sabato 27 aprile 2024

L'antifascismo della destra in Piemonte

 


 

Un fenomeno che merita una certa attenzione è dato dal ritorno dell'antifascismo in periferia per merito del centrodestra in Piemonte. Accade a Rivoli dove il sindaco di Forza Italia Andrea Tragaioli celebra il 25 aprile con queste parole: 

"In quello straordinario giorno di settantanove anni fa, la forza dei giusti ha prevalso sulla visione totalitaria del mondo.
L’immutabile trascorrere del tempo impone che da allora la società sia cambiata, ci sono stati importanti e rivoluzionari progressi nella tecnologia nella scienza, nella medicina ma abbiamo assistito e continuiamo ad assistere, da spettatori o da protagonisti, anche a nuove guerre che hanno ridisegnato i confini del mondo e che sono frutto di individualismi totalitari.
C’è qualcosa di sbagliato nel nostro modo di vivere... ci siamo abituati alla guerra, alle immagini di strazio e dolore, guardiamo la televisione e ascoltiamo le testimonianze dei sopravvissuti con la freddezza dell’indifferenza.
Di fronte a ciò che senso ha riunirsi oggi a commemorare? Ha senso e lo dico soprattutto ai giovani, ha senso perché commemorare i nostri concittadini e compatrioti che si sono battuti per la libertà deve risvegliare in tutti noi quel senso di umanità insito nell’essere umano e che sembra essersi assopito.
Ricordare chi, quel 25 Aprile è sceso dalle montagne con il tricolore in mano, ci esorta a vivere come soggetti attivi del proprio mondo, ci dimostra la forza della partecipazione e la semplicità dell’altruismo.
Ricordare chi con il cuore in gola e gli occhi pieni di lacrime cantava “se io muoio da partigiano mi devi seppellire sotto l’ombra di un bel fior” ci impone di credere che il cambiamento è possibile ed è nelle nostre mani.
Perché l’ombra di un bel fior? Perché la bellezza di un fiore è la bellezza della pace e della scelta di giustizia.
I nostri concittadini caduti per la libertà del paese a cui abbiamo dedicato strade, piazze e monumenti hanno creduto e voluto la bellezza della pace, erano un gruppo di giovani e hanno messo il loro primo mattone per costruire quello che Papa Francesco definisce “l’edificio della pace” ora tocca a noi continuare ad edificare.
Viva il 25 aprile, Viva la Resistenza, Viva la Liberazione, Viva Rivoli".
L'assessore Tatiana Perrone, pur appartenendo a Fratelli d'Italia, ribadisce il punto in un post così formulato:  "Oggi alla commemorazione per il 25 aprile per celebrare chi ha combattuto con sacrificio e generosità in nome dell'Italia e della Libertà".
A Acqui Terme la giunta di centrodestra affida la commemorazione allo storico Paolo Pezzino:

