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mercoledì 1 luglio 2026

Il pulmino dello Strega

Matteo Marchesini
Cultura e letteratura. Piccola storia ignobile

Il Foglio, 1 luglio 2026

Ogni intellettuale o artista moderno in grado di riflettere sul suo lavoro sa che l’organizzazione della cultura è il contrario della cultura. Il lavoro, quindi, diventa una guerriglia per strappare spazi di visibilità senza perdere gli spazi di indipendenza. Quando molte diverse forze organizzative si contendono il potere, la guerriglia è più facile. Quando invece restano pochi grandi trust, la tentazione di arrendervisi schizza in alto con tutte le sue giustificazioni sofistiche. Allora parecchi intellettuali e artisti deformano a priori le loro opere per stare almeno un po’sotto i riflettori. Presto le energie usate per autorappresentarsi pubblicamente surclassano i motivi che dovrebbero determinare l’autorappresentazione. Se poi l’ambito in cui ci si esprime sta scivolando ai margini della cultura generale, il processo accelera. E’ quel che da mezzo secolo succede alla letteratura. E dagli anni Ottanta, con la fine delle speranze rivoluzionarie, tanti scrittori e funzionari editoriali che ne erano stati contagiati si sono ritrovati soli davanti al mercato. Chi non ha voluto rischiare l’invisibilità si è disfatto della zavorra critico-teorica, e dopo avere stroncato in gioventù Grass o Nabokov ha esaltato Benni o Baricco. Intanto una narrativa “standard” ha cominciato a essere identificata con la letteratura tout court. I termini criticoteorici (engagement, avanguardia) si sono trasformati in pure etichette pubblicitarie, e le poetiche in brand di collane. Per farsi notare dal mondo fuori, nei territori periferici si esibiscono insegne turistiche: nel caso, articoli che non dicono nulla dei testi ma fissano un’immagine di comodo dei contesti. Chi lo fa con più spregiudicatezza e con più soldi, conquista il centro del “campo letterario”. Dalla narrativa giovanilistica degli anni ’80-’90 si è passati ai polpettoni scolastico-pop del dopo 11 settembre, e di qui a un’autofiction non più impietosa ma risarcitoria, la cui messa in scena di patologie e traumi ottiene subito una partecipe ricezione da welfare. Minimalismo, massimalismo, poetese romanzesco: le insegne cambiano veloci. Così i cannibali, vedendo il loro pop goffo invecchiare come un Commodore 64, hanno provato a ri-liricizzarsi; e lo stesso ha fatto la collana che li ospitava. Altre falene del romanzo si sono buttate su un pittoresco da Pro Loco, misto a storie di donne e Resistenza; e qualcuno parassita figure famose romanzandone la biografia. Nel frattempo un’editoria in affanno ha iniziato a imbarcare gli influencer, mentre i critici venivano rimpiazzati da editor che si dànno l’aria di ct della nazionale, che amministrano “botteghe” di narrazione, e che ogni tanto inneggiano a enormi Romanzimostri, in apparenza anti-standard ma in realtà destinati, col loro tonitruante estetismo, a fare l’opposizione di sua maestà alla produzione media. Un po’ ovunque, la griffe che segnala “qui qualità” è una lingua improbabile, divisa tra retorica hard-splatter e leziosità dannunziane dosate con un tatto da elefanti. Ma le vendite restano modeste, la rivoluzione mediatica accumula le sue rovine. Allora certi autori-imprenditori, che di solito sono anche dirigenti editoriali e direttori di festival, capiscono che le librerie e gli spazi di presentazione offrono vetrine ormai indispensabili. Consolidano così una filiera di venditori-intellettuali, con negozi simili a stilosi Barber Shop, che nei fatti sono dipendenti dalle ultime opinioni Verdurin. In questa filiera, i figli del ceto medio riflessivo cercano ciò che i padri trovavano nei partiti. Le nuove commissioni politiche, divenute venticelli di pettegolezzi, scomunicano chi urta i dogmi del giorno (manifesti woke, passaporti antifascisti). La storia clericale italiana si dimostra più forte della cronaca letteraria. Ed ecco che si arriva al pulmino dello Strega.

lunedì 29 giugno 2026

Vestirsi per esistere


 declinazione al femminile

Parigi/1. Al Musée Cognacg-Jay abiti-bustier e abiti-monumento unici dimostrano come, nel XVIII secolo, le donne non avessero altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere

Laura Leonelli
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026

  • Per la sua ultima collezione di alta moda Chanel, nella primavera-estate del 2019, Karl Lagerfeld aveva scelto di tornare alle origini, al Settecento, non solo perché sua personale ossessione, vedi ventaglio e codino di capelli bianchi vezzosamente trattenuto da un nastro di velluto nero, ma perché al XVIII secolo, aristocratico e già borghese, spetta quella particolare combinazione di eleganza femminile, immagine e spasmodica ricerca di promozione sociale, che qualche decennio dopo avrebbe dato origine alla fotografia e un attimo dopo alla fotografia di moda. Ed è proprio sciogliendo questo nodo storico, e sciogliendo insieme i fiocchi dei tanti bustini esposti, che ci incanta la splendida mostra «Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle», aperta al Musée Cognacg-Jay di Parigi fino al 20 settembre e curata in brillante contrappunto da Saskia Ooms, Adeline Collange-Perugi e Pascale Gorguet Ballesteros.

