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giovedì 24 settembre 2026

Marina Vlady (1938-2026)

 

Jean-Luc Duin
L'attrice Marina Vlady, indimenticabile Principessa di Clèves, è morta

Le Monde, 24 settembre 2026

Attrice fin dall'età di 10 anni, ha recitato in circa un centinaio di film, alternando il cinema popolare a opere d'autore, come *Falstaff* (1965) di Orson Welles e *Twist Again à Moscou* (1986) di Jean-Marie Poiré. Ha interpretato a turno la casta Principessa di Clèves (1961) , tratto dal romanzo di Madame de La Fayette e diretto da Jean Delannoy, e la libertina Madame de Parabère, abituata alle orge del Reggente, in *Que la joie demeure* (1975), diretto da Bertrand Tavernier. Per la televisione ha interpretato eroine di Conrad, Genevoix, Maupassant, Balzac, Aragon e Tolstoj. Marina Vlady è morta giovedì 24 settembre all'età di 88 anni.

Nata il 10 maggio 1938 a Clichy (allora nel dipartimento della Senna, ora Hauts-de-Seine), Catherine Marina de Poliakoff-Baïdaroff era figlia di Vladimir Poliakoff, un baritono d'opera giunto in Francia nel 1915 per combattere contro l'esercito tedesco. Sua madre, Militza, prima ballerina, era arrivata nel 1917 per sfuggire alla Rivoluzione bolscevica. La coppia, artisti in difficoltà economiche (lui era diventato muratore), faticava a pagare l'affitto del loro appartamento popolare. Le loro quattro figlie adottarono degli pseudonimi per intraprendere una carriera. Olga divenne Olga Varen, regista televisiva (scomparsa nel 2009). Tania divenne Odile Versois (morta nel 1980), Militza divenne Hélène Vallier (morta nel 1988), Marina divenne Marina Vlady (in omaggio al padre Vladimir, "Io sono Vladimirovna" ): le sorelle Poliakoff, attrici, incisero due album di canzoni russe nel 1967-68 (il primo vinse il premio dell'Accademia Charles-Cros) ed ebbero la gioia di interpretare insieme Le tre sorelle di Anton Čechov nel 1966.

Marina Vlady fece il suo debutto cinematografico al fianco di Gaby Morlay, Merle Oberon e Anna Magnani. Giovane donna dal fascino slavo e dalla bellezza botticelliana, veniva spesso scelta per interpretare giovani donne emancipate. Bella, aggraziata e sensuale, conquistò Marcello Mastroianni durante le riprese di Penne nere (1952), un corteggiatore appassionato, ma... aveva solo 14 anni! Ne I giocatori, di Steno e Mario Monicelli (1953), fu truccata come una prostituta d'alto bordo.

Apparve in Prima del diluvio (1954) di André Cayatte, interpretando una ragazzina coinvolta in una rapina finita male dai suoi amici. Il film fu selezionato per Cannes, dove sfilò sul tappeto rosso ma rimase fuori dalla sala di proiezione: la proiezione era riservata ai maggiori di 16 anni. Le valse il premio Suzanne Bianchetti. In La spaccona (1955) interpretò una cantante di cabaret dagli occhi da cerbiatta e dai tacchi a spillo. Fu una femme fatale in I mascalzoni (1960), tratto dal romanzo di James Hadley Chase, interpretò una prostituta in Delitto e castigo (1956), diretto da Georges Lampin, e ne La ragazza alla finestra (1961), diretto da Luciano Emmer, tratto da una sceneggiatura di Pasolini.

Cambio di registro

Un uomo si aggira intorno alla sua casa, "un misto di arroganza e debolezza affamata ", che assomiglia a un cane abbandonato: accompagnato dal suo amico, il produttore Raoul Lévy, Robert Hossein continua a reclutarla. Gira con lui quattro film, da I bastardi vanno all'inferno (1955), con la sua atmosfera erotica e brutale, a La notte delle spie (1959), passando per Tu, il veleno (1958), abbandonando le ragazze snob dei suoi esordi per interpretare una femme fatale costretta su una sedia a rotelle.

Robert Hossein fu il suo primo marito. In seguito sposò l'aviatore Jean-Claude Brouillet, poi il poeta e cantante russo Vladimir Vysotsky, perseguitato dal regime sovietico, che cercò invano di aiutare a fuggire dall'URSS. Morì a 42 anni a causa della dipendenza da alcol e morfina. Infine, sposò l'oncologo Léon Schwartzenberg, scomparso nel 2013, con il quale si batté per la causa di tutti gli "esclusi": i senzatetto, gli immigrati irregolari, i disoccupati. Occupazione di edifici, violenza subita: Marina Vlady fu una donna impegnata che si batté per l'indipendenza algerina nel 1962, manifestando vicino alla stazione della metropolitana Charonne e dando rifugio di notte al filosofo e portatore di valige [per la resistenza algerina] Francis Jeanson. Si iscrisse al Partito Comunista Francese (PCF) durante le riprese del film di Bernard Paul del 1969 , *Le Temps de vivre* (Il tempo di vivere ), una storia su una coppia sconvolta dalle difficoltà economiche. Nel 1971, firmò il "Manifesto delle 343 donne che avevano subito un aborto".

