia del prete


Emma Brockes

"Ho visto così tante persone perdersi in tane di coniglio": Patricia Lockwood sulla perdita di contatto con la realtà

The Guardian, 13 settembre 2025  

 Ecco cosa fa Patricia Lockwood ogni volta che vede un prete mentre cammina in aeroporto. La 43enne è cresciuta come una dei cinque figli di un prete cattolico nel Midwest americano, un'educazione eccentrica documentata, notoriamente, in Priestdaddy , la sua autobiografia di successo del 2017, una fonte inesauribile di materiale comico. I preti in libertà la divertono e la confortano, un ricordo di casa e della superiorità che deriva da una competenza di nicchia. "Di recente ero all'aeroporto di St. Louis e ho visto un prete", dice, "di chiesa alta, non cattolico, per via della larghezza del colletto; è la cosa che non riescono mai bene nei programmi TV. E gli ho lanciato un'occhiata un po' troppo intima. Un po' come: lo so ". A volte, passando, sussurra: "enciclica".

Questa è Lockwood: elfica, dalla parlantina veloce, decisamente idiosincratica, con l'ironia uniforme di una scrittrice cresciuta sui social media e per la quale la vita online è un argomento primario. Se Priestdaddy ha documentato la sua educazione non convenzionale in uno stile comico più o meno convenzionale, i suoi romanzi e poesie da allora hanno lavorato in modalità più frammentarie che imitano l'esperienza sconnessa dell'elaborazione delle informazioni in brevi frammenti non sequitur. Nel 2021, Lockwood ha pubblicato il suo primo romanzo, No One Is Talking About This, in cui ha scritto del dolore disorientante per la morte della nipote neonata a causa di una rara malattia genetica. Nel suo nuovo romanzo, Will There Ever Be Another You, torna sul tema, elidendo quel dolore con la sua discesa in una mania indotta dal Covid, un'esperienza terrificante condita da ottime battute. Un pericolo della scrittura di Lockwood è che la intrappola in un personaggio che rende la sincerità – qualsiasi affermazione non appiattita e appiattita dal sarcasmo – quasi impossibile. Ma Lockwood, a mio avviso, ha un'energia vivace più vicina a quella di Elizabeth Gilbert che a quella di Lauren Oyler o Ottessa Moshfegh, per esempio, così che, per quanto superficiali siano le sue battute, si tende a concludere la lettura con una generale sensazione di calore.

Lo stesso vale per la vita di persona. Lockwood mi parla da casa sua a Savannah, in Georgia, dove vive con il marito Jason. Nel 2019, la coppia si è recata in vacanza in Scozia, accompagnata dalla madre di lei, offrendo a Lockwood il tour de force iniziale del suo nuovo romanzo. Intitolata Fairy Pools, questa sezione è un diario di viaggio romanzato in cui la famiglia litiga in macchina e si diverte a fare incomprensioni con gli scozzesi, sotto forma dei persistenti e fallimentari tentativi della madre di ordinare un tè freddo. C'è una lunga e appagante serie di battute su come l'Irn-Bru colpisca il palato americano ("una folgorazione rosa della lingua"). Il personaggio di Lockwood si intossica. ("Rucola", pensò. "Morirò da sola in un castello scozzese perché la gente è diventata troppo buona per la lattuga iceberg"). Scattano foto. ("Al suo arrivo, invece di scattare foto del Mare del Nord, aveva scattato foto di alci che bramivano sui muri e di un ometto che sembrava infilare la cornamusa.") E c'è una toccante vignetta basata sulla perdita del telefono da parte della sorella di Lockwood, contenente migliaia di foto della sua defunta nipote, Lena. "Sai che le immagini sono state salvate", dice Lockwood, ora. "Ma non è il telefono originale. Le persone hanno un rapporto molto caloroso e intricato con questi dispositivi, in quanto contenitori di ricordi."