    Per contemplare la bellezza dell’abito-bustier con cui Lagerfeld terminò la collaborazione con la Maison di Gabrielle Chanel dobbiamo però aspettare la fine del percorso, che prende il via da un altro magnifico Robe à la Française, questa volta d’epoca. Agli estremi della mostra, due abiti-monumento, il primo in taffetà cangiante e garze di seta, il secondo interamente ricamato di paillettes verde acqua e punteggiato di fiori di ceramica, raccontano 200 anni di una storia femminile, pochissimo emancipata e moltissimo esibita. Del resto, ed è la prima riflessione a cui invitano la mostra e il bel catalogo, le donne non avevano altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere. Alla ritrattistica gli uomini offrivano un’immensa versatilità professionale e sociale, ed erano principi, ufficiali, giudici, avvocati, medici, artisti, ognuno di loro con le rispettive insegne del potere. Le donne avevano “solo” il lusso del loro guardaroba e con questo esprimevano ricchezza, stato sociale, cultura, grazia, e, a un certo punto, quando le scene si fanno più intime e la mussola prende il posto del broccato, persino modestia, là dove la modestia faceva parte del corredo morale, quindi economico, di ogni futura sposa. Per i pittori e i fotografi è stato un lunghissimo viaggio di nozze.

    Nello statuto dell’Académie royale de peinture et de sculture, fondata il 10 gennaio 1648, il ritratto occupa un posto minore, in pratica è il gazzettino per leggere le ultime notizie su chi conta e chi no. Tutto cambia nel XVIII secolo quando in un clima di mobilità sociale le nuove élite cercano prestigio e riconoscimento, soprattutto attraverso l’immagine, e contemporaneamente gli Illuministi avviano un’inedita ricerca sulla condizione umana, dove il ritratto è lo strumento migliore per indagare interiorità e sensibilità di ogni individuo. Il ritratto, sentenzia Denis Diderot negli Essais sur la peinture, «è una lettera di raccomandazione scritta in una lingua comune a tutti gli uomini. Nella società, ogni gruppo di cittadini ha il suo carattere e la sua espressione, l’artigiano, il nobile, il plebeo, l’uomo di lettere». Un secolo e mezzo dopo, August Sander metterà in pratica gli insegnamenti del filosofo francese nella sua celebre indagine sugli uomini del XX secolo. Un soffio e arriva Irving Penn con i suoi ritratti dei Petits Métiers parigini.

    E le donne? Le donne del Settecento, apprendiste e maestre nella sottile arte della seduzione, sanno che la moda è un’alleata preziosa. Le donne, vere e non allegorie mitologiche, cominciano così a “guardare in macchina”, gli occhi fissi negli occhi dell’artista e nei nostri, e non importa se siano sedute nello studiolo, intente a leggere o a scrivere una lettera, quel che conta è la comunicazione visiva. A ritrarle nel trionfo dei loro abiti sono, forse non a caso, pittori e pittrici che vantano un contatto diretto con gli strumenti della bellezza e dell’eleganza. Antoine Vestier, tra gli altri, si era formato nell’ambito della miniatura e quando deve riprodurre le trine, i pizzi, le pieghe di seta dell’abito di Marie-Adélaïde de France, e così i suoi capelli incripriati, non ha rivali. Anche Adélaïde Labille-Guiard nasce miniaturista e pastellista di straordinaria delicatezza, ma è soprattutto figlia di Claude-Émile Labille, proprietario del più raffinato negozio di merceria parigino, La Toilette, in rue Neuve-des-Petits-Champs, e tanto per dire una delle commesse è la futura Madame du Barry. La madre di Élisabeth Louise Vigée Le Brun, Jeanne Maissin, era invece una parrucchiera, il padre un pittore e pastellista dell’Académie de Saint-Luc, e quando il padre muore è Blaise Boquet, pittore, commerciante e fabbricante di ventagli a insegnare a Élisabeth la preziosità dei dettagli.

