sabato 13 giugno 2026

La corrispondenza ritrovata di Proust

Gabriella Bosco
Marcel Proust: "Vogliono ch'io scriva soltanto di mondanità"

La Stampa, 13 giugno 2026

Se è scritto da Proust, anche un solo inedito, di qualunque natura sia, suscita entusiasmo. Se poi sono cento, tra lettere, bigliettini, brogliacci e simili, la festa è grande. Ampiamente annunciato al momento dell’ingresso alla Bibliothèque Nazionale del fascio di documenti, è appena uscito in Francia un volume dal titolo Cent lettres inédites. Correspondence retrouvée 1886-1922 (curato da Julie André, Sophie Duval e Guillaume Fau, éd. Honoré Champion/BNF).

La provenienza è la stessa delle lettere che Philip Kolb pubblicò nel 1966: Proust le aveva conservate a casa sua ed erano state ritrovate dopo la sua morte. A quelle si aggiungono ora queste, e l’impressione è di entrare doppiamente dietro le quinte della vita e dell’opera dello scrittore. Si tratta della prima stesura di lettere che poi vennero redatte in altra forma o non spedite, di missive di cui esplicitamente Proust chiedeva che gli venissero rese una volta lette, di preoccupazioni intime, confidate spesso a persone che facevano parte della cerchia familiare. Nel volume ci sono poi anche una ventina di lettere ricevute da Proust, da parte di corrispondenti vari e particolarmente cari per ragioni diverse.

Saltabecchiamo, di fiore in fiore. Nel 1893, senza mese né giorno – Marcel aveva allora 22 anni – scrive alla sua «chère petite Maman». Le chiede di conservare quelle righe, pensieri che lui aveva annotato rapidamente, forse – azzarda – «mediocri», venutigli in mente «en se déshabillant», svestendosi. Tra quei pensieri, riflessioni sulle passioni, sull’essere innamorato da parte di un giovane letterato e, in conclusione, sulla morte di uno scrittore: «Di uno scrittore ci diciamo: che tristezza che sia morto o che sia stato infelice, o che piacere ci avrebbe fatto conoscerlo e non pensiamo che colui che è stato infelice, che è morto, che avremmo voluto conoscere, non è quello che leggiamo. Quello non è morto e noi lo conosciamo». Il moi mondain e il moi créateur, già ben distinti. Finisce poi la lettera «in gran fretta con mille teneri baci».

A Reynaldo Hahn, il compositore, invia dei versi, volendosi scusare di un ritardo, tra l’8 e il 29 agosto 1896: «Je vous salue légères voyageuses, ô Pluies», «Salve o Piogge, leggere viaggiatrici…», lungo poème en prose che gli affida perché lo conservi. Non ne ha – scrive – una copia.

Al principe Bibesco, che in certi biglietti con scrittura anagrammatica chiama Oscebib, manda una missiva, nel giugno o luglio del 1902, da trasmettere al conte Sala, diplomatico dell’ambasciata italiana: «Mio piccolo Sala, volevo dirti per pura sincerità di aver fatto una gaffe. Eccola. Ho avuto il torto parlando di quel genere di cose con una giovane coppia di miei amici, di dire che ne avevo chiacchierato con qualcuno che lo praticava…». Quel genere di cose che all’epoca, in altre lettere al principe Bibesco, Proust definiva infatti con il neologismo «salaïsme»: l’omosessualità.

O ancora, ecco lo smarrimento all’idea della partenza dell’amato Agostinelli per Nizza. Nella Recherche si trova traccia dei sentimenti evocati nel biglietto: nella scena di falsa rottura della Prigioniera e nelle manovre di sorveglianza esercitate dal Narratore su Albertine. È il 29 novembre del 1913, Agostinelli deve partire il primo dicembre: «Mon cher Alfred… il va falloir nous quitter», ci dobbiamo lasciare. Sarebbe morto d’incidente aereo (aveva preso lezioni di pilotaggio) il 30 maggio 1914.

Ci sono poi le neanche troppo larvate lamentele per la non abbastanza libera collaborazione giornalistica al Figaro. Torniamo al settembre del 1904, Proust scrive alla principessa di Polignac: «… se il Figaro me li prendesse, mi piacerebbe scrivere articoli di musica e di filosofia e non le solite mondanità. Siccome vogliono solo quelle, cerco almeno di infilarci qualcosa dei miei apprezzamenti…».

Altre volte sono urgenze di libreria a dettare imperiosi biglietti. A Antoine Bartholom, custode con la moglie al 102 di bd Haussmann, il giovedì mattina del 31 gennaio 1907 Proust chiede di correre da Emile Paul, libraio, cui già il giorno prima aveva fatto sapere di aver assolutamente bisogno di Sofocle tradotto da Leconte de Lisle. E anche di chiedergli, al libraio, se può imprestargli l’ultimo volume di una traduzione qualsiasi del Don Chisciotte: «devo cercare una cosa». «E gli chieda anche se ha una traduzione dei Fratelli Karamazoff di Dostoïevski e se mi può dire l’ortografia esatta del titolo». La lettera finisce con la raccomandazione di non lasciar salire nessuno: filtro umano in cui molto spesso Proust con messaggi imploranti chiede alla madre di trasformarsi.

Del marzo 1920 è una lettera a Blaise Cendrars: «Lei ha delle superiorità su di me. Per prima quella di scrivere in una forma nuova». Si riferisce al ritmo. Poi ci tiene a specificare: «Non voglio dire che sotto altri punti di vista io non abbia altre cose ancora…».

