martedì 16 giugno 2026

Il sapore della vittoria

Francesca Luci 
L'Iran incassa una vittoria che rafforza i moderati

il manifesto, 16 giugno 2026

«Oggi è diverso. La pace porta un sorriso, timido, tra le labbra, come se avesse paura di restare. So che domani pesa. Ma oggi non voglio saperlo». Sono le parole di Farahnaz, mamma single con due bambini. La vita frenetica della capitale Teheran continua in un vortice di energia contrastante. Correnti conservatrici e manifestanti alzano la voce, chiedendo cosa ne sarà del sangue del loro Leader. «Hanno venduto il sacrificio dei nostri martiri che nessun memorandum potrà ripagare», grida Mehdi.

I MERCATI FINANZIARI iraniani, “giudici imparziali”, rispondono con entusiasmo. Il prezzo del dollaro ha ceduto oltre il 10%; anche il costo delle monete d’oro ha registrato cali record. La Borsa di Teheran segna un balzo storico del 3,35%, trainata da un afflusso senza precedenti di capitali reali. Dopo mesi di guerra e paralisi economica, il mercato sembra respirare di nuovo.

Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio quando Stati Uniti e Israele hanno colpito il quartier generale di Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran. L’86enne leader, al potere da oltre trent’anni, non è sopravvissuto. La sua morte ha aperto una crisi in un paese già logorato da anni di sanzioni, tensioni interne e isolamento internazionale.

La reazione iraniana però è stata immediata e viscerale: manifestazioni di piazza a Teheran, dichiarazioni di guerra del Parlamento, unità malgrado profonde differenze per salvare la patria. Pochi giorni dopo, mentre il paese era ancora sotto choc, Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio della Guida assassinata, è stato nominato terzo leader supremo con una procedura rapida, quasi convulsa. «Sarebbe stata davvero difficile la successione di Mojtaba se il padre non fosse stato assassinato e non fosse cominciata la guerra. È stato il punto di divergenza tra tutti i gruppi conservatori e i Guardiani della Rivoluzione» ci spiega Mehran, ricercatore a Teheran.

L’IRAN HA CHIUSO lo Stretto di Hormuz, mossa che ha scatenato la risposta americana con un blocco navale contro i principali porti strategici iraniani. Conseguenze economiche devastanti: «Il blocco navale e i porti paralizzati hanno portato a un’inflazione fuori controllo – continua Mehran – Il pericolo di collasso economico era realistico». Le famiglie iraniane, già stremate da anni di sanzioni, si sono trovate a fronteggiare una crisi senza fine.

I PRIMI COLLOQUI diplomatici, avviati ad aprile e mediati da Qatar e Pakistan, si sono arenati subito sulla questione nucleare. Lo stallo è sembrato invalicabile, un muro che nessuna delle due parti pareva disposta ad abbattere. «Ci sono voluti anni prima della firma dell’accordo nucleare del 2015 che Trump ha poi stracciato – osserva Mehran – Era impensabile raggiungere un’intesa in pochi giorni». Americani e israeliani scommettevano su una spaccatura tra i Guardiani della Rivoluzione e il clero, convinti che il paese fosse di fatto controllato dai militari. «Il clero non ha mai avuto problemi con i militari e viceversa: da 47 anni controllano il paese in simbiosi – spiega ancora Mehran – Una spaccatura sarebbe stata una rovina per entrambi, oltre a mettere in pericolo l’integrità del paese». L’unità del sistema iraniano, forgiata in decenni di coesistenza tra potere religioso e militare, si è dimostrata più solida di quanto i suoi nemici avessero previsto.

La svolta è giunta a metà aprile a Islamabad. Una delegazione Usa di alto profilo, composta dal vicepresidente J.D. Vance, dall’emissario Steve Witkoff e dal consigliere Jared Kushner, ha incontrato direttamente le controparti iraniane: lì qualcosa si è incrinato nel muro diplomatico. «Dopo Islamabad le divergenze rimangono all’interno dei vari gruppi conservatori e ultraconservatori», racconta Mehran. La posizione del nuovo leader era chiara: «Pragmatismo puro. Ecco che siamo entrati in una nuova era. Non diventeremo democratici da un giorno all’altro, ma ora c’è almeno una speranza di cambiamento».

Domenica 15 giugno Iran e Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa per estendere il cessate il fuoco di 60 giorni, con l’obiettivo di porre fine al conflitto. L’intesa, secondo gli iraniani, poggia su tre assi strategici: la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, con una menzione specifica per il Libano, la cui stabilizzazione viene considerata parte integrante del pacchetto; sullo Stretto di Hormuz, nonostante le pressioni americane per garantire il libero transito, l’Iran mantiene la sovranità sulle proprie acque territoriali, prevedendo la riscossione di costi legati ai servizi di navigazione e assicurazione secondo le convenzioni internazionali; un meccanismo finanziario da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo del paese, sostenuto non solo da capitali occidentali ma anche da Qatar, Emirati e Arabia saudita.

IL PRESIDENTE IRANIANO Masoud Pezeshkian ieri ha lodato la gestione del paese durante lo stato di guerra, sottolineando che la coesione nazionale ha impedito il collasso del sistema previsto dai nemici. Se il memorandum rappresenti davvero l’inizio della fine del conflitto o solo una pausa prima di nuove tensioni è difficile da dire. Non è facile sciogliere in 60 giorni nodi che affondano le radici in decenni di ostilità, diffidenza reciproca e interessi regionali contrapposti. Ma nulla può impedire la pace quando esiste una reale volontà politica di perseguirla. Il tempo darà la sua risposta.

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