giovedì 18 giugno 2026

Passerò per piazza di Spagna

Cesare Pavese
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Einaudi, Torino 1951

Passerò per piazza di Spagna,
e vedrò la fontana, le scale,
i tigli. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

Rivedrò il lungotevere, i ponti,
le colline, le strade. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

Rivedrò l’altra sera, il balcone,
i rumori, le voci. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

E allora, io solo, nella luce
che non cambia, udrò i passi, il tuo nome,
le parole che dissi. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

Andrea Carlino
Orizzontescuola.it

Pavese è, per eccellenza, il poeta del “vissuto” che diventa mito, dell’esperienza quotidiana che si carica di un significato universale e archetipico. La sua poesia, asciutta e insieme profondamente evocativa, trasforma i luoghi comuni in paesaggi dell’anima. Questo è particolarmente vero per la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, pubblicata postuma nel 1951, un vero e proprio testamento spirituale in cui l’amore e la morte si fondono in un’unica, ineluttabile ossessione.

Tra i componimenti più intensi della raccolta spicca “Passerò per piazza di Spagna”, una poesia d’amore del 1950 che, in pochi, magistrali versi, racchiude l’intera poetica pavese. Analizziamone il testo per comprenderne la potenza e il messaggio.

Per comprendere appieno la poesia, è fondamentale collocarla nel contesto dell’opera. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è l’ultima silloge di Pavese, pubblicata dopo il suo suicidio. I versi sono intrisi di un senso di fatalità e di un dialogo serrato con la morte, che viene personificata e assume le fattezze della donna amata.

La morte non è più un concetto astratto, ma diventa un volto, uno sguardo, una presenza familiare e totalizzante. L’amore, pertanto, non è mai gioioso o appagato, ma è sempre vissuto come mancanza, come rimpianto per un passato irrecuperabile o come attesa di un futuro che si annuncia come perdita.

I luoghi citati non sono semplici scenari: sono i depositari della memoria. Piazza di Spagna, a Roma, con la sua celebre scalinata e la fontana, non è un semplice punto di riferimento turistico, ma il palcoscenico di un incontro passato, ora perduto per sempre. Il lungotevere, i ponti, le colline: tutta Roma diventa una mappa sentimentale, un paesaggio interiore in cui ogni angolo è segnato dalla presenza-assenza dell’amata.

La formula “Sarà come allora” è al tempo stesso una promessa di fedeltà al ricordo e la constatazione della propria prigionia in esso. Il paesaggio è immutabile (“la luce che non cambia”), mentre il poeta è cambiato per sempre, segnato dalla perdita.

“Passerò per piazza di Spagna” è un perfetto esempio di come Pavese costruisca i suoi “miti personali”. Il mito, per Pavese, è un evento o un’immagine del passato che si ripete identico, fissando il destino del poeta. In questa poesia, il mito è l’eterno ritorno dell’assenza.

La poesia diventa così l’unico, disperato tentativo di rendere l’assenza così potente da trasformarsi in una presenza immortale, più vera della realtà stessa.

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