Fitto lo scambio con il piccolo Daudet, Lucien, l’amico, che gli scrive delle sue crisi di astinenza nei giorni in cui non si vedono, tra le cinque del pomeriggio e l’una del mattino, come sono soliti (6 maggio 1900). Altrettanto fitto quello con l’editore Alfred Vallette per ansie varie, tanto editoriali quanto finanziarie.

L’ultima parola è lasciata a Céleste Albaret, la fedele governante. Siamo ormai nel novembre del 1922, a pochi giorni da quello fatale. Céleste scrive a Robert, il fratello medico di Marcel: «Monsieur le Professeur , notte spaventosa, come il giorno che l’ha preceduta – attacchi di tosse che lo soffocano. Monsieur è più che mai deciso a non lasciarsi curare, e a non lasciare che si accenda il fuoco nella sua stanza, che è glaciale».

Duecentosessanta pagine da leggere d’un fiato, una vera edizione critica con ampio apparato di note golosissime per gli studiosi, ma allo stesso tempo una manna per chiunque ami leggere Proust. Con anche molte foto dei manoscritti, della famosa grafia che lui definiva «terribile».

Missione compiuta: l'America ha perso la guerra

Renzo Guolo
Da Hormuz al nucleare: i vincitori della guerra sono i turbanti di Teheran

Domani, 12 giugno 2026

Tronfiamente, più che trionfalmente, Donald Trump annuncia, come di consueto, di aver vinto la guerra e che si è giunti al fatidico momento del deal, l’accordo, con l’Iran. A loro volta, gli iraniani fanno sapere che il memorandum non è ancora stato siglato e, soprattutto, che taluni particolari destinati a sostanziarlo sono ancora all’esame del poliarchico gruppo dirigente. Susseguirsi di smentite e accuse che conferma come la trattativa sia in fase avanzata ma non ancora conclusa.

Anche se nemmeno l’abbattimento dell’ultratecnologico Apache, i lanci di bombe e missili che ne sono seguiti, la minaccia di far sbarcare i marines a Kharg sembrano averla arrestata.

Fretta tradita


Entrambi i contendenti hanno bisogno di chiudere: Trump perché a pochi mesi dal midterm e con i Mondiali di calcio in casa, arena che potrebbe divenirgli fatale in caso di spiacevoli incidenti bellici, deve far dimenticare che la guerra è politicamente persa. L’Iran, perché, per quanto abbia mostrato capacità di resistenza, fatto fronte a un’imponente asimmetria militare, giocato la carta di Hormuz trasformando il conflitto da regionale a globale, spezzato l’illusione dei paesi del Golfo di eludere i nodi che aggrovigliano il Medio Oriente, la situazione economica interna è grave, e nemmeno il riflesso patriottico scattato davanti all’aggressione esterna è sufficiente per reggere la distruzione delle infrastrutture civili e del tessuto sociale.

Deal o tavafoq (la parola farsi che sta per “accordo”), insomma l’accordo lo vogliono a Washington come a Teheran. Ma saranno i famosi particolari di cui vociferano le cancellerie di mezzo mondo a decidere del come e quando. Pochi dubbi, invece, stando così le cose, che i vincitori del conflitto siano gli elmetti e i turbanti di Teheran. Perché l’Iran ha resistito alla soverchiante superiorità militare del “Grande” e del “Piccolo” Satana, e, dunque, sconfitto, nella realtà e nell’immaginario popolare, gli storici nemici “americano-sionisti”.

Perché il regime change evocato, e venduto come cosa fatta da Netanyahu a Trump per convincerlo a intervenire, non si è verificato.

Esiti che, di sicuro, non hanno rafforzato l’opposizione, più che mai consapevole che, dopo quanto accaduto, nessun “amico americano” o israeliano, potrà proteggerla dalle notti senza notte, illuminate dalle scie dei traccianti, in cui potrebbe precipitare nel corso della repressione che seguirà la stabilizzazione postbellica.

Il discusso memorandum è visto in modo assai diverso da Teheran o da Washington. Il che conferma che si tratta di un documento generico, che rinvia lo scioglimento dei nodi più spinosi ai 60 giorni di tregua successivi. Il punto più significativo sarebbe la riapertura di Hormuz da parte dell’Iran, che prima della guerra non aveva il controllo dello Stretto, regalatogli dall’insipiente strategia americana. Il testo prevede che si torni alla situazione precedente, anche se nulla garantisce che, una volta smobilitata la flotta Usa, in rotta verso il più cruciale Pacifico, Teheran possa ripetere la mossa.

Così anche il sospiro di sollievo dei dirimpettai del Golfo è contenuto: come se la ritrovata agibilità dello Stretto non potesse cancellare il colpo subito, per opera dei missili lanciati dal vicino persiano, dal loro tentativo di emanciparsi dalla monocultura energetica dando forma a un avveniristico agglomerato tecno-turistico-finanziario. Colpo riverberatosi anche sugli Accordi di Abramo: perché, si chiedono monarchi e principi della regione, a partire dai sauditi, dovremmo aderire a un’alleanza che si è mostrata incapace di proteggerci?