Orazione ufficiale
Acqui Terme, 25 aprile 2024
Cosa ricordiamo e cosa celebriamo il 25 aprile, anniversario della Liberazione? Ricordiamo la fine della guerra, la cacciata dal nostro paese dell'esercito tedesco, la caduta definitiva del regime fascista; celebriamo il sacrificio dei tanti, civili e combattenti, morti in quegli anni, e l'inizio di una nuova fase nella storia del paese, che vede i suoi momenti fondanti nell'insurrezione armata dei partigiani, che in quei giorni dell'aprile 1945 liberarono le principali città del Nord Italia dai tedeschi e dai fascisti, spesso prima dell'ingresso delle truppe alleate, nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, che sanzionò il definitivo distacco degli italiani dalla monarchia complice dei crimini del fascismo, nella Costituzione della Repubblica italiana del 27 dicembre 1947, che ha garantito in questi anni, e garantisce tuttora, le libertà civili e il progresso sociale.
Ebbene, è opportuno ricordare che fu per la prima volta allora, nel dopoguerra, che a tutte le italiane e gli italiani fu riconosciuto il diritto di voto, come uno dei diritti di cittadinanza che rappresentavano il portato conseguente della vittoria delle forze antifasciste, mentre era dal colpo di stato monarchico-fascista del 1922 che non si erano più svolte libere elezioni in Italia. Quelle del 1924 furono caratterizzate da violenze, intimidazioni e brogli, la cui denuncia costò la vita al deputato Giacomo Matteotti, e quelle del 1929 rappresentarono la fine anche dell'apparenza di una contesa elettorale, sostituita da un sistema plebiscitario funzionale alla natura dittatoriale e totalitaria del fascismo, fondato sul potere di un capo il cui carisma personale sembrò allora la migliore garanzia per la soluzione dei gravi problemi del paese. Quello stesso duce, definito dal pontefice Pio XI, dopo i Patti lateranensi, "l'uomo che la Provvidenza ci fece incontrare", non fu solo il capo riconosciuto e acclamato di un regime autoritario e poliziesco, feroce con i propri cittadini (distruzione delle basilari libertà civili e politiche, repressione di ogni forma di dissenso, controllo asfissiante sulla stampa, tribunale Speciale, confino) ma anche colui che in seguito, con la promulgazione della legislazione razziale, avrebbe inflitto alla civiltà l'offesa più grave che un regime politico possa arrecarle, e avrebbe infine spinto il paese in un'avventura, quella della guerra, dalla quale gli Italiani ricavarono lutti e distruzioni.
Si sente affermare spesso che l'entrata in guerra dell'Italia sia stata un errore del fascismo, il che è giusto, se ci si riferisce all'impreparazione del regime alla guerra; ma si deve comunque aggiungere che la guerra non fu un incomprensibile e tragico errore di un Mussolini sempre più subalterno alle decisioni della Germania nazista. Tale affermazione non tiene conto del fatto che fin dall'inizio il fascismo incorporò al suo interno tutti i più virulenti caratteri del nazionalismo, e che quindi una concezione aggressiva ed espansiva della patria faceva parte del suo originario bagaglio ideologico. In tale concezione la guerra rappresentava non tanto una tragedia da rifiutare, e neanche una scelta estrema da evitare finché possibile, quanto piuttosto un’eventualità sempre tenuta presente, la cui traduzione in pratica dipendeva solo dalle opportunità offerte dal contesto internazionale; e alla propaganda a favore della guerra gli italiani erano stati sottoposti massicciamente. Il fascismo fin dall'inizio aveva alimentato il mito della "vittoria mutilata", aveva manifestato, sia pure in modo disordinato, propensioni espansionistiche verso l'Adriatico (contro la Jugoslavia), verso il Vicino Oriente e l'Africa, aveva mantenuto un atteggiamento aggressivo verso la Francia per vecchie questioni coloniali non risolte, aveva sostenuto il diritto del popolo italiano ad ottenere un “posto al sole”. La sua ideologia era esplicitamente e pericolosamente nazionalistica, e la sua politica estera dal 1927 rivolta a ottenere una revisione degli assetti territoriali stabiliti dopo la fine della prima guerra mondiale.
Non è un caso perciò che proprio il fascismo abbia acceso la miccia che porterà al conflitto mondiale, con la conquista violenta dell'Etiopia, uno Stato sovrano che, come l'Italia, aderiva alla Società delle Nazioni. L'invasione dell'Etiopia (3 ottobre 1935-6 maggio 1936), compiuta per rivendicare un posto fra le grandi potenze coloniali, fu intrapresa con grande dispendio di mezzi ed una condotta bellica dura e spietata (più volte si fece ricorso a bombardamenti indiscriminati, e si usarono bombe all'iprite e gas asfissianti). Spietata fu la repressione del generale Graziani, viceré di Etiopia, contro la guerriglia antitaliana, che tuttavia non fu mai completamente debellata.
Una serie di norme di stampo razzista proibì i matrimoni e i connubi fra italiani bianchi e i nuovi sudditi neri. Fu un’anticipazione delle leggi che sarebbero state emanate nel 1938 per discriminare gli ebrei italiani.