    Molte delle dame ritratte, per esempio Madame Sophie, la Petite Reine della tela di Lié Louis Périn-Salbreux del 1776, portano le cosiddette engageantes (dal verbo engager, impegnare e attirare insieme), maniche di pizzo a strati di volant, applicate all’altezza del gomito, totalmente inutili se non nel gioco eccitante di quel poco vedo e tanto non vedo settecentesco. Partendo da questo accessorio sfilabile, quindi indipendente, la fotografa Esther Ségal ha avviato una ricerca, anch’essa in mostra, sulla condizione femminile nel secolo dei Lumi e su quella gabbia dorata, tra regole e apparenze, tra patriarcato e breve fioritura personale, nella quale vivere, anche soffrendo, l’arte del savoir paraître. I fiori trionfano nelle immagini di Esther, ma sono racemi che avvolgono le braccia come filo spinato o sono petali che appassiscono dietro le sottili sbarre di una voliera. Anche Linda Evangelista, partner nel 1991 di Steven Meisel in uno storico servizio per «Allure», aveva giocato con le stecche-sbarre di un corsetto Cadolle, indossandolo con l’orgoglio di chi si è appena liberato di una camicia di forza.

    Naturalmente è una citazione, doppia, in ordine cronologico da una fotografia di Henry Clarke del 1955, protagonista Dorian Leigh, che a sua volta cita quella celeberrima di Horst per Mainbocher, del 1939. Agli anni 90 appartiene forse l’opera più intelligente e ironica del percorso, anche la più misteriosa perché non di immediata lettura, ed è una zuppiera in porcellana, titolo Madame de Pompadour, su cui appare una creatura che immaginiamo corrisponda per abiti, trucco e parrucco alla favorita di Luigi XV. Non lo è, ed è invece Cindy Sherman che posa tra i decori di una replica della zuppiera commissionata alle manifatture reali di Sèvres nel 1756 dalla stessa Pompadour. L’artista americana ha gli occhi chiusi, forse sogna, forse rende omaggio alla grandezza del personaggio che interpreta, o forse ricorda quanto sia ancora fragile, porcellana esistenziale, il destino di tante altre donne.

    Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle

    Parigi, Musée Cognacg-Jay
    Fino al 20 settembre
    Catalogo Paris Musées, pagg. 110, € 25



lunedì 11 maggio 2026

La polemica sui Promessi sposi

Silvia Truzzi
I Promessi sposi in aula e le idee storte tanto care a donna Prassede

Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2026

AI POSTERI L’ARDUA SENTENZA. La polemica sui Promessi sposi a scuola - che potremmo sintetizzare in “Questo matrimonio studenti-manzoni non s’ha da fare” o “Questo libro non s’ha da leggere a scuola”è assai antica. Carlo Emilio Gadda si premurò di scrivere la famosa Apologia manzoniana, in cui si domandava: “Che cosa avete mai combinato, Don Alessandro, che qui, nella vostra terra, dove pur speravate nell’indulgenza di venticinque sottoscrittori, tutti vi hanno per un povero di spirito?”. L’ultima notizia non è che qualcuno – che sia Moccia o Enrico Vanzina – vorrebbe sostituire il romanzo degli italiani con le proprie opere (immortali narrazioni a tre metri dal cielo o cinepanettoni), ma che la commissione Valditara ha proposto lo slittamento dell’insegnamento del romanzo dal secondo al quarto anno di liceo. Motivo: è più logico studiarli al quarto anno insieme al resto della letteratura dell’ottocento. Nei primi anni i professori avrebbero la possibilità di proporre letture alternative che stimolino il piacere per la lettura, e nel quinto anno si studierebbe (finalmente) il Novecento. Un gruppo di docenti, capitanati dal professor Barbero, ha lanciato una petizione contro lo slittamento, che in pochi giorni ha raggiunto le 25mila firme. Dicono giustamente i professori che al quarto anno - vista la quantità di autori fondamentali da studiare (Goldoni, Parini, Foscolo, Leopardi...) non sarebbe possibile dedicare la necessaria attenzione al classico dei classici, il romanzo seminale della nostra letteratura contemporanea (e della nostra identità letteraria). Secondo la commissione I promessi sposi non sono più “contemporanei” (vabbé grazie) per cui via libera a Alberto Moravia, Elsa Morante, Italo Calvino, Stefano Benni, Domenico Starnone, Fëdor Dostoevskij, Emily Brontë, J.R.R. Tolkien, Philip Dick, Agatha Christie o Stephen King… “Almeno sei i libri da far leggere integralmente durante il biennio, tre ogni anno scolastico. Autori che di norma piacciono agli studenti. Dentro i gialli, la fantascienza, gli horror o le strane storie di Roald Dahl. E ancora: saggi, testi teatrali, sceneggiature di film o serie tv”, scrive Repubblica. Molte le considerazioni da fare (e i nostri lettori, se lo desiderano, possono scriverci le loro), una su tutte: ai 15enni studenti dei licei vogliamo proprio dire che il loro massimo sforzo di concentrazione dev’essere scrollare video su Tik Tok? Bene che i professori abbiano libertà di insegnamento – perché loro hanno il polso delle persone a cui si rivolgono – però passare da Dostoevskij alle serie tv è davvero un arco arbitrale eccessivo. E poi: la strategia educativa può davvero essere semplificare tutto il semplificabile? Come sempre ci viene in soccorso il bistrattato capolavoro: “Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n'aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care”. Non è difficile da capire (perfino per uno studente 15enne) e si adatta a molte idee, compresa quella della commissione...