L’atomo “obamiano”


Quanto al nucleare, Trump occulta che il massimo che potrà ottenere è ciò che aveva già incassato l’odiato Obama con l’accordo dal quale The Donald è uscito. Già allora l’Iran aveva rinunciato al nucleare militare, tornato a essere più che una suggestione dopo la decisione dell’egolatrico tycoon. Teheran accetterebbe di diluire, sotto controllo Aiea, l’uranio già stoccato e di arricchire in misura minore la futura produzione. Mantenendo, però, come espressione di sovranità, la tecnologia per il nucleare civile. Il tavafoq in versione iraniana prevederebbe anche la sospensione delle sanzioni petrolifere e lo sblocco di parte dei fondi congelati. Sul resto, dal sistema missilistico ai rapporti con i proxies, al Libano che Teheran intende tenere legato alla trattativa in nome della strategia dei “fronti convergenti”, nessuna concessione.

Di fronte a una simile “vittoria” trumpiana, il sabotatore Benjamin Netanyahu difficilmente abbozzerà. La riaffermata “libertà d’azione” israeliana, in nome delle esigenze di sicurezza, resta il grimaldello capace di rimettere tutto in discussione.

Ve lo meritate Erri De Luca

Alessandro Trocino Popstar della cultura. La parabola del sionista Erri De Luca, venerabile maestro. Facebook