Tutto ciò è un precursore dell'evento principale del romanzo, una sezione intitolata The Changeling in cui il personaggio di Lockwood contrae il Covid molto presto durante la pandemia e sprofonda in uno stato che la colpisce come simile alla follia, una nebbia senza parole in cui pensieri intensi e casuali assumono un significato smisurato. Per esempio: "È come se Joyce Carol Oates stesse cercando di attaccare briga con me... provate tutti questa sensazione?" Oppure: "Ero contento che Dio avesse ucciso Gene Kelly". È stata questa esperienza, dice Lockwood, a dare vita al romanzo, che nasce dalle prime righe di The Changeling: "Ha rubato le persone a se stesse. Potresti sembrare uguale agli altri, ma sei stato sostituito".

La sfida per qualsiasi scrittore che ripensi al 2020 a distanza relativamente breve è che nessuno ha molta voglia di rivisitarlo. Lockwood ne era profondamente consapevole e, sebbene nel libro ci siano alcune persone con la mascherina, evita strenuamente l'uso delle parole "Covid" e "lockdown". Spera che il suo periodo di squilibrio funzioni sia come resoconto letterale di un fenomeno ampiamente sperimentato, sia più in generale come metafora guida del libro, un sostituto di qualsiasi evento della vita che faccia perdere il contatto con la realtà. E infatti, nelle prime letture, dice, "ciò che sembra vero per il pubblico è che hanno riconosciuto tutto ciò di cui stavo parlando, anche se non erano stati malati. Ho anche trovato interessante che le persone fossero così pronte a parlarne quando si trattava di qualcosa del tipo: 'Ehi, chiudi il sipario, non scrivere di questo, non dobbiamo pensarci più', che è quello che è successo con la pandemia influenzale originale [nel 1918]".

Devo confessare a Lockwood che parole come "changeling" e "fate" in questo contesto mi rendono estremamente nervosa. "Ditelo!", dice coraggiosamente. È l'allusione alla stravaganza che mi fa scattare, fino al fantasma di Hilary Mantel sulle scale o all'insistenza di Muriel Spark nel credere negli angeli. Tipo, certo, ok. Ma davvero? Lockwood ride. "Penso che probabilmente crederesti anche tu negli angeli se sapessi scrivere come Muriel Spark" – un'osservazione giusta. Ma la difficoltà per qualsiasi scrittore che segua la strada del changeling e delle fate è impedire che la storia scivoli nell'affettazione figurativa, anche quando cerca di evocare sensazioni letterali di irrealtà.

Il fatto è, dice Lockwood, che la sua sensazione di essere dislocata da se stessa durante il Covid era molto reale. "Ci sono fenomeni visivi, simili a un'aura ottica, che ho sperimentato fin da piccola, in cui vedevi strane immagini residue, o un battito nella coda dell'occhio – cose del genere. Credo che le persone che hanno queste cose imparino a conviverci, a farne dei compagni e a dargli un nome. Ma questo fenomeno dominante non ha un nome per [il personaggio]. Lei non sa cosa sia. Quindi sta solo sperimentando le sensazioni, gli schemi, i colori, le visioni. E la verità, quando sembra follia, è che non c'è un nome per definirla".

libro

Mentre leggevo, quei passaggi mi hanno ricordato un verso di Alice Munro in cui, come scriveva la Munro, ogni cosa diventava "una dispettosa imitazione di se stessa". "Sì", dice Lockwood, "è molto toccante. Qualcuno è entrato in casa mia nel cuore della notte e ha sostituito tutto con una versione leggermente meno autentica? Mi è sembrato che la mia vista fosse cambiata, come se vedessi le cose in una dimensione minore, il che porta al sospetto. Questi odii segreti covavano: tipo, se io non sono io, allora tu sei tu? Cos'è una persona?"

Queste domande di Lockwood sono presentate con uno stile altamente comico che le preserva da un'eccessiva astrazione. "Per tre settimane di fila", scrive, "ho incubi in cui mi chiedono della cancel culture . È la mia più grande paura, che mi chiedano della cancel culture – o che sarò così terrorizzata dalla possibilità di iniziare subito a parlarne comunque, e così facendo presenterò l'opportunità di essere io stessa assassinata dall'opinione pubblica".