venerdì 1 maggio 2026

Il diavolo veste Prada 2

Luc Chessel
Il diavolo veste Prada 2 con Merryl Streep e Anne Hathaway: per chi suona il glamour

Libération, 29 aprile 2026

Se, vent'anni dopo, il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada ci ricorda Vogue di Madonna , Work Bitch di Britney Spears sarebbe stato altrettanto azzeccato. Perché negli uffici di questa Vogue , o del suo alter ego mitico-fittizio, la rivista di moda Runway, il minimo che si possa dire è che stanno lavorando. Ma a cosa e per quale scopo? Un sequel cinematografico è davvero un film? I film, soprattutto quelli hollywoodiani, sono concepiti come opere a sé stanti, pensate per esaurire i personaggi estraendone fino all'ultima goccia di energia narrativa, quindi ben poche figure fittizie hanno ancora abbastanza energie alla fine per riempire altre due ore. Questa volta è stato il film del 2006, indubbiamente di successo (o meglio, sempre più di successo col passare del tempo, come se gli anni lasciassero intatto il suo genio per la malvagità), a diventare oggetto di un vero e proprio culto satanico, perché l'ex giovane giornalista Andy Sachs (Anne Hathaway), la sua migliore rivale Emily (Blunt) e la loro leggendaria e odiosa direttrice Miranda Priestly (Meryl Streep) trovassero i mezzi, immaginari e finanziari, per tornare al servizio – nel cuore di una Manhattan che ha definitivamente infranto la barriera del suono della gentrificazione e del suo seguito, l'inferno in terra.

Il primo film trattava già il tema del lavoro, utilizzando una cornice faustiana per mettere in discussione l'etica giornalistica, basandosi sull'idea che il diavolo non sia mai altro che ciò con cui stringiamo un patto. Il nuovo capitolo tenta di rimettere in discussione l'integrità di Andy, ora un giornalista serio e rispettato ma disoccupato, di fronte alla crudeltà glamour, gerarchica e seducente di Miranda, la più kafkiana delle icone della moda. Ma ben presto, ci spostiamo ben oltre, tutti sulla stessa barca, una Runway che affonda di fronte al mondo completamente digitale: il diavolo ha trovato pane per i suoi denti e deve essere salvato dal nichilismo dei magnati della tecnologia (un cocktail proto-Musk e Altman mal riuscito ). Come difesa di una fase precedente del capitalismo (" Adoro il mio lavoro " sarà, attenzione spoiler, la battuta finale, non immediatamente iconica) contro la sua versione più recente (il tuo sistema operativo è aggiornato?), questo sequel funziona. Ma assomiglia a una riscrittura, a cura dell'ufficio "pubbliche relazioni", dei personaggi precedenti, il cui grande difetto, questa volta, sarebbe quello di amare troppo il proprio lavoro e di non lasciarsi corrompere, come vent'anni prima, dal Male assoluto, che tuttavia rappresentava una morale un po' più Prada.

lunedì 26 gennaio 2026

Il brutto che piace

Mattia Insolia
Perché il brutto ci piace sempre di più: da tendenza estetica a movimento culturale

la Repubblica, 25 gennaio 2026

 Il rapporto umano con il brutto (con ciò che di norma è sgradevole) è sempre stato complesso. Di fronte a qualcosa che non è piacevole ai sensi in alcuni di noi la prima reazione è di repulsione. Ostilità o diffidenza, di questo si tratta nella gran parte dei casi, ma spesso può nascere una sorta di tenerezza, un misto di sollievo e compassione. Ciò che bello non è, difatti, può pure farci sentire a nostro agio, può attrarci, interessarci, addirittura piacerci.

Tant’è che negli ultimi anni c’è stata una certa fioritura di roba brutta.

Pupazzi con un occhio più grande dell’altro, gadget con cuciture storte e scarpe dalle linee troppo spigolose, lampade oblunghe, poltrone tracagnotte e camicie che sembrano proprio tagliate male. Ogni tanto, a guardarsi attorno, si ha la sensazione che la presenza di difetti o la mancanza di buongusto si sia consolidata come una vera pratica estetica. Non una moda passeggera, come tanti credevano negli anni Novanta ma un messaggio chiaro: non sono qui per piacerti subito, anzi: devi sforzarti tu di capirmi; l’estetica del brutto è studiata e dietro può nascondere dei significati profondi.