Dalla Rassegna
Fenomenologia di Erri De Luca (che difende Israele e poi chiede scusa)
Verrebbe da dire - parafrasando Nanni Moretti - «ve lo meritate» Erri de Luca. O meglio, se lo merita chi a suo tempo lo ha eletto a coscienza poetica e politica della sinistra, trasformando uno scrittore oracolare e sentenzioso in una sorta di guru, di maestro, di condottiero del pensiero, infallibile e carismatico. I suoi adepti lo hanno adorato e lui a lungo si è schermito, schivo e ieratico, come ogni sacerdote illuminato. Poi è arrivata un’intervista al quotidiano israeliano Israel Haiom, prontamente tradotta e parzialmente pubblicata ieri dal Foglio, e tutto è crollato.
Ma come, l’ex muratore e operaio della Fiat, l'ex militante di Lotta Continua, attivista No Tav così accanito da essere incriminato per istigazione alla violenza (poi assolto), il volontario in Africa, l’autista di convogli umanitari nella ex Jugoslavia, l’uomo che definì il terrorismo «una piccola guerra civile», inorgogliendo l’ex br Barbara Balzerani di cui presentava il libro, l’amico dei migranti e di Zerocalcare. Insomma, quest’intellettuale così illuminato e di sinistra si definisce fieramente «sionista» e nega che a Gaza ci sia stato un genocidio? Com'è possibile? Ai suoi discepoli e a quella frangia della sinistra radicale che adora il suo misticismo aforistico, il panteismo narcisista e l’impegno sociale, è crollato un mondo. Come amanti traditi, si sono sfogati sui social. La destra e i «pro Isr» hanno esultato. Claudio Cerasa ha consigliato all’«allegra flottiglia» di mandare a memoria «il pensiero favoloso non esattamente di un fascista schiavo della propaganda della lobby ebraica». Luigi Mascheroni sul Giornale ha scritto che la sinistra lo ha scaricato «come un sacco di datteri»: «Finirà isolato come Pansa. Basta recensioni su Repubblica, niente festival né premi, fine delle ospitate in tv. E le librerie Feltrinelli terranno a malapena i suoi libri. A testa in giù».
Ma cosa ha detto De Luca? Innanzitutto ha annunciato la sua partecipazione all’International festival di Mishkenot Sha'ananim a Gerusalemme, boicottato invece dal Nobel sudafricano J.M. Coetzee. Poi ha spiegato che si sente «sionista», parola che in Italia e in Occidente «oggi è una maledizione, un insulto». Per lui, invece, esprime «il diritto a una patria nazionale, a una difesa esistenziale». Lo aveva già detto a febbraio su X, senza troppi clamori. Spiegando che chi riconosce la necessità della convivenza di due entità, Israele e Palestina, è un sionista. Semplicemente non sa di esserlo, o ha paura di dirlo. E su questo ha ragione. Il sionismo è un movimento storico e laico che, sulla scorta delle idee di Theodor Herzl, e non solo, ha teorizzato la necessità per gli ebrei, dispersi nel mondo da pogrom e antisemitismo e poi sterminati dal nazismo, di avere una patria. Uno Stato, visto che si era nella temperie nazionalista. Se si riconosce il diritto di Israele a esistere, e non dovrebbe essere altrimenti, ci si può dire tranquillamente sionisti, senza timore di essere confusi con le politiche di un qualunque governo israeliano. Del resto, chi è per la soluzione dei due Stati in Medio Oriente, si può tranquillamente definire sionista e Pro Pal. Termine, invece, che per certa destra – e purtroppo anche per chi gestisce l’ordine pubblico in alcune manifestazioni – suona talvolta come un’affiliazione terrorista.
De Luca poi nega che quello che è successo a Gaza sia un genocidio: dirlo è una «distorsione storica e verbale». Legittima opinione e sostenibilissima. Se non fosse che poi aggiunge delle specifiche. Spiega che quando sente questa parola gli viene «una rabbia grammaticale». Che è stato invitato a un evento a Firenze a parlare e ha detto che partecipa volentieri, ma non siederà nello stesso palco di chi vuole la distruzione di Israele o di chi definisce genocidio la reazione al 7 ottobre. Per lui quello che è successo è l’effetto «di una guerra brutale e moderna». Anzi, «l’effetto inevitabile» - dice proprio così, inevitabile – «del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili». Il problema è la densità dello spazio urbano. E la «modernità» della guerra. Che sia «un’assurdità» definire lo sterminio un genocidio lo proverebbe anche «il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e poi da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo». Per qualcuno, quelle migrazioni sono state un’ulteriore umiliazione di un popolo privato di casa e diritti, che non lo hanno neanche difeso dai bombardamenti, come dimostrano le 75 mila vittime e i 170 mila feriti.
Poi De Luca dice altre due cose opinabili. La prima è misteriosa. Il 7 ottobre, oltre all’insipienza dell’intelligence, ci sarebbe stata «un’ignoranza volontaria da parte del governo israeliano. Un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione». Non è chiaro il perché. Troppo buonismo dal governo israeliano? La seconda è un parallelo storico. Spiega De Luca che i palestinesi si devono liberare di Hamas e degli Hezbollah. Come? Da soli non ce la possono fare. Per quello è necessaria una guerra: «La libertà interna nasce dalla sconfitta esterna». Come è successo, dice, con il fascismo di Mussolini. Quello di Franco, invece, è sopravvissuto fino agli anni '70 perché la Spagna non è entrata in guerra. L’unica speranza per i palestinesi, insomma, è «la sconfitta militare dei suoi leader tirannici». Ci sarebbe un popolo massacrato, un governo che ha l’esplicito obiettivo di conquistare Eretz Israel, ovvero tutta la Palestina storica e biblica, e di cacciare i palestinesi.
Per concludere, De Luca spiega che se ne frega delle reazioni, anzi «guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano», che «da un quarto di secolo» si è ritirato lontano dai premi letterari e «gli insulti della cricca letteraria» non lo toccano. Non gli interessano «le conventicole» né «la politicizzazione a buon mercato delle case editrici». Perché, aggiunge senza rinunciare al suo impagabile compiacimento di uomo delle montagne e scalatore dell’Himalaya: «Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda». E lui, modestamente, sta ben saldo sulla roccia.
O almeno, stava, perché la roccia ha dato segno di sgretolarsi. Poche ore fa è arrivata una mezza abiura, per rassicurare il suo bacino di lettori. Evidentemente bombardato dalle reazioni indignate dei suoi ammiratori, De Luca ha voluto scusarsi. Quando parlava di sionismo, ha spiegato, non lo associava certo «alla peggiore destra israeliana», ma parlava del senso originario del termine. Scrive sui social ora De Luca: «La constatazione che chi crede in due Stati è sionista è stata ricevuta come una grave provocazione. Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace». Non si capisce il senso della correzione, visto che non si corregge nulla (e si omette tutto il resto, dal non genocidio ai paralleli storici). Si chiede solo scusa, «visto il surriscaldamento dei commenti»: tipo, non siete voi che non avete capito, sono io che non mi sono spiegato bene.
Qualche avvisaglia che sarebbero arrivate delusioni per chi confidava troppo nel suo posizionamento di sinistra radicale era arrivata con l’invasione dell’Ucraina. Per niente tentato da filoputinismi di alcun genere, De Luca si è autoproclamato «un partigiano della resistenza ucraina». Poi, parlando con Cinzia Sciuto, non ancora direttrice di Micromega, aveva vaticinato: «Mi aspetto la fine della guerra in poche settimane e il ritiro delle truppe russe». Era il 30 marzo 2022 e stiamo ancora aspettando.
Ma tutto si può perdonare a un poeta e scrittore (abbiamo perdonato persino gli «esperti» di geopolitica). A proposito di critici, se n’è giovato molto in tempi non sospetti. Michele Trecca, parlando con Stas’ Gawronski, aveva detto che le sue parole «di muscoli e di nervi» sono «chiodi piantati su una parete», «in perfetto equilibrio tra etica ed estetica». All’intervistatore che parlava di «storie punteggiate di scampoli di infinito», rispondeva dicendo che il suo era «un tentativo di una via di fuga dall’apparenza della verità». E insomma grazie a questo «nitore lirico» e a questa autorevolezza – che univa alto e basso, l’operaismo e la conoscenza dello swahili, il servizio d’ordine e l'ebraico antico – De Luca è diventato un punto di riferimento.
Non per tutti. Qualcuno si era insospettito. Leggendo i titoli dei romanzi, molti dei quali spezzati da una virgola: «Non ora, non qui», «Aceto, arcobaleno», «Tu, mio». Il suo corto «Il turno di notte lo fanno le stelle». E poi «Alberi che camminano», «Una nuvola come tappeto», «Il peso della farfalla». I testi poi sono da «orologiaio delle parole», come è stato definito: laconici e profetici, parabole e metafore poetiche che uniscono il rigore dell’impegno con un’assertività oracolare.
Su Pangea Paolo Ferrucci, nel 2020, scriveva che «Erri è un mostro sacro, un vecchio campione della sinistra movimentista, rigorosamente ortodosso e intransigente nei giudizi, simbolo di una generazione, adulato dai recensori». Faceva il calcolo: dal 1989 (fino al 2020) ha pubblicato 68 titoli di narrativa, escludendo poesia e teatro. Tanto prolifico quanto parsimonioso nel contenuto: i suoi libri – «condensati di narrativa, distillati di letteratura, sublimati di esistenza» - vanno da 25 a 120 pagine.
Il critico Massimo Onofri parlò di «neodannunzianesimo proletario»: «Ha una scrittura rarefatta, concentrata, di una sapienzialità e una ieraticità che dissimula appena la sua radice piccolo borghese. È un fenomeno interessante a livello di sociologia della letteratura, perché i libri di De Luca, che coniugano il sublime con il comunismo o il post-comunismo, forniscono facilmente ai fan la patente di anima bella e politicamente corretta».
Però De Luca, in fondo, è sempre stato coerente con se stesso. Se ora giustifica e legittima lo sterminio israeliano di Gaza, nel nome di una presunta palingenesi bellica dei palestinesi «buoni» (quelli sopravvissuti), in passato ha difeso le lotte della «gioventù rivoltosa e comunista» di cui si dice orgoglioso di avere fatto parte: «La violenza - ha scritto in passato - è stata lo strumento politico di un secolo di rivoluzioni. Dal punto di vista del ’900, è stata una forza promotrice del miglioramento di miriadi di masse umane».

