il maestro e l’invito a guardare gli individui
Panthéon/2
David
Bidussa
Il Sole 24ore, 14 giugno 2026
La salma di Marc Bloch verrà traslata al Panthéon, il luogo di culto della nazione dei francesi, il 23 giugno: mi piace pensare che quel giorno segni, più che l’omaggio a un martire, la presa in carica della funzione pubblica dell’intellettuale.
Marc Bloch non ha mai disertato. Quella lezione costituisce un punto fermo per gli storici. Tra questi, da una parte Carlo Ginzburg che lo ha ripetuto anche di recente sia nel suo Il vincolo della vergogna. Letture oblique sia nel suo La lettera uccide (entrambi Adelphi), e lo ha ricordato in una raccolta dal titolo Dialogue avec Marc Bloch (PUL 2025); dall’altra Massimo Mastrogregori, che ha curato vari scritti di Bloch (Apologia della storia, Feltrinelli 2024; Carnets inédits, Aragno 2016).
Il nucleo generativo del loro invito a leggere e rileggere Bloch è ancora quella Apologia della storia o mestiere di storico, testo che Bloch lascia «non concluso» nel febbraio 1943, quando compie la sua scelta resistenziale (per la quale morirà ucciso da un plotone di esecuzione il 16 giugno 1944 insieme ad altri 26 prigionieri) e che anche di recente ha avuto edizioni e proposte editoriali in Italia (oltre a quella di Feltrinelli già citata, anche Rizzoli, per mia cura, nell’aprile 2026).
Apologia della storia o mestiere di storico nasce come un testo da «mettere in salvo». Quando Bloch aderisce alla Resistenza si preoccupa di proteggerlo da sottrazioni, perquisizioni o sequestri come già era capitato, nella primavera del 1942, alla sua biblioteca di studioso, sequestrata dalle SS nella sua casa di Parigi.
All’indomani della guerra i suoi famigliari e gli amici delle «Annales» pensano che pubblicare quel «pacco di carte» e trasformarlo in libro non sia pubblicare un inedito, ma ridargli voce.
Apologia della storia è importante perché è un costante invito a guardare gli individui, ad ascoltare le loro parole, che anche quando si ripetono nel tempo non sempre hanno lo stesso significato. «Con somma disperazione degli storici – osserva Bloch nelle prime pagine del saggio – gli uomini non cambiano il vocabolario ogni volta che cambiano abitudini». [Rizzoli, 2026, p. 31].
Ma è anche un costante invito, oltre le parole, a concentrarsi non sui fatti, ma su come la narrazione dei fatti diventa linguaggio pubblico (e dunque quali parole tornano e, con esse, quali immagini, quali paure, si ripropongono).
Scrive ancora l’autore: «Tra le vite dei santi dell’Alto Medioevo, i tre quarti almeno sono incapaci di insegnarci qualcosa di concreto sui devoti personaggi di cui vorrebbero tratteggiare i destini. Interroghiamole, però, sul modo di vivere o di pensare delle epoche in cui furono scritte (…) e si riveleranno una risorsa inestimabile. Nella nostra inevitabile sudditanza verso il passato, almeno in un aspetto ci siamo saputi emancipare: e cioè che, malgrado siamo condannati a conoscerlo solo in base alle sue tracce, riusciamo comunque a sapere su di lui più di quanto abbia ritenuto opportuno rivelarci. Una bella rivincita dell’intelligenza sul mero dato materiale» [Rizzoli, 2026, p.51].
Studiare il passato per Bloch non è, solo, conoscere i fatti. Una conoscenza è priva di significati se insieme non si impegna a cercare di capire come quei fatti sono percepiti, comunicati, costruiti e memorizzati nell’opinione collettiva. In quelle pagine scritte in clandestinità Bloch ci consegna un manuale per indagare il passato con passione. Condizione che è il tratto costante del suo modo di praticare il «mestiere di storico». La sua cifra.
Considero quattro suoi testi «occasionali», più che «minori». Quella stessa cifra lo muove nel 1921 quando scrive sul tema della costruzione delle false notizie che nascono come montaggio di parole che si ripetono e di convinzioni che si formano (una macchina che poi è al centro de I re taumaturghi, come hanno sottolineato sia Ginzburg che Jacques Le Goff).
Ancora ritorna nel 1935 quando si interroga su dove stia l’identità dell’Europa e dove stabilirne il confine. Dice in quel saggio, che per molti aspetti parla ancora oggi di noi e a noi, che la linea identitaria dell’Europa si costruisce a partire dal panico. Panico che costituisce non tanto la condizione del vissuto politico dell’Europa ma la ragione che essa narra a sé stessa della sua individualità storica. Uno stato d’animo su cui l’Europa ha costruito la sua stessa fisionomia territoriale.
Si ripresenta in due diverse occasioni, nel 1928 e nel 1930 nelle domande che Bloch pone sul significato di comparazione in storia che non vuol dire andare a cercare le cose uguali, ma capire quali bisogni muovano e motivino le persone rispetto all’agire economico, alla scelta dei consumi, al loro modo di vivere la quotidianità.
E ancora innerva la lezione che nel 1914 tiene ad Amiens agli studenti del liceo, su che cosa sia una fonte storica e come lavorarci. «Le testimonianze si pesano, non si contano», dice. E la testimonianza opposta di voci rispetto allo stesso evento obbliga a farsi domande. «Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vostro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la conclusione che due per due fa quattro e mezzo».
Studiare storia non è conoscere i fatti: quello è solo la premessa. Sulla tomba di Marc Bloch a Le Bourg d’Hem, nella regione dell’Aquitania, che si sta muovendo in questi giorni per andare al Panthéon, si legge l’incisione: Dilexit veritatem. ovvero “Ha amato la verità”. La verità per Bloch era scavare nella sensibilità pubblica, nelle scelte di governanti e governati. Indagare le convinzioni, i timori, gli immaginari che uniscono potenti e sudditi.

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