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martedì 30 giugno 2026

L'arma del ridicolo

Claire Legros
"In politica la risata, quando viene usata a vantaggio dei potenti, serve a deridere e a mantenere il dominio"

Le Monde, 30 giugno 2026

Denis Saint-Amand, ricercatore di storia della letteratura e sociologia della letteratura, si concentra in particolare sulle culture del détournement e della satira e dirige l'Osservatorio delle Letterature Selvagge presso l'Università di Namur (Belgio). Ha pubblicato * Contro la risata fascista: trolling e resistenza* (Rue de l'Echiquier, 128 pagine, €14), in cui analizza la crescente strumentalizzazione della risata negli ambienti di estrema destra e propone risposte democratiche a questo fenomeno.

La satira e la caricatura sono presenti in tutta la storia della vita politica. Perché concentrarsi in particolare sui meccanismi della risata reazionaria?

Sentiamo spesso dire che la nostra epoca è dominata dal "politicamente corretto" e che non è più possibile ridere di tutto, ma questa affermazione non regge a un'analisi più approfondita. L'umorismo è ormai onnipresente nei media e tra i leader politici. Sia a sinistra che a destra, i funzionari eletti ricorrono con disinvoltura all'ironia, alla caricatura e alla satira.

Tuttavia, non tutte le risate sono uguali. In politica, l'ironia può essere sovversiva e avere una dimensione emancipatrice quando prende di mira un potere oppressivo. Ne è una prova la citazione attribuita alla scrittrice guadalupense Maryse Condé [1934-2024]  : "La risata è il primo passo verso la liberazione". Ma quando viene strumentalizzata a vantaggio dei potenti, la risata in politica viene usata per deridere e mantenere il dominio, legittimando la violenza.

Lei dimostra che questa forma di risata basata sull'identità si è sviluppata considerevolmente nel contesto dell'ascesa dell'estrema destra e dei regimi illiberali. In che modo?

Fin dai primissimi giorni del secondo mandato di Donald Trump, una delle principali strategie di comunicazione della sua amministrazione è stata l'utilizzo di video e meme umoristici sui social media: immagini virali spesso accompagnate da commenti originali. Ben presto, anche le pubblicazioni ufficiali della Casa Bianca hanno iniziato a incorporare elementi della cultura pop.

Ad esempio, un video promozionale dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) mostrava arresti brutali di persone appartenenti a minoranze etniche, con in sottofondo la sigla della serie Pokémon. Bisogna prenderli tutti! Allo stesso modo, il nome del Department of Government Efficiency (DOGE), responsabile di migliaia di licenziamenti e destinato a essere eliminato nel 2025 con l'addio di Elon Musk, era un riferimento a un popolare meme di internet che raffigurava un cane dall'aria dubbiosa .

Nel suo libro lei menziona la cultura del "lulz". Di cosa si tratta e come ispira gli ambienti vicini all'estrema destra?

"Lulz" è una sottocultura comica digitale presente da tempo sui social media, ma il suo utilizzo politico è recente. È in un certo senso il gemello nichilista e malevolo della cultura "lol" (acronimo di "laughing out loud" , ridere a crepapelle), che promuove un senso di complicità tra gli utenti di internet attraverso battute innocue (come video divertenti di gatti e GIF animate). Lulz utilizza lo stesso principio di viralità, ma si basa su una deliberata corruzione della risata: l'obiettivo è essere il più sordidi possibile, per il puro piacere di scioccare.

Inizialmente, questo atteggiamento da "troll" [utente di internet che si atteggia a provocatore] era piuttosto distaccato politicamente, ma è stato gradualmente appropriato da ambienti reazionari che lo hanno visto come un modo per attaccare i valori democratici, ridotti a mera "correttezza politica". Questa strategia comunicativa distoglie l'attenzione dalle vere emergenze politiche e spinge progressivamente oltre i limiti di ciò che è tollerato in politica. Il filologo tedesco Victor Klemperer [1881-1960] , che analizzò l'evoluzione del linguaggio sotto il Terzo Reich  , usò l'immagine di un lento avvelenamento da piccole dosi di arsenico per caratterizzare l'impatto di queste trasformazioni sulle rappresentazioni di una società.

Perché parlare di risate "fasciste" visti i dibattiti che circondano questa parola?

Esistono due concezioni del fascismo. Una, storica, si riferisce ai regimi specifici dell'Italia di Mussolini e della Germania nazista. L'altra allarga il campo di indagine includendo i movimenti che sono eredi diretti o indiretti di questi sistemi politici. Umberto Eco [1932-2016] ha offerto una definizione che trovo utile, elencando una serie di segnali che ci permettono di identificarne le riemersioni. Tra gli indicatori caratteristici della fascizzazione di una società, egli individua il rifiuto violento della diversità e del pensiero critico, una concezione dell'esistenza come guerra perpetua e il culto di una tradizione o di un'età dell'oro fantastica da riconquistare. Mi sembra che molti di questi elementi siano inquietantemente attuali nei regimi illiberali odierni.

Si dice che Donald Trump e Javier Milei siano gli eredi del grottesco in politica. Cosa rivela questa posizione sullo stato delle nostre democrazie?

Il teorico russo Mikhail Bakhtin [1895-1975] individuò l'origine del grottesco nel Medioevo, nelle feste di carnevale, dove si verificava una deliberata inversione di valori e gerarchie. Il filosofo Jean-Louis Vullierme parlò di "pagliaccismo " per indicare un modo deliberatamente farsesco di esercitare il potere (pagliaccio significa clown in italiano) e per sottolineare il pericolo che esso rappresenta per le democrazie.