La guerra per il nazismo e il fascismo suo alleato non fu solo la conquista di nuovi territori: si voleva attuare un progetto di nuovo ordine internazionale, lucidamente perseguito, basato sulla subordinazione delle nazioni agli interessi delle razze superiori, un progetto, sovversione della civiltà europea. E' appena il caso ricordare a cosa portò quel progetto: 50 milioni di morti nel conflitto, di cui circa 30 in Europa, 300.000 italiani morti e feriti, enormi distruzioni in tutti i paesi coinvolti nel conflitto.
L’iniziale entusiasmo degli italiani per una guerra che era stata dipinta come rapida e portatrice di grandi vantaggi si trasformò progressivamente in indifferenza e quindi, con i rovesci nei vari campi di battaglia, in una sorda ostilità alla guerra, manifestandosi poi in aperte manifestazioni di dissenso: fu clamoroso lo sciopero degli operai delle fabbriche del nord che nel marzo 1943, partendo dalla FIAT, si estese al Piemonte, e poi a Milano e alla Lombardia: circa centomila operai manifestarono per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Gli scioperi tuttavia assunsero una chiara rilevanza politica, sia per gli slogans antifascisti e contro la guerra che furono diffusi dai militanti organizzati attorno alle cellule comuniste, sia per la dissoluzione della struttura sindacale fascista. Gli scioperanti ottennero un generale aumento salariale, sancito da un accordo fra Confindustria e organizzazioni sindacali fasciste: il colpo alla credibilità del regime era stato forte, e l'eco dello sciopero si diffuse anche all'estero. Seguì la repressione con l'arresto e la deportazione di duemila persone nei due mesi successivi.
Eppure la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 fu provocata da un colpo di mano interno allo stesso regime, compiuto cioè da quelle forze che avevano condiviso con lui le principali responsabilità di governo fino ai primi rovesci militari: la monarchia, i militari. Le forze antifasciste erano ancora troppo deboli per incidere nell’andamento degli eventi.
Ma lo sfascio della struttura dello Sato, dopo l’annuncio dell’armistizio l’8 settembre 1943, rappresentò per alcuni italiani il punto di svolta. I comandi dei vari reparti stanziati in Italia e disseminati all'estero non erano stati messi in preallarme, e furono colti di sorpresa dall'annuncio dell'armistizio; e per di più gli ordini che invece ricevettero i comandanti delle truppe schierate a difesa di Roma furono tali da impedire qualsiasi efficace loro intervento, per proteggere invece la fuga del re. Ciò nonostante, si svolse una serie di combattimenti fra Italiani e Tedeschi, già ai limiti della guerra regolare, nei quali alcuni comandanti di divisione contravvennero agli ordini del comando supremo, in nome della superiore considerazione degli interessi del proprio paese, che correttamente venivano da loro individuati nell’opposizione al disarmo che veniva imposto dai Tedeschi.
Numerosi furono gli episodi di resistenza, spontanea o organizzata da alcuni comandanti di reparti: a Trento, Gorizia, Trieste, Cuneo, Savona, La Spezia, Pisa, Piombino, Chieti ed Ascoli, Viterbo, Napoli molti reparti rifiutarono di cedere le armi; la flotta si recò a Malta, secondo le clausole dell'armistizio, dove tuttavia arrivò solo una metà delle navi.
Nella battaglia per la difesa di Roma, dall’8 al 10 settembre, combatterono insieme, per la prima volta, militari e volontari civili. 1.167 furono i caduti tra i militari, circa 120 tra i civili.
Più frequenti episodi di resistenza si ebbero fra le truppe all'estero, per le quali la scelta era molto più radicale, e spesso quello di raggiungere il territorio nazionale un sogno impossibile. Così si ricordano episodi come quello di Cefalonia, dove le truppe italiane della Divisione Acqui combatterono contro quelle tedesche, superiori per armamento, per una settimana, in nome di motivazioni certo molteplici – l’onore militare, il giuramento di fedeltà al re, la speranza di conquistarsi con le armi il rientro in Italia, in alcuni il manifestarsi di una coscienza antifascista – che rappresentarono comunque un segnale di riscossa per tutto il paese.
Dopo la resa, molti soldati e gli ufficiali superstiti vennero passati per le armi. Anche a Corfù, Rodi, Lero e Kos nel Dodecaneso, vi furono scontri fra Italiani e tedeschi, e in queste ultime tre località fucilazioni da parte tedesche di militari italiani dopo la resa. In Grecia e Jugoslavia numerosi soldati italiani si unirono alle Resistenze locali. Circa 10.000 militari caddero all’estero partecipando alla Resistenza nei Balcani. La nazione allo sbando quindi si difese come poteva, e le cifre sulle perdite lo stanno a dimostrare.
Il 9 settembre il Comitato delle opposizioni di Roma, appresa la notizia della fuga del re, decise di costituirsi in Comitato di Liberazione nazionale, chiamando gli italiani alla lotta e alla resistenza "per riconquistare all'Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni". Nasce così la resistenza, con o senza armi, con una consapevole scelta di campo antifascista che rappresentò il primo segnale di riscossa della coscienza democratica, dopo 21 anni di regime e tre di guerra. Si doveva decidere di impegnarsi in nome di un futuro diverso che non trovava, al momento, alcun solido punto di ancoraggio istituzionale e politico (nonostante la ripresa di attività, peraltro difficile e con grandi limiti, dei partiti), per un'Italia "nuova" dai caratteri indefiniti, che comunque rappresentava l’ideale prosecuzione per alcuni, il completamento e l’attuazione per altri, di una rivoluzione sociale e democratica rimasta incompiuta nel primo Risorgimento.
