Enzo Cheli
Così la Costituzione evita le ambiguità
La Stampa, 9 giugno 2026
La politica che il governo e la sua maggioranza, fin dall’inizio di questa legislatura, stanno sviluppando sul terreno delle riforme costituzionali sembra sempre più indirizzarsi verso obiettivi che, per la tecnica ambigua adottata, si presentano palesemente impossibili o quantomeno molto difficili da realizzare. Con risultati che, ancor prima che sul piano della costituzionalità, finiscono per prospettarsi carenti sul piano della razionalità e del buon senso istituzionale.
Questo è già accaduto sia con la riforma, oggi quiescente, del premierato sia con la riforma, bocciata in sede referendaria, dell’ordinamento giudiziario, mentre la situazione si va oggi riproponendo con la riforma della legge elettorale che la maggioranza, dopo averla elaborata in solitario, si appresta ad approvare con urgenza alla Camera.
Per comprendere meglio l’insistenza in questa politica ambivalente cerchiamo di ripercorrerne rapidamente il tracciato. Con il premierato, considerato la madre di tutte le riforme, si è proposta la trasformazione dell’attuale governo parlamentare in una forma di governo ibrida che non è né parlamentare né presidenziale, ma che cerca di cucire insieme la fiducia del Parlamento con l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Una combinazione che, oltre che prospettarsi del tutto inedita, appare anche impraticabile per la contraddizione interna su cui si fonda un progetto che, alla prova dei fatti, ove venisse realizzato rischierebbe più che di rafforzare di paralizzare l’azione del governo.
A sua volta la riforma dell’ordinamento giudiziario bocciata dal recente referendum, mentre sul piano formale affermava l’indipendenza del pubblico ministero equiparato in tutto al giudice, nella sostanza mirava invece a indebolirne la funzione riducendo la forza complessiva del potere giudiziario attraverso lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura, l’introduzione del sorteggio e l’istituzione di una Alta Corte disciplinare del tutto autoreferenziale. Una contraddizione tra forma e sostanza che è stata, del resto, ben compresa dai cittadini e che indubbiamente ha contribuito a determinare l’esito della prova referendaria.
Entra adesso in campo la riforma elettorale, anch’essa frutto di una scelta solitaria della maggioranza, che, senza essere una legge costituzionale, assume pur sempre un’elevata valenza costituzionale. Anche questa riforma si pone come obiettivo primario il rafforzamento della stabilità e dell’efficienza del governo introducendo un premio di governabilità alquanto elevato (con 70 deputati e 35 senatori) da assegnare al partito o alla coalizione che abbia raggiunto almeno il 42% dei voti validi, ma con la precisazione essenziale che, ove questa soglia non venisse raggiunta in ambedue le Camere, il sistema da maggioritario verrà a trasformarsi in un sistema integralmente proporzionale. Così disponendo anche in questo caso si supera la soglia della ragionevolezza dal momento che si tende a rendere più forti quei partiti e quelle coalizioni che già abbastanza forti sono in quanto superiori alla soglia prevista, mentre al tempo stesso si bloccano nella loro debolezza quelle forze che, per non aver raggiunto tale soglia, sono già in difficoltà ai fini della formazione di una maggioranza. In questo caso la contraddizione nasce dunque dal fatto di aver voluto accoppiare ambiguamente un sistema maggioritario fondato sulla presenza di un premio di maggioranza con un sistema proporzionale puro in grado di produrre risultati opposti a quelli che con la riforma si dichiara di voler realizzare. Siamo pertanto molto lontani anche dalle leggi elettorali che abbiamo utilizzato in passato e che, come la legge Mattarella, correggevano il maggioritario con alcuni elementi di un sistema proporzionale o che, come la legge Calderoli e la legge Rosati, correggevano il proporzionale con alcuni elementi di un sistema maggioritario, dal momento che con questa nuova riforma più che correggere, si perseguono a seconda del risultato elettorale finalità opposte.
La coerenza non sembra dunque di casa nello spazio politico che il governo e maggioranza stanno dedicando alle riforme costituzionali o di rilievo costituzionale. Cosa pensare sulle cause di queste incongruenze?
Personalmente sarei portato a riferire queste cause più che al piano di una tecnica inadeguata, al piano di una volontà politica precisa: una volontà cioè che si è orientata, fin dall’inizio, verso la riduzione del peso di una Costituzione di cui non si condividono né la nascita né lo spirito né l’impianto, ma al tempo stesso volontà che appare condizionata dalla preoccupazione di rendere troppo evidente questo disegno ad un corpo sociale che si dimostra tuttora molto affezionato ai principi, alle forme e alle garanzie della Costituzione vigente.
Se così è per mettere in campo riforme costituzionali ragionevoli mi pare che esista oggi una sola via praticabile che è quella che il Capo dello Stato e gli altri organi di garanzia stanno da tempo ripetutamente suggerendo: le riforme costituzionali, quando sono necessarie, vanno fatte, ma non devono risultare strumentali ad un interesse di parte. Da qui la necessità di una maturazione culturale che faccia comprendere bene la vera natura e la vera funzione unificante di una Costituzione la cui riforma deve sempre nascere da un colloquio approfondito e sincero tra tutte le forze in campo, così come accadde negli anni della Costituente. E infatti se, come è stato scritto di recente, la costituzione “non è di sinistra” essa, a maggior ragione, per i principi che afferma, non è e non può divenire di destra. Per questo va trattata con cura e rispetto nell’interesse non di una parte, ma di tutti dal momento che rappresenta il principale strumento che ha tenuto unito e seguita a tenere unito un Paese politicamente molto diviso com’è il nostro.

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