Questo riff si inserisce in una sezione in cui la protagonista intraprende un tour virtuale per la promozione del suo libro e si sottopone a un servizio fotografico, il tutto mentre impazzisce non solo per il Covid, ma anche per l'esposizione. "Quello che sta vivendo è un successo, in realtà, ma è terrorizzata", dice Lockwood. "È questo il successo? Sembra più disforico di qualsiasi altra esperienza. In qualsiasi esperienza pubblicitaria ti sei sentito molto esposto, ma soprattutto a causa dell'estrema claustrofobia di ciò che tutti stavano vivendo. Tutti che riversavano i loro occhi e i loro volti su questi schermi". Si può prendere questo punto, desiderando vagamente che i romanzieri prestino attenzione al seguente avvertimento: se siete tentati di scrivere di un tour per la promozione del vostro libro, potrebbe essere il momento di avventurarsi oltre l'editoria per ricaricare le batterie.

In ogni caso, Lockwood sta ovviamente scrivendo di sé e dell'esperienza disorientante del successo di Priestdaddy , che ha vinto il Thurber Prize for American Humor nel 2018, e del successo virale dei suoi primi scritti; in particolare, la poesia Rape Joke , pubblicata da Awl nel 2013, che ha lanciato la sua carriera, e dei suoi anni successivi in ​​prima linea su Twitter, creando ottime battute e condividendo le sue poesie comiche. (La sua sext-parodia più famosa: "Sono un romanzo di Dan Brown e tu mi fai fuori nel mio buco di trama.") Ora ha lasciato Twitter, come tutti gli altri. "Per un po' ho fatto Bluesky, che mi piaceva molto, e molte delle persone originali di Twitter ci sono andate". Ma con la crescita della piattaforma, dice, "ha avuto un problema con i bot di disaccordo; pubblicavi qualcosa, prendeva piede e ondate di persone che non erano persone dicevano, 'Non sono d'accordo con questo!'. Questo rendeva le cose meno divertenti". Quando Trump fu rieletto, decise che non avrebbe trascorso i successivi quattro anni immersa in dibattiti online sull'argomento e si ritirò.

Per certi versi, dice Lockwood, è stato il suo primo romanzo, " No One Is Talking About This" , finalista al Booker Prize nel 2021, a rivelarsi più rivelatore delle memorie, perché ha scritto di sua nipote, Lena. Lockwood mi mostra con il telefono la foto di una bambina con una massa di capelli castani, appesantita da apparecchiature mediche. Lena, nata con la sindrome di Proteo , è morta nel 2019 all'età di sei mesi. Negli anni successivi, Lockwood ha scritto in modo molto evocativo sul dolore. “L'ho visto di persona con mia sorella, e poi l'ho sperimentato io stessa: non migliora. Non guarisce. Pensi, ok, è passato un anno, e ora ci saranno dei progressi. Non ci saranno fermate e ripartenze, non tornerai indietro. Continuerai a sognare questa persona. E non è così. C'è questa cosa che tutti gli altri al mondo si aspettano che tu vada avanti; tipo, sbrigati. E non è così che va.”

Lockwood si descrive come il tipo di "persona impulsiva che ruberebbe un cavallo della polizia di notte". Fotografia: Anna Ottum

Nel caso della morte di un bambino, dice, la pazienza del genitore in lutto è ancora minore, per certi versi; la sensazione che "lei abbia vissuto sei mesi e un giorno, e questo è un periodo così breve su questa Terra che si crea l'idea commisurata che dopo sei mesi forse [le cose miglioreranno]". Ma non è così che va. Sei anni dopo la morte di Lena, tutto ciò che è successo è che "nella mente della madre, ora ha sei anni".