In senso militare, si intende per Resistenza l'insieme delle formazioni di civili volontari che, a partire dal settembre 1943, combatterono contro i Tedeschi secondo i metodi della guerriglia (anche se non mancarono episodi di scontri frontali). Le formazioni partigiane erano attive per lo più in zone montuose e boschive difficilmente raggiungibili, ma erano presenti anche in pianura, nelle città e campagne, dove operavano i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) e le SAP (Squadre di Azione Patriottica). I partigiani (questo il nome di coloro che combattevano contro i Tedeschi, i quali li consideravano “banditi” e fuorilegge) erano organizzati in gruppi che, col crescere del loro numero, si articolarono in divisioni e brigate, e dal 9 giugno 1944 erano formalmente coordinati dal Comando generale per l'Italia occupata del Corpo Volontari della Libertà (CVL). Di fatto, però, l'autonomia delle varie formazioni fu sempre molto ampia, anche se non mancarono episodi di coordinamento.
Per alcuni la lotta contro i Tedeschi era collegata ad un profondo cambiamento delle strutture politiche e sociali del paese, lottavano per una "nuova" Italia, mentre nei militari che parteciparono alla Resistenza in formazioni autonome, la scelta di combattere nella guerriglia rappresentava piuttosto il prolungamento della concezione dell'onore militare, fondata sulla fedeltà e l'obbedienza al Re. Ma l’unità, seppure difficile, fu sempre raggiunta in nome della difesa di quei principi di libertà che erano stati conculcati dal fascismo.
Certo, la resistenza attiva non poteva che essere la scelta di una minoranza: il numero di partigiani combattenti variò molto nel periodo, alla fine dell'inverno 1943-44, secondo alcune stime, nelle varie formazioni vi erano forse solo 10.000-15.000 uomini armati (i due terzi dei quali al Nord), soprattutto per la mancanza di armamento. Nel febbraio-marzo 1944 i partigiani erano circa 20-30.000, ma erano già saliti a 50.000 nel corso dell'estate, per ridursi tuttavia drasticamente, dopo i grandi rastrellamenti dell'autunno 1944, agli stessi livelli della primavera 1944. Superato l'inverno 1944-1945, la resistenza si riorganizzò anche militarmente, in marzo partigiani erano circa 80.000, 130.000 alla vigilia dell’insurrezione.
Quanto ai caduti, i dati ufficiali della presidenza del consiglio danno 44.720 partigiani morti, 21.168 mutilati e invalidi. I partigiani italiani caduti all'estero, partecipando alla resistenza in vari paesi, furono circa 32.000. Fare il partigiano non era quindi una scelta opportunistica, e la morte o la cattura (che comportava poi quasi sempre l'esecuzione sommaria, spesso dopo aver subito sevizie) erano qualcosa di più che un vago rischio, rappresentando il costante e reale pericolo di quell’esperienza.
Ad essi dobbiamo aggiungere i militari italiani internati in Germania dopo l'8 settembre che, seppure sottoposti a durissime condizioni di prigionia (ne morirono per stenti, maltrattamenti, esecuzioni, bombardamenti circa 45.000 su 600.000) rifiutarono per oltre il 90% di ottenere la liberazione in cambio dell'arruolamento nell'esercito fascista repubblicano o in quello tedesco.
E i deportati politici italiani, condotti dall'Italia nei campi di concentramento del Terzo Reich per la loro opposizione al regime nazifascista tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, furono un totale di almeno 23.826 persone (22.204 uomini e 1.514 donne). Nei vari campi in cui furono detenuti furono contrassegnati da un triangolo rosso e sottoposti ad un durissimo regime carcerario e di lavoro coatto. Ne morirono 10.129, ovvero il 45%.
Con gli accordi firmati a Roma dal CLNAI il 7 dicembre 1944 con il comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, generale Maitland Wilson, e il 26 dicembre 1944, col governo italiano, il CLNAI, e il Corpo volontari della libertà, comandato da Cadorna, con Parri e Longo vicecomandanti, furono chiamati a dirigere l'insurrezione nazionale. Il 16 aprile le formazioni partigiane furono mobilitate per partecipare alla battaglia finale, e il 25 aprile il CLNAI assunse tutti i poteri militari e civili: alle ore 8 da Milano proclamò via radio l’insurrezione armata in tutti i territori ancora occupati, e Pertini incitò all’insurrezione i milanesi: “Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i Tedeschi di fronte al dilemma Arrendersi o perire”.
Il 29 aprile presso la Reggia di Caserta i Tedeschi, alla presenza di ufficiali del Regno Unito, degli Stati Uniti d'America, e di un osservatore sovietico, firmarono l’atto di resa incondizionata, operativa a partire dalle ore 14 del 2 maggio: a quella data le principali città del Nord erano state liberate dai partigiani. A Genova il generale Meinhold a Villa Migone firmò la resa tedesca davanti al presidente del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, Remo Scappini, unico caso di una grande città europea nella quale i Tedeschi si arresero ai “banditi”. Il 28 aprile a Milano cessarono i combattimenti, e gli Alleati vi entreranno il 30 aprile. Il 27 e 28 aprile Torino fu liberata per opera dei partigiani.
