Tommaso
Nannicini
Qual
è la vera partita della tassazione
La
Stampa, 10 giugno 2026
Da più parti si dice che i politici dovrebbero offrire messaggi chiari e radicali. È vero, c’è bisogno di una politica che torni a fare il suo mestiere: indicare una rotta per il futuro, piuttosto che vivacchiare tra proposte al ribasso con la scusa che “non c’è alternativa”. Ma radicalismo non vuol dire gridare più forte gli slogan che tengono ciascuno nella sua “comfort zone”. Più tasse sui ricchi, a sinistra. Meno immigrati, a destra. Radicalismo significa rovesciare il tavolo. Traghettare i propri valori dentro una realtà squassata da mutamenti geopolitici, demografici e tecnologici senza precedenti. Significa uscire dalla bolla del quotidiano per cambiare prospettiva.
È sconvolgente che questa domanda di radicalità resti inevasa, mentre c’è una sovrapproduzione di radicalità fittizia, urlata: montagne che ogni giorno partoriscono topolini di proposte del tutto inefficaci. Bonus temporanei, patrimoniali, decontribuzioni, blocchi navali: la stessa minestra in mezzo alla tempesta. Per carità, spesso si tratta di strumenti seri, ma senza una visione più ampia diventano politiche placebo: annunciate giusto per far finta di fare qualcosa, in un mondo che nessuno sa più governare.
Come ha spiegato Marco Cerrato sul Corriere Economia, uno studio commissionato dalla Commissione europea ha sancito che le patrimoniali, dove sono fatte male, si aggirano in un attimo, mentre dove sono fatte bene pretendono registri, scambi di informazioni e coordinamento internazionale che in pochi hanno. La Francia l’ha svuotata dopo che la sua imposta sui grandi patrimoni, da 5 miliardi di gettito, era scesa a poco più di uno, e quasi ovunque in Europa il gettito è calato mentre i patrimoni esplodevano. Una patrimoniale fatta all’amatriciana non fa piangere i ricchi: li fa ridere, perché spostare il portafoglio dove l’aliquota morde meno è un gioco da ragazzi. Che fare, allora? In Italia due cose, senza troppi proclami: riformare il catasto – perché non è giusto che un attico in centro paghi quanto una casa in un piccolo paese – e portare le tasse di successione agli standard europei. Magari superando anche i regimi speciali che premiano chi vive di rendite più che del proprio lavoro. Per il resto, rafforzare quelle infrastrutture che rendono il tema fiscale affrontabile su scala globale o almeno europea.
E qui arriva la seconda domanda. In un’economia sempre più immateriale anche la base imponibile lo diventa, libera di migrare dove conviene: l’anno in cui Ed Sheeran ha versato al fisco britannico più di Starbucks e Amazon avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. In un saggio recente, gli economisti Anton Korinek e Lee Lockwood ci ricordano una cosa che diamo per scontata: il welfare si regge quasi solo su una base, il lavoro e i consumi che tassiamo. E l’intelligenza artificiale rischia di erodere quella base, riducendo il peso del lavoro nell’economia proprio mentre il bisogno di redistribuire si fa più acuto. La soluzione non è un trucco fiscale, ma un cambio di rotta da preparare prima che arrivi la frana. Spostare il baricentro dal lavoro: dapprima verso i consumi, che reggono ancora, e verso le rendite e i monopoli dell’economia digitale: tassarli non frena nulla – i margini di profitto bastano e avanzano per innovazione e redistribuzione – purché si abbia l’infrastruttura per farlo, sovranità economica compresa. Poi, ed è l’idea più feconda, non limitarsi a tassare i profitti a cose fatte, ma dare ai cittadini una fetta delle macchine prima: fondi sovrani che investono nelle aziende dell’intelligenza artificiale; partecipazione dei lavoratori; una dote di capitale universale; impegni delle imprese a condividere guadagni straordinari. Così i frutti delle macchine arrivano a ciascuno per diritto, non per carità. E quando a produrre quasi tutto saranno le macchine – se mai ci arriveremo – toccherà tassare loro: la potenza di calcolo, i robot, il capitale che lavora al posto nostro. Ecco la radicalità vera. Non l’ennesima bandierina, ma decidere chi e che cosa tassare nell’economia che sta arrivando, prima che arrivi. Navigare nella tempesta senza preoccuparsi della minestra. Qualcuno dirà che è buttare la palla in tribuna. Ma il gioco è cambiato. A buttarla in tribuna sono i bonus che non mordono e le tasse che non funzionano. Ridisegnare il campo è giocare la partita vera.
Pensiamo alla patrimoniale. La risposta sbagliata alla domanda giusta. Una domanda giusta che è duplice. Nel breve periodo: come riequilibrare la tassazione dal lavoro verso altre basi imponibili, visto che in Italia è soprattutto il primo a pagare il conto. Nel lungo periodo: come ripensare il fisco, di fronte a un’economia immateriale, dove lavoro e consumi diventeranno sempre più spersonalizzati. Queste domande toccano al cuore la sovranità economica, il rapporto tra potere pubblico e cittadini. Mica pizza e fichi. Per questo è sbagliato ridurre tutto a un referendum pro o contro la patrimoniale.
Francesco Orsi
Il centro liberale sbaglia diagnosi
lavoce.info, 13 marzo 2026
L’Italia non ha mai avuto una cultura liberale di massa. E moltiplicare l’offerta, come fanno due nuove formazioni politiche, non crea la domanda. Infatti, gli elettori in cerca di un nuovo partito non chiedono meno stato, chiedono uno stato competente.