Nel 1961 si assiste a un cambio di rotta: niente trucco provocante per La principessa di Clèves , ma una voce dolce e delicata, corsetti piatti, una gorgiera che le stringeva il collo, abiti tempestati di gioielli e una postura eretta, come se fosse uscita da un quadro di Van Dyck. Jean Cocteau non riusciva a capire perché il produttore avesse scelto una donna "troppo grassa, con figli, che schifo, e per di più slava!". Un enorme successo di pubblico, ma stroncato dalla critica parigina.

Tornò rapidamente ai ruoli della sua epoca: una bugiarda consumata con battute piene di allusioni ne " L'adorabile bugiarda" di Michel Deville (1962), nuda con Sami Frey nel film antologico "I sette peccati capitali" (1962), e vincitrice del premio come migliore attrice a Cannes nel 1963 per "Il letto coniugale" di Marco Ferreri , nel ruolo di una giovane vergine cattolica che, dopo il matrimonio, diventa un'insaziabile devota dell'amore fisico fino a rimanere incinta. Sorse una controversia: in questo film italiano era doppiata; era accettabile assegnare un premio a un'attrice la cui vera voce non veniva udita? Le piacque lavorare con Henri Colpi (" Mona, la stella senza nome" , 1966), Michel Mitrani (" La notte bulgara" , 1972) e Miklos Jancso (" Scirocco d'inverno" , 1969).

Una donna moderna

«Questa è Marina Vlady. È un'attrice. Indossa un maglione blu scuro. È di origine russa...»  : così inizia Due o tre cose che so di lei (1967). Una voce fuori campo sussurra queste parole; è il regista, Jean-Luc Godard. Un film sulla prostituzione di donne indebitate che vivono nei grandi complessi residenziali popolari della periferia, che lei sta girando con grande riluttanza. Dopo la rottura con Anna Karina, Godard è innamorato di lei da tempo. Le lascia bigliettini sul parabrezza, la ricopre di regali e la raggiunge per tre settimane in Giappone, dove lei sta girando Atout Cœur a Tokyo per l'OSS 117 (1966). E infine, le chiede di sposarlo. Per lei era un'amicizia, niente di più; lei dice di no. Questo accade pochi giorni prima dell'inizio delle riprese di Due o tre cose che so di lei , durante le quali lui non le rivolge più la parola, accontentandosi di suggerirle le battute tramite l'auricolare. Lui pensa che lei suoni male e, quando lei gli chiede di darle indicazioni, un giorno lui le dice: "Se vuoi davvero suonare bene, vai a piedi da casa tua a La Courneuve invece di prendere un taxi".

Cresciuta come un maschiaccio, dotata di una vera audacia, donna moderna dell'era della liberazione, confessò di aver usato e abusato di questa libertà nella sua vita privata. Lasciò intendere che Bardot si fosse ispirata molto a lei per diventare la donna dallo spirito libero e sfrontato lanciata da Roger Vadim. Più tardi, osare girare "nuda" quando non si hanno più vent'anni ti rende ostaggio dello sguardo altrui. Lei accettò ogni sfida. Ed era grata a Michel Piccoli per averle detto, dopo aver girato una scena in cui erano nudi in Sette morti per prescrizione (Jacques Rouffio, 1975), di essere rimasto profondamente commosso dal suo corpo di donna che aveva partorito. Un resoconto sincero si trova nelle sue memorie, 24 immagini al secondo (Fayard, 2005).

Marina Vlady tra qualche data

10 maggio 1938 Nascita a Clichy (Hauts-de-Seine)

1953 “Prima del diluvio”, di André Cayatte

1965 “Falstaff”, di Orson Welles

1963 "L'ape regina", di Marco Ferreri. Premio alla migliore attrice a Cannes.

1967 “Due o tre cose che so di lei”, di Jean-Luc Godard

1971 Firma il "Manifesto delle 343 donne" sull'aborto

1976 "Lasciate che la gioia regni sovrana", di Bertrand Tavernier

Nel 2005 è stato pubblicato "24 fotogrammi al secondo" (Memorie).