Degli anni Novanta non si parla a caso. Il brutto che piace ha radici (anche) in quella che fu la ugly chic, nella moda e nell’arte: da Schiaparelli a Prada. Le scommesse di trent’anni fa, sembra, sono state vinte e sono state capitalizzate, oggi, da altri che hanno reso i loro risultati dei punti di partenza. Insomma, che l’anti-bello potesse funzionare si sapeva già. Ma il fenomeno non è puramente estetico, è evidentemente anche culturale e ha connotazioni molto contemporanee. E questa, forse, è la vera novità.

Alla domanda sul perché il brutto ci attragga la psicologia ci dà alcune risposte interessanti. A partire dal benign masochism. Alcune esperienze sono piacevoli, pur essendo in teoria negative, perché abbiamo la consapevolezza di non essere in pericolo. Una dissonanza controllata: il brutto ci disturba, ma come il solletico. C’è poi un discorso di comunione, sempre per la psicologia: chi è capace di capire che qualcosa è intenzionalmente brutto e sa cogliere ciò che c’è dietro, l’ironia di un oggetto fintamente sciatto, sente di appartenere a una comunità. Le subculture in effetti si costruiscono così e tendenzialmente nascono in rottura con la cultura dominante; perciò il brutto funziona bene in situazioni simili. Infine c’è una certa consolazione. Accanto al brutto noi non dobbiamo performare, non dobbiamo nascondere i pezzi di noi stessi che non ci piacciono: possiamo stare tranquilli. Ciò che è sbagliato funziona anche da specchio deformante, e ridimensiona quello che crediamo sia sbagliato in noi.

E qui arrivano i social; arrivano sempre, a un certo punto.

TikTok e Instagram, in questo periodo, hanno reso l’osceno estetico riproducibile, condivisibile: immagini photoshoppate intenzionalmente male, meme deep-fried, giochi prodotti in serie e venduti come pezzi unici. Prendete i Labubu: volutamente strani, parecchio brutti, un po’ goffi, sproporzionati e cattivi, e tutti uguali tra loro; sono uguali, inutile dire il contrario. Fenomeno di portata mondiale, grazie al digitale sono diventati un luxury-cult. E sono il più palese esempio di come anche il brutto possa trasformarsi in capitale.

Ciò che nasce come gesto di disgelo verso la perfezione viene ripreso, incapsulato e venduto: il rifiuto della performance diventa performance a sua volta. Non ne usciremo mai. Ma si sa: pure l’autenticità è un prodotto adatto al consumo (e cosa c’è di più autentico di qualcosa che è riuscito male?).

Anche qui, dunque, occorre prudenza: il rifiuto del bello può diventare il nuovo dovere?, un format?, e il non avere cura della forma può trasformarsi in un altro modo per mostrarsi? Il confine tra sincerità e strategia è sottile, ma le risposte a queste domande, temo, le conosciamo già. Al momento, però, tra ironia e serietà, il brutto che ci piace racconta di stanchezza, di resilienza e di ribellione (pure se parrebbe cominciare già a raccontare anche di mercato e di astuzia commerciale, è vero). Per cui, almeno, parte con intenti nobili.

A ogni modo, resta un dato: la bellezza non è l’unica via per dar prova della propria esistenza. E, anzi, ogni tanto è bene lasciare che le cose risultino storte, per provare a raddrizzarle o per provare ad amarle così come sono.

sabato 6 dicembre 2025

Dalla parte degli sfruttatori

 

Deborah Luchetti

Olivier Bonnel
In Italia i subappaltatori dei marchi del lusso "continuano a sfruttare la miseria umana"
Le Monde, 6 dicembre 2025

Per il governo, che ha fatto della difesa del "Made in Italy" una delle sue priorità, la vicenda è a dir poco imbarazzante. Grandi marchi del lusso italiano come Gucci, Versace, Dolce & Gabbana e Ferragamo sono sotto esame da parte dei tribunali per aver collaborato con subappaltatori che non rispettano la dignità di alcuni dei loro dipendenti. Giovedì 4 dicembre, la Procura di Milano ha annunciato l'estensione di un'indagine, aperta nel 2024, a 13 importanti case di moda, tra cui marchi francesi come Yves Saint Laurent e Givenchy, a cui è stato ordinato di presentare valutazioni delle loro catene di fornitura.

Sono state le ispezioni dei Carabinieri nelle fabbriche di abbigliamento di cinque fornitori ad allertare le autorità. Nella zona di Firenze, sede di numerosi laboratori che riforniscono importanti case di moda, lavoratori cinesi, pakistani e senegalesi lavorano a ritmi estenuanti per salari miseri.

«Si tratta di lavoratrici senza contratto, senza diritti, che lavorano dieci o dodici ore al giorno, con orari massacranti, anche il sabato e la domenica », spiega Deborah Luchetti, coordinatrice della campagna “Vestiti Puliti” in Italia. Secondo i sindacati, i salari non superano i 2,5 o 3 euro l’ora. «Alcune lavorano in officine fatiscenti e pericolose, che spesso sono anche il luogo dove mangiano e dormono, a volte sotto sorveglianza perché vittime di ricatti», continua la Luchetti.  .