Se queste figure politiche riescono ad affermarsi, è in gran parte perché coltivano un'immagine "anti-establishment", rompendo con le pratiche politiche tradizionali, in un contesto caratterizzato da sfiducia e disinteresse verso le istituzioni. Il loro successo si fonda anche su una messa in scena di trasgressione che contribuisce a creare scalpore e a generare una forma di intrattenimento.

I fatti dimostrano che coloro che oggi adottano questa posizione perseguono principalmente i propri interessi. Mentre Coluche, quando si candidò alla presidenza all'inizio degli anni '80, si atteggiava a pagliaccio per denunciare le divisioni sociali, Trump pensa solo al proprio tornaconto. Il presidente americano ricorda Père Ubu, il personaggio tirannico e ingestibile creato da Alfred Jarry [1873-1907] .

Negli ultimi mesi Donald Trump non sembra più essere motivo di scherno, nemmeno tra i suoi sostenitori negli Stati Uniti…

Nel contesto della guerra in Medio Oriente, Donald Trump è stato surclassato dal regime iraniano, che ha utilizzato tattiche "troll" per caricaturare il presidente americano in video generati dall'intelligenza artificiale. Abbiamo assistito a una battaglia comunicativa satirica tra due avversari piuttosto simili per valori, accomunati dallo stesso odio per la modernità e per tutto ciò che è diverso. Persino gli influencer del movimento MAGA sembrano stanchi di questa retorica, ma ciò è dovuto principalmente al fatto che la promessa prosperità economica è ben lungi dal concretizzarsi.

Che dire dell'uso della risata da parte dell'estrema destra in Francia?

La Francia rimane un Paese in cui i leader politici non possono – almeno finora – fare i troll senza essere squalificati. Mentre i sostenitori di Trump negli Stati Uniti si discostano nettamente dalla comunicazione politica tradizionale, la strategia del Rassemblement National è quella di cercare di acquisire rispettabilità. Tenta di scaricare le accuse di fascismo sugli avversari politici o di rinnegare le provocazioni che erano il marchio di fabbrica di Jean-Marie Le Pen. Eric Ciotti ha provato a imitare il presidente argentino Javier Milei salendo sul palco con una motosega: è apparso ridicolo e non l'ha più fatto.

Al contrario, sui social media si sta diffondendo una risata cinica e identitaria, mirata alla simbolica annientamento di determinati bersagli. Gli influencer usano l'umorismo per diffondere la loro retorica razzista e sessista. Talvolta si presentano come eredi di Charlie Hebdo , in nome della libertà di espressione . Questo ignora il fatto che Charlie Hebdo critica l'intera classe politica e combatte l'estrema destra. Tale appropriazione è emblematica di una strategia volta a strumentalizzare la risata e manipolare la storia.

Nel libro lei dedica una sezione alla resistenza cittadina. Come si manifesta?

Gli oppositori si rifiutano di vedere la risata strumentalizzata dai politici a scopo di umiliazione e si concentrano invece sulla coltivazione di una gioia militante. Nelle manifestazioni anti-Trump del "No Kings Day" , che hanno radunato fino a 8 milioni di persone, si sono visti cartelli umoristici, coreografie e canti: queste pratiche possono sembrare banali, ma permettono alle persone di unirsi e organizzarsi, rifiutandosi di rimanere intrappolate nella disperazione e nella paura.

A Portland, in Oregon, gli oppositori delle leggi sull'immigrazione hanno indossato costumi gonfiabili da rana e unicorno per ridicolizzare Donald Trump, che aveva dichiarato la regione sull'orlo di una "guerra civile". Pur dimostrando l'assurdità delle sue affermazioni, le risate di questa protesta carnevalesca hanno aperto la strada a forme di solidarietà. I ​​cittadini hanno organizzato laboratori di educazione legale per spiegare i loro diritti agli immigrati e hanno istituito sistemi di distribuzione alimentare. Hanno sfruttato questi incontri per sviluppare quella che l'antropologo americano David Graeber (1961-2020) ha definito "politica prefigurativa": modalità alternative di organizzazione della vita collettiva che delineano un futuro auspicabile.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/06/29/le-rire-en-politique-lorsqu-il-est-instrumentalise-au-profit-du-plus-fort-se-moque-pour-entretenir-une-domination_6716960_3232.html

giovedì 18 giugno 2026

Susanna Tamaro per Vannacci


Susanna Tamaro: “Votare Vannacci? Perché no. E’ l’uomo del buonsenso”