Il Molière di Garboli

Jacopo Parodi
Molière, il futuro è un tempo allegro

La Stampa Tuttolibri, 13 giugno 2026

Gli ultimi giorni di Cesare Garboli sono stati raccontati come un estremo colpo di teatro da chi gli è stato accanto per molti anni, la scrittrice e compagna di vita Rosetta Loy. Il grande critico, l’uomo che spesso ha cambiato il suo aspetto mettendosi nei panni di Giovanni Pascoli, di Elsa Morante, di Sandro Penna, di Victor Hugo, di André Gide, Natalia Ginzburg e Roberto Longhi, ora è vicino alla fine e deve uscire, una volta per tutte, di scena. Sono pagine, quelle di Loy (Cesare, 2018), struggenti: «Il pomeriggio seguente, mentre Cesare sta lavorando insieme a Carlo Cecchi alla revisione dei commenti al XVIII canto del Purgatorio», la scrittrice sta rivedendo una prima stesura di un suo romanzo. È il dieci aprile, Sabato Santo, del 2004, nella notte seguente Garboli si spegne; alle sei di pomeriggio Loy si era congedata da Garboli e da Cecchi, uno dei massimi attori del teatro italiano del secondo Novecento e fraterno amico del critico, mentre disputavano su alcuni versi.

Tra le carte di Garboli rimane ancora il segno della mano del critico che volta le fotocopie del proprio vecchio commento alla Commedia del 1954 e si prepara a rivedere le note al XIX canto per la riedizione dell’intero commento; Loy riferisce poi che i medici le hanno detto che nella notte, prima di essere sedato, Garboli ha domandato con insistenza di chiamare Cecchi perché doveva comunicargli - a suo dire - una cosa importantissima, forse il segreto stesso dei versi che stavano cercando di riportare sotto una luce nuova ai lettori. Conclude Loy che come il suo autore prediletto, Molière, scomparso recitando il Malato immaginario, Cesare Garboli è morto recitando una commedia talmente verosimilmente paradossale da essere tragicamente vera.

Tuttavia Molière era fisicamente, insieme a Dante, nelle mani dell’ultimo Garboli. Correggeva dunque il suo antico commento alla Commedia e contemporaneamente, sempre aiutato da Carlo Cecchi, traduceva Il Signor di Pourceaugnac di Molière: «Cesare cominciò a tradurlo alla fine di gennaio di quest’anno; era ricoverato a Roma, nella clinica Quisisana. Io andavo a trovarlo tutti i giorni e me lo dettava». E mentre dettava - è Cecchi che racconta, nella sua Prefazione al primo atto del testo (l’unico compiuto) pubblicato postumo in rivista - Garboli immaginava come un futuro tempo allegro le prove per la prima rappresentazione a Napoli, vagheggiata in quei giorni finali. Nel ricordo di Cecchi, Molière era una ventata di aria fresca, un sollievo che riportava Garboli nel variopinto mondo del teatro, degli attori che sanno di recitare, che si interrompono e che si guardano recitare, al contrario di quanto accade nella vita in cui la recita è continua, inconsapevole e senza brio. «Il giorno dopo, Pasqua, per fare una pausa con Dante, avremmo dovuto riprendere la traduzione di Molière».

Molière contro Dante? Rappresentano due diverse forme di mimetismo, un teatro reale e l’altro che scivola sulla scena di tre cantiche, chiuse in un libro e impossibili da mettere su un palcoscenico: come sa ogni lettore di Garboli, dietro a queste parole di Cecchi si cela quel disamore tanto esibito da Garboli, il sommo critico, per i libri, oggetti vissuti come un atto testamentario e contrapposti alla esuberante vita del teatro. Per Garboli è il teatro l’unico modo, in definitiva, di esorcizzare il male dell’esistenza, la nevrosi che è consustanziale all’essere mondo.

Oggi è però possibile leggere insieme Dante e Molière nello sguardo di Garboli, interpretati entrambi come scrittori di malattia, di ossessioni che pervadono momenti storici tormentati in cui non si riesce a credere più, pieni come sono di nevrosi e di storture morali. Dante con il Medioevo, Molière con il Seicento, tutti e due raccontano un tempo in cui non credono - o in cui credono troppo disperatamente - e che analizzano trasferendolo nella dimensione dell’Oltretomba o del teatro. Per Einaudi, dopo molti anni di lavoro, è uscita la grande fatica di Carlo Cecchi che ha raccolto tutte le traduzioni e i saggi che Garboli ha dedicato a Molière, fino al Signor di Pourceaugnac, qui in appendice data la sua incompiutezza. Cecchi non è riuscito a scrivere l’introduzione al volume poiché è scomparso il 23 gennaio di quest’anno e dunque un’elegante e commossa Nota dell’editore ci introduce, con una accuratissima e preziosa cronologia a firma di Stefania Pico, ai testi: «Noi non abbiamo nessun talento drammatico. Non andremo mai in scena; ma possiamo andare in stampa, in modo che questa storia, lungi da concludersi, inizi proprio qui, adesso. Perché i libri nascono per sopravviverci».