Il 6 maggio 1945 la bandiera del Corpo Volontari della Libertà (oggi custodita nel Museo Sacrario delle Bandiere al Vittoriano) fu decorata dal generale americano Crittenberger con la Medaglia d’Oro, conferita con Decreto Luogotenenziale del 15 febbraio 1945.
Qualcuno ha voluto ridurre la resistenza armata a una sorta di guerra privata fra fascisti e comunisti. Chi lo afferma non conosce la storia di quei mesi: non erano comunisti i soldati della Divisione Acqui a Cefalonia; non erano comunisti le centinaia di migliaia di soldati italiani internati, dopo l’8 settembre, nei campi tedeschi. Ma anche solo limitandoci alla resistenza armata, dobbiamo ricordare che, accanto alle formazioni comuniste (nelle quali peraltro non erano comunisti tutti coloro che vi militavano) vi erano gli azionisti, i cattolici, i liberali, le formazioni autonome e quelle composte prevalentemente da militari.
E se proviamo a declinare al plurale la parola “Resistenza”, per comprendervi tutta la varietà di comportamenti e vissuti che il popolo italiano mise in atto nei mesi dall’armistizio alla Liberazione, ne ricaveremo anche un’immagine diversa da quella di un’enorme massa di indifferenti al conflitto che si combatteva in Italia fra fascisti e antifascisti. Accanto all’antifascismo consapevole, con o senza armi, ricordiamo allora i gesti e i comportamenti di coloro che si opposero comunque all’occupazione tedesca e alla Repubblica sociale, in una resistenza civile diffusa e articolata, con atteggiamenti di disobbedienza, spesso in nome di un antifascismo esistenziale e prepolitico, comunque sempre pericoloso per chi lo praticava: a partire dalle donne, attive anche nella Resistenza armata e nell’antifascismo, e in prima fila nell’accogliere, proteggere e accudire gli uomini, sempre più ricercati e braccati in quei mesi.
Ricorderemo i contadini, che nutrirono militari alleati, sbandati o fuggiti dai campi di prigionia, e partigiani, dividendo con loro un pane sempre più scarso anche per le loro famiglie, e non denunciandoli a tedeschi e fascisti repubblicani.
Ricorderemo i sacerdoti, rimasti accanto ai loro fedeli in una situazione di disgregazione delle strutture istituzionali, i quali seppero opporsi con coraggio, e spesso con la semplice arma dell’abito talare, alla politica del terrore che investì le loro comunità.
Le forze politiche che avevano guidato la Resistenza si legittimarono come nuova classe dirigente dell'Italia proprio in quanto avevano saputo dirigere la lotta contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca, valorizzando ciò che le univa rispetto ai loro programmi divergenti per il futuro dell’Italia; e la Costituzione, che contribuirono ad elaborare, fu un felice compromesso che vide l'apporto di tutte le principali correnti ideologiche e forze politiche, ognuna delle quali rinunciò ad una parte delle proprie posizioni per privilegiare l'accordo con le altre sui principi generali che avrebbero regolato la vita della Repubblica. La rottura politica del 1947 e il piombare del paese nella guerra fredda fecero sì che entrambi gli schieramenti, quello sconfitto e quello vittorioso, sentissero la necessità di preservare, pur con un percorso non sempre lineare nelle varie fasi della storia repubblicana, un terreno di unità sui fondamenti, rappresentato da quell’accordo.
La memoria e la celebrazione del 25 aprile forniscono profondità storica e significato alla nostra cittadinanza, al nostro essere non solo soggetti passivi di uno Stato, ma cittadini che condividono un comune patrimonio di valori. L'azzeramento della memoria storica, sostituito da un senso di appartenenza nazionale generico, che non sia in grado di valutarne consapevolmente (e, se si vuole, anche criticamente) le origini e i fondamenti, ha sempre avuto tragiche conseguenze nella storia dei popoli: proprio sulla manipolazione (che presuppone l'ignoranza) della memoria storica si sono fondate e si fondano avventure autoritarie, i rigurgiti di nazionalismo, politiche dell'identità esclusiva, affermazione dell'intolleranza., la pericolosa illusione che libertà e democrazia siano acquisizioni definitive, e non processi che in continuazione vanno confermati e consolidati con l'impegno e la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini.
E mentre il sogno di molti resistenti di un’Europa unita, federata e solidale come strumento di pace, di progresso e civiltà viene sempre più minato dal risorgere nel vecchio continente di egoismi nazionali ottusi e aggressivi, ricordare allora le tante resistenze delle italiane e degli italiani assume un significato particolare.
Commemorare il 25 aprile non significa ripetere stancamente un rito che ha perso ormai significato, ma rinnovare la nostra adesione a quei valori che la Resistenza ha proclamato e contribuito ad affermare, garantendo la nostra convivenza civile in tutti questi anni.
Ed allora anche quest’anno celebriamo con orgoglio di cittadini il nostro 25 aprile.