Roma. Quando le telefoniamo, nel pomeriggio, Susanna Tamaro chiede di richiamare: è in un monastero. La verità, forse, è che non è mai dove ti aspetti. “Hanno ucciso il buonsenso – dice – e poi si lamentano di Roberto Vannacci. Ma il punto sa qual è?”.quale? “E’ che le persone lo votano perché hanno innato il buonsenso”. Futuro nazionale è il futuro dei saggi?“credo che Vannacci esprima posizioni che riguardano la realtà del paese, sì”. Chi lovota? “lo votano le famiglie, le persone semplici, gli ultimi che sfuggono alle affabulazioni”. E lei, Susanna, lo voterebbe? “Ammetto di non averci mai pensato. Ma certo non lo considero una feccia. Non ne faccio una caricatura. Penso, anzi, che avrà sempre più seguito. Quanto al mio voto, sa… sono quarant’anni che mi turo il naso”. La scrittrice campione d’incassi, firma del Corriere, autrice di Va’dove ti porta il cuore e Anima mundi, dice spesso di “non avere opinioni ma soltanto idee”. Che vuol dire? “Vuol dire che non ho mai guardato un talk show in vita mia. Non credo che il buonsenso, appunto, lo dettino i programmi di Lilli Gruber”. Perciò la sua idea del fenomeno Vannacci non deriva dalla seguitissima puntata di Otto e mezzo. “No. Io credo che una persona come lui interpreti bene il sentimento di paura e fragilità dei nostri tempi. Vannacci, oggi, cerca di offrire le risposte che il governo in carica non riesce a dare perché istituzionalizzato. E poi vede, le persone normali non ne possono più dell’affabulazione sul gender”. Confida nell’argine del generale? “Manipolare i bambini sull’argomento è un crimine”. Tamaro ripete: “Un crimine”. Poi aggiunge: “E nessuno ha il coraggio di dirlo”. Il capo di Fn lo dice. “Sì”. Cosa pensa, lei che fu fraintesa e accostata al fascismo, del fatto che gli diano del fascista? “Penso che viviamo in uno stato ipnotico. Dinanzi a noi è un pendolo che oscilla: fascismo-antifascismo. Ma l’ipnosi produce il pantanismo. Ovvero la condizione nella quale il paese stagna. Il paese è paralizzato dalla contrapposizione di opinioni. E, in casi come questo, arriva poi chi parla in modo rozzo ma chiaro”. Sì. Per quanto Vannacci, a onor del vero, non rinneghi la sua radice. “Io credo che, davanti a lui, le persone riconoscano la realtà. Nelle sue parole si ritrova chi si sveglia alle cinque del mattino, in periferia. Si ritrova la ragazza che torna a casa, la sera. Dire ‘fascista’ significa, per l’ennesima volta, in tanti anni, non voler cogliere né risolvere il problema. Dargli della feccia è un modo comodo per esautorarlo e non discutere.  Invece bisognerebbe discutere del perché in tanti si sentono capiti da lui”. Cosa pensa della sua proposta politica? “Se la domanda è sull’immigrazione, posso dirle che ho aiutato in prima persona, con una fondazione, molte universitarie straniere. Ho vissuto realmente con loro. E so che l’incontro tra culture è complicatissimo. Che richiede capacità di enorme ascolto”. La domanda era sull’immigrazione e sulla remigrazione. “Penso che i processi migratori siano sempre esistiti e non si possano frenare. Tuttavia, sono convinta debbano essere regolamentati. Altrimenti l’effetto è il boomerang che danneggia, in primis, l’immigrato integrato. Chi sostiene il contrario stagna nel moralismo e nel buonismo facile. E poi: non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi. E negli incontri tra culture la fatica viene da entrambe le parti”. Accennava al gender. La sua paura è che logori la famiglia naturale? “Sono stata una settimana in campeggio, di recente. E ho visto le famiglie. Il nostro è un paese di famiglie. E sa cosa le dico?”. Mi dica. “Che la sinistra si occupa di cose inessenziali. Anzi, sono convinta che la sinistra sia la parte più conservatrice del paese”. Più dei futuristi? “Sì. Le famiglie sono povere. Portano sulle spalle i propri figli sino ai trent’anni. Il sistema è sbagliato se una donna, per diventare maestra d’asilo, ha bisogno della laurea quinquennale e prima dei trent’anni non entra nel mondo del lavoro. Se c’è una forza politica che della famiglia si fa carico, ben venga”. Però anche lei, donna di lettere, dice che l’uomo è di modi rozzi. “Adesso parla così. In un ruolo istituzionale, credo cambierà”.

giovedì 11 giugno 2026

Vannacci l'imponderabile

Francesco Bei
Lo show di Vannacci in tv: "I migranti vanno deportati, sono io la destra autentica"

la Repubblica, 11 giugno 2026

Camicia di lino a righe, niente giacca e cravatta, le modaiole Heydude ai piedi, il Generalissimo debutta da Lilli Gruber in versione Versilia. Ma il repertorio, a differenza dell’outfit leggero, è copiato dalla pesante tetraggine dell’estrema destra europea. A partire dalla questione immigrati, per la quale Roberto Vannacci sdogana un’altra parola tabù: deportazione. «Se con “deportazione” intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo: dobbiamo portarli in un Paese sicuro che li accetterà e poi li instraderà verso il loro Paese».

Con Gruber e Lina Palmerini è un braccio di ferro per l’intera puntata, a partire dalla definizione di estrema destra. «No, mi definisco di destra autentica». Senza mai alzare la voce, il leader di Futuro nazionale batte e ribatte sull’immigrazione, terreno di gioco prediletto. «Vanno remigrati coloro che non hanno motivo e diritto di essere da noi. Sono la maggior parte. Come si fa la remigrazione? Intanto, creando tanti cpr. Ci sono già accordi bilaterali per il rimpatrio, con quasi tutti i Paesi. Il problema è che poi in Europa c’è qualcuno che fa parte di questa alleanza di centrodestra che quando c’è da votare sull’applicazione di questi accordi vota contro». Tutti i problemi della maggioranza, dall’immigrazione alla mancata cancellazione del “green deal”, derivano per Vannacci dal tradimento di Forza Italia.

La sostanza è che Meloni non sarebbe poi così male, se non fosse frenata da Tajani, quasi che Vannacci suggerisca una sostituzione tra il suo partito e Fi. «Con il presidente del Consiglio ho tante idee in comune, il problema poi è stato come metterle a terra, la deriva che c’è stata: molte delle cose proposte non sono state realizzate. Molte posizioni che vengono prese in Europa da alcuni partiti di questa coalizione di centrodestra sono le stesse che prende il Pd. Credo che Meloni sia ancora una destra autentica, ma probabilmente dovrebbe dimostrarlo di più». Quella di Fratelli d’Italia «è una destra che ha perso la trebisonda; Vannacci è il sestante che fa il punto nave e riporta sulla giusta rotta». A FdI non apprezzano, come dimostra la risposta piccata di Giovanni Donzelli a Point break: «Non vedo perché dovrei parlare di alleanza con uno che è contro di noi esattamente come il Pd. Vannacci è tra quelli che vorrebbero far cadere il governo Meloni».

