Jacopo Parodi
Molière, il futuro è un tempo allegro
La Stampa Tuttolibri, 13 giugno 2026
Gli ultimi giorni di Cesare Garboli sono stati raccontati come un estremo colpo di teatro da chi gli è stato accanto per molti anni, la scrittrice e compagna di vita Rosetta Loy. Il grande critico, l’uomo che spesso ha cambiato il suo aspetto mettendosi nei panni di Giovanni Pascoli, di Elsa Morante, di Sandro Penna, di Victor Hugo, di André Gide, Natalia Ginzburg e Roberto Longhi, ora è vicino alla fine e deve uscire, una volta per tutte, di scena. Sono pagine, quelle di Loy (Cesare, 2018), struggenti: «Il pomeriggio seguente, mentre Cesare sta lavorando insieme a Carlo Cecchi alla revisione dei commenti al XVIII canto del Purgatorio», la scrittrice sta rivedendo una prima stesura di un suo romanzo. È il dieci aprile, Sabato Santo, del 2004, nella notte seguente Garboli si spegne; alle sei di pomeriggio Loy si era congedata da Garboli e da Cecchi, uno dei massimi attori del teatro italiano del secondo Novecento e fraterno amico del critico, mentre disputavano su alcuni versi.
Tra le carte di Garboli rimane ancora il segno della mano del critico che volta le fotocopie del proprio vecchio commento alla Commedia del 1954 e si prepara a rivedere le note al XIX canto per la riedizione dell’intero commento; Loy riferisce poi che i medici le hanno detto che nella notte, prima di essere sedato, Garboli ha domandato con insistenza di chiamare Cecchi perché doveva comunicargli - a suo dire - una cosa importantissima, forse il segreto stesso dei versi che stavano cercando di riportare sotto una luce nuova ai lettori. Conclude Loy che come il suo autore prediletto, Molière, scomparso recitando il Malato immaginario, Cesare Garboli è morto recitando una commedia talmente verosimilmente paradossale da essere tragicamente vera.

Tuttavia Molière era fisicamente, insieme a Dante, nelle mani dell’ultimo Garboli. Correggeva dunque il suo antico commento alla Commedia e contemporaneamente, sempre aiutato da Carlo Cecchi, traduceva Il Signor di Pourceaugnac di Molière: «Cesare cominciò a tradurlo alla fine di gennaio di quest’anno; era ricoverato a Roma, nella clinica Quisisana. Io andavo a trovarlo tutti i giorni e me lo dettava». E mentre dettava - è Cecchi che racconta, nella sua Prefazione al primo atto del testo (l’unico compiuto) pubblicato postumo in rivista - Garboli immaginava come un futuro tempo allegro le prove per la prima rappresentazione a Napoli, vagheggiata in quei giorni finali. Nel ricordo di Cecchi, Molière era una ventata di aria fresca, un sollievo che riportava Garboli nel variopinto mondo del teatro, degli attori che sanno di recitare, che si interrompono e che si guardano recitare, al contrario di quanto accade nella vita in cui la recita è continua, inconsapevole e senza brio. «Il giorno dopo, Pasqua, per fare una pausa con Dante, avremmo dovuto riprendere la traduzione di Molière».
Molière contro Dante? Rappresentano due diverse forme di mimetismo, un teatro reale e l’altro che scivola sulla scena di tre cantiche, chiuse in un libro e impossibili da mettere su un palcoscenico: come sa ogni lettore di Garboli, dietro a queste parole di Cecchi si cela quel disamore tanto esibito da Garboli, il sommo critico, per i libri, oggetti vissuti come un atto testamentario e contrapposti alla esuberante vita del teatro. Per Garboli è il teatro l’unico modo, in definitiva, di esorcizzare il male dell’esistenza, la nevrosi che è consustanziale all’essere mondo.
Oggi è però possibile leggere insieme Dante e Molière nello sguardo di Garboli, interpretati entrambi come scrittori di malattia, di ossessioni che pervadono momenti storici tormentati in cui non si riesce a credere più, pieni come sono di nevrosi e di storture morali. Dante con il Medioevo, Molière con il Seicento, tutti e due raccontano un tempo in cui non credono - o in cui credono troppo disperatamente - e che analizzano trasferendolo nella dimensione dell’Oltretomba o del teatro. Per Einaudi, dopo molti anni di lavoro, è uscita la grande fatica di Carlo Cecchi che ha raccolto tutte le traduzioni e i saggi che Garboli ha dedicato a Molière, fino al Signor di Pourceaugnac, qui in appendice data la sua incompiutezza. Cecchi non è riuscito a scrivere l’introduzione al volume poiché è scomparso il 23 gennaio di quest’anno e dunque un’elegante e commossa Nota dell’editore ci introduce, con una accuratissima e preziosa cronologia a firma di Stefania Pico, ai testi: «Noi non abbiamo nessun talento drammatico. Non andremo mai in scena; ma possiamo andare in stampa, in modo che questa storia, lungi da concludersi, inizi proprio qui, adesso. Perché i libri nascono per sopravviverci».
Un’altra storia però inizia e si lega a quella del Molière di Cesare Garboli ed è quella del Dante di Garboli, uscito parallelamente per Aragno con una splendida premessa di Giacomo Magrini, anch’egli a lungo vicino al critico e importante critico lui stesso. La sorte ha quindi voluto che gli scritti danteschi garboliani - una parte almeno, tre cospicui testi che vanno dal 1952 al 1971 - si accostassero alla sua intera produzione su Molière, così come questi due autori già si alternarono nel suo scrittoio negli ultimi giorni della sua vita.

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