Il celebre appellativo "il rieccolo" fu coniato dal giornalista Indro Montanelli per definire l'esponente politico democristiano Amintore Fanfani. Montanelli utilizzava questo soprannome con ironia affettuosa per indicare la straordinaria capacità di Fanfani di ritornare sempre sulla scena politica, proprio quando veniva dato politicamente per spacciato. Il protagonismo è una brutta malattia. Chi è importante e chi no in una situazione è un fatto che risulta da una sorta di assenso generale. Tutti, o una buona parte degli attori coinvolti concordano senza difficoltà su questo. Se invece è regolarmente quasi solo l'interessato stesso a riproporre con insistenza la centralità del suo ruolo c'è qualcosa che non va. Più che una colpa è un errore, un errore grave di prospettiva e di calcolo.
Massimo Franco
Lo scontro con la premier vela quello tra i suoi rivali
Corriere della Sera, 13 giugno 2026
L’impennata polemica tra Giorgia Meloni e il leader del M5S Giuseppe Conte è istruttiva. È partita con le parole insultanti rivolte l’altro ieri da un deputato post-grillino contro la premier, e proseguita con un video nel quale Conte sembrava rivolgersi in modo combattivo a Meloni, faccia a faccia, nell’aula del Parlamento: anche se in realtà in quel momento la presidente del Consiglio era al Quirinale. «Mistificazione della realtà e fake news», notizie falsificate, è stata la reazione al video montato per evocare lo scontro diretto. Ma l’aspetto interessante è il tentativo del capo dei Cinque Stelle di connotarsi come il «vero» concorrente per Palazzo Chigi. L’attacco aspro e a tratti sguaiato delle truppe del Movimento è il tentativo neppure troppo coperto di fare emergere Conte come sfidante al posto della segretaria del Pd. In teoria, non ci dovrebbe essere storia, perché tranne sorprese il partito di Elly Schlein ha il doppio dei voti del M5S. Nei fatti, però, da mesi è in atto una competizione strisciante tuttora irrisolta. E quando Conte rivendica con autocompiacimento discutibile di avere «rimesso in piedi l’italia» da premier e di essere pronto a rifarlo, si ricandida. Attacca la Meloni ma parla alla sinistra. In questi giorni, è stata la sua voce a farsi sentire alla Camera: più di quella dell’alleata Schlein. E forse non è così malizioso ritenere che alla premier non dispiaccia scontrarsi col capo del M5S. Non solo per gli attacchi volgari che le sono stati rivolti: Conte è il simbolo delle ambiguità e delle divisioni delle opposizioni in politica estera, con la sua linea anti Ue e anti Ucraina. E serve a velare le ambiguità presenti anche nella maggioranza, tra la Lega salviniana e l’opposizione estremista della destra del generale Roberto Vannacci. Soprattutto, ogni battibecco tra Palazzo Chigi e il M5S promette di rinfocolare le tensioni, al massimo diplomatizzate, tra Schlein e Conte. E su questo Meloni, che nella coalizione non ha invece concorrenti, può giocare a dividere gli avversari. O meglio: a sfruttare le loro divisioni.
Si era già visto, nel 2025, quando aveva invitato alla festa di FDI ad Atreju la segretaria del Pd, «scegliendola» come avversaria. Conte si irritò, ottenendo l’invito da una Meloni abile a sfruttare la loro competizione: col risultato che Schlein rifiutò di partecipare. Giocare sui contrasti avversari sarà una tentazione sempre più vistosa. Serve a velare i propri, e a sottolineare l’incertezza tra sinistre e M5S su chi dovrà ottenere la candidatura a Palazzo Chigi. Quanto è avvenuto in Parlamento rappresenta solo una tappa di uno scontro destinato a inasprirsi di qui al voto: tra la maggioranza di destra e le opposizioni, e dentro gli schieramenti. La domanda è come arriveranno al voto del 2027. In apparenza, sono alleanze destinate a reggere. Ma con fragilità sempre in agguato.

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