24 settembre 2026 - Scompare all'età di 88 anni.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2026/09/24/la-comedienne-marina-vlady-inoubliable-princesse-de-cleves-est-morte_6781558_3382.html

martedì 15 settembre 2026

Quel che resta di Brigitte

 


mareggiata di ricordi bb

All’asta. Il 21 settembre vanno all’incanto a Parigi i cimeli dell’attrice. Oggetti personali, diamanti e occhiali. Soffia un vento di nostalgia, bellezza, gioventù

Laura Leonelli
Il Sole 24ore, 13 settembre 2026

Andrebbe sfogliato ascoltando La Madrague, leggerissima canzone che celebra la fine dell’estate su una spiaggia ormai deserta, forse a Saint-Tropez, quando il mistral non ha più vele da gonfiare e il sole non brucia più la pelle delle ragazze al primo topless. Andrebbe sfogliato così, sentendo l’odore degli anni 60 e 70 in Costa Azzurra, il catalogo Brigitte Bardot. La vente, asta di nostalgia incendiaria che Millon presenta il prossimo 21 settembre a Parigi, alle ore 11 nella sala 9 di Drouot. E B.B., “Bibi” per noi e “Bebè” oltralpe, è tutta lei a partire da una copertina a quadretti bianchi e azzurri, finta infantile e finta innocente, che raccoglie per l’ultima volta insieme 285 oggetti provenienti dalle tre case della diva, due a Saint-Tropez, La Madrague appunto come il titolo di una delle sue canzoni più famose, La Garrigue, più segreta e inaccessibile rispetto alla celebre dimora di pescatori acquistata nel 1958, e un classico appartamento parigino nella borghesissima rue de la Tour.

Tra le oltre centoquaranta pagine del catalogo, quasi un diario, splendono disegni, arredi, abiti, dalle camice da notte, vedi guardaroba di “nuisette” in seta rosa cipria, ai tailleur nero-lutto a sostegno della causa animalista, quindi i celebri occhiali a oblò, La sphinge de Brigitte firmata da Léonor Fini, qualche rosario, molti crocefissi, un set di cuscini con ricami Kamasutra, un anello Meller con diamante da 3,6 carati, una coppia di tende a perline, e anche lì dobbiamo immaginare il suono di una cascata che ondeggia accarezzando il corpo della Bardot.

Quarant’anni fa, nel 1987, Millon aveva organizzato la prima e leggendaria asta del mondo B.B., e allora Brigitte, che aveva abbandonato il cinema nel 1972 all’alba dei suoi splendidi trentotto anni, aveva salutato lo straordinario successo della vendita dicendo, testualmente, che se aveva donato la sua giovinezza e la sua bellezza agli uomini, ora offriva saggezza, esperienza, “il meglio di me stessa”, agli animali.

Alla Fondation Brigitte Bardot, ancora oggi attivissima, e alle sue battaglie saranno dedicati giustamente anche i proventi della prossima vendita. Ma in verità sono ad altre battaglie che vogliamo tornare guardando questi cimeli, con stime base dai dieci ai diecimila euro, e la B.B. che ricordiamo – e vorremmo possedere, vedi lotto 220, servizio di piatti da otto in ceramica rosso fuoco, prezzo di partenza 30-50 euro – è quella che danzava a piedi nudi davanti a Jean-Louis Trintignant, amante straziato dalla gelosia (ma che sciocco, Brigitte/Juliette lo amava!) nel film Et Dieu…créa la femme, di Roger Vadim del 1956, oppure ne Le Mépris di Jean-Luc Godard, quando la nostra, cerbiatta tra le lenzuola, chiedeva a un estasiato Michel Piccoli: “tu les trouves jolies, mes fesses?”. Quella Bardot lì, che Simone de Beauvoir elesse regina dell’emancipazione femminile, sono anche le sue scarpette da ballo Repetto, a partire da 300 euro per due paia, o un bracelet à breloques, in oro giallo da 800 euro in su (tra i pendagli un cuore, una gabbia, una mano, una medaglia di Sainte Brigitte, due chitarre), e ancora, appunto, le due chitarre, classica e da flamenco, che l’attrice amava suonare tra amici, come i Gipsy Kings. “La nostra fata”, così Chico Bouchikhi salutava l’attrice, e di presenze “fatate”, forse a sorpresa, la vendita è ricchissima, pensando per esempio al lotto 68, una classica Olivetti Lettera 22 su cui la Bardot aveva scritto la seconda parte della sua biografia, o una poltrona Emmanuelle, o una collezione di sculture della Vergine in legno dipinto, e sempre B.B. teneva in borsa una Madonnina e quando le cose non andavano per il verso giusto invece di pregare più intensamente rimproverava con asprezza la madre di Nostro Signore.