I confini dell’area centrista
Il 7,7 per cento. È la quota complessiva dell’area centrista italiana secondo la Supermedia YouTrend di dicembre 2025. La stessa cifra che il Terzo Polo ottenne da solo nel 2022. Tre anni, una scissione, quattro simboli nuovi: il risultato netto è zero. Eppure, a inizio 2026, due nuovi progetti rilanciano la sfida. Carlo Calenda e Luigi Marattin lavorano a un partito unico “popolare, liberale e riformista” annunciato all’assemblea del Partito Liberaldemocratico il 29 novembre 2025. Michele Boldrin e Alberto Forchielli hanno fondato ORA!, con 14.500 iscritti e un programma scritto su GitHub. La domanda che nessuno dei due raggruppamenti si pone è: perché il soffitto del centro non si alza mai?
Un paese che non è mai stato liberale
La risposta sta nella storia di un paese che non è a cultura liberale. Ancora di più, non lo è mai stato. Le due tradizioni politiche che hanno plasmato la Repubblica, quella cattolico-solidarista e quella socialista, condividono una premessa comune: lo stato deve proteggere il cittadino dalla durezza del mercato. Il liberalismo italiano è sempre stato un fenomeno di élite, da Cavour a Luigi Einaudi, incapace di diventare cultura di massa.
Il berlusconismo, che qualcuno ha scambiato per liberalismo, è stato un populismo imprenditoriale: retorica di mercato, pratica assistenziale. Il grillismo ne è stata la nemesi speculare: anti-élite ma ugualmente statalista. Entrambi hanno confermato, non scardinato, l’equazione dominante nella società italiana: libertà economica uguale insicurezza. In questo contesto, dire “più mercato” non è una proposta elettorale. È una minaccia.
La diagnosi sbagliata
Il ragionamento implicito di entrambi i nuovi progetti politici è lo stesso: esiste una domanda di liberalismo insoddisfatta, servono solo il veicolo e il linguaggio giusti.
Il duo Calenda-Marattin ritiene che il veicolo debba essere un partito strutturato con leader riconoscibili. ORA! pensa che debba essere un movimento disposto a dire verità scomode. Metodi opposti, stessa premessa. E la premessa è sbagliata.
Il sondaggio Swg per TgLA7 è rivelatore: il 39 per cento degli italiani desidera un nuovo partito. Ma quale? L’analisi post-voto di Ipsos sulle elezioni 2022 lo chiarisce: il Terzo Polo intercettò quasi esclusivamente classi dirigenti urbane del Centro-Nord, restando invisibile tra ceti popolari e periferie. Quel 39 per cento non chiede liberalismo. Chiede competenza: treni in orario, sanità senza liste d’attesa, burocrazia che non sia un ostacolo. Vuole, in altre parole, uno stato che funzioni. Non meno stato.
È una distinzione cruciale, che il centro ignora sistematicamente. In un paese che cresce meno di tutti nell’Eurozona (Pil +0,4 per cento nel 2025 secondo la Commissione europea), con un debito di 3.125 miliardi di euro, la maggioranza della popolazione non vede nel mercato una promessa di opportunità ma una fonte di rischio. Le ricette liberali (tagli alla spesa, meno sussidi, più concorrenza) sono tecnicamente fondate. Ma presuppongono una società disposta ad accettare insicurezza in cambio di opportunità. L’Italia non è quella società, e non lo diventerà in diciotto mesi di campagna elettorale.
Due progetti, stesso muro
Calenda-Marattin ripete il modello del Terzo Polo: leader parlamentari, apparati, simbolo unitario per il 2026. Il vantaggio è la velocità. Il limite è duplice: la fragilità relazionale tra leader (già vista con Carlo Calenda e Matteo Renzi) e la necessità di annacquare la piattaforma per rendersi eleggibili, perdendo proprio la radicalità che ne giustificherebbe l’esistenza.
ORA! commette l’errore speculare. Boldrin ha detto apertamente che bisogna tagliare le pensioni di anzianità e razionalizzare la spesa. Pagella Politica lo ha definito un partito di “estremo centro”: quando la moderazione diventa identità, assume tratti paradossalmente radicali. Le proposte sono corrette, ma l’aritmetica politica è impietosa: i pensionati votano, molto meno gli under 35 che compongono l’80 per cento degli iscritti a ORA!.
I numeri confermano lo schema. Scelta Civica: 8,3 per cento nel 2013, dissolto in due anni. Terzo Polo: 7,8 per cento nel 2022, scisso in sei mesi. Nessuna formazione centrista ha mai sfondato il tetto dell’8 per cento. Non è un problema di frammentazione: anche sommando tutte le sigle, il risultato non cambia. Il soffitto è strutturale, perché strutturale è l’assenza di una cultura liberale diffusa.
Cosa servirebbe davvero
Un centro che volesse crescere oltre la propria nicchia dovrebbe smettere di proporre meno stato e iniziare a proporre stato migliore. Dovrebbe parlare di riforma della pubblica amministrazione prima che di tagli, di digitalizzazione prima che di austerità, di efficienza della spesa prima che di riduzione della spesa. Dovrebbe intercettare la vera domanda inevasa: non libertà dall’intervento pubblico, ma un intervento pubblico che funzioni.
Sarebbe ancora liberalismo? In senso stretto, probabilmente no. Ma sarebbe qualcosa di più ambizioso: una visione capace di rispondere alla domanda che milioni di italiani pongono da trent’anni. Non libertà dallo stato, ma uno stato all’altezza – efficiente, trasparente, al servizio dei cittadini. È una distinzione che il centro ha oggi l’opportunità di fare propria. E se saprà ascoltare prima di proporre, interrogarsi sulla domanda prima di moltiplicare l’offerta, potrà finalmente trasformare la ricchezza delle proprie idee in un reale consenso elettorale.

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