domenica 14 giugno 2026

Luisa Muraro (1940-2026)

Ida Dominijanni
Luisa Muraro, come quando si spegne una luce

il manifesto, 14 giugno 2026

Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamao dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.

Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.

Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.

IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.

SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.

QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».

CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.

Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.

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SCHEDA. Qualche nota biografica

Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.

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