Egle Santolini
Joyce Di Donato: "L'arte conforta e unisce, mi rattrista che oggi non sia considerata una priorità"
La Stampa, 16 giugno 2026
Joyce DiDonato, la grande dame americana dell’opera, arriva quest’estate in Italia a cantare e a insegnare. Succede a Poggi del Sasso, in mezzo alla campagna maremmana, per Amiata Music. Prima le masterclass con giovani cantanti locali: e sarà interessante, racconta il direttore artistico del festival, il britannico Nicholas Chalmer, un direttore di orchestre e di cori con il culto del canto d’arte italiano e della formazione dei nuovi talenti, vedere come la star rossiniana e händeliana e mozartiana passerà i suoi segreti alle ultime generazioni, magari partendo da Caro mio ben. Poi, il 7 agosto, una serata speciale, accompagnata dal trio Time for Three, con uno spettacolo su Emily Dickinson, la poetessa ottocentesca che da un salotto di Amherst nel New England comprese i moti del cuore meglio di chiunque altro. Un progetto artistico che il New York Times ha insignito del suo non troppo frequente “Critic’s pick”.
Signora DiDonato, com’è nato questo Emily-No Prisoner?
«Le parole di Emily hanno sempre fatto parte della mia vita musicale. Ho cantato le Dodici poesie di Emily Dickinson di Aaron Copland sia al college che nel mio primo album con pezzi da concerto. Ma per questo nuovo ciclo è stato il compositore Kevin Puts a contattarmi. Aveva già in testa la musica prima ancora di chiedermi di unirmi al progetto, e gliene sarò eternamente grata, perché ha costruito questi brani direttamente per la mia voce e per il mio temperamento. Ogni volta che li canto ci trovo nuovi strati, una maggiore complessità, più bellezza e più verità».
La sua Dickinson non è la solita signorina fragile e reclusa che la tradizione ci ha consegnato, ma una combattente feroce e inarrestabile. Come ha fatto a darle vita?
«Partendo dalle sue parole. Questa poesia trabocca di chiarezza, di sfida e di confronto, e anche di sentimento della natura, senso della dimensione domestica, umorismo. La complessità del suo modo di guardare alla vita offre un’opportunità incredibile di esplorare dalle angolazioni più sorprendenti che cosa significhi essere umani. Ecco perché l'approccio di Kevin, che la affronta di petto in tutta la sua profondità, funziona così bene. Posso alzare il pugno in tono di sfida, e subito dopo cercare di sparire rannicchiandomi nei confini di una stanza piccola e isolata».
C'è una poesia di Emily che le parla davvero al cuore?
«Il mondo ha un volto d’arsura/per chi si ferma a morire mi ha aiutato ad affrontare la morte di mio padre nel modo più delicato e consapevole. Cuore! lo dimenticheremo! mi ha accompagnato attraverso le prime delusioni d'amore. Ma il mio inno personale è Io vivo nella possibilità, perché è qualcosa che cerco di incarnare ogni giorno».
Prima Virginia Woolf, che ha impersonato al Metropolitan nell’opera di Kevin Puts tratta da The Hours di Michael Cunningham, e ora Emily Dickinson. Dobbiamo dedurne che la letteratura sia una sua grande passione?
«Di certo la letteratura mi ispira enormemente. Ma nel caso di questi due personaggi, queste vite interiori così ricche e complesse, e la loro sfida alle aspettative e alle norme sociali, rappresentano un’opportunità preziosa per un’attrice e un'esperienza fantastica per una donna. Sento che entrambe continuano a insegnarmi moltissimo. Condividerne la complessità e il genio con il pubblico è molto gratificante».
Come pensa che si possano avvicinare le giovani generazioni all'opera?
