Fabiana Magrì
Shain: "In questa partita solo Donald ha le carte. Se cambia idea sarà il requiem di Netanyahu"
La Stampa, 11 giugno 2026
Yossi Shain non ha dubbi: «La relazione tra Stati Uniti e Israele non è mai stata così solida» ma Benjamin Netanyahu è sempre più esposto agli umori di Donald Trump, «che quasi lo umilia». Dopo le “f...ing” telefonate, il presidente statunitense ha recentemente insinuato che il premier israeliano potrebbe essere vicino alla fine della sua carriera politica. Il Likud – il partito di Netanyahu – ha replicato che il primo ministro «si candiderà alle prossime elezioni e, se Dio vuole, vincerà». Ma la cosa che davvero è importante osservare – secondo il politologo israeliano, professore all’università di Tel Aviv, ex parlamentare e studioso delle relazioni tra Israele e la diaspora e tra Israele e il resto del mondo – non è tanto la dinamica del rapporto tra i due leader quanto se c’è ancora convergenza di obiettivi come all’inizio di Epic Fury: la necessità di abbattere il regime di Ayatollah e Pasdaran, neutralizzare l’uranio arricchito iraniano e i missili balistici.
C’è ancora una visione strategica comune?
«No, non credo. Netanyahu potrebbe desiderare di abbattere definitivamente l’Iran, quello che definisce “la piovra” della regione. Ma per Trump ci sono altri interessi in gioco. Non può permettersi di passare per il perdente contro l’Iran, sarebbe una macchia sulla sua reputazione e minerebbe la sua eredità di presidente che porta solo vittorie. Quindi potrebbe decidere di scatenare una guerra totale contro il regime di Teheran pur di riparare la sua aura di leader globale, soprattutto agli occhi della Cina e di tutti gli altri attori nella regione».
Quale sviluppo prevede?
«Non sappiamo ancora se Trump troverà un’onorevole via d’uscita da presentare come un grande risultato, con l’Iran che rinuncerà alle sue ambizioni nucleari. Ma è solo lui a tenere le carte in mano, solo lui può decider se e quando ordinare all’esercito americano di distruggere le infrastrutture in Iran. Cosa che non ha ancora fatto. Certamente la frustrazione tra la sua cerchia ristretta è dovuta sia al fatto che questa guerra si sta prolungando oltre le loro aspettative sia, in parte, che il premier israeliano, a loro avviso, sta prolungando il conflitto invece di fare progressi e concludere accordi come vorrebbe Trump, a cui piacciono le vittorie rapide».
Tra Donald e Bibi è quindi un disaccordo tattico, una nube passeggera o la fine di un’era?
«Neanche questo sappiamo. Ma non credo sia la fine di un’era. Da un lato le relazioni Usa-Israele stanno diventando sempre più personali ma questa alleanza è antica e, anche se può subire battute d’arresto, ci sono questioni – strategiche e non – ancora molto interconnesse».
Vede un collegamento tra la dichiarazione di Trump sulla carriera politica di Netanyahu e l’appoggio che ha sbandierato alla grazia per l’amico Bibi?
«Si potrebbe sostenere in modo cinico che Netanyahu sia completamente in debito con Trump. Come il presidente stesso ha detto in uno dei loro litigi a suon di urla: “Ti ho salvato il culo dalla prigione”. Quindi il premier sa che se Trump gli si oppone, è spacciato. Se lo considererà un fardello che lo trascina giù, senza dubbio Netanyahu si troverà rapidamente compromesso».
In un eventuale scenario successivo alle elezioni israeliane, in cui un leader diverso da Netanyahu si trovasse a fare i conti con Trump, cosa prevede?
«La situazione migliorerà drasticamente e rapidamente. Si apriranno molte possibilità. Le persone si renderanno conto che Israele ha una posizione securitaria per necessità, a prescindere da chi è al governo. Il Paese tornerà a essere attraente per lo spettro politico statunitense più ampio perché Netanyahu, così allineato a Trump, è la nemesi dei Democratici. E Trump avrà buoni rapporti di lavoro con la nuova leadership perché l’alleanza militare con l’America rimarrà, è un pilastro fondamentale per Israele, una sicurezza strategica. Netanyahu, per una serie di ragioni, è diventato tossico per Israele in Europa, negli Stati Uniti, tra i Democratici. E lo sta diventando sempre di più anche tra i Maga. Ha esaurito sostegno ed empatia. L’unico che rimane in contatto con lui in modo più franco è il presidente americano. Ma se Trump cambiasse idea, sarebbe davvero il requiem di Bibi».
Ritiene che le prossime elezioni in Israele siano in qualche modo parte integrante o un punto chiave per porre fine alla guerra in Medio Oriente?
«È difficile fare previsioni sulla triste storia di Netanyahu che fino a pochi anni fa, fino agli Accordi di Abramo, si comportava come il gallo nel pollaio. Persino dopo il 7 ottobre e dopo la guerra dei 12 giorni contro l’Iran, lui e Trump erano ancora percepiti come potenti. Erano stati in grado di sedare la minaccia iraniana, avevano creato aperture con l’Arabia Saudita e altri interlocutori in Medio Oriente. C’erano le basi per un’eredità politica di Netanyahu come leader che, sia pure in una fase successiva, avrebbe finito per prevalere su Hezbollah, Hamas e sull’Iran. Ma la realtà sta diventando corrosiva per l’immagine di Bibi. Nonostante nei suoi discorsi continui a ripetere che, grazie alle sue azioni, abbiamo indebolito i nemici fino a renderli innocui, questa non è l’opinione degli israeliani. Non di quelli che continuano a vivere nella necessità di correre al riparo nei rifugi».

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