martedì 16 giugno 2026

Vittoria di regime

Renzo Guolo 
Trionfo Pasdaran e dissidenza spezzata: una vittoria di regime

Domani, 16 giugno 2026

L’accordo tra Usa e Iran c’è. Sotto forma di memorandum che fissa il termine di sessanta giorni per fare l’accordo – dunque rinviando i nodi più spinosi a futuri colloqui – ma c’è. Insieme al proseguimento della tregua, l’ unica tangibile novità è la riapertura di Hormuz.

Trump prova a vendere come vittoria un autentico disastro strategico. Certo, con l’ausilio di Israele, ha decapitato il vertice del gruppo dirigente iraniano, seriamente danneggiato il programma nucleare, il potenziale bellico e l’industria degli armamenti di Teheran, ma, alla fine della tragica giostra, “Furia epica” ha prodotto il rafforzamento esterno e interno del regime. Oltre a aver introdotto nel gioco la variabile Hormuz, destinata a condizionare, anche in futuro, l’economia mondiale. Come sembra certificare Teheran precisando che l’intesa recepisce che la sovranità sullo Stretto è condivisa tra Iran e Oman e che per transitare si pagherà un pedaggio.

Gli iraniani sono riusciti a mettere seriamente alla prova anche i rapporti di Washington con gli alleati del Golfo, ai quali, nonostante i decantati Accordi di Abramo, gli Usa non sono riusciti a garantire sicurezza. Sul fronte della lotta tra Grandi Imperi, poi, il proposito dell’America di infliggere un duro colpo al competitore strategico Cina è fallito. Pechino, maggiore importatore del petrolio iraniano, è stato decisivo nel chiudere la guerra, premendo su Teheran e contando sui rapporti con Islamabad. Insomma, un’autentica debacle per il tycoon, che aveva fretta di chiudere per uscire dalla trappola persiana e passare, con minori danni possibili, le forche caudine di midterm. Anche a costo di infliggere un sonoro “schiaffo” al sabotatore Netanyahu, che sino all’ultimo ha cercato di far saltare l’accordo colpendo Beirut e ribadisce che Israele non si ritirerà dal Paese dei Cedri.

Uno stato d’animo assai diverso regna a Teheran. L’aver resistito militarmente al “Grande” e “Piccolo” Satana, all’America tornata “Orchessa del mondo” e al sempiterno “nemico sionista”, e condotto un’azione diplomatica a tutto campo – che ha, tra l’altro, reso palese, l’inadeguatezza negoziale di personaggi come Witkoff e Kushner – consolida la Repubblica Islamica.

Il regime ha mostrato una tenuta non attribuibile solo alla violenta repressione dell’opposizione o al blackout di Internet, ma anche al riflesso patriottico che ha saputo suscitare toccando il tasto, sempre caldo, del nazionalismo persiano. A dimostrazione che, come ogni regime fondato sulla mobilitazione totale, una parte del paese lo appoggia. In quella oligarchia di fazioni che è la Repubblica Islamica, arena di partiti che competono aspramente dentro i confini islamici del “sistema”, solo gli intransigenti della corrente di estrema destra Paydari restano contrari all’accordo.

L’Iran esce, dunque, come vincitore politico della guerra. Una volta concluso l’accordo definitivo, la Repubblica Islamica potrà ridefinire i suoi equilibri interni fuori dall’emergenza del conflitto esistenziale che l’ha investita. E verificare se l’asse tra conservatori pragmatici (rappresentati, dopo la scomparsa di Larijani, da Ghalibaf), quel che resta del clero conservatore raggruppato attorno alla nuova Guida Mojtaba Khamenei e i Pasdaran, reggerà. O se, forti dell’aver salvato in armi il regime, i Guardiani della Rivoluzione marceranno decisamente sulla via del potere militare.

Quanto all’opposizione, illusa dagli appelli filo-insurrezionali di Trump e Netanyahu, l’accordo rappresenta l’ennesimo colpo, e conferma come al tycoon non sia mai importato nulla del cambio di regime a Teheran. Difficile pensare che questo variegato fronte possa superare facilmente lo scacco, politico ma anche psicologico, intrinseco a questo palese tradimento. Tanto più che, se riuscirà a far cancellare le sanzioni, il regime potrà redistribuire e riacquisire consenso.

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