Lo scandalo mette in luce uno dei problemi del diritto del lavoro italiano: il sistema del caporalato, solitamente associato ai braccianti agricoli del Sud Italia. Questo sistema di reclutamento di manodopera per grandi aziende attraverso intermediari spesso privi di scrupoli in materia di condizioni di lavoro, consente spesso assunzioni senza contratto.

"Il sistema di sfruttamento  non può diventare la norma nel settore della moda, dove i subappaltatori continuano a sfruttare la miseria umana", spiega Alessandro Picchioni, presidente della federazione dei lavoratori tessili presso la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) di Firenze, il più grande sindacato italiano. A fine novembre, il leader sindacale ha organizzato un flash mob davanti alle boutique di lusso del capoluogo toscano, a cui hanno partecipato decine di lavoratori del settore, per denunciare la precarietà delle loro condizioni di lavoro.

"Scudo di punizione"

Questo scandalo, che ha scosso il settore del lusso, si sta svolgendo parallelamente a una battaglia legislativa in Parlamento: la maggioranza di destra e di estrema destra sta proponendo una modifica al codice del lavoro, in particolare alla Legge 231 sulla responsabilità d'impresa. Secondo la legge attuale, i marchi possono essere ritenuti penalmente responsabili per i reati commessi dai loro subappaltatori. Tuttavia, il disegno di legge attualmente in discussione mira, secondo i suoi critici, a limitare la responsabilità sociale delle aziende appaltatrici.

Ciò renderebbe più difficile per i lavoratori o i sindacati intraprendere azioni legali contro queste aziende in caso di subappalto illegale o sfruttamento del lavoro sommerso. I sindacati denunciano questo come uno "scudo legale" dietro il quale i grandi gruppi della moda potrebbero ora nascondersi.

Il Ministro dell'Industria e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha difeso i marchi italiani, sostenendo che "la loro reputazione è sotto attacco " . Federmoda, la federazione italiana dei datori di lavoro che rappresenta il settore, non ha nascosto la sua preoccupazione per l'impatto sull'immagine dei grandi marchi, a poche settimane da Natale. Ma i sindacati non si tirano indietro. "L'industria della moda vive un incredibile stato di schizofrenia " , hanno denunciato i tre principali sindacati del settore in una dichiarazione congiunta. " Da un lato, c'è l'eccellenza del Made in Italy, dall'altro, la ricerca del massimo profitto attraverso la minimizzazione dei costi, lo sfruttamento dei lavoratori e la violazione dei loro diritti".

Al di là del dibattito parlamentare, le associazioni auspicano una presa di coscienza pubblica sulle pratiche dell'industria della moda. "È giusto che una scarpa venduta a 500 euro sia realizzata da operai che guadagnano 3 euro l'ora, lavorando sei giorni alla settimana in magazzini fatiscenti e pericolosi?", chiede la signora Luchetti  di "Vestiti Puliti", in una petizione da lei lanciata insieme a una quarantina di associazioni, chiedendo il ritiro del disegno di legge attualmente in discussione alla Camera dei Deputati.


venerdì 19 settembre 2025

La parata londinese delle dame

Ester Viola
Kate, Camilla, Melania: regalità della tigna in tutte le sue sfumature
Il Foglio, 19 settembre 2025

Nella parata un poco imbalsamata, a Londra, della visita dei Trump, la resistentissima etichetta Buckingham regala un interessante spettacolo. Per chi facesse caso a questi dettagli, c’erano in capannello a parlarsi tra loro, vestite da cerimonia e con cappello, le tre eminenze più grigie della terra. Tre signore spesso confuse con decorative, tre ostinazioni a confronto, tre forme superiori di determinazione aliene a noi della razza di quelli che vivacchiano come capita.

Kate Middleton. Kate è la versione nuovo-secolo di una vecchia aspirazione borghese: la scalata verso l’aristocrazia totale, il sogno che hanno alcuni di esistere in qualità di ruolo. La sua tigna è quella della forma – la perseveranza che si esercita aderendo completamente a un codice fino a non sentirlo più. C’era una volta la pronipote di un minatore, si chiamava Kate ed era venuta al mondo con due fortune: implacabili ambizioni sociali e una madre votata alla politica matrimoniale strategica. Non fu astuzia predatoria, è stato più un lungo lavoro di rosicchiamento del limite. Era dal 1660 che una commoner non sposava un re inglese. La storia era contro, la statistica era contro, la famiglia era (all’inizio) contro. Ma se c’è una cosa che sanno i forti, è che le possibilità non sono mai a favore.

