lunedì 15 giugno 2026

Marc Bloch a Venezia

Panthéon/1. Il 23 giugno approda nel mausoleo parigino lo storico più insigne. Che, nel 1934, andò a Venezia e fu accolto dal collega Gino Luzzatto: i due si riconobbero.
Il racconto di Tommaso Munari e Francesca Trivellato

Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

Il 23 giugno la Francia celebrerà l’ingresso al Panthéon – il mausoleo parigino dei «grandi» – del suo storico più insigne: Marc Bloch (1886-1944). «Per la sua opera, il suo insegnamento e il suo coraggio», come annunciato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Oltre che un illustre studioso del Medioevo, infatti, Bloch fu un militare e un partigiano, giustiziato dalla Gestapo dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia. Echi delle celebrazioni che in Francia hanno prodotto un’ondata di convegni e pubblicazioni stanno giungendo anche in Italia, dandoci l’occasione di riscoprire non solo la lezione di un grande maestro, ma anche i suoi legami con uno dei maggiori storici del nostro paese.

Il 12 settembre 1934 Bloch partì da Strasburgo con la famiglia per un viaggio in automobile lungo il fiume Po. La vacanza culminò a Venezia, dove i Bloch furono accolti da Gino Luzzatto (1878-1964), il quale li guidò alla scoperta della città. In un breve resoconto del viaggio inviato a Henri Pirenne, lo studioso francese ricordò sia il fascino «ineguagliabile» di Venezia sia le conversazioni «competenti» col collega italiano, di cui lo colpì anche il fermo antifascismo: «Il pover’uomo non è molto ben visto, non porta la camicia nera e risponde ai saluti romani con un semplice “buongiorno” e il braccio ostinatamente immobile». In quei giorni, oltre a conoscersi di persona, i due storici si riconobbero.

Bloch e Luzzatto erano entrati in contatto nell’ottobre del 1930. Il primo aveva proposto al secondo di collaborare alle «Annales d’histoire économique et sociale», un’ambiziosa e innovativa rivista fondata l’anno prima assieme al collega Lucien Febvre.

Luzzatto, che ne era un attento lettore sin dal primo numero, aveva accettato con entusiasmo, salvo poi impiegare vari anni per inviare il proprio contributo (un cesellatissimo articolo sulle attività economiche del patriziato veneziano apparso nel 1937). Un segno di ponderatezza e non d’indolenza, che Bloch avrebbe perdonato e apprezzato. Pur nella diversità dei loro metodi e risultati – imparagonabili gli affreschi interdisciplinari di Bloch con le ricerche certosine di Luzzatto – i due studiosi erano infatti accomunati dall’estremo rigore con cui concepivano il proprio mestiere.

Comuni erano anche l’origine ebraica e tutto ciò che essa comportava per chi, come loro, visse a cavallo fra emancipazione e antisemitismo. Quando nel 1938 le leggi razziali spezzarono la carriera di Luzzatto, Bloch comprese meglio di altri quel senso del baratro che egli dovette avvertire (a un amico comune confessò: «Non oso scrivergli»). E quando, per evitare la censura tedesca, il cognome di Bloch scomparve dalla copertina delle «Annales», Luzzatto riprovò sulla propria pelle l’umiliazione di doversi nascondere, per continuare a pubblicare, dietro a uno pseudonimo. D’altronde, di fronte alla persecuzione nazifascista, le loro diverse posizioni politiche – patriota moderato Bloch, socialista internazionalista Luzzatto – contarono ben poco.

Purtroppo, a eccezione di due sole lettere, la loro corrispondenza è andata perduta, ma la biblioteca di Luzzatto conserva indizi rivelatori del loro rapporto. Le dediche sugli estratti donatigli da Bloch negli anni Trenta, per esempio, si fanno col tempo più amichevoli. L’iniziale «Monsieur Luzzatto» si trasforma presto in un «mon cher collegue», il sentimento «dévoué» diviene in fretta «sympatique» e, dopo l’incontro a Venezia, l’«hommage» si tramuta in «souvenir». Un po’ alla volta, insomma, il rispetto diventa affetto, senza che ciò attenui minimamente la vivacità del loro dialogo intellettuale. Nonostante il comune interesse per la storia economica del Medioevo, infatti, Bloch fu più attento all’agricoltura e alle campagne, Luzzatto al commercio e alle città, e sul rapporto fra storia rurale e storia urbana i due furono raramente concordi.

Per rendersene conto basta confrontare il capolavoro critico di Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese (1931), e il vasto affresco di Luzzatto, Storia economica dell’età moderna (1932). Ma la biblioteca di quest’ultimo riserva un’ulteriore sorpresa. La sua copia dei Caratteri è costellata di glosse che testimoniano di una lettura ben più infervorata di quella che riflette la recensione dedicata al libro nel 1933. Laddove Bloch formula una delle sue tesi principali, ossia che la forza della proprietà contadina era riuscita a ritardare la rivoluzione agraria, Luzzatto chiosava scettico, forse pensando a Gramsci: «Sì, tutto bene, ma il ritardo nella trasformazione è dovuto soprattutto ad un’altra causa: la difficoltà di comunicazione per cui la maggior parte dei coltivatori non poteva mettere in valore i prodotti della terra».

Qui sta la principale differenza fra Bloch e Luzzatto: coraggioso e inventivo il primo, prudente e fattuale il secondo. Mentre l’uno riteneva indispensabile aggiungere alla ricerca d’archivio «un pizzico di follia accanto a una buona dose di saggezza», l’altro si premurava di ancorare ogni affermazione al documento e di dichiarare provvisoria qualunque conclusione, foss’anche il frutto dello scavo archivistico più approfondito.

Una complementarità, più che una differenza, e forse la ragione più profonda della loro intesa. Dunque celebriamo e rileggiamo il grande storico francese che si appresta a entrare al Panthéon, ma impariamo anche a riscoprire i nostri Marc Bloch che sembrano essere stati dimenticati perfino dagli studiosi.

Munari e Trivellato approfondiscono questo tema nell’articolo «Il ne porte pas la chemise noire»: Marc Bloch et Gino Luzzatto», in uscita nel prossimo numero delle «Annales. Histoire, Sciences Sociales» (3/2026), dedicato alla pantheonizzazione dello storico francese.

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