Un’altra storia però inizia e si lega a quella del Molière di Cesare Garboli ed è quella del Dante di Garboli, uscito parallelamente per Aragno con una splendida premessa di Giacomo Magrini, anch’egli a lungo vicino al critico e importante critico lui stesso. La sorte ha quindi voluto che gli scritti danteschi garboliani - una parte almeno, tre cospicui testi che vanno dal 1952 al 1971 - si accostassero alla sua intera produzione su Molière, così come questi due autori già si alternarono nel suo scrittoio negli ultimi giorni della sua vita.

Il Conte rieccolo

Il celebre appellativo "il rieccolo" fu coniato dal giornalista Indro Montanelli per definire l'esponente politico democristiano Amintore Fanfani. Montanelli utilizzava questo soprannome con ironia affettuosa per indicare la straordinaria capacità di Fanfani di ritornare sempre sulla scena politica, proprio quando veniva dato politicamente per spacciato. Il protagonismo è una brutta malattia. Chi è importante e chi no in una situazione è un fatto che risulta da una sorta di assenso generale. Tutti, o una buona parte degli attori coinvolti concordano senza difficoltà su questo. Se invece è regolarmente quasi solo l'interessato stesso a riproporre con insistenza la centralità del suo ruolo c'è qualcosa che non va. Più che una colpa è un errore, un errore grave di prospettiva e di calcolo. 

Massimo Franco
Lo scontro con la premier vela quello tra i suoi rivali

Corriere della Sera, 13 giugno 2026

L’impennata polemica tra Giorgia Meloni e il leader del M5S Giuseppe Conte è istruttiva. È partita con le parole insultanti rivolte l’altro ieri da un deputato post-grillino contro la premier, e proseguita con un video nel quale Conte sembrava rivolgersi in modo combattivo a Meloni, faccia a faccia, nell’aula del Parlamento: anche se in realtà in quel momento la presidente del Consiglio era al Quirinale. «Mistificazione della realtà e fake news», notizie falsificate, è stata la reazione al video montato per evocare lo scontro diretto. Ma l’aspetto interessante è il tentativo del capo dei Cinque Stelle di connotarsi come il «vero» concorrente per Palazzo Chigi. L’attacco aspro e a tratti sguaiato delle truppe del Movimento è il tentativo neppure troppo coperto di fare emergere Conte come sfidante al posto della segretaria del Pd. In teoria, non ci dovrebbe essere storia, perché tranne sorprese il partito di Elly Schlein ha il doppio dei voti del M5S. Nei fatti, però, da mesi è in atto una competizione strisciante tuttora irrisolta. E quando Conte rivendica con autocompiacimento discutibile di avere «rimesso in piedi l’italia» da premier e di essere pronto a rifarlo, si ricandida. Attacca la Meloni ma parla alla sinistra. In questi giorni, è stata la sua voce a farsi sentire alla Camera: più di quella dell’alleata Schlein. E forse non è così malizioso ritenere che alla premier non dispiaccia scontrarsi col capo del M5S. Non solo per gli attacchi volgari che le sono stati rivolti: Conte è il simbolo delle ambiguità e delle divisioni delle opposizioni in politica estera, con la sua linea anti Ue e anti Ucraina. E serve a velare le ambiguità presenti anche nella maggioranza, tra la Lega salviniana e l’opposizione estremista della destra del generale Roberto Vannacci. Soprattutto, ogni battibecco tra Palazzo Chigi e il M5S promette di rinfocolare le tensioni, al massimo diplomatizzate, tra Schlein e Conte. E su questo Meloni, che nella coalizione non ha invece concorrenti, può giocare a dividere gli avversari. O meglio: a sfruttare le loro divisioni.
Si era già visto, nel 2025, quando aveva invitato alla festa di FDI ad Atreju la segretaria del Pd, «scegliendola» come avversaria. Conte si irritò, ottenendo l’invito da una Meloni abile a sfruttare la loro competizione: col risultato che Schlein rifiutò di partecipare. Giocare sui contrasti avversari sarà una tentazione sempre più vistosa. Serve a velare i propri, e a sottolineare l’incertezza tra sinistre e M5S su chi dovrà ottenere la candidatura a Palazzo Chigi. Quanto è avvenuto in Parlamento rappresenta solo una tappa di uno scontro destinato a inasprirsi di qui al voto: tra la maggioranza di destra e le opposizioni, e dentro gli schieramenti. La domanda è come arriveranno al voto del 2027. 
 In apparenza, sono alleanze destinate a reggere. Ma con fragilità sempre in agguato.

venerdì 12 giugno 2026

L'Iran al tempo dello Scià



Georg Meyr
Petrolio, nazionalismo e guerra fredda: il colpo di Stato in Iran nel 1953
Dissonanze, 1 giugno 2026

Le vicende che si svolsero in Iran all’inizio degli anni Cinquanta del Novecento rappresentano un notevole caso di «intreccio» fra interessi petroliferi, Guerra fredda e decolonizzazione. Da un punto di vista formale, quel Paese dalla storia plurimillenaria (Persia, fino al 1935) non era una colonia di qualche potenza europea. Ma il totale controllo britannico sulla sua grandiosa ricchezza petrolifera lo aveva reso, di fatto, del tutto dipendente da Londra. Pertanto, la ribellione di Teheran nei confronti di tale dominio assunse anche un significato simbolico di affrancamento coloniale.