Non c’è nulla di spontaneo, in Kate, epperò nemmeno di artificioso: se non è una prodezza questa, non saprei cos’altro. Non è il calcolo del dettaglio, non ne ha mai avuti troppi, di dettagli da notare. E’ la reiterazione: farà quello che ti aspetti, la vedrai come te la immagini. La sua forza è la continuità, la si riconosce sempre, è sempre leggibile. La tigna è della specie contrattuale: ubbidisce al matrimonio con la diligenza di una funzionaria. E’ definibile forse come carisma al contrario, questa permanenza nella correttezza? O è carisma nella sua massima espressione? Potrebbe essere entrambe le cose.

Camilla Parker Bowles. Camilla è un’altra versione di tenacia. Camilla è fatta di una materia resistente al fuoco. Il tipo di vincitrice che trionfa rimanendo, e poco altro. Ha attraversato quarant’anni di batoste pubbliche e private: la rivale senza pietà di una principessa santificata, vedete voi. Camilla resta intatta dopo i crolli, la sua forza è quella. Il tipo di inerzia che hanno i sassi: basta non muoversi. Nemmeno puoi dire che è di pasta incolore, quella tenacia, in realtà trattasi di un dispositivo perfetto di potere passivo. Philip Roth ha scritto di quelle come lei: è il gatto che guarda il pesce rosso, ma i denti ce li ha il pesce rosso. Lascia che gli altri si consumino, così si estinguono, lei sta lì. Si è impegnata a sviluppare un talento micidiale, l’indifferenza agli eventi. La guerra la vince chi dura un quarto d’ora in più, c’è scritto pure nella Recherche. Ha aspettato che il tempo passasse, e il tempo è passato. In lei c’è qualcosa di quasi premoder

no, anzi grecissimo: una concezione del potere come accumulo di resistenza. La capacità di tenersi saldi vince su tutto, supera ogni amore e ogni intelligenza.

Melania Trump. Qui c’è un esercizio di controllo dell’immagine muta che arriva fino all’astrazione. Melania è un concetto. Chi ha capito Melania Trump? Nessuno, enigma. Una porcellana di un metro e ottanta in un mare di disinteresse per quello che le capita intorno. A differenza di Kate, che segue un codice, e di Camilla, che è sopravvissuta per attrito, Melania deve solo controllare il presidio dello stile. La sua determinazione non è opportunista né sentimentale, è visiva. E’ una disciplina del corpo, della faccia muta, della distanza, dei molto probabili accordi legali di permanenza accanto a quel che resta da sopportare di quell’orrendo marito. Una specie di trofeo che si autodifende. Qualità non banale.

giovedì 4 settembre 2025

Giorgio Armani


Chloe MacDonnell 

Giorgio Armani, celebre stilista italiano, muore a 91 anni

The Guardian, 4 settembre 2025

Giorgio Armani, il celebre stilista italiano che ha costruito un impero mondiale, è morto all'età di 91 anni, ha annunciato giovedì la sua azienda.

"Con infinito dolore, il Gruppo Armani annuncia la scomparsa del suo creatore, fondatore e instancabile motore: Giorgio Armani", ha dichiarato la casa di moda in una nota.

Il suo vasto portfolio comprende le linee di abbigliamento Giorgio Armani ed Emporio Armani, insieme al marchio di alta moda Armani Privé e una linea di design e arredamento Armani Casa.

Era assente dalle sue ultime tre sfilate, tenutesi a giugno e luglio, a causa di una malattia. Avrebbe dovuto partecipare alle celebrazioni per il 50° anniversario del marchio, che si terranno a fine mese, tra cui una mostra storica alla Pinacoteca di Brera a Milano.

Fondatore e unico azionista di Giorgio Armani SpA, Armani avrebbe rifiutato numerose offerte nel corso della sua carriera per entrare a far parte di uno dei quattro grandi conglomerati della moda di lusso. Ha descritto l'indipendenza del suo marchio come "un valore essenziale".

La sua presentazione inaugurale del 1975 aprì la strada all'idea di un abbigliamento soft power, che gli valse il titolo di "Re del Blazer". La sua proposta di tailleur fluidi anziché strutturati, con giacche dal taglio lungo, pantaloni con ampie pieghe e cappotti con cintura lunghi fino a terra, diede vita a un approccio completamente nuovo all'abbigliamento. Applicò le stesse tecniche all'abbigliamento femminile, liberando molti stilisti dalle silhouette elaborate e aderenti prescritte da altri marchi. La sua palette di colori tenui, composta da grigi e beige, divenne sinonimo di ricchezza discreta, molto prima che l'idea di lusso discreto entrasse nel lessico.

Nel 1980 il marchio raggiunse la fama internazionale quando Richard Gere indossò numerosi capi disegnati da Armani nel film American Gigolo.

Questo ha anche aperto la strada a un nuovo modo di lavorare con Hollywood. Mentre in passato gli stilisti avevano un rapporto con una sola star specifica, come Hubert de Givenchy e Audrey Hepburn, Armani ne aveva molteplici.