sabato 20 aprile 2024

Il monologo di Scurati


Antonio Scurati

Giacomo Matteotti fu assassinato da sicari fascisti il 10 di giugno del 1924.

Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L'onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l'ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all'ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.

Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell'infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania. In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l'omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944. Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati". "Queste due concomitanti ricorrenze luttuose - primavera del '24, primavera del '44 - proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica - non soltanto alla fine o occasionalmente - un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia? Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell'ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.

Dopo aver evitato l'argomento in campagna elettorale la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l'esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola "antifascismo" in occasione del 25 aprile 2023)". "Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell'anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola - antifascismo - non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.

martedì 16 aprile 2024

Schlein, fine di un'illusione

 


 
Stefano Cappellini, Pd-5S, cambio di fase. La segretaria ha perso la fiducia nell'alleato, la Repubblica, 16 aprile 2024
 
 
C’è un luogo comune al quale Elly Schlein non crede, quello secondo il quale la situazione tra lei e Giuseppe Conte migliorerà dopo le Europee. Su questo Schlein non si fa più illusioni. Pensa che non sia solo la competizione elettorale a muovere gli attacchi di Conte e che non sarà il superamento delle urne a trasformare le tensioni di queste settimane in un proficuo rapporto tra convinti alleati.
I giorni seguiti alle inchieste giudiziarie in Puglia e Piemonte hanno cambiato in modo radicale, forse definitivo, il rapporto tra la segretaria dem e il capo grillino. Ora dominano sfiducia e risentimento. Non sono più solo schermaglie dialettiche o fiammate polemiche. Schlein ha capito che l’obiettivo di Conte è far male al Pd, e non solo per insidiarlo alle Europee. «Ci trattano come la banda del buco», è stato lo sfogo di Schlein dopo una delle ormai quasi quotidiane punture di Conte sulle grane giudiziarie di esponenti locali del Pd. Questo non significa che Schlein abbia rinunciato alla costruzione del cosiddetto campo largo, anche se nel partito non manca chi chiede una rottura drastica, ma c’è la consapevolezza che da qui alla fine della legislatura ci sarà da costruirlo in condizioni difficilissime e senza alcuna garanzia sulle intenzioni finali dell’ex presidente del Consiglio.
Schlein ha deciso di non lasciar più correre gli attacchi scomposti, come accadde qualche mese fa alla presentazione del libro di Roberto Speranza, quando Conte diede di «bellicista» e «poltronista » al Pd sotto il naso della segretaria che non ritenne di replicare, se non il giorno dopo. Le dichiarazioni di queste ore confermano che il rapporto è entrato in un’altra fase. La leader non vuole però nemmeno correre il rischio di trasformare la campagna elettorale in un match Pd-5S. L’obiettivo, si vedrà quanto realistico, è sottrarsi al tormentone del campo largo e puntare finalmente a consolidare il Pd, anche per smetterla di trasmettere agli elettori l’idea che i dem non facciano alcun affidamento sulle proprie possibilità autonome e siano appesi agli umori di un alleato mezzo insultante e mezzo riluttante.
In questi due mesi scarsi che mancano al voto europeo la comunicazione sarà centrata contro governo e Giorgia Meloni, confidando in una polarizzazione del voto e sfidando il fresco precedente: ci puntò anche la campagna di Enrico Letta, che dei 5S fece a meno davvero, e non funzionò. A vantaggio del tentativo di Schlein c’è che, a meno di sorprese, sia lei che Meloni saranno candidate all’Europarlamento, a differenza di Conte. Proprio questa asimmetria è una delle ragioni che alimenta nel Pd il pessimismo sulle relazioni con il M5S, perché la necessità di rimediare a questo squilibrio spingerà Conte a sfruttare ogni occasione per riguadagnare spazio e scena. Una delle cose che più ha indispettito Schlein, vicende giudiziarie a parte, è stato il tentativo di Conte di far passare l’idea che la politica estera del Pd sia schiacciata su quella di Meloni. Nel Pd tutti sono convinti che ci sia premeditazione negli schiaffi assestati al Pd: la lettura è che l’ex presidente del Consiglio alzi la polemica perché sa di avere liste senza nomi forti — alle Europee si vota con le preferenze — e teme di restare schiacciato da un voto orientato sui due partiti principali.
Resta il problema di fondo: come si metterà in piedi un’alleanza con un leader il cui scopo esplicito è spianare l’alleato? Tra i dem c’è chi spera che Conte possa inciampare alle Europee e si riapra una contesa interna ai 5S per la leadership, ma è una previsione un po’ strampalata, non solo per i sondaggi che dicono altro, ma anche perché non si vede chi nel Movimento possa insidiare Conte e peraltro con quali benefici rispetto all’intesa con il Pd. Schlein tiene aperti i canali con gli alleati alla destra del Pd, Carlo Calenda, Emma Bonino e pure Matteo Renzi, con il quale le capita di parlare al telefono. Fare a meno di una gamba centrista nell’alleanza sarebbe suicida, sebbene questo alzi ancora di più il coefficiente di difficoltà nel mettere insieme i pezzi della coalizione. Il resto lo faranno i risultati elettorali, anche qui senza troppe illusioni: se Conte andrà forte, non potrà che salire di livello la sfida al Pd per l’egemonia; ma se il M5S non dovesse andare bene, sarà anche peggio. È probabile che cercherà di recuperare come ai tempi dello sgambetto a Draghi e della corsa elettorale in solitaria.

domenica 14 aprile 2024

Calvino, il segreto della grazia

 



Com’è noto, Italo Calvino ha pubblicato articoli sull’Unità negli anni tra il 1947 e il 1956. Alcuni di questi sono stati riveduti e corretti dall’autore e ristampati in Ultimo viene il corvo (1949) e in Racconti (1956). Qui vengono presentati in versione originale quelli presenti già nelle due raccolte, ma usciti in un primo tempo sull’Unità di Torino.