«Be’, l'Italia lo ha fatto per un lungo periodo al massimo livello. Oggi, sono molto orgogliosa che i compositori contemporanei abbiano raccolto la sfida concreta di creare nuove opere particolarmente coinvolgenti, perché ho potuto accorgermi in tempo reale che quando il pubblico giovane vede la propria vita rappresentata in modo epico, larger than life, l’impatto è incalcolabile. Ho appena interpretato la Cameriera in Innocence di Kaija Saariaho, un’opera che ricostruisce, a dieci anni di distanza, gli effetti tragici di una sparatoria avvenuta a scuola. Al Met, alla fine di una recita, ho trovato quattro liceali che mi aspettavano. Era la prima volta che andavano all’opera, e non riuscivano a smettere di parlare dell'effetto che aveva avuto su di loro: "Non ho mai vissuto nulla che mi lasciasse così tanto spazio per sentire”, mi hanno detto. E allora penso che parte della soluzione stia nel raccontare ai ragazzi storie in cui possano sentirsi coinvolti. Ma forse il problema più grande è incontrarli dove sono. E fargli sapere che l’opera gli darà qualcosa che nessun'altra esperienza può dare: li farà “sentire”. La musica ha il potere di “aprire qualcosa dentro”: nessuno schermo riuscirà mai a farlo».
Lei che a teatro è stata anche Helen Prejean, la suora che assiste i condannati a morte di Dead Man Walking, è molto impegnata nel lavoro umanitario nelle carceri. Dove trova il coraggio e la speranza?
«Grazie alla musica e agli incontri. Quando vedi che una persona detenuta riconquista la propria dignità attraverso lo sviluppo della propria musicalità, attraverso gli strumenti per esprimere il proprio trauma e la propria vergogna, e quando lo vedi succedere in tempo reale, è impossibile non essere pieni di speranza e più determinati che mai a portare questa esperienza al maggior numero di persone possibile. So che la musica conforta e unisce, e mi rattristo perché l’apprendimento della complessità umana attraverso l’arte oggi non è considerato una priorità. Ma proprio questa mancanza mi motiva moltissimo».
Europa e Stati Uniti ora sembrano molto più lontani. Avverte questa divisione?
«Con enorme sgomento. La mia grande speranza è che l'ignoranza e la disconnessione che sembrano alimentare questa scissione vengano presto riconosciute per quello che sono, e che le persone si sentano sempre più in grado di alzarsi e dichiarare che siamo meglio di così, e che non è per questo che siamo nati. Mi viene spesso in mente una frase di Jonathan Larson: "Il contrario della guerra non è la pace. È la creazione." È lì che continuerò a mettere la mia energia».
Il mondo ha un volto d’arsura
per chi si ferma a morire.
Imploriamo rugiada:
anche la gloria ha un arido sapore.
Le bandiere
tormentano un morente,
ma un piccolo ventaglio,
se mano amica l’agiti
rinfresca come pioggia.
Ch’io sia al tuo fianco,
quando la tua sete verrà,
per recarti rugiada
e sacri balsami
[per recarti la tessala rugiada
e i balsami iblei]
The World – feels Dusty When We stop to Die – We want the Dew – then – Honors – taste dry – Flags – vex a Dying face – But the least Fan Stirred by a friend’s Hand – Cools – like the Rain – Mine be the Ministry When thy Thirst comes – Dews of Thyself to fetch And Holy Balms – [And Hybla Balms – Dews of Thessaly, to fetch –]
Cuore, lo dimenticheremo!
Cuore! Lo dimenticheremo!
Tu ed io – questa notte!
Tu potrai dimenticare il calore che dava –
Io dimenticherò la luce!Quando hai finito, ti prego di dirmelo –
Così che io possa subito incominciare!
Presto! perché mentre tu indugi
Io potrei ricordarlo!
Heart! We will forget him!
Heart! We will forget him!
You and I – tonight!
You may forget the warmth he gave –
I will forget the light!When you have done, pray tell me
That I may straight begin!
Haste! lest while you’re lagging
I remember him!
Io vivo nella Possibilità,
una casa più bella della Prosa,
di finestre più adorna,
e più superba nelle sue porte.
Ha stanze simili a cedri,
impenetrabili allo sguardo,
e per tetto la volta
perenne del cielo.
L’allietano visite dolcissime.
E la mia vita è questa:
allargare le mie piccole mani
per accogliervi il Paradiso.
I
dwell in Possibility
A fairer House than Prose
More
numerous of Windows
Superior—for Doors
Of
Chambers as the Cedars
Impregnable of Eye
And for an
Everlasting Roof
The Gambrels of the Sky
Of
Visitors—the fairest
For Occupation—This
The spreading
wide of narrow Hands
To gather Paradise

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