Nel 1978, Diane Keaton è stata la prima attrice a indossare Armani sul red carpet degli Oscar. Jodie Foster lo ha indossato a tutte le cerimonie tranne una dal 1989, mentre il look di Julia Roberts del 1990, un abito Armani oversize grigio acciaio abbinato a camicia bianca e cravatta, è diventato uno dei look più memorabili di sempre ai Golden Globe.

Nato a Piacenza, nel nord Italia , nel 1934, Armani intraprese inizialmente la carriera medica. Lasciò l'Università di Milano prima di conseguire la laurea per arruolarsi nell'esercito. Poco dopo iniziò a cercare un altro tipo di carriera.

"Mi sono avvicinato alla moda quasi per caso e poi è cresciuta lentamente dentro di me fino a assorbirmi completamente, rubandomi la vita", ha affermato in precedenza.

Dopo aver lavorato come vetrinista e in seguito come addetto alle vendite presso La Rinascente, un importante grande magazzino di Milano, ha assunto il ruolo di stilista di abbigliamento maschile presso Nino Cerruti.

Armani aveva 41 anni quando lanciò il suo marchio. Fu il suo socio Sergio Galeotti, architetto di formazione, a convincerlo a vendere il suo Maggiolino Volkswagen per fondare la propria azienda. Galeotti gestiva la contabilità, mentre Armani si concentrava sul lato creativo. Alla morte di Galeotti nel 1995, Armani continuò da solo.

Nel 2021, i prodotti a marchio Armani hanno generato un fatturato di 3,5 miliardi di sterline. Tra questi rientrano hotel, ristoranti, locali notturni, cosmetici, cioccolatini e persino negozi di fiori.

Dopo la collezione primavera/estate 2022, Armani ha salutato per la prima volta la sfilata insieme a Leo Dell'Orco, responsabile dell'ufficio stile uomo, entrato in azienda nel 1977.

Una dichiarazione rilasciata a nome dei suoi dipendenti e familiari recita: "In questa azienda ci siamo sempre sentiti parte di una famiglia. Oggi, con profonda emozione, sentiamo il vuoto lasciato da colui che ha fondato e cresciuto questa famiglia con visione, passione e dedizione. Ma è proprio nel suo spirito che noi, dipendenti e familiari che hanno sempre lavorato al fianco del Signor Armani, ci impegniamo a proteggere ciò che ha costruito e a portare avanti la sua azienda in sua memoria con rispetto, responsabilità e amore".

In un'intervista al Financial Times pubblicata pochi giorni prima della sua morte, Armani spiegò come intendeva lasciare in eredità il suo immenso patrimonio.

“I miei progetti di successione prevedono un passaggio graduale delle responsabilità che ho sempre ricoperto alle persone a me più vicine… come Leo Dell'Orco, i membri della mia famiglia e tutto il team di lavoro”. Ha aggiunto che “vorrei che la successione fosse organica e non un momento di rottura”.

Giovedì, quando la notizia è stata diffusa, stilisti e celebrità hanno iniziato a rendergli omaggio sui social media. "Oggi il mondo ha perso un gigante. Ha fatto la storia e sarà ricordato per sempre", ha scritto la stilista Donatella Versace.

"È stato un grande onore aver avuto la possibilità di incontrare e lavorare con una persona così straordinaria", ha scritto il pilota della Ferrari di Formula 1 Charles Leclerc, già protagonista di una campagna Armani. "Ci mancherai, Giorgio".

"Una vera amica. Una leggenda", ha scritto Julia Roberts.

"Sono incredibilmente addolorata nell'apprendere della scomparsa di Giorgio Armani", ha scritto l'attrice Diane Kruger. "Una delle persone più gentili e dei mentori più preziosi che abbia avuto la fortuna di incontrare e con cui lavorare".

"Il signor Armani mi ha insegnato l'importanza dell'imprenditorialità e della comunità, e a credere nella propria creatività", ha scritto l'ex direttore di Vogue Edward Enninful. "Da quando ci siamo conosciuti negli anni '90, ha sempre creduto in me e mi ha dato un posto al tavolo fin dal primo giorno; dallo styling delle sue campagne alle sue infinite parole di saggezza in ogni fase della mia carriera, mi ha sempre fatto sentire preso in considerazione".

In una serie di post su X, l'attore Russell Crowe ha raccontato come lo smarrimento delle valigie durante il tragitto per il Festival di Cannes nel 1997 lo abbia portato a scoprire lo stilista. "Lo adoravo. Era così gentile. Tanti momenti significativi della mia vita, premi, matrimonio, Wimbledon... tutto in Armani. Che vita ha avuto, dagli esordi alla gloria".

Quando in un'intervista del 2022 gli è stato chiesto come avrebbe voluto essere ricordato, Armani ha risposto: "Come un uomo sincero. Dico quello che penso".