 L’attacco più duro il generale lo riserva a Marina Berlusconi, la quale dovrà spiegare «a che titolo parla, non ha un ruolo politico. Come finanziatrice di Forza Italia? Nel caso, prendiamo atto che è un partito eterodiretto dalla finanza e dall’editoria».

Le giornaliste lo incalzano sui rapporti con la Lega, Gruber mostra i comizi in cui il generale giurava e spergiurava di non voler usare il Carroccio come un taxi. Oggi il film è molto diverso, ma Vannacci rivendica di essere sempre la stessa persona: «Se la Lega fa la sovranista a giorni alterni non fa per me. Se vota contro le armi in Ucraina in Europa e invece in Italia vota per il decreto armi, è un problema di coerenza della Lega. Se la Lega si presenta come promotrice della famiglia naturale e poi invita i rappresentanti della comunità Lgbtq alle riunioni di partito non è un problema di Vannacci». Applaudono forte la trentina di tesserati di Fn radunati al parco Verga di Milano per guardare insieme il match come al pub, tramite una tv posizionata in un chiosco.

Quanto al leader leghista, prima esaltato e poi abbandonato, il generale si difende: «Non ho usato Salvini, lui ha usato me per prendere 500mila voti. Oggi il mio partito ha fatto 100mila iscritti, in soli tre mesi sono tutti quelli che probabilmente mi hanno votato quando ero nella Lega, senza voler votare Lega». Purtroppo la puntata finisce prima di parlare della Russia, di cui Vannacci è un grande fan. Si accenna tuttavia alla questione alleanza con il centrodestra, l’elefante nella stanza di tutti i vertici della maggioranza. Il leader di Fn dice e non dice, lascia rosolare i suoi potenziali alleati che guardano con crescente preoccupazione quel quasi 5 per cento a cui lo danno gli ultimi sondaggi. «Al momento un accordo non è all’ordine del giorno. Futuro Nazionale è un partito non ancora nato, con un programma che verrà spiegato all’assemblea costituente di questo fine settimana. Le alleanze si faranno a ridosso delle elezioni». Il problema ideologico non dovrebbe essere insormontabile, visto che già 20 anni fa Silvio Berlusconi si presentava alle elezioni insieme a una lista (Alternativa sociale) con dentro fascistoni come quelli del Ms di Rauti, Fn di Roberto Fiore e il Fronte sociale di Adriano Tilgher.

Infine una parola sui transfughi approdati sulla sua scialuppa. «I miei sono i rifiuti degli altri. A me sta bene, voglio la sporca dozzina». È la battuta più riuscita della trasmissione.


Alessandro De Angelis
Quell'ossessione a destra. Così Meloni è caduta nella trappola del generale Vannacci

La Stampa, 11 giugno 2026

Guardando la performance di Roberto Vannacci a Otto e Mezzo, nel contesto di un’intervista vera di Lilli Gruber, viene davvero da chiedersi, per quel che ha detto e per quel che rappresenta comprese le “simpatie russe”, come sia possibile che un siffatto fenomeno, ai limiti della caricatura, eserciti un potere così condizionante nel centrodestra. Il condizionamento è evidente: il tema del rapporto con Futuro nazionale tiene già banco, anche se non si vota domani, tra ovvie smentite (ora) e rumorosi retropensieri. E più in generale la sindrome del “mai un nemico a destra” è ravvisabile in diversi sintomi, a partire dall’Ucraina, finora il terreno su cui Giorgia Meloni ha costruito la sua credibilità internazionale: la freddezza sull’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, la mancata partecipazione ai vertici chiamati a discutere di questo, un racconto diventato molto più prudente.

È la storia di un’ossessione destinata a crescere, secondo il meccanismo che si è prodotto. L’opposto di un poetico “non ti curar di lui, ma guarda e passa”. E lui, il Generale, consapevole di essere diventato tale (un’ossessione), la alimenta sapientemente. La partecipazione a una trasmissione “ostile”, dove i suoi competitor di destra non vanno, serve proprio a questo. Lo facevano anche Meloni e Salvini quando erano all’opposizione: si gioca fuori casa, le clip rimbalzano sui social, tutto tende alla costruzione di un racconto del leader che, petto in fuori, combatte contro gli “avversari” in nome di bandiere che gli altri hanno ammainato. Insomma, per dirla con Nanni Moretti, mi si nota più se vado.

Ma davvero Vannacci è meritevole di cotanto turbamento? Si suggerisce prudenza nel considerare un epifenomeno della crisi della democrazia come un’identità che si va consolidando. I parlamentari che raccatta sono solo personaggi in cerca di un altro giro in Parlamento. I sondaggi non raccontano di un boom paragonabile ad altri populismi allo stato nascente, ai tempi della grande ondata di rabbia, da Grillo a Salvini alla stessa Meloni.

Per consistenza identitaria, poi, Vannacci è imparagonabile a ciò che aspira a diventare: il Front National è una storia reale e collettiva, che parte davvero da lontano. Un filo nero che attraversa la storia francese, così robusto che, infatti, la sfida da destra del polemista Éric Zemmour – brutale, caricaturale e pure filorusso come Vannacci – dopo un momento di successo mediatico, nelle urne ha registrato la fine della sua illusione. Lo stesso discorso vale per AfD in Germania, ove la rabbia di chi, ad est, si sente sconfitto dalla riunificazione e, con essa, dall’Europa e dal globalismo, si sposa con il gigantesco rimosso del nazismo, tragedia molto più elaborata a ovest che nei Paesi della Stasi.