Si tratta di racconti che hanno alcune caratteristiche comuni. I protagonisti sono in genere dei marginali; lo stile della scrittura mescola un realismo minuto alla fantasia; una grande attenzione è riservata alla natura e agli animali; il paesaggio sullo sfondo in molti casi appartiene alla riviera ligure di Ponente ed è ritratto con estrema precisione naturalistica. Sono stati aggiunti altri articoli di vario genere: un pezzo sul biologo Lysenko permette di mostrare quanto fosse profonda l’adesione dello scrittore al comunismo staliniano del suo tempo; altri articoli sono stati ripresi come pezzi di bravura letteraria ancor prima che giornalistica: due recensioni (una per Sartre, l’altra per Primo Levi), il resoconto di una partita di calcio vista dalla parte della città, il reportage sul set di Riso amaro e La gran bonaccia delle Antille, uscito nel 1957 su Città aperta; quest’ultimo è un racconto di tipo allegorico. Ha per oggetto la politica del partito comunista italiano nel dopoguerra e segna il distacco dello scrittore da quella esperienza.
La collaborazione di Calvino con l’Unità inizia nel 1946. L’anno dopo lo scrittore è assunto dalla casa editrice Einaudi dove si occupa dell’ufficio stampa e pubblicità. Alla fine di aprile 1948 diventa invece redattore dell’Unità con l’incarico di curare la terza pagina. Nel settembre 1949 c’è il ritorno all’Einaudi. Si chiude allora una fase della sua attività letteraria. Stando a ciò che afferma Domenico Scarpa, il 1948, il 1949, il 1950, il 1951 segnano per l’autore una “rarefazione della produzione narrativa”.
Ancora qualche parola sul rapporto con il paesaggio nei racconti di quel momento aurorale merita di essere spesa. Quello che nell’opera compiuta appare come un elemento di contorno è invece primordiale nel processo creativo. Si veda per questo la prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno (1947): “Il mio paesaggio era qualcosa di gelosamente mio. (…) Io ero della Riviera di Ponente; dal paesaggio della mia città – Sanremo – cancellavo polemicamente tutto il litorale turistico – lungomare con palmizi, casinò, alberghi, ville – quasi vergognandomene; cominciavo dai vicoli della Città vecchia, risalivo per i torrenti, scansavo i geometrici campi dei garofani, preferivo le ‘fasce’ di vigna e d’oliveto coi vecchi muri a secco sconnessi, m’inoltravo per le mulattiere sopra i dossi gerbidi, fin su dove cominciano i boschi di pini, poi i castagni, e così ero passato dal mare – sempre visto dall’alto, una striscia tra due quinte di verde – alle valli tortuose delle Prealpi liguri. – Avevo un paesaggio. Ma per poterlo rappresentare occorreva che esso diventasse secondario rispetto a qualcos’altro: a delle persone, a delle storie “.
Infine, bisogna rendere conto della grazia che informa i racconti in particolare. Italo Calvino è uno scrittore che cambia periodicamente il suo stile. Due elementi permangono come dati immutabili: il linguaggio e la motivazione ultima della scrittura. Il linguaggio è limpido e preciso, assai leggibile. La motivazione ultima della scrittura è il bisogno inesausto di comprendere e di conoscere il mondo. Altre cose mutano da una fase all’altra della produzione letteraria. All’inizio prevale un realismo associato a una modalità fiabesca dell’invenzione. Già questo instaura una atmosfera di incanto che si perde tra le righe. Il lettore è coinvolto senza sapere bene perché. E poi c’è il lato rivelatore di un procedimento che serve a superare una difficoltà nascosta. Calvino in un primo tempo non riesce a rappresentare la realtà in modo frontale. Anche il riferimento alla sua biografia gli appare involuto e artificioso. Presto individua una via d’uscita nell’approccio indiretto al mondo e alle cose. Ed ecco lo scrittore da giovane, o prima maniera se si preferisce. Una naturalezza leggera, segnata dal distacco e al tempo stesso da una vicinanza in seconda battuta al senso della vita. Tutto questo viene chiarito e spiegato dall’autore nella già citata prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno: “ogni volta che si è stati attori o testimoni d’un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale… A me questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo. (…) Il Sentiero dei nidi di ragno è nato da questo senso di nullatenenza assoluta, per metà patita fino allo strazio, per metà supposta e ostentata. Se un valore riconosco a questo libro è lì: l’immagine di una forza vitale ancora oscura in cui si saldano l’indigenza del “troppo giovane” e l’indigenza degli esclusi e dei reietti”. Ecco il segreto di una scrittura che lascia intravedere una segreta armonia. Segreta e nascosta. In questo momento aurorale della sua carriera lo scrittore ritrova l’impulso epico di altri tempi. In fasi e momenti successivi dell’opera calviniana la storia e il progresso lasceranno il posto a qualche filo residuo di speranza, come nelle Città invisibili (1972).  L'ultimo libro, le Lezioni americane, uscite postume (1988), sembra comportare tra le altre cose un bilancio dell’intero percorso compiuto dall’opera dello scrittore. Il primo capitolo del libro ha per titolo la leggerezza. L’ultimo ragiona della molteplicità. Su Calvino autore molteplice convergono le analisi di Domenico Scarpa e Marco Belpoliti, per non parlare delle conclusioni raggiunte dalla figlia Giovanna.   

giovedì 11 aprile 2024

Gioventù bruciata

 

 


 

Nella versione poi pubblicata  in Ultimo viene il corvo manca la parte riservata alla figura di Melpomene e le citazioni carducciane sono più corte. Per il resto la prospettiva resta inattesa. Sono i vecchi che non sopportano i giovani, rendendo più radicale l'emarginazione alla fine. La parte del fiabesco è affidata ai versi di Carducci che segnalano una volontà di evasione. I libri sono oggetti persi sullo sfondo.  

 

