domenica 21 giugno 2026

Al capezzale della democrazia

Luciano Canfora 
Come sfiorisce la democrazia

Corriere della Sera, 21 giugno 2026

Marco Revelli ha in comune con Bernie Sanders la fiducia nella possibilità di rivitalizzare il meccanismo, notoriamente inceppato, della democrazia politica nei Paesi nei quali di essa ancora si discorre (Stati Uniti e parte dell’Europa). Revelli lo fa in un libro lucidamente pessimistico tranne che nel capitolo finale (La democrazia è antiquata, Laterza); Sanders lo propone con slancio giovanile da un capo all’altro del suo recente pamphlet Contro l’oligarchia (Chiarelettere). Revelli punta su di una opera di rieducazione: «Occorrerà — scrive — una diffusa, impegnativa, paziente opera pedagogica, di pedagogia dal basso, da parte delle élite culturali che vorranno parteciparvi e dai settori di società che se ne sentiranno coinvolti»; obiettivo: «ricostruire un senso condiviso di orgoglio per la propria libertà e di responsabilità per il proprio vivere in comune»; «impresa improba», commenta. Sanders è lineare: lo scontro — è questo il succo del libro — è tra popolo e oligarchia, e l’oligarchia — spiega — sono gli ultraricchi. Egli è efficace nel descrivere la pessima condizione di vita dei cittadini statunitensi (il 58% ritiene che la vita sia peggiorata rispetto a cinquanta anni fa); ne deduce — con un salto logico — che «il popolo americano vuole un cambiamento reale» e propone un vasto programma di governo, al cuore del quale pone significativamente «dare a tutti una istruzione di qualità».

Piace ricordare, a questo proposito, che il nesso educazione (permanente)-democrazia, col corollario che al venir meno della prima deperisce la seconda, era un cardine del pensiero politico di un troppo dimenticato pensatore americano: John Dewey (1859-1952). Ci riferiamo, in particolare, al suo Democracy and Education (1916).

Il pregio peculiare di entrambi i libri non sta, forse, però tanto nelle proposte — in fondo assodate e comunque di lunga lena — quanto piuttosto nella parte analitica. Quella sviluppata da Sanders è un potente affresco, anzi una mappa, dell’attuale oligarchia planetaria. Quello che occupa la gran parte del libro di Revelli è invece una descrizione storicamente ben fondata e documentata di come, in particolare in Italia, il «demo» abbia preso via via le distanze dalla partecipazione politica fino alla attuale diserzione dalle urne (metà circa dell’elettorato non va più a votare). Beninteso, Revelli tocca molti altri aspetti del deperimento del meccanismo «democratico» in Italia, ma, con buone ragioni, si concentra in particolare sull’aberrante sostituzione del sistema elettorale proporzionale (quello sancito dall’articolo 48 della Costituzione: «voto libero, segreto, personale e uguale») con le alchimie delle leggi elettorali maggioritarie, incentrate sul presupposto terrifico e liberticida del «voto utile», il cui risultato ovvio è stato il crescente crollo della partecipazione.

L’operazione fu realizzata, e si può ben dire «orchestrata», nel biennio 1991-1993: in concomitanza con la torbida stagione, detta in modo autocelebrativo «Mani pulite», che scientemente portò alla distruzione dei partiti politici che per quasi mezzo secolo erano stati l’architrave e l’ossatura della Repubblica. («I partiti sono la democrazia che si organizza» aveva argomentato Togliatti alla Costituente). Di lunga lena era stato il processo di discredito: il pannellismo aveva da assai tempo contribuito alla disgregazione con la insulsa formula, ossessivamente ripetuta, della «partitocrazia».

Giova ricordare, a questo proposito, che la ferita inferta al proporzionale avvenne per via referendaria (il «demo» — nota Revelli — fu indotto a votare contro se stesso). Ma andrebbe anche ricordato, come documentò, in quel torbido biennio, il dotto funzionario parlamentare Salamone sulla rivista della Camera «Bibliotheca», che fu per effetto di un colpo di mano di Meuccio Ruini se, all’ultimo momento, l’articolo 75 della Costituzione fu modificato e scomparve la precisazione introdotta dall’emendamento di Maria Maddalena Rossi che escludeva la materia elettorale da quelle passibili di referendum.

Ben sappiamo che l’assalto al proporzionale partì presto, con la famigerata «legge truffa» (1952) sconfitta il 7 giugno del 1953 (elezioni politiche per la seconda legislatura). Quarant’anni dopo l’assalto riuscì e il pilota, il non notissimo Mario Segni, ebbe il suo quarto d’ora di celebrità prima di ritornare più o meno definitivamente dietro la scena. Il paradosso fu che proprio gli eredi dei partiti che nel 1953 salvarono l’articolo 48 della Costituzione bocciando la «legge truffa» si incolonnarono, quarant’anni dopo, nell’euforia maggioritaria. Euforia di cui oggi intravediamo i crescenti, prossimi pericoli, mentre la mente corre all’antecedente vero: la legge firmata da Giacomo Acerbo (1923) che diede vita, l’anno dopo, al trionfo ducesco culminato nell’oratoria senza veli del 3 gennaio 1925.

«Ciascuno è fabbro del suo destino» diceva Appio Claudio. La politica è verità, non è utile barare, e gli errori si pagano. Speriamo che la ricetta «rieducativa», cui si appellano, per diverse vie, due militanti così nobilmente impegnati quali Marco Revelli e Bernie Sanders si riveli praticabile.


https://machiave.blogspot.com/2026/05/bernie-sanders-torino.html

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