E allora vanno cercate altrove le radici dell’ossessione. Vannacci – lo avete sentito – dice cose che gli attuali sovranisti di governo dicevano, pensavano, magari pensano ancora, ma non possono fare. Il Vannacci “fuori” turba il Vannacci “dentro” di chi, in cuor suo, vive il cambiamento non come evoluzione ma come un tradimento.

E poi, per la premier, il Generale, potenzialmente, può rappresentare un’opportunità tattica per gestire Marina Berlusconi. Ovvero, colei che considera per quid, storia e convinzioni la vera minaccia per la sua leadership. Minaccia, non opportunità per un film diverso, che pure potrebbe avere una forza maggioritaria: due donne, che aprono una nuova fase, allargano, gestiscono la partita di palazzo Chigi e Quirinale, eccetera.

La carta Vannacci potrebbe servire, al momento giusto, per dire alla Cavaliera, con l’appoggio di Tajani e Salvini che, se si vince, restano in sella: quei voti ci servono per tornare al governo, ti assumi tu la responsabilità della sconfitta dicendo no? Certo, anche lui non deve tirare troppo la corda. E infatti a Otto e Mezzo non l’ha tirata. È stato non a caso molto più tranchant con Marina che con la premier. Vabbè, è lunga, molto lunga. Però, ecco, un dato è acquisito. Dalla “trappola dell’identità” proprio non se ne esce.




venerdì 17 aprile 2026

Il terremoto nell'editoria francese

Maria Teresa Carbone
La strategia di Vincent Bolloré e l'assalto della destra alla cultura francese

il manifesto, 17 aprile 2026 

Il sito del Festival du Livre, in corso da oggi e fino a domenica al Grand Palais di Parigi, offre al suo pubblico tutto il corredo di punti esclamativi, iperboli e volti sorridenti che accompagna il lancio delle fiere editoriali. Ma non bisogna avere doti da indovino per immaginare che nello splendido padiglione di vetro e metallo costruito per l’Esposizione universale del 1900 poca attenzione si darà ai fumetti («ospiti d’onore!») o al Nocturne culinaire in programma stasera («esperienza unica, che mescola sapori e storie da tutto il mondo»). E come potrebbe essere diversamente, visto che uno dei maggiori marchi francesi, Grasset, ha subito un séisme absolu, un terremoto, come lo ha definito su Le Monde la giornalista Nicole Vulser?

POCO PIÙ DI VENTIQUATTR’ORE fa, infatti, oltre cento autori – alcuni dei quali, come Bernard-Henri Lévy o Virginie Despentes, di fama mondiale – hanno annunciato che lasceranno la casa editrice in segno di protesta per il licenziamento del presidente e direttore editoriale Olivier Nora, che la guidava dal 2000. Per la verità, Nora era perfettamente consapevole già dal 2023, da quando il gruppo Hachette Livre (il terzo per importanza nel mondo) era entrato nell’orbita di Vivendi, cioè del destrissimo Vincent Bolloré, che la sua sorte era appesa al proverbiale filo: «Se vogliono impallinarmi, mi impallineranno», pare dicesse spesso. E così è stato, anche se sulla causa immediata ci sono pareri discordanti. C’è chi la attribuisce all’atteggiamento tiepido di Nora per la scelta (imposta da Bolloré e dal presidente di Hachette Livre Arnaud Lagardère) di acquisire in Grasset lo scrittore franco-algerino Boualem Sansal, detenuto in Algeria per mesi con l’accusa di aver sostenuto posizioni filo-israeliane e liberato dopo intense pressioni diplomatiche.

In particolare, alla festa per i duecento anni di Hachette, con Jordan Bardella ed Eric Zemmour in platea, Sansal è stato presentato come un divo, ma Nora si è tenuto in disparte, «un distacco – scrive Vulser – che non sarebbe passato inosservato nei circoli del miliardario bretone». Per altri, invece, a determinare il licenziamento sarebbe stato il rifiuto di Nora alla richiesta di Lagardère di accogliere nel catalogo di Grasset un libro di Nicolas Diat, saggista legato all’ala più tradizionalista del cattolicesimo e già editore di Bardella per Fayard. Titolo: Rome, objet d’amour, «Roma oggetto d’amore» – e evidentemente anche di discordia.

DOVE, INVECE, DISCORDIA non c’è, è tra gli autori che abbandoneranno Grasset e che hanno superato differenze e rivalità firmando un documento comune. Il licenziamento di Nora – scrivono fra l’altro – «è un attacco inaccettabile all’indipendenza editoriale e alla libertà creativa. Ancora una volta, Vincent Bolloré dice ‘Sono a casa mia e faccio quello che voglio io’, mostrando un disprezzo totale verso chi pubblica, accompagna, corregge, produce, diffonde, distribuisce i nostri libri. E verso chi ci legge. Noi non vogliamo che le nostre idee, il nostro lavoro, siano di sua proprietà. Oggi abbiamo una cosa in comune: rifiutiamo di essere ostaggi di una guerra ideologica tesa a imporre l’autoritarismo ovunque nella cultura e nei media».

Gli avvocati sono già al lavoro per rescindere i contratti, gli effetti del terremoto si vedranno presto.

