martedì 9 giugno 2026

Niente primarie: un accordo

Filippo Barbera
Centrosinistra, l'accordo che serve e chi dovrebbe negoziarlo

il manifesto, 9 giugno 2026

Il recentissimo sondaggio Eumetra per Piazza pulita (La7) mostra che gli elettori del campo largo non vogliono le primarie per scegliere il leader. Il 49,8% degli intervistati propende per un accordo politico tradizionale, contro il 33,9% che chiede il voto interno. Addirittura tra gli stessi elettori pentastellati, il campione risulta spaccato, dal momento che anche qui l’opzione «accordo politico» vince di stretta misura sulla competizione tra leader che pure è stato Giuseppe Conte a rilanciare.

Il campo largo è nato come tattica difensiva. Una risposta alla legge elettorale, alla polarizzazione del voto e all’insegna del «fermiamo la destra». Una logica da fronte popolare senza il fronte la cui vittoria elettorale produrrà, senza l’accordo politico auspicato dagli elettori, un cantiere permanente di conflitti interni. Di fronte al fallimento di una destra che conferma come l’etichetta di underdog (sfavorita) non fosse lì per caso, il nodo da affrontare non è se coalizzarsi ma come farlo. La risposta basata sulla sommatoria delle diverse posizioni e costruita in modo strumentale solo per negoziare una leadership elettorale, sarebbe sbagliata e suicida. Un piatto insapore, magari leggero e buono per tutte le stagioni, ma certamente poco efficace come segnale politico.

Serve l’approccio opposto. Far emergere sintesi nuove dal confronto acceso, ragionevole, informato e aperto, per riprendere la formula del Forum Disuguaglianze e Diversità. Ciò richiede alle tre forze centrali del campo largo – Pd, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 stelle – di farsi carico del rischio politico della proposta. Le altre forze – da Renzi a Rifondazione, passando per i frammenti de ce qui reste – dovrebbero solo successivamente negoziare un accordo elettorale. Prima si definisce il patto tra le tre forze principali, poi le altre decidono se aderire e a quali condizioni.

Ma come costruire questo nucleo programmatico? La filosofia della scienza distingue tra le assunzioni non negoziabili che definiscono il programma di ricerca e una cintura protettiva di ipotesi più flessibili e «miopi», che possono essere modificate senza toccare il nucleo. È uno schema applicabile anche alla politica. Il campo largo ha anzitutto bisogno di un insieme di proposizioni semplici ma efficaci, sulle quali le tre forze si impegnano senza ambiguità. I tre piani dell’economia fondamentale possono essere molto utili a questo scopo.

Il primo è quello delle infrastrutture di cittadinanza: sanità, scuola, cura, casa, trasporti, cibo, energia, spazi pubblici. Qui l’obiettivo è l’accesso e l’uguaglianza di capacità, temi al centro del programma di Zohran Mamdami come ricordato da Salento e Williams su questo giornale. Questioni percepite come prioritarie dagli elettori, cui devono seguire risposte concrete che parlino alla vita quotidiana delle persone e non affermazioni generali intrise di «si dovrebbe».

Il secondo è quello del mercato competitivo: le imprese che innovano e pagano buoni salari devono prendere il posto delle imprese-zombie che sopravvivono grazie a bassi salari. Qui compito della politica e delle relazioni industriali è che il mercato funzioni davvero contro i monopoli, le rendite di posizione pubbliche o private e il breve-periodismo che distrugge valore produttivo. Impresa forte e lavoro forte devono stare assieme, pur nell’asimmetria del rapporto capitale-lavoro.

Il terzo è quello del capitalismo dei grandi predatori: la finanziarizzazione impropria, i fondi di investimento rapaci, la speculazione immobiliare, le piattaforme digitali che estraggono valore senza crearlo. Qui, a causa di asimmetrie di potere disfunzionali e di classi dirigenti estrattive, si concentrano oggi le forze di erosione degli assetti democratici.

La cintura protettiva attorno a questo nucleo dovrebbe includere le opzioni meno condivise, lasciate volutamente aperte ma messe con forza in agenda come segnale politico e di impegno: patrimoniale, tempi e modi della transizione ecologica, questione migratoria, mercato del lavoro e politica estera, e altre ancora. Temi sui quali le tre forze segnano differenze che sarebbe ingenuo negare, ma che possono essere gestite proprio se il nucleo è solido. È proprio senza un nucleo condiviso che ogni questione diventa uno segnale identitario per l’elettorato di riferimento.

Il campo largo può vincere. Ma può farlo bene o male. La differenza sta nell’efficacia con cui le forze principali disegneranno il patto politico, soprattutto di fronte ai loro elettori che lanciano segnali chiari in questa direzione. Affinché una possibile vittoria elettorale non si trasformi, una volta di più, in una tragedia politica.

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