Georg Meyr
Petrolio, nazionalismo e guerra fredda: il colpo di Stato in Iran nel 1953
Dissonanze, 1 giugno 2026
Le vicende che si svolsero in Iran all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento rappresentano un notevole caso di «intreccio» fra interessi petroliferi, Guerra fredda e decolonizzazione. Da un punto di vista formale, quel Paese dalla storia plurimillenaria (Persia, fino al 1935) non era una colonia di qualche potenza europea. Ma il totale controllo britannico sulla sua grandiosa ricchezza petrolifera lo aveva reso, di fatto, del tutto dipendente da Londra. Pertanto, la ribellione di Teheran nei confronti di tale dominio assunse anche un significato simbolico di affrancamento coloniale.
Prendiamo dunque le mosse dagli interessi petroliferi. Dal primo decennio del Novecento, quando il motore a scoppio si stava avviando a dominare il mondo dei trasporti, l’Anglo-Persian Oil Company (Anglo-Iranian, dal 1935), società del gruppo British Petroleum (BP), ottenne il controllo dell’attività estrattiva e della raffinazione iraniane, in condizioni pressoché monopolistiche. Ciò portò in breve tempo al sostanziale subentro del dominio di Londra sulla società persiana, che pur beneficiando di indubbi sostegni pratici da parte della Compagnia – scuole per i figli dei dipendenti, assistenza sanitaria e molto altro – doveva comunque sottostare al «paternalismo vittoriano» che caratterizzò l’imperialismo britannico fino alla fase conclusiva dell’età coloniale.
In concreto, ciò rendeva alquanto effimera la sovranità del governo di Teheran, che riceveva su base contrattuale le briciole dei poderosi profitti realizzati dalla Compagnia, peraltro largamente partecipata dallo stesso governo di Londra, che proprio all’eccellente petrolio iraniano affidava una parte rilevante delle forniture energetiche della Royal Navy.
Nel 1950, un colpo terribile alla posizione prevaricante della Gran Bretagna fu sferrato dall’accordo che stabilì il principio della suddivisione dei profitti al 50% fra l’Arabian-American Oil Company (Aramco) e le autorità saudite. In pratica, le società di sfruttamento statunitensi suddividevano alla pari con il Paese produttore i profitti derivanti dal petrolio, sebbene questi ultimi fossero da calcolare al netto dell’imposizione fiscale, che le compagnie pagavano ovviamente al governo di Washington.
Questa «rivoluzione» – che oggi peraltro ai nostri occhi appare ragionevolissima – fu la scintilla che fece esplodere il celato malcontento politico e popolare in Iran, con la formazione a Teheran, nella primavera del 1951, di un governo fortemente nazionalista, presieduto dall’anziano e carismatico Mohammad Mossadegh.
A sfatare qualsiasi grossolana forzatura interpretativa, è opportuno chiarire che si trattava di una politica di orgoglio nazionale, marcatamente xenofoba, all’interno della quale il ruolo dell’Islam sciita fu poco rilevante. Pertanto, tutt’altra situazione rispetto alla cacciata dello Shah, ventotto anni dopo, e la seguente fondazione della repubblica islamica.
Già, lo Shah: Reza Pahlavi, al di là della sua grandiosa tradizione imperiale, appare come figura insicura e titubante di queste vicende. Egli sarà scelto dagli Stati Uniti come soggetto su cui rifondare l’Iran, con il colpo di Stato dell’agosto 1953, perché anticomunista, poco nazionalista e di certo sufficientemente succube rispetto alle posizioni di Washington.
Da subito, il principio del 50% apparve inammissibile al governo iraniano, che il primo maggio provvide a nazionalizzare l’intera industria petrolifera, pur senza possederne la capacità gestionale. Dai documenti degli archivi britannici emerge con chiarezza la avvilente incapacità, dei vertici dell’Anglo-Iranian come pure del governo di Sua Maestà, di comprendere cosa stesse accadendo e, di conseguenza, come dovere agire.
Il colmo del grottesco fu forse raggiunto con l’ipotesi di attaccare militarmente l’Iran: gli stati maggiori dichiararono notevoli perplessità sul successo dell’impresa, gli alleati statunitensi la definirono improponibile, così a ridosso dei confini dell’Unione Sovietica. Non se ne fece nulla.
La situazione si stiracchiò fino agli inizi del 1953, con il governo di Teheran che riusciva faticosamente a vendere un po’ del suo greggio, che i britannici consideravano «rubato», tanto da procedere al suo sequestro, quando possibile. Il contrasto politico fra la prudenza (per ricorrere a un eufemismo) dello Shah e l’integralismo nazionalista del premier non lasciava presagire soluzioni diplomatiche, per il superamento del sostanziale arresto della possente attività petrolifera iraniana.
Nel gennaio del 1953, con Eisenhower alla Casa Bianca e il conseguente rinnovato attivismo della politica statunitense – vero o presunto, la questione è ancora controversa – fu deciso l’avvio dell’«Operazione Ajax», già ipotizzata, insieme ai britannici, sotto l’amministrazione Truman. La Cia, con il sostegno dell’MI6, doveva provvedere a risolvere una situazione di destabilizzazione, nel Medio Oriente, ormai troppo duratura.
Fra memorie dei protagonisti e riflessioni teoriche del National Security Council non è difficile ricostruire l’operazione, essenzialmente mediatica, attraverso la quale, magari con molte difficoltà e momenti di incertezza, fu fatto cadere il governo Mossadegh, rimpiazzato dal generale Zahedi, gradito alla Cia. Tornato a Teheran dopo un’ingloriosa, improvvisa e necessaria vacanza d’agosto con la consorte (una vera e propria fuga prudenziale) a Roma, lo Shah divenne l’effettivo padrone dell’Iran, sotto mandato statunitense.