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Ecco la lista dei 115 autori decisi a lasciare Grasset (Ouest France, 16 aprile 2026)

Voici la liste des 115 auteurs :

Laure Adler, Claude Arnaud, Claude Askolovitch, Michka Assayas, Lila Azam Zanganeh, Jean-Luc Barré, Frédéric Beigbeder, Anne Berest, Jean-Marc Berthon, Laurent Binet, Maïtena Biraben, Evelyne Bloch-Dano, Dominique Bona, Julie Bonnie, Pascal Bruckner, Rosa Bursztein, Anna Cabana, Edouardo Castillo, Catel, Sorj Chalandon, Laurent Chalumeau, Georges Olivier Chateaureynaud, Grégory Cingal, Adelaïde de Clermont Tonnerre, Laetitia Colombani, Thierry Consigny, Oscar Coop Phane, Nadia Daam, Jean-Michel Décugis, Pauline Delassus, Julien Delmaire, Virginie Despentes, François Dosse, Pauline Dreyfuss, Alexandre Duval-Stalla, Jean-Paul Enthoven, Valentine Faure, Dalie Farah, Stéphane Faure, Thierry Frémaux, Balla Fofana, Caroline Fourest, Patrice Franceschi, Dan Franck, Fabrice Gaignault, Raphaël Gaillard, Victoria Gairin, Alain Genestar, Florent Georgesco, Hélène Gestern, Catherine Girard, Anne Goscinny, Philippe Grimbert, Pauline Guéna, Olivier Guez, Cécile Guilbert, Nicolas Guilbert, Maïram Guissé, Jean-Baptiste Harang, Delphine Horvilleur, Maïa Hruska, Emilie lanez, Vincent Jaury, Oriane Jeancour Galignani, Laurent Joffrin, Laurent Joly, Manon Jouniaux, Nelly Kaprielian, Gaspard Koenig, André Kozovoï, Dany Laferrière, Maria Larrea, Alexandra Lavastine, Viktor Lazlo, Elise Lépine, Marc Leplongeon, Bernard-Henri Levy, Bruno Lus, Richard Malka, Bruno Meyersfeld, Tania de Montaigne, Julie Neveux, Gaëlle Nohant, Véronique Olmi, Christophe Onot-dit-Biot, Christine Orban, Jean-Noël Örengo, Bruno Patino, Anthony Passeron, Judith Perrignon, Michelle Perrot, Yann Plougastel, Séphora Pondi, Didier Pourquery , Paul Preciado, Charlotte Pudlowski, Sonia Rachline, Léonor de Recondo, Jennifer Richard, Patrick Roegiers, Anne Rosencher, Adèle Rosenfeld, Baptiste Rossi, Gilles Rozier, Eric Sadin, Jean de Saint-Cheron, Colombe Schneck, Anne Sinclair, Stephen Smith, Seynabou Sonko, Vanessa Springora, Sylvie Tanette, Aude Terray, Alexandre Tharaud, Sandrine Treiner, Martin Untersinger, Fiammetta Venner, Yseult Williams, Carole Zalberg.





giovedì 2 aprile 2026

Alice Cordier vendicatrice


Maxime Macé  Pierre Plottu
Alice Cordier dei Nemesis, un viaggio estremamente estremo

Libération, 2 aprile 2026

Il suo volto è apparso su numerosi media dopo la morte di Quentin Deranque, attivista radicale di estrema destra deceduto a seguito delle ferite riportate in una rissa con antifascisti a metà febbraio a Lione. Alice Cordier, 28 anni, aveva espresso il suo dolore ancor prima che la morte dell'uomo che, a suo dire, voleva "proteggere" gli attivisti del suo gruppo, il collettivo Némésis, vicino al Rassemblement National (RN ), fosse ufficialmente annunciata. Questi attivisti erano intervenuti per interrompere una conferenza tenuta da Rima Hassan, europarlamentare per La France Insoumise (LFI). Il presidente del collettivo, di cui LFI chiede ora lo scioglimento, ha puntato il dito contro la sinistra, arrivando a chiedere che il movimento antifascista venisse definito "terroristico", rimanendo in silenzio sull'attivismo nazionalista-rivoluzionario della vittima. Secondo le nostre fonti, il leader di Némésis aveva stretti legami con questo movimento radicale.

Arrivata a Parigi nel 2017 da Orléans, dove si era fatta le ossa tra i monarchici di Action Française, ha frequentato l'Institut de Formation Politique (IFP), un istituto popolare tra i giovani identitari . Nel 2019 ha fondato Némésis. Il collettivo, registrato ufficialmente solo nel marzo 2021, prende il nome dalla dea greca della vendetta. Basato principalmente su xenofobia e islamofobia, il gruppo si oppone a qualsiasi rivendicazione di parità salariale, accesso all'aborto o diritti delle donne in generale, sostenendo, secondo il suo sito web, che questi non costituiscono "violenza concreta".
Vicina a un membro di spicco del gruppo che è succeduto al GUD

L'azione fondativa ha dato il tono: una trovata di agitazione e propaganda xenofoba durante la manifestazione contro la violenza sulle donne organizzata dal collettivo #NousToutes, che da allora hanno regolarmente interrotto. Alice Cordier frequentava poi le feste della società parigina radicale e in particolare gli attivisti più alla moda dell'epoca, quelli della Generazione Identità, come Thaïs d'Escufon , che in seguito è diventata una influencer maschilista.

In questi incontri, Alice Cordier si mescolava anche a figure ben più radicali, del tipo che oggi ritroviamo in gruppi nazionalisti-rivoluzionari come la GUD e Luminis a Parigi. Oltre alla foto che la ritrae mentre fa un simbolo neonazista accanto ad attivisti di estrema destra radicale nel 2022, Libération l'ha rintracciata in ambienti ben meno inclini al discorso politico. E a ragione: la sicurezza per le feste di Némésis era a lungo garantita dagli Zouaves Paris, un gruppuscolo neofascista sciolto nel gennaio 2022 a causa della sua violenza. Questo collegamento è stato stabilito tramite Alice Cordier, che, secondo le nostre fonti, era vicina a un membro di spicco del gruppo che ha succeduto alla GUD già nel 2020.

