«La situazione è drammatica»: a dirlo è Azam, 68 anni, che vive alla periferia di Teheran dopo che nelle ultime ore sono state emesse altre condanne a morte e la polizia ha arrestati decine di studenti e studentesse che protestavano.

«Il regime ha ripreso il controllo totale dell’apparato e sembra non sia cambiato niente rispetto a quattro mesi fa - ribadisce sconsolato - abbiamo subito bombardamenti e disagi per nulla». Non solo negli ultimi giorni sono state condannate a morte moltissime persone, ma il governo ha anche fatto un giro di vite anche su molti altri settori, dal commercio all’educazione.

«La situazione politica non è cambiata», racconta Parviz, figlio di Azam nonché studente all’università della capitale. «Quello che è cambiato, però, è il nostro modo di reagire e interpretare il presente. La vita è più nostra di prima, non so se riesco a spiegarmi. Pretendiamo, cioè, di averne il controllo, costi quel che costi. Non è un caso che le proteste stiano riprendendo».

Futuro negato


Mentre la guerra rischia di entrare in una nuova fase di intensità, nelle ultime 48 ore, infatti, dalla città di Mashhad, al nord est dell’Iran, si sono diffuse proteste studentesche che hanno coinvolto le aree di Isfahan, Khuzestan, Fars, Razavi Khorasan, Mazandaran e Yazd.

«A far scattare le manifestazioni sono state le nuove regole per l’accesso e lo svolgimento degli esami finali - racconta Parviz - ma la rabbia degli studenti è grande. Siamo repressi, abbiamo perso ore di studio a causa della guerra e l’attuale sistema ci penalizza tantissimo. Soprattutto - spiega ancora l’universitario - penalizza gli studenti liceali che devono, fare il konkurm, cioè l’esame finale. L’esito del test, insieme ai voti, determina l’accesso o meno all’università e determina, di fatto il loro futuro».

I cambiamenti fatti dal regime limitano le possibilità di studenti e studentesse e hanno, come risultato, quello di renderli più limitati nelle scelte e meno appetibili per le scuole all’estero. «È un sistema per controllarci ancor di più. Studenti, rivendicate i vostri diritti», è scritto sulle pagine social del mondo della scuola. Nonostante le minacce, nonostante gli arresti. Da domenica le proteste hanno riunito migliaia di giovani nelle principali città, da Shahrekord a Khorramabad, da Arak e Qom e Saveh. Insieme hanno chiesto, dunque, un nuovo sistema di valutazione, ma soprattutto più diritti, maggiore libertà e hanno inviato un messaggio al mondo. «Non lasciateci soli, soprattutto adesso».

Intanto, però, le forze di sicurezza hanno bloccato le proteste e hanno ferito molti studenti. «Come sempre - spiega Parviz - hanno usato la violenza, anche se non con la stessa brutalità di gennaio, ma hanno arrestato almeno una decina di ragazze e ragazzi che, come sempre, non si sa dove siano». Secondo i racconti, la polizia è intervenuta quando la folla era già gremita e ha spinto i giovani negli angoli o nelle strade strette così da non avere via di scampo.

È anche per queste ultime notizie che settantacinque premi Nobel ieri hanno fatto appello all'Iran affinché siano rispettati i diritti umani e sia messa fine alle esecuzioni, dopo che nelle ultime settimane, come ha dichiarato l’agenzia per i diritti umani Hrana, il ritmo delle condanne a morte è stata di una ogni due giorni.

«Siamo profondamente allarmati dalle notizie secondo cui la teocrazia al potere in Iran ha avviato una nuova ondata di esecuzioni che prendono di mira decine di prigionieri politici», si legge nel testo firmato, tra gli altri, dall'italo-americano Mario Capecchi, Nobel della medicina del 2007, da Patrick Modiano e Kazuo Ishiguro. Nella lettera pubblica, i 75 hanno chiesto dunque non solo l'immediata sospensione delle esecuzioni, ma anche l'accesso ai centri di detenzione per fare una supervisione indipendente delle condizioni dei detenuti.

Prigionieri politici


Il regime degli ayatollah non ha allentato la pressione sul popolo nemmeno nei giorni più intensi della guerra e tanto meno lo sta facendo ora che, all’alba di un nuovo scontro con Israele, si sente fortificato dal ruolo ottenuto nella mediazione con Donald Trump.

Prigionieri politici, dissidenti, ma anche gente comune, come Zahra Shahbaz Tabari, una donna di 68 anni, condannata a morte con l'accusa di ribellione armata. Il suo primo processo, secondo Amnesty International, è durato solo dieci minuti e non le è stato assistito alcun avvocato indipendente.

Sebbene la sua condanna fosse stata annullata, è stata nuovamente giudicata colpevole in un nuovo processo ed è stata impiccata alla fine di maggio. Da allora, in questi primi giorni di giugno, ci sono state altre impiccagioni, mentre degli arrestati delle ultime ore non si hanno più notizie.