A questa mareggiata di ricordi, non ultimi i ritratti che amici, fans e artisti le avevano dedicato, Brigitte Bardot aveva dato l’affettuoso nomignolo di “merdouilles”, perfettamente traducibile in italiano. Eppure ognuna di queste innocenti “merdouilles” ci aiuta a mettere da parte la violenza questa sì fecale delle ultime dichiarazioni di B.B.. Non è lei che vogliamo, grazie anche no, noi vogliamo la ragazza con i capelli arruffati dal vento, come cantava ne La Madrague, o quella ancora più ironica e sensuale di Me laisse pas l’aimer, quando inutilmente nel 45 giri del 1964 chiedeva alle amiche di trattenerla dall’ennesimo amore folle. Ecco, lasciateci amare ancora una volta B.B., proprio quella con gli stivali rosso cuoio, taglia 36-37. Per gli interessati è il lotto 61, stima 40-80 euro.


Brigitte Bardot. La vente. Millon, 21 settembre, Parigi


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di4

lunedì 14 settembre 2026

La Mostra di Venezia, un bilancio

 


il leone politico al corpo delle donne

Venezia ’83. Il miglior film alla danese May el-Toukhy, che si aggiudica anche la coppa Volpi per la protagonista Arcel. Malkovich miglior attore, a «Naza» su Gaza il premio speciale della giuria

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 13 settembre 2026

Con il Leone d’oro a Woman unknown la giuria guidata da Maggie Gyllenhaal è riuscita in un compromesso da capolavoro, mettendo insieme il cinema e la politica, presenza forte in tutta la Mostra. Anzitutto è l’unico film in concorso girato da una donna, May el-Toukhy (la minoranza femminile è il neo grosso della rassegna), e ha come tema il corpo femminile controllato, abusato, punito, abituato alla sopportazione silente dei dolori legati alla sessualità. La trama ci porta nella Danimarca del 1945, subito dopo la liberazione, quando la bambinaia e domestica Marie (Mathilde Arcel) è in predicato di sposare Christian (Carsten Bjørnlund), ricco imprenditore, sedicente antinazista, vedovo.

Il salto sociale per lei è vicino, mentre osserva terrorizzata Copenhagen sfogare la rabbia dell’occupazione contro le donne che hanno avuto relazioni con i tedeschi, rasate e oggetto di sevizie pubbliche (saranno classificate negli archivi come “donne sconosciute”). Rossi sono la bandiera danese, il maglione di Marie e la svastica che la bambinaia si trova una mattina sulla porta di casa, mettendo a repentaglio il suo futuro. Misurata e trattenuta, complessa e screziata Arcel – meritata Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile –, viene inquadrata spesso di spalle o dietro una grata, dove viene messa e si mette metaforicamente, in un’estetica e una fotografia (di Jasper Spanning) alla Dreyer. Per chi scrive, cinematograficamente il film migliore è stato Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con una sceneggiatura che mescola, senza sbavature, poliziesco, azione, memoir e commedia. Si ride ma con un sottofondo tutt’altro che leggero: l’ingerenza degli Usa sullo scenario internazionale, dalla Baia dei Porci all’omicidio Kennedy, attraverso i servizi segreti. Il protagonista, e meritatissima Coppa Volpi al migliore interprete maschile, è Chris-John Malkovich (che però non è venuto a ritirare il premio), agente della Cia, che in una valigetta si porta il fucile usato per colpire JFK. Si trova in Cile alla vigilia del golpe dell’11 settembre 1973 e la sua malattia terminale lo porta a un irrefrenabile bisogno di dire la verità a chiunque, soprattutto con alcuni giovani che finiranno sui voli della morte. Probabile che vedremo Malkovich al Dolby Theatre, rispettando la tradizione che lega Oscar e Lido anche in una Mostra senza Hollywood.

Raramente così azzeccato il Gran Premio della Giuria a Possible love di Lee Chang-dong, una lotta di classe alla sudcoreana, ma con un’accezione diversa dal Parasite di Bong Joon-ho. Un licenziamento di massa in una fabbrica e la violenta repressione di uno sciopero, realmente accaduti, hanno dato lo spunto al regista per pensare a un’inedita amicizia tra una documentarista impegnata nel filmare la vita dei licenziati e la moglie di un ex operaio caduto in depressione. La vicinanza tra le due donne porta l’operaio, riluttante ad aprirsi, a farsi intervistare e la moglie a sognare un altro destino, forse un altro amore. In un fine settimana in una villa da sogno i due proletari scoprono di essere due pedine nella vita senza rischi e dinieghi della documentarista e del marito. Il film ha una regia in crescendo, sensibilissima alle umanità che si rivelano nella trama con profondità e originalità poetica.

Il contestatissimo Dau, per l’origine russa dell’autore, del regista dissidente Ilya Khrzhanovsky, ha vinto il Leone d’argento per la regia. Forse è stato un tributo al lavoro, durato vent’anni, di Khrzhanovsky, a metà tra cinema totale ed esperimento artistico e che ha portato anche a polemiche per i presunti abusi sul set. Il regista, esiliato a Berlino, si è ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica per raccontare la figura di uno scienziato idealista che finisce per piegarsi alla logica dell’impero sovietico, riproducendo in scala nel suo istituto scientifico la follia, la violenza, la repressione, la paranoia dell’Urss per quattro decenni. Un lavoro monster, frastagliato, confuso e affascinante, ultima parte di un’opera in tre parti con altrettanti direttori della fotografia, scenografi e costumisti e migliaia di comparse.