Bastien M., questo il suo nome, è una curiosa combinazione di attivista neonazista e teppista razzista. Poeta con il braccio destro tatuato con una mazza da baseball incrociata con una mazza da golf (un'arma prediletta dagli "Zouavi"), è il luogotenente del leader del gruppo di estrema destra parigino, Marc de Cacqueray-Valménier . Il tipo che fa il saluto nazista nelle foto di feste con gli amici, stando alle immagini pubblicate sul sito per adulti del gruppo Azione Antifascista della Periferia di Parigi.

Vere e proprie trappole tese agli attivisti di sinistra

Nello stesso periodo, la giovane donna entrò in contatto con una piccola cerchia di attivisti di estrema destra che, per scherzo, adottarono il soprannome di "Pussyfafs". Si trattava di un riferimento alle Pussycat Dolls, un gruppo femminile americano, unito al termine "faf", abbreviazione di "Francia ai francesi", un soprannome usato dagli stessi radicali di estrema destra. Tra loroc'erano la cantante suprematista bianca e antisemita Epona, una certa Amélie, attivista neofascista che all'epoca aveva una relazione con Marc de Cacqueray-Valménier, e Nina Smarandi, che lavorò brevemente come assistente parlamentare del deputato del Rassemblement National Joris Hébrard prima che Libération rivelasse i suoi legami neofascisti nel 2023 .

Insieme escono, fanno sport o vanno al poligono di tiro. Nel settembre 2023, secondo le immagini ottenute da Libération , Cordier e le "Pussyfafs" erano testimoni e damigelle d'onore al matrimonio di Epona e Pierre-Guillaume Mercadal, amico intimo dell'influencer di estrema destra Papacito . "Salute, Felicità e WP", per "white power" (potere bianco), ha scritto una di loro come didascalia di una foto della sposa e degli invitati che salutavano, un gesto che alludeva anch'esso a questo slogan suprematista bianco .

Come rivelato di recente da L'Humanité, un gruppo di neonazisti con base a Lione ha organizzato elaborati agguati contro attivisti di sinistra. A novembre, il gruppo ha tentato di interrompere un incontro pubblico a Orléans organizzato dal deputato Raphaël Arnault (LFI) e dall'avvocata Elsa Marcel (Révolution permanente). Non lontano da loro, secondo fonti di Libération, pattugliava la zona una banda guidata dal noto neonazista Christopher del Frate, membro del GUD (Groupe Union Défense). Del Frate "celebra" il compleanno di Hitler davanti a un busto del Führer. È un recidivo, coinvolto in attentati nella regione del Loiret e a Parigi, e ha avuto precedenti penali .

Questo scenario ricorda quello che portò alla morte di Quentin Deranque a Lione, meno di tre mesi dopo. La conferenza di Orléans "ha potuto svolgersi senza incidenti grazie alla vigilanza del personale di sicurezza e degli attivisti antifascisti", ha sottolineato il Collettivo Antifascista di Orléans in un resoconto della serata. Questa volta.


lunedì 30 marzo 2026

Islamismo come pretesto

Boualem Sansal

Lucas Bretonnier
Chi è Arnaud Benedetti, politologo e fondatore del comitato di sostegno a Boualem Sansal?
Libération, 30 marzo 2026

Arnaud Benedetti ama sia i riflettori che l'ombra. Davanti alle telecamere, il politologo consuma i suoi pantaloni di velluto a coste sugli sgabelli alti delle emittenti televisive e radiofoniche. Dietro le quinte, più discretamente (anche se forse non del tutto), lavora dietro le quinte. Il suo nome è comparso quest'estate accanto a quello di Alexandre Jardin: era il tesoriere di #Gueux, l'associazione creata dallo scrittore per combattere le Zone a Basse Emissioni e i "chiacchieroni" ai vertici che impongono le loro politiche ambientali ai "lavoratori" alla base. "Ho accettato per amicizia, per Alexandre", dice Benedetti sorridendo, con un leggero accento del sud-ovest americano.

Ma ciò che lo ha occupato maggiormente per un anno è stata la guida del comitato di sostegno a Boualem Sansal, fondato dopo l'arresto dello scrittore il 16 novembre 2024. È a questo comitato e ad Arnaud Benedetti che l'autore de Il giuramento dei barbari (Gallimard, 1999) rende omaggio in un articolo d'opinione pubblicato su Le Monde, per giustificare il suo recente passaggio da Gallimard a Grasset , casa editrice del gruppo Hachette, ora di proprietà di Vincent Bolloré .

"È un amico."

Perché questo specialista in comunicazione politica, professore associato alla Sorbona e analista politico per diverse emittenti televisive, ha scelto Boualem Sansal come suo difensore? "Conosco Boualem da dieci anni, è un amico ", spiega, seduto a un tavolo del Café de l'Odéon a Parigi. " Gli avevo chiesto di scrivere degli articoli per la Revue politique et parlementaire . Vengo da una famiglia pied-noir: l'Algeria è importante nella mia vita, anche se sono nato dopo l'indipendenza, nel 1965. Quando Boualem è stato arrestato, ho creato un comitato di sostegno e ho iniziato a fare telefonate".

I primi a essere convocati sono stati Stéphane Rozès, storico sondaggista politico passato dal trotskismo al Partito Socialista, per poi aderire al Movimento Cittadino di Jean-Pierre Chevènement negli anni 2010; gli scrittori Kamel Bencheikh e Kamel Daoud, Jean-Michel Blanquer, Jean-François Colosimo, direttore di Cerf, editore dell'ultimo saggio di Sansal (Le Français, parlons-en!) , e Xavier Driencourt, ex ambasciatore francese in Algeria (2008-2012 e 2017-2020), consigliere dei dirigenti del Raggruppamento Nazionale.

