sabato 6 giugno 2026

Milan Kundera in verità


Annalena Benini
Lettere rubate
Il Foglio, 6 giugno 2026

Kundera non crede né nell’uomo, né nel suo futuro. Ciò non gli impedisce di amare la vita. Di ridere e di riderne. Quando penso a lui, vedo un uomo che ride. C’è voluttà, piacere e persino una certa bellezza nella sua totale assenza di speranza. Florence Noiville, “Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera” (Neri Pozza, 290 pp.)

Florence Noiville, scrittrice e giornalista, responsabile della narrativa straniera per il supplemento culturale di Le Monde, è stata amica di Vera e di Milan Kundera. Hanno viaggiato insieme, mangiato, parlato, lui ha sempre rifiutato di andare in tivù,intervistato da lei o da chiunque. “Nessuna dichiarazione, nessuna intervista. Nessuna traccia pubblica della sua ‘vita vera’. Il tritacarte funziona a pieno ritmo in casa Kundera, non deve rimanere nulla dopo Milan, solo i suoi libri. Il resto, manoscritti incompiuti, lettere private,corrispondenza, diari, foto, tutto viene sistematicamente distrutto”.  In questo libro ci sono alcune foto e disegni, prove di felicità e d’amore, c’è la fotografia dell’Università di Praga e la ricostruzione della diffidenza ideologica verso uno scrittore che ha creduto nel romanzo come strumento di conoscenza (“Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale”). Scrive Alessandro Piperno nella prefazione al libro che Milan Kundera è “l’ultimo poeta del romanzo”.

Florence Noiville ricorda il loro primo incontro, dopo la pubblicazione de Lo scherzo. Kundera diffidava dei giornalisti al punto da soprannominarli “cani da fiuto”. Ma le offrì testi inediti per il supplemento letterario e anche l’amicizia, in salute e in malattia: Florence Noiville ha assistito alla progressiva perdita di memoria, alla preoccupazione di Vera, al ceco come unica lingua usata da un certo in punto in poi, e alla perdita della parola e dello sguardo. Il titolo di questo libro è il commento di Kundera alla risposta di Florence Noiville, che lui non riconosceva più e a cui chiese in ceco: che fai? Lei rispose: scrivo. Nessuno saprà mai se anche quella fu una presa in giro, la festa dell’insignificanza.

Nel taccuino di Florence Noiville ci sono gli appunti per il libro, undici punti. Uno di questi è il sesto: “Le sue zone d’ombra. Accettare di non svelarle. Perché è inutile: sono ‘chiacchiere da portinai’, come dice sempre Vera”. Ed ecco la risposta di Vera Hrabankova, per cinqunatasei anni accanto a Kundera, sui terribili anni Settanta, espulsi e senza lavoro (Kundera fece l’astrologo): “Sono stati gli anni più felici della nostra vita. Licenziati, sì, entrambi. Ma lui stava scrivendo Jacques e ridevamo. Del resto, non ci importava di nulla”. Silenzio.

“Ce ne fregavamo, mi capisci? Ce ne-frega-va-mo”.

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