Il premio per la Migliore sceneggiatura va a Stéphane Brizé (anche regista), Coralie Amédéo, Olivier Gorce per Un bon petit soldat. Si tratta del quarto capitolo, dopo La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, dello scavo di Brizé sul mondo del lavoro. Finora il regista francese lo aveva analizzato dalla parte del dipendente, mentre oggi esplora le dinamiche cui è soggetta una capa del personale, Carla - la bravissima Alba Rohrwacher nella migliore interpretazione che chi scrive ricordi -, in una grande società di assicurazioni. La capacità, l’umanità, la devozione al lavoro di Carla finiscono per insicurezza per plasmarsi alle regole maschiliste e patriarcali, dettate dal capo dell’azienda (un altrettanto eccezionale Vincent Lindon), che le richiede di affermare la sua idea vetusta di potere e le sue logiche manipolatorie.

Il premio speciale della giuria va al film che ha scosso il Lido, Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei registi del collettivo che ha vinto l’Oscar per No other land nel 2025. Naza è il nome in codice che i servizi segreti israeliani usano per indicare i danni collaterali, ovvero le vittime civili a Gaza dei bombardamenti dell’esercito israeliano per annientare Hamas. Le interviste a 24 testimoni del Mossad e dell’esercito con sembianze e voci contraffatte dall’Ia - fatto che ha creato polemiche e su cui l’affidabilità e autorevolezza del «The Guardian», anche produttore, fanno da scudo – rivelano i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza e l’anteriorità del programma di controllo alla tragedia dell’7 ottobre 2023. Abraham ha ricordato i 200 giornalisti palestinesi morti e l’attacco al film da parte della stampa e della politica israeliana senza averlo visto.

Il Marcello Mastroianni a una giovane attrice emergente va a Malou Khebizi per il film 15/18 (A place to heal) di Cédric Kahn, che si insinua con delicatezza in un istituto di psichiatria giovanile per raccontare il tabù del corpo adolescenziale, l’autolesionismo e le difficoltà familiari in un approccio antiretorico ed empatico. Peccato aver dimenticato le due piccole protagoniste del sognante Look back di Hirokazu Koreeda, che scava nell’infanzia come serbatoio di bellezza nel sogno di due disegnatrici bambine di manga. Il cinema italiano a mani vuote in un festival ricchissimo di contenuti fa male per i talenti e l’industria d’eccellenza che abbiamo, con il vizio di essere ancorati a un passato glorioso che va superato e trasformato. Strippoli, in un film non del tutto riuscito, per lo meno ci ha provato. Per Bechis peccato: saranno gli spettatori a premiare il suo Ritorno a Buenos Aires.

domenica 6 settembre 2026

Succederà questa notte


Teresa Marchesi
Se succederà, "Succederà questa notte", la passione secondo Nanni Moretti

Domani, 6 settembre 2026

Nessuno è tecnicamente obbligato a leggersi Legami, la raccolta di racconti di Eshkol Nevo (ed. Feltrinelli) che è alla base di Succederà questa notte, il film che riporta Nanni Moretti a Venezia per la prima volta dai tempi di Palombella rossa, 1989. Cioè: padrone ognuno di farsi del male. Perché il libro non fa solo da navigatore, ti fa godere la tessitura unitaria del patchwork che “l’uomo Sacher” ha elaborato a sei mani con Valia Santella e Federica Pontremoli.

Moretti c’è anche sullo schermo, fa il babbo di Jasmine Trinca (legittimamente, l’ha tenuta a battesimo lui con La stanza del figlio). Ma soprattutto è evidente l’affinità emotiva con lo scrittore israeliano, da cui aveva già tratto il suo non fortunato Tre piani. E c’è qualcosa di nuovo sotto il sole. C’è una new entry che in cinquant’anni di cinema del Nostro non avevamo mai intercettato: l’Eros. Qui è la vera guest star. Evviva. Chissà se è questo a iniettare un surplus di emozione a quello che l’autore definisce «un film sui sentimenti e sul bisogno di nominarli».

Ovvero: «Lasciare che si manifestino, ammettere senza riserve di volersi bene, dirsi senza pudore che ci si ama». Sono più amori in realtà: anche padre-figlio, madre-figlia. Sembra una sviolinata appiccicosa. Non lo è. È una storia d’amore in cui un uomo e una donna si incontrano sempre nel momento sbagliato. L’uomo è Louis Garrel, la donna Trinca. E il racconto che fornisce il titolo al film, Succederà questa notte, non è quello centrale. È solo la suggestione, la promessa che ispira il finale.

