Mariano Croce
La tragicommedia di Donald che si credeva Re Sole
Domani, 18 giugno 2026
Se una delle chiavi maestre per interpretare un’opera d’arte è l’idea di potere che essa veicola, non stupisce che Donald Trump si sia lasciato soverchiare dalla magnificenza di Versailles. Mentre passeggiava tra le raffinate boiserie della reggia, la sua attenzione si è soffermata sull’autenticità degli ori: «Roba seria» – ha detto – non grossolane placcature. E chissà che, con quel commento, l’inconscio del Nostro non intendesse fare pubblica ammenda, se è vero, com’è vero, che l’accordo con Teheran, assai più simile a un trattato di resa che a un successo diplomatico, mostra come la politica trumpiana non sia altro che grossolana paccottiglia.
Non c’è dubbio che Versailles possa aver suscitato in Trump una biliosa ammirazione, dacché rende in forma plastica e superba quel modo di esercizio del comando che egli si prefigge di far rivivere negli Stati Uniti. Nell’ormai classico La società di corte (1974), Norbert Elias descriveva la reggia di Luigi XIV come il meccanismo attraverso cui uno Stato in via di consolidamento veniva a riflettersi integralmente nella persona del sovrano, per trovare in essa l’espressione più alta e sublime.
L’aspetto decisivo della vita sociale di Versailles – quello che presumibilmente mobilita tutte le risorse pulsionali di Trump – consisteva nel fatto che la prossimità al monarca determinava l’intera grammatica del riconoscimento e dell’onore. Quasi fosse il Dio di Agostino, il bene consisteva nella vicinanza al sovrano e il male nella distanza da lui; e ciò, prima che come Re di Francia, come presenza incarnata: prossimità al suo corpo, alle sue abitudini, alle sue stesse ubbie.
Come sospinto da una forma di «autoritarismo competitivo», Trump avverte l’esigenza di superare sotto ogni aspetto gli autocrati odierni e di far sua la dignità simbolica e personale dei sovrani assoluti dell’età moderna. Così, mentre cerca di procurarsi una consacrazione crismatica quasi caricaturale da parte di alcuni leader religiosi (sino a presentarsi nelle vesti del Vicario di Cristo, o addirittura di Cristo stesso quando il vicariato gli sembri una diminutio), tenta di seguire le orme dei suoi antichi predecessori anche sul terreno dell’arte e dell’architettura.
Dal preannunciato National Garden of American Heroes (un vasto pantheon all’aperto dedicato ai protagonisti della storia nazionale), passando per la controversa sala da ballo della Casa Bianca, fino ai monumenti celebrativi progettati per il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana, Trump cerca di legare il proprio nome a opere tanto grandiose da suscitare lo stupore nostro e dei nostri posteri.
In tutto questo, però, si rischia di confondere la dimostrazione simbolica del potere col potere stesso. Nelle complesse vicende dell’età moderna, infatti, la costruzione di edifici monumentali o la commissione di opere a celebri artisti erano il riflesso e al tempo stesso lo strumento di un’autorità che si andava consolidando attraverso processi istituzionali ben più radicati.
Al di là delle giostre di Versailles, la forza impareggiata di Luigi XIV derivava dalla capacità di edificare un apparato burocratico centralizzato e competente, affidato a figure di grande valore; di rafforzare il controllo della Corona sull’esercito mediante una crescente professionalizzazione e procedure amministrative più efficienti; di consolidare l’unità del regno in forza di una più rigorosa uniformità confessionale.
Insomma, la costruzione di un regime politico neo-assolutista richiede qualcosa di più dell’affettata teatralità dei gesti e delle intenzioni (molto poco, almeno per ora, delle opere).
Del pari, non basta un esercizio di coprolalia a occultare la distanza che separa l’accordo sul nucleare raggiunto da Obama nel 2015 dall’attuale straccio di negoziato. Resta allora viva la sensazione che Trump, al netto dei molti danni già prodotti, sia poco più che un imbonitore da strada che cerca di spacciare le sue chincaglierie per raffinatezze in oro zecchino.


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