Prendiamo dunque le mosse dagli interessi petroliferi. Dal primo decennio del Novecento, quando il motore a scoppio si stava avviando a dominare il mondo dei trasporti, l’Anglo-Persian Oil Company (Anglo-Iranian, dal 1935), società del gruppo British Petroleum (BP), ottenne il controllo dell’attività estrattiva e della raffinazione iraniane, in condizioni pressoché monopolistiche. Ciò portò in breve tempo al sostanziale subentro del dominio di Londra sulla società persiana, che pur beneficiando di indubbi sostegni pratici da parte della Compagnia – scuole per i figli dei dipendenti, assistenza sanitaria e molto altro ­– doveva comunque sottostare al «paternalismo vittoriano» che caratterizzò l’imperialismo britannico fino alla fase conclusiva dell’età coloniale.

In concreto, ciò rendeva alquanto effimera la sovranità del governo di Teheran, che riceveva su base contrattuale le briciole dei poderosi profitti realizzati dalla Compagnia, peraltro largamente partecipata dallo stesso governo di Londra, che proprio all’eccellente petrolio iraniano affidava una parte rilevante delle forniture energetiche della Royal Navy.

Nel 1950, un colpo terribile alla posizione prevaricante della Gran Bretagna fu sferrato dall’accordo che stabilì il principio della suddivisione dei profitti al 50% fra l’Arabian-American Oil Company (Aramco) e le autorità saudite. In pratica, le società di sfruttamento statunitensi suddividevano alla pari con il Paese produttore i profitti derivanti dal petrolio, sebbene questi ultimi fossero da calcolare al netto dell’imposizione fiscale, che le compagnie pagavano ovviamente al governo di Washington.

Questa «rivoluzione» – che oggi peraltro ai nostri occhi appare ragionevolissima – fu la scintilla che fece esplodere il celato malcontento politico e popolare in Iran, con la formazione a Teheran, nella primavera del 1951, di un governo fortemente nazionalista, presieduto dall’anziano e carismatico Mohammad Mossadegh.

A sfatare qualsiasi grossolana forzatura interpretativa, è opportuno chiarire che si trattava di una politica di orgoglio nazionale, marcatamente xenofoba, all’interno della quale il ruolo dell’Islam sciita fu poco rilevante. Pertanto, tutt’altra situazione rispetto alla cacciata dello Shah, ventotto anni dopo, e la seguente fondazione della repubblica islamica.

Già, lo Shah: Reza Pahlavi, al di là della sua grandiosa tradizione imperiale, appare come figura insicura e titubante di queste vicende. Egli sarà scelto dagli Stati Uniti come soggetto su cui rifondare l’Iran, con il colpo di Stato dell’agosto 1953, perché anticomunista, poco nazionalista e di certo sufficientemente succube rispetto alle posizioni di Washington.

Da subito, il principio del 50% apparve inammissibile al governo iraniano, che il primo maggio provvide a nazionalizzare l’intera industria petrolifera, pur senza possederne la capacità gestionale. Dai documenti degli archivi britannici emerge con chiarezza la avvilente incapacità, dei vertici dell’Anglo-Iranian come pure del governo di Sua Maestà, di comprendere cosa stesse accadendo e, di conseguenza, come dovere agire.

Il colmo del grottesco fu forse raggiunto con l’ipotesi di attaccare militarmente l’Iran: gli stati maggiori dichiararono notevoli perplessità sul successo dell’impresa, gli alleati statunitensi la definirono improponibile, così a ridosso dei confini dell’Unione Sovietica. Non se ne fece nulla.

La situazione si stiracchiò fino agli inizi del 1953, con il governo di Teheran che riusciva faticosamente a vendere un po’ del suo greggio, che i britannici consideravano «rubato», tanto da procedere al suo sequestro, quando possibile. Il contrasto politico fra la prudenza (per ricorrere a un eufemismo) dello Shah e l’integralismo nazionalista del premier non lasciava presagire soluzioni diplomatiche, per il superamento del sostanziale arresto della possente attività petrolifera iraniana.

Nel gennaio del 1953, con Eisenhower alla Casa Bianca e il conseguente rinnovato attivismo della politica statunitense – vero o presunto, la questione è ancora controversa – fu deciso l’avvio dell’«Operazione Ajax», già ipotizzata, insieme ai britannici, sotto l’amministrazione Truman. La Cia, con il sostegno dell’MI6, doveva provvedere a risolvere una situazione di destabilizzazione, nel Medio Oriente, ormai troppo duratura.

Fra memorie dei protagonisti e riflessioni teoriche del National Security Council non è difficile ricostruire l’operazione, essenzialmente mediatica, attraverso la quale, magari con molte difficoltà e momenti di incertezza, fu fatto cadere il governo Mossadegh, rimpiazzato dal generale Zahedi, gradito alla Cia. Tornato a Teheran dopo un’ingloriosa, improvvisa e necessaria vacanza d’agosto con la consorte (una vera e propria fuga prudenziale) a Roma, lo Shah divenne l’effettivo padrone dell’Iran, sotto mandato statunitense.