Le “nuove occasioni”


Il filo che lega il patchwork è un bisogno, il desiderio di una nuova occasione, di credere che la vita ti offre sempre un’altra possibilità. È quello che fa incrociare per caso, di sette anni in sette anni, le vite distanti di Greta (Trinca) e Matteo (Garrel).

Il primo incontro è un episodio bizzarro: la sposa che si sfila le scarpe e trasforma una partita a tennis in una leggenda familiare, di quelle che ingigantiscono nei racconti del poi. Il miraggio riappare a sorpresa, riconoscibile sotto le rughe prostetiche, perché Greta è un’attrice sul punto di lasciare i set. Matteo ha portato il padre in fin di vita (Hippolyte Girardot) in Spagna, per un concerto del Boss, il suo mito, che non ha mai sentito dal vivo. È uno dei più bei racconti di Nevo, e sullo schermo, incredibilmente, è ancora più palpitante.

Sette anni dopo, il sogno di una fuga dal matrimonio, genere Il Laureato, diventa realtà. O meglio diventa passione bruciante di due persone legate ciascuna a consorti e figli. Quella creatura da fiaba dissonante aveva agganciato l’immaginario di Louis Garrel senza scampo. Era “la donna perfetta”. Quella che cancellava il ricordo di una moglie norvegese troppo giovane («Non sei in grado di fare la madre», aveva sentenziato la buffa suocera Angela Finocchiaro) e della nuova compagna, il medico che aveva curato Hippolyte Girardot.

C’è un’allegria sfrenata, in questo innamoramento, che sembrava impossibile potesse trovare spazio nella deriva plumbea delle morettiane meditazioni recenti. È un Michele Apicella che ha voglia di coreografare, di nuovo, balletti di pura gioia per strada, con l’assistenza amichevole dei Rolling Stones. Non è solo ai cuoricini sensibili alle love story che con Succederà questa notte fa spremere lucciconi, più di una volta, a dire il vero, nel corso del film.


Fabrizio Dividi
La Torino di Eshkol Nevo nel nuovo film di Nanni Moretti

Corriere Torino, 6 settembre 2026

Nel giorno di Succederà questa notte, con Nanni Moretti che conquista il pubblico di Venezia83 con una storia d’amore lunga una vita intera, è giusto fare un passo indietro e tornare esattamente a un anno fa. Era settembre quando Torino aveva prestato alcune delle sue location per il film, tra cui l’aeroporto di Caselle, l’hotel Nh Carlina e la Chiesa di Santa Pelagia di via San Massimo. E fu una piacevole sorpresa vedere all’opera il regista, che aveva lasciato il segno come direttore del Torino Film Festival, girare in pieno centro tra gli sguardi dei curiosi. In realtà, non si trattava del suo primo ciak torinese. Tra il 1989 e il 1990, Moretti aveva già girato una scena per La cosa nel reparto carrozzerie di Mirafiori; ma dopo l’esordio alla regia teatrale nel 2023 con Diari d’amore, la sequenza di Succederà questa notte va ricordata come un’altra «sua prima volta» nel campo della fiction.

Produzione Sacher con Fandango e Rai Cinema, Succederà questa notte è stato supportato da Film Commission Torino Piemonte e uscirà in sala il 3 dicembre con 01Distribution. Il film è stato interpretato da Jasmine Trinca e Louis Garrel, nelle parti di Greta e Matteo; e da Angela Finocchiaro («Ci conosciamo da molti anni — sottolinea Nanni Moretti — anche se è la prima volta che lavoriamo insieme»). Il ruolo che l’attoreregista si è riservato è, invece, quello del padre di Greta, in versione «con e senza barba». «Qualcuno voleva che interpretassi il padre di Garrel, che è un po’ il mio alter ego sul set, ma rivedendomi sono ancora più convinto di avere avuto ragione». Un «doppio», quello dell’attore francese, che spesso appare (la scena del canestro cita quella della partita di calcio ne La messa è finita), ma di cui il regista non abusa («Speravo di avere una Vespa — scherza Garrel — ma Nanni mi ha fatto andare su un motorino di marca giapponese perché non voleva autocitarsi»).

