Alberto Mattioli
La Scala tendenza Chung; in Carmen tutto è bello e niente è memorabile
Il Foglio, 10 giugno 2026
Quando la Carmen “di” Damiano Michieletto debuttò al Covent Garden fu subito ribattezzata “la Carmen della vecchia”, perché in scena c’era perennemente un’anziana spagnola in total black, dalla mantiglia ai piedi, che era o la madre di don José, tipico maschio alfa mediterraneo e testosteronico però sempre lì a parlare di mammà e di quanto fosse buona la sua paella, oppure impersonava la Morte o il Fato o la Sfiga. Alla ripresa alla Scala, la vegliarda jettatoria compare molto meno, con generale sollievo, ma non viene rimpiazzata da un’altra idea drammaturgica “forte”. Resta uno spettacolo di qualità, perché non si è Michieletto per nulla, ambientato in un polveroso no man’s land periferico, ben gestito nel movimento delle masse e nell’alternanza di spazi all’aperto e al chiuso, e con qualche momento notevolissimo, tipo il femminicidio finale davanti a un’immensa parete di proiettori. Non uno dei Michieletto più sensazionali, ma guardabilissimo.
Sul podio c’è Myung-Whun Chung, che fa una Carmen elegante, lieve, scorrevole, a tratti energizzante come un ovetto sbattuto, benissimo suonata dall’orchestra (il Coro risulta invece stranamente “fuori”, e in più di un’occasione), molto francese ma un po’, come dire? ovvia. Una di quelle direzioni dove tutto è bello e niente memorabile. E molto mal servita da una compagnia di canto incoerente. Clémentine Margaine ha un bel vocione ma, vaghezze d’intonazione a parte, di Carmen le manca tutto il resto: physique du rôle, charme, ironia, carisma. Oltretutto, unica francofona del cast, non si capisce una parola di quel che canta. Micaëla è una sconosciuta non illustre, Natalia Tanash, mentre debutta Giorgi Manoshvili, la voce di basso più interessante degli ultimi tempi, il che fa sperare che con la nuova dirigenza la Scala non ci metterà i soliti dieci anni per accorgersi di quel che succede fuori dai Navigli. Però Escamillo, decisamente, non è il suo personaggio. Rebus sic stantibus (male), chapeau quindi a Vittorio Grigolo in gran forma: bella voce, bel canto, una “fleur” notevole. E poi, benché sempre intensamente tenore, stavolta Grigolo grigoleggia giusto il minimo sindacale. Peccato mortale, comunque, è la stranissima edizione scelta da Chung: via tutti i parlati, via i mélodrame, tagli di qua e di là, è una Carmen modello Reader’s Digest, con tutte le incongruenze anche drammaturgiche che ne conseguono. Per dire: quando a un certo punto compaiono felici e cantanti il Dancaïre e il Remendado, nessuno spiega chi siano. Ora, una Carmen “vera”, cioè modello opéra-comique (sia pure di un tipo che sconcertò il pubblico di Bizet) è quasi impossibile da fare, perché fu pensata non per dei cantanti che recitano,ma per degli attori che cantano, e in ogni caso lo stile autentico dell’opéra-comique è oggi più estinto dei dinosauri: se ne trova traccia solo in qualche incunabolo discografico, per esempio nei Contes d’Hoffmann diretti da Cluytens dove i quattro “valets” sono impersonati da Bourvil, sì, la spalla di Louis de Funès in Tre uomini in fuga. Però il problema bisognerebbe porselo. Intanto, perché la Scala non può far finta di essere negli anni Cinquanta; e poi perché Carmen è uno di quei titoli in cui l’equivoco stilistico ne ingenera uno contenutistico, trasformando il Don Giovanni dell’Ottocento borghese in un melodrammone preverista “da coltello”: cioè l’esatto contrario, per inciso, della direzione di Chung.
Serata nervosa, con all’inizio un lancio di volantini dal loggione per protestare contro i rincari dei biglietti e alla fine molti buuu alla squadra di regia e molti applausi a tutti gli altri: chissà perché (in entrambi i casi).
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