Nel giro di un anno – un lasso di tempo minimo per dare un’apparenza di dignità negoziale agli assetti petroliferi da definire –, la inestimabile risorsa iraniana passò dal controllo monopolistico di una compagnia britannica a quello consortile di sette compagnie (le famigerate «sette sorelle»), prevalentemente statunitensi, dove l’unica traccia dei vecchi padroni stava nella compartecipazione inglese, insieme agli olandesi, nella Shell.

Guardando da Washington, nel 1954, l’Iran era ormai sotto saldo comando – le simpatie di Zahedi in tempi non lontani per il nazismo erano note ed egli non lasciò certo inopportuno spazio al partito comunista Tudeh! Gli immensi profitti del petrolio erano stati sottratti, in modo complessivamente abile, agli alleati britannici, che si resero ben conto della malizia intrinseca dell’operazione, al punto da incrinare, almeno per un po’, la special relationship fra le due sponde dell’Atlantico.

La ribellione iraniana si inserì pure, verrebbe da dire «d’ufficio», nella logica della Guerra fredda. Semplicemente, tutto ciò che avveniva in quegli anni tumultuosi di formazione dei due grandi blocchi mondiali, veniva considerato, a Mosca come a Washington e altrove, un tassello della competizione globale in atto.

Di certo, gli Stati Uniti valutarono il rischio che il rabbioso distacco dell’Iran dalla Gran Bretagna, pessima icona di un Occidente sfruttatore, potesse far precipitare quel Paese fra le braccia sovietiche. Proprio la prudenza nei confronti dell’Urss fu alla base della sopra citata opposizione politica dell’amministrazione Truman all’azione militare di Londra contro Mossadegh. In ogni caso, il ruolo del partito comunista, il Tudeh, in un Paese dalla profonda religiosità sciita, era nel complesso modesto, vista anche la difficile penetrazione del marxismo-leninismo un po’ in tutto il Medio Oriente, area tutt’altro che incline all’ateismo di Stato.

La Siria meriterebbe un discorso a parte. La stessa Cia, sempre pronta a cogliere ovunque minacce per la sicurezza nazionale, tali da accrescere le sue funzioni taumaturgiche e i suoi finanziamenti governativi, non arrivò mai a esasperare l’ipotesi che l’Iran potesse passare in qualche modo sotto controllo sovietico. L’ombra oscura e minacciosa di Mosca servì agli Stati Uniti, in una visione di sintesi, soprattutto a convincere gli inglesi che quel petrolio doveva passare in mani più robuste e accettabili, che non fossero più quelle dei padroni ormai screditati.

Passando al significato della crisi iraniana nell’ambito della decolonizzazione, va rilevata l’importanza della vicenda nella fase di declino del più grande impero coloniale del mondo, quello britannico.

La Seconda guerra mondiale si era conclusa con una entusiasmante vittoria del Regno Unito, e al tempo stesso con il suo disastro economico, probabilmente insanabile, senza il generoso aiuto statunitense. Il pesante coinvolgimento di tutte le colonie dell’impero nella guerra non aveva certo reso più semplici i rapporti fra queste ultime e Londra.

Dopo il 1945, le pulsioni nazionalistiche emergevano un po’ ovunque, a fronte di una potenza dominante (ma il discorso valeva anche per altre potenze, si pensi alla Francia) ormai ritenuta in evidente difficoltà, sia a livello di status simbolico sia in termini sostanziali.

Già la Dottrina Truman, nel marzo del 1947, sancì l’incapacità della Gran Bretagna di proseguire il tradizionale ruolo di signora del Mediterraneo, di fronte alle necessità di Grecia e Turchia. Durante l’estate successiva, il Regno Unito perse l’India, «perla dell’impero». Londra abdicò malamente al controllo della Palestina nel 1948, con le conseguenze drammatiche che tuttora persistono.

La perdita del petrolio iraniano si inserisce lungo questa scia di declino, che troverà nel 1956 il suo momento più tragicamente simbolico con il disastro anglo-francese nella crisi per il controllo del canale di Suez. Fra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento si concludeva comunque gran parte dell’esperienza coloniale, con innumerevoli strascichi, a ogni livello.

Per l’Iran, la svolta del 1953 segnò il passaggio dall’effettiva dipendenza da Londra, su basi economiche, all’ingresso nella sfera degli interessi strategici degli Stati Uniti, che fondarono sullo Shah il perno della loro presenza nella regione. L’eccessiva occidentalizzazione e il carattere autoritario, repressivo del regime di quest’ultimo costruirono le basi della rivolta di fine anni Settanta.

A disturbare il dominio delle «sette sorelle» in Iran, e pure altrove, tentò di inserirsi la temeraria Eni di Enrico Mattei, che nel 1957 firmò l’accordo per la Società irano-italiana dei petroli (Sirip). Non fu un accordo produttivo, per molteplici ragioni, ma sufficiente a introdurre il pericoloso principio del 75% dei profitti lasciati al Paese produttore. L’indomabile, orgoglioso patrocinatore dell’approvvigionamento energetico, abbondante e a basso costo, per l’Italia, morirà il 27 ottobre 1962, non esattamente di morte naturale. Per rigore scientifico, va ricordato che le grandi compagnie petrolifere mondiali non furono gli unici potentissimi soggetti ai quali Mattei pestò i piedi, con grandiosa e persino ammirevole spudoratezza.