E torniamo alla scelta di Torino, sorprendentemente rispettosa delle ambientazioni dell’opera originale di Eshkol Nevo (che la città la conosce bene, avendoci vissuto e insegnato). Nel racconto Campane che chiude la raccolta Legami (Feltrinelli) da cui Moretti si ispira liberamente, la città è descritta dalla casa «vicino al mercatino delle pulci, a due minuti da via Garibaldi in piazza Emanuele Filiberto 15». Sotto le finestre si apre «il familiare, amato reticolo geometrico italiano di vicoli che si spalancano in un sospiro di sollievo nella piazza». Il protagonista di Campane racconta anche della sua passeggiata quotidiana a Porta Palazzo «per comprare ogni giorno un formaggio diverso» e lamenta un unico fastidio: «Il quarto piano dista 50 metri dal campanile della chiesa e le campane suonano giorno e notte». Insomma, un ottimo pretesto per andare a chiedere al prete di abbassare il volume almeno nelle ore notturne e di descrivere «la musica di un organo e dei corridoi che conducono ad altri corridoi» prima di rivelare il «miracolo» finale.

Le sceneggiatrici (con Moretti) Vania Pontremoli e Federica Santella spiegano così i principi che le hanno guidate in scrittura: «Temi portanti della storia sono le relazioni tra persone, padri e figli, uomini e donne; e sulla base del racconto Come l’acqua, abbiamo inserito situazioni, personaggi o anche solo singole immagini tratte dagli altri. La libertà che ci siamo presi è stata quella di individuare tempi, scene e parole, e alla fine il cuore di Legami rimane intatto, pur con una storia d’amore completamente nuova». Moretti conferma: «Con una frase un po’ scema, molti anni fa mi inventai che avrei voluto fare sempre lo stesso film possibilmente sempre più bello. Oggi non è più così: anche grazie al lavoro delle mie sceneggiatrici, abbiamo immaginato una storia d’amore potente e decisamente inusuale nel mio cinema».


lunedì 17 agosto 2026

Elogio di Nolan

                            

è nolan l’ingegno multiforme

Il film. Il regista ha sperimentato una tecnica nuova su pellicola, con profondità e risoluzione che portano a un’esperienza unica, in grado di togliere le sale dal ruolo di ancelle delle piattaforme

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Se la Musa oggi dovesse cantare un uomo dal multiforme ingegno, guarderebbe Christopher Nolan. Gli inganni della sua Odissea sono riusciti a puntino: il primo teso a Ulisse, che da eroe sagace e malinconico si torce a principale responsabile del tracollo di una civiltà. Il secondo al poema omerico, che taglia, intreccia, innesta (è pur sempre il regista di Inception) con Iliade ed Eneide. Il terzo a noi figli della cultura greco-romana, costretti a perdonargli – soprattutto nelle scene itacensi –, la sovrabbondanza informativa di una banalità pornografica, in cambio delle potentissime scene di flashback, dove lo spettatore è sempre accanto a Ulisse, non meno vigile, pauroso, stupito, confuso, angosciato.

Ma Nolan non pensa solo agli intrighi, porta anche doni: riempie i cinema a luglio e fa discutere la gente di una guerra iniziata tremila anni fa, dimenticando le nuove diramazioni di oggi. Ma, soprattutto, il regista con l’Odissea porta avanti una tecnologia che permette di vivere un’esperienza nuova e offre una chance alle sale di uscire dalla palude di ancelle delle piattaforme: l’Imax (crasi per Image MAXimum), un sistema di proiezione cinematografica in grado di restituire immagini di una grandezza e una risoluzione superiore. Già il Cinemascope nel 1953 e il VistaVision, l’anno dopo, avevano aumentato le dimensioni della pellicola, mentre i sistemi multi-proiettore come il Cinerama nel 1952 avevano allargato l’area di proiezione. Con Imax il fotogramma da 70 millimetri viene esposto orizzontalmente all’interno del proiettore (illuminato con una lampada speciale da 15 kW allo Xeno), mentre le tradizionali pellicole da 70 sono a scorrimento verticale. Per capirci meglio, “normalmente” una zona di immagine è larga 48,5 millimetri e alta 22,1 e comprende lo spazio di 5 perforazioni; con il sistema Imax le immagini sono larghe 69,6 mm e alte 48,5 mm ed occupano 15 perforazioni.

Il primo film girato con Imax è stato Tiger Child, portato all’Expo ’70 a Osaka. Nolan, assieme al suo direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, ha iniziato a usare il sistema con Il Cavaliere Oscuro (2008) solo per alcune scene, aumentandone l’utilizzo con Oppenheimer e realizzando il primo lungometraggio girato interamente con cineprese Imax con Odissea. La rivoluzione ha toccato anche gli attori, che hanno dovuto adattare le tecniche di recitazione, imparate col digitale e macchine da presa più piccole, a una cinepresa enorme, che li rapporta alla maestà degli scenari che riesce a comprendere. Nolan è tornato alla pellicola (usandone 640mila metri), utilizzando una cinepresa che doveva essere ricaricata dopo tre minuti e così rumorosa che gli attori dovevano urlare per sovrastarne il frastuono («come avere un frullatore in faccia», ha detto l’Odisseo Matt Damon). Gli ingegneri hanno dovuto escogitare un silenziatore (il blimp), un involucro che la trasforma in un frigo di circa 130 chili da trasportare su e giù sui terreni non esattamente amichevoli di sei Paesi: Grecia, Italia, Islanda, Marocco, Scozia e Stati Uniti. I costi della produzione, che si stimano attorno ai 250 milioni di dollari, sono già stati superati dal triplo (per ora) degli incassi.