Gli scritti più ampi di Lockwood sulla sua famiglia ci hanno restituito uno dei nuclei familiari più grandi e disfunzionali della letteratura, paragonabile alla folla chiassosa di David Sedaris. Suo padre, Greg, ex sommergibilista diventato pastore luterano, si convertì al cattolicesimo e ottenne una dispensa dal Vaticano per diventare sacerdote con moglie e figli. I cinque figli Lockwood crebbero in canoniche a Cincinnati, Ohio, e a St. Louis, Missouri, con un padre che amava le armi, le chitarre elettriche e Rush Limbaugh, oltre a Dio. Mentre suo padre è involontariamente esilarante ma "non ha mai detto nulla di divertente in vita sua", sua madre, Karen, dice Lockwood, "sa davvero che la battuta è divertente. È una grande amante dei giochi di parole, cosa che non ho ereditato! In realtà ho quasi una sordità ai giochi di parole. Qualcuno mi propone un gioco di parole e io lo fisso. Da adolescente si ignora la madre – 'Oh, Dio, mamma' – e alla fine sono diventata completamente incapace di produrre un buon gioco di parole di qualsiasi tipo".

Sorprendentemente, Lockwood afferma di essere la più convenzionale dei fratelli. Nonostante si descriva come il tipo di "persona impulsiva che ruberebbe un cavallo della polizia di notte", nel contesto della famiglia, "tutti direbbero che sono la più normale. Scrivere [tutto] è una cosa normale da fare. In un'epoca in cui abbiamo sofferto la desaturazione della personalità, in cui suoniamo tutti un po' più uguali e i colori sono più tenui, abbiamo qualche fenomeno tra i bambini Lockwood".

Questo è particolarmente vero per suo padre, un sostenitore di Trump che Lockwood ha cercato di considerare generosamente come vittima delle manipolazioni di massa di Maga. In un diario pubblicato di recente sulla London Review of Books, ha scritto di aver fatto visita ai suoi genitori, "e di aver visto una bandiera di Trump appesa nell'alcova della canonica, cosa che non è consentita in canonica!", esclama. Ma, aggiunge, "ho dovuto anche considerare questa cosa come qualcosa che è successa a molte persone della sua età. Ho visto così tante persone scomparire in tane di ogni tipo, credere a cose incredibilmente strane, che penso che dobbiamo tenere gli occhi aperti e guardare la macchina della propaganda – guardare le persone che stanno facendo questo. Chi ne trae beneficio, vero? Dal fatto che veniamo cacciati dal seno delle nostre famiglie a causa di questi odi covati che non hanno nemmeno un senso immediato?" Dice: "Non volevo che fosse vero per nessuno tranne che per quest'uomo estremamente eccentrico e idiosincratico, giusto? Ma cosa succede quando è un'onda e l'onda sta travolgendo il mondo intero?"

L'unica risorsa per lo scrittore è quella di denunciare la fondamentale assurdità di queste persone, un ruolo che Lockwood è felice di assumere. "Penso al clown come al ruolo sacrificale, colui che è disposto a fare lo stupido e ad affermare ciò che tutti gli altri nella stanza concordano non venga detto. Ti prendi un po' la responsabilità di questo, in modo che gli altri possano unirsi a te e divertirsi di più".

A proposito, devo chiederlo. Al culmine delle sue illusioni indotte dal Covid, qual era esattamente il suo problema con Gene Kelly? Ride. "Oh, che lui si sia fatto largo nella danza con questo modo muscoloso e abbia detto: gli insegnanti di danza sono troppo femminili, e io porterò la mascolinità nel mondo della danza!". Questa è la gioia di una tirata alla Lockwood; una scarica di adrenalina che parte da un nocciolo di verità. Durante il suo crollo dovuto al Covid, la vera misura di quanto si fosse allontanata dalla realtà comune non erano Gene Kelly o Joyce Carol Oates, ma un altro pensiero insidioso ed eretico. Lo sussurra: "Forse Meryl Streep non è così brava come si dice?". Mi porto la mano alla bocca. "Giusto? Cos'è un essere umano se non crediamo che Meryl Streep possa interpretare accuratamente un personaggio? Tipo, dove sei?". I suoi occhi si spalancano per lo shock e il divertimento. "Fuori dal mondo."

"Will There Ever Be Another You" di Patricia Lockwood è pubblicato da Bloomsbury

https://www.lrb.co.uk/the-paper/v45/n23/patricia-lockwood/diary