Un mese dopo, Noëlle Lenoir è stata contattata per sostituire Catherine Camus, figlia di Albert Camus, alla presidenza. L'avvocata, ex Ministro per gli Affari Europei (2002-2004), è stata citata in giudizio da SOS Racisme per alcuni commenti rilasciati quest'estate su CNews , che, secondo Arcom, " potrebbero incitare all'odio e incoraggiare comportamenti discriminatori nei confronti dei cittadini algerini residenti in Francia". Oltre a questo gruppo ristretto, centinaia di personalità di spicco provenienti da diversi ambiti hanno aderito all'iniziativa: da François Hollande a Nicolas Sarkozy, passando per José Bové, Anne Hidalgo, Benjamin Stora ed Edgar Morin.

Snobismo, persino "disprezzo"

I rapporti con Gallimard si sono presto incrinati. "Il nostro rapporto con Arnaud Benedetti è iniziato con un malinteso ", spiega Karina Hocine, segretaria generale della casa editrice. " Ci hanno invitato alla festa di lancio del comitato e ci siamo accorti che il nome di Gallimard compariva sul poster insieme a quello dei soci. Abbiamo preferito evitare qualsiasi politicizzazione e concentrarci sulla promozione del suo lavoro, assumendo nel frattempo due avvocati e mobilitando un'ampia rete di contatti". Antoine Gallimard aggiunge: "Ognuno ha fatto ciò che riteneva opportuno per sostenere Boualem Sansal. Abbiamo creato un'associazione con oltre 500 membri".

Arnaud Benedetti denuncia una forma di snobismo, persino di "disprezzo". Alla Gallimard, alcuni si sono mostrati sconcertati nel vedere il comitato attraversare le roccaforti del Rassemblement National durante il loro tour in Francia. Il caso Sansal ha di fatto permesso a una parte della destra e dell'estrema destra di mascherare i propri timori di islamizzazione del paese sotto l'intoccabile vessillo della difesa di uno scrittore dissidente. Vincent Bolloré ha tirato fuori il libretto degli assegni (a quanto pare un anticipo di un milione di euro, secondo Blast ) per questo trasferimento, che assomiglia a un bottino di guerra.

"Sono un uomo di destra, ma..."

L'uomo sulla sessantina, autore del recente libro * Alle porte del potere: il raduno nazionale, l'inevitabile vittoria?* (Michel Lafon, 2024), non fa mistero delle sue convinzioni: "Sono un uomo di destra. Ma nella mia storia familiare ci sono diverse tradizioni. Conservatori di destra da parte di mia madre, radical-socialisti da parte di mio padre. Mio nonno era un alto funzionario pubblico sotto il Fronte Popolare. Sono conservatore, ma anche repubblicano, sovranista e impegnato nella democrazia liberale".

Il politologo Bruno Cautrès lo vede spesso in televisione: "È simpatico, colto, aperto al dibattito e sì, piuttosto di destra. Ricorda un po' Séguin e Chevènement". Questi paragoni sono un po' datati. I nostri rappresentanti eletti non godono più del favore di Arnaud Benedetti. Orfano della politica, avrà forse trovato un rifugio mediatico nel gruppo Bolloré? Appare frequentemente su CNews, Europe 1 e sul JDD. Violenza dell'estrema sinistra, la minaccia di La France Insoumise, i disordini tra i sostenitori algerini a Parigi…

I temi trattati sono classici per il gruppo, ma le sue posizioni sono piuttosto misurate. Su CNews appare come un moderato. "Non vengo pagato", chiarisce. "E dico di sì a tutti i media". Sud Radio, RCJ, Radio Orient, France Info, RFI, France 24, Le Figaro, Marianne, Valeurs actuelles… Sebbene appaia un po' meno su BFM TV, è spesso su France Info o Public Sénat, l'ultima volta venerdì 20 marzo, per analizzare i risultati del Rassemblement National alle elezioni comunali. Andrebbe a Blast o Radio Nova? "Sì, ma non vengo invitato. Il pluralismo funziona a compartimenti stagni: ognuno resta nella propria corsia".

Qual è il ruolo di un esperto non attivista?

Il suo amico Stéphane Rozès, neanche lui settario – «Ho lavorato per tutti tranne che per Jean-Marie Le Pen. Oggi parlo con Zemmour con la stessa facilità con cui parlo con Roussel» – sembra essere in sintonia con Arnaud Benedetti, di cui elogia l'integrità e la lealtà: «Siamo repubblicani, patrioti preoccupati per il destino della Francia». Arnaud Benedetti ha recentemente lasciato la Revue politique et parlementaire per fondare la Nouvelle Revue politique.

Nei suoi comitati consultivi scientifici ed editoriali, oltre a Boualem Sansal e Xavier Driencourt, troviamo: lo storico Jean Garrigues, il filosofo Pierre-Henri Tavoillot, molti intellettuali di destra come Pierre Manent o Frédéric Rouvillois, e alcune figure controverse come l'antropologa Florence Bergeaud-Blackler o Eric Naulleau… Tra i partner, tre think tank: l'Istituto per la Rifondazione Pubblica, piuttosto neutrale; il liberale Les Contribuables Associés; l'Osservatorio dei Radicalismi di un certo Olivier Vial, ex presidente dell'estrema destra sindacale studentesca Union Nationale Interuniversitaire.

Arnaud Benedetti opera forse sul piano delle idee, cercando di unire la destra e l'estrema destra? Lo nega, definendosi un esperto non attivista. In ogni caso, non sembra temere il Rassemblement National (RN): "Non è più il Fronte Nazionale; quel partito si è trasformato. L'RN di oggi assomiglia all'RPR della fine degli anni '70. Combatterlo con la mentalità degli anni '80 è controproducente". È d'accordo sul fatto che debba essere combattuto? "No. L'RN, per il quale non voto, è certamente un partito populista, ma che opera all'interno di una cornice repubblicana".