Da Il cavaliere oscuro, passando per Interstellar o Inception, Nolan ha sempre radicato le sue storie nella realtà e con l’Odissea ha messo sé stesso e la troupe in una condizione di fatica fisica che potesse emulare il nostos di Ulisse e ha creato, dopo i tentennamenti del 3D, l’esperienza immersiva più forte di sempre, con una profondità e dettaglio mai sperimentati prima. Spingendo la tecnica cinematografica un poco più in là, ha fatto un regalo al cinema e ai registi di domani, perché le sale Imax sono meno di mille nel mondo e in Italia solo tre (Orio al Serio, Sesto San Giovanni e Roma) e non del tutto adatte al formato dell’Odissea. Chi scrive l’ha vista in un cinema “normale”, ma, anche senza Imax, si è calata con Ulisse dal cavallo con cui ha ingannato i troiani, ha sentito il terrore davanti al corpo latteo del Ciclope, si è riempita di stupore sotto la neve sull’isola dei terribili lestrigoni, è inorridita all’allungamento delle ossa con cui Circe ha trasformato i soldati in animali, ha subito le dita di Scilla, mentre prelevavano nel mucchio le vittime, senza alcun criterio, secondo l’ingiustizia del fato che piomba nella nostra quotidianità appena apriamo certe pagine di cronaca.

Ha provato la nausea nel mare in tempesta, avvertendo il freddo dell’acqua sulla pelle, ha sentito il rimorso degli errori passati, quando Tiresia è emerso dalla sabbia e ha scatenato la rabbia dei compagni morti per le strategie dell’egotico comandante. Certo, è stato più difficile rimanere a Ogigia con Calipso, che tenta di psicoanalizzare Ulisse, propinandogli consigli new age. Ma togliendo di mezzo il dio che decide dall’alto, Nolan ci piazza l’esplorazione dell’inconscio, rendendo Calipso una sorta di manipolatrice psicopatica, che cura Ulisse, facendolo ricordare e, in parte, drogandolo con il fiore di loto e fondendo l’episodio di Ogigia con quello dei lotofagi, che è espunto come altri, compreso quello di Nausicaa, che ha oltremodo offeso i puristi. Ma qual è la purezza di un poema orale?

Nolan ha tolto i canti i cui protagonisti sono dativi e positivi per lasciare spazio a una civiltà senza speranza, come ci appare ora la nostra. Inutile il dibattito sulle armature rispetto all’epoca, i peplum d’antan si sono ispirati per costumi e scenografie all’arte romantica e la spina dorsale esposta sul retro dell’elmo di Agamennone è un sublime simbolo di fragilità. Le spiagge in cui approda Ulisse sono fredde come quelle di Dunkirk, una metafora delle carneficine di guerra, impossibile non pensare alla Normandia, all’Ucraina, a Gaza, al Sudan, all’Iran e a tutte le altre guerre in corso. Il mare è nero, salvo rarissime inquadrature, la Grecia è buia, la furbizia di Ulisse non è benemerita: non vince con onore, infrange la legge della Xenia, una mossa lesiva anche sul piano economico perché per i greci l’ospitalità era un modo per oliare e far fiorire le rotte commerciali. La via della diplomazia è abdicata in favore della guerra, il logos calpestato: lo sa Polifemo, cui non è stata data la possibilità di essere ascoltato. Gli esseri umani sono per lo più avidi, narcisi e imbroglioni e le donne non sono migliori, nemmeno la bravissima Anne Hathaway (Penelope), che tratta Tom Holland (Telemaco), come un poppante, mentre un ventenne nell’età del Bronzo era più che adulto. 

Nolan ha scelto un cast di grande richiamo per attirare il pubblico più largo possibile. Damon non è mai retorico e Robert Pattinson è un Antinoo vigliacchissimo. Se non abbiamo avuto niente da ridire che Liz Taylor fosse l’egiziana Cleopatra, in base a quali criteri dovremmo lamentarci se Zendaya è Atena, e Lupita Nyong’o Elena e Clitemnestra? Il cast è eccezionale e questo basta (tranne Holland, piuttosto fesso, ma temo che sia la parte). Dimentichiamoci le pecche e godiamoci cinema e messaggio pacifista, anche per chi non ama Ulisse, come Bobi Bazlen, che lo considerava un borghesuccio, che, invece di godersi le esperienze psichedeliche e l’amore libero, non voleva far altro che correre a casa dalla moglie.