Nel giro di un anno – un lasso di tempo minimo per dare un’apparenza di dignità negoziale agli assetti petroliferi da definire –, la inestimabile risorsa iraniana passò dal controllo monopolistico di una compagnia britannica a quello consortile di sette compagnie (le famigerate «sette sorelle»), prevalentemente statunitensi, dove l’unica traccia dei vecchi padroni stava nella compartecipazione inglese, insieme agli olandesi, nella Shell.
Guardando da Washington, nel 1954, l’Iran era ormai sotto saldo comando – le simpatie di Zahedi in tempi non lontani per il nazismo erano note ed egli non lasciò certo inopportuno spazio al partito comunista Tudeh! Gli immensi profitti del petrolio erano stati sottratti, in modo complessivamente abile, agli alleati britannici, che si resero ben conto della malizia intrinseca dell’operazione, al punto da incrinare, almeno per un po’, la special relationship fra le due sponde dell’Atlantico.
La ribellione iraniana si inserì pure, verrebbe da dire «d’ufficio», nella logica della Guerra fredda. Semplicemente, tutto ciò che avveniva in quegli anni tumultuosi di formazione dei due grandi blocchi mondiali, veniva considerato, a Mosca come a Washington e altrove, un tassello della competizione globale in atto.
Di certo, gli Stati Uniti valutarono il rischio che il rabbioso distacco dell’Iran dalla Gran Bretagna, pessima icona di un Occidente sfruttatore, potesse far precipitare quel Paese fra le braccia sovietiche. Proprio la prudenza nei confronti dell’Urss fu alla base della sopra citata opposizione politica dell’amministrazione Truman all’azione militare di Londra contro Mossadegh. In ogni caso, il ruolo del partito comunista, il Tudeh, in un Paese dalla profonda religiosità sciita, era nel complesso modesto, vista anche la difficile penetrazione del marxismo-leninismo un po’ in tutto il Medio Oriente, area tutt’altro che incline all’ateismo di Stato.
La Siria meriterebbe un discorso a parte. La stessa Cia, sempre pronta a cogliere ovunque minacce per la sicurezza nazionale, tali da accrescere le sue funzioni taumaturgiche e i suoi finanziamenti governativi, non arrivò mai a esasperare l’ipotesi che l’Iran potesse passare in qualche modo sotto controllo sovietico. L’ombra oscura e minacciosa di Mosca servì agli Stati Uniti, in una visione di sintesi, soprattutto a convincere gli inglesi che quel petrolio doveva passare in mani più robuste e accettabili, che non fossero più quelle dei padroni ormai screditati.
Passando al significato della crisi iraniana nell’ambito della decolonizzazione, va rilevata l’importanza della vicenda nella fase di declino del più grande impero coloniale del mondo, quello britannico.
La Seconda guerra mondiale si era conclusa con una entusiasmante vittoria del Regno Unito, e al tempo stesso con il suo disastro economico, probabilmente insanabile, senza il generoso aiuto statunitense. Il pesante coinvolgimento di tutte le colonie dell’impero nella guerra non aveva certo reso più semplici i rapporti fra queste ultime e Londra.
Dopo il 1945, le pulsioni nazionalistiche emergevano un po’ ovunque, a fronte di una potenza dominante (ma il discorso valeva anche per altre potenze, si pensi alla Francia) ormai ritenuta in evidente difficoltà, sia a livello di status simbolico sia in termini sostanziali.
Già la Dottrina Truman, nel marzo del 1947, sancì l’incapacità della Gran Bretagna di proseguire il tradizionale ruolo di signora del Mediterraneo, di fronte alle necessità di Grecia e Turchia. Durante l’estate successiva, il Regno Unito perse l’India, «perla dell’impero». Londra abdicò malamente al controllo della Palestina nel 1948, con le conseguenze drammatiche che tuttora persistono.
La perdita del petrolio iraniano si inserisce lungo questa scia di declino, che troverà nel 1956 il suo momento più tragicamente simbolico con il disastro anglo-francese nella crisi per il controllo del canale di Suez. Fra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento si concludeva comunque gran parte dell’esperienza coloniale, con innumerevoli strascichi, a ogni livello.
Per l’Iran, la svolta del 1953 segnò il passaggio dall’effettiva dipendenza da Londra, su basi economiche, all’ingresso nella sfera degli interessi strategici degli Stati Uniti, che fondarono sullo Shah il perno della loro presenza nella regione. L’eccessiva occidentalizzazione e il carattere autoritario, repressivo del regime di quest’ultimo costruirono le basi della rivolta di fine anni Settanta.
A disturbare il dominio delle «sette sorelle» in Iran, e pure altrove, tentò di inserirsi la temeraria Eni di Enrico Mattei, che nel 1957 firmò l’accordo per la Società irano-italiana dei petroli (Sirip). Non fu un accordo produttivo, per molteplici ragioni, ma sufficiente a introdurre il pericoloso principio del 75% dei profitti lasciati al Paese produttore. L’indomabile, orgoglioso patrocinatore dell’approvvigionamento energetico, abbondante e a basso costo, per l’Italia, morirà il 27 ottobre 1962, non esattamente di morte naturale. Per rigore scientifico, va ricordato che le grandi compagnie petrolifere mondiali non furono gli unici potentissimi soggetti ai quali Mattei pestò i piedi, con grandiosa e persino ammirevole spudoratezza.

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