Italo Calvino, I figli poltroni, l'Unità edizione piemontese, 8 gennaio 1948
 

All’alba io e mio fratello dormiamo con le facce affondate nei guanciali, e già si sentono i passi
chiodati di nostro padre che gira per le stanze. Nostro padre quando s’alza fa molto rumore, forse
apposta, e fa in modo di far le scale con le scarpe chiodate su e giù venti volte, tutte inutili. Forse è
tutta la sua vita così, uno spreco di forze, un gran lavoro inutile, e forse lo fa per protestare contro
noi due, tanto gli facciamo rabbia.
Mia madre non fa rumore ma è già in piedi anche lei in quella grande cucina, ad attizzare, a
sbucciare con quelle mani che diventano sempre più tagliuzzate e nere, e a nettare vetri e mobili, a
cincischiare nei panni. É una protesta contro di noi anche questa, di accudire sempre zitta e tirare
avanti la casa senza serve.
- Vendetevela, la casa e mangiamoci i soldi, - dico io, stringendomi nelle spalle quando mi
angosciano che non si può più andare avanti, ma mia madre continua a sfaticare zitta, mattina e sera
che non si sa quando dorme, e intanto le crepe s’aprono più lunghe nei soffitti e file di formiche
costeggiano i muri, e le erbe e i rovi salgono dal giardino incolto Forse tra poco della nostra casa
non resterà che una rovina coperta di rampicanti. Ma mia madre la mattina non viene a dire di
alzarci perché sa che tanto è inutile e quell’accudire zitta zitta con la casa che le cade addosso è il
suo modo di perseguitarci.
Mio padre invece alle sei già spalanca la nostra porta in cacciatora e gambali e grida: - Io vi
bastono! Pelandroni! In questa casa tutti si lavora tranne voi! Pietro, alzati se non vuoi che
t’impicchi! Fa’ alzare quel pendaglio di forca di tuo fratello Andrea!
Noi l’avevamo già sentito avvicinarsi nel sonno e stiamo con le facce sepolte nei guanciali e
nemmeno ci voltiamo. Protestiamo con grugniti ogni tanto, se tarda a smettere. Ma presto se ne va:
sa che tutto è inutile, che è tutta una commedia la sua, una cerimonia rituale per non dichiararsi
vinto.
Noi riannaspiamo nel sonno: mio fratello, il più delle volte, non s’è nemmeno svegliato, tanto ci
ha fatto l’abitudine e se n’infischia. Egoista e insensibile, è, mio fratello: alle volte mi fa rabbia. Io
faccio come lui, ma almeno capisco che non andrebbe fatto così e il primo ad esserne scontento
sono io. Pure continuo, ma con rabbia.
- Cane, - dico a mio fratello Andrea, - cane, ammazzi tuo padre e tua madre -. Lui non risponde:
sa che sono un ipocrita e un buffone, che più fannullone di me non c’è nessuno.
Di lì a dieci minuti, venti, mio padre è di nuovo lì dalla porta che s’angoscia. Adesso usa un altro
sistema: delle proposte quasi con indifferenza, bonarie: una commedia che fa pietà. Dice: - Allora
chi è che viene con me a San Cosimo? C’è da legare le viti.
San Cosimo è la nostra campagna. Tutto ci secca e non c’è braccia né soldi per mandarla avanti.
- C’è da scavare le patate. Vieni tu Andrea? Eh, vieni tu? Dico a te, Andrea. C’è da girare l’acqua
nei fagioli. Vieni, allora?
Andrea leva la bocca dal cuscino, dice: - No, - e dorme.
- Perché? - mio padre fa ancora la commedia, - era deciso Pietro? Vieni tu, Pietro?
Poi fa ancora una sfuriata e ancora si calma e parla delle cose che ci sono da fare a San Cosimo
come se fosse inteso che venissimo. Cane, io penso di mio fratello, cane, potrebbe alzarsi e dargli
una soddisfazione una volta, povero vecchio. Ma addosso non mi sento nessuna spinta ad alzarmi e
mi sforzo di farmi riprendere dal sonno che se n’è già andato.
- Bene, fate presto che vi aspetto, - dice nostro padre e se ne va come se fossimo già d’accordo.
Lo sentiamo camminare e sbraitare a basso, preparandosi i concimi, il solfato, le sementi da portare
in su; ogni giorno parte e ritorna carico come un mulo.
Già pensiamo che sia partito ed eccolo che grida ancora dal fondo delle scale: - Pietro! Andrea!
Cristo di Dio, non siete pronti?
É l’ultima sua gridata: poi sentiremo i suoi passi ferrati dietro la casa, sbattere il cancelletto, e lui
allontanarsi scatarrando e gemendo per la stradina.
Ora si può ripigliare un sonno filato, ma io non riesco a riaddormentarmi e penso a mio padre che
sale carico per la mulattiera scatarrando, e poi sul lavoro che s’infuria contro i manenti che gli
rubano e lasciano tutto andare alla malora. E guarda le piante e i campi, e gli insetti che rodono e
scavano dappertutto e il giallo delle foglie e il fitto dell’erbaccia, tutto il lavoro della sua vita che va
in rovina come i muri delle fasce che diroccano a ogni pioggia, e sacramenta contro i suoi figli.
Cane, dico pensando a mio fratello, cane. Tendendo l’orecchio mi arriva da basso qualche
acciottolare, qualche cadere in terra di manico di scopa. Mia madre è sola in quella enorme cucina e
il giorno appena schiarisce i vetri delle finestre e lei sfatica per gente che le volta le spalle. Così
penso, e dormo.
Non sono ancora le dieci che è nostra madre a gridare, dalle scale: - Pietro! Andrea! Sono già le
dieci! - Ha una voce molto arrabbiata, come si fosse stizzita d’una cosa inaudita, ma è così tutte le
mattine. - Sìii... - gridiamo. E restiamo a letto ancora una mezz’ora, ormai svegli, per abituarci
all’idea di alzarci.
Poi io comincio a dire: - Dài, svegliati, Andrea, alé, alziamoci. Su, Andrea, comincia a alzarti -.
Andrea grugnisce.
Alla fine siamo in piedi con molti sbuffi e stiramenti. Andrea gira in pigiama con movimenti da
vecchio, la testa tutta arruffata e gli occhi mezzo ciechi ed è già lì che lecca la cartina e si mette a
fumare. Fuma alla finestra, poi comincia a lavarsi ed a sbarbarsi.
Intanto ha incominciato a borbottare e a poco a poco dal borbottio ne esce fuori un canto. Mio
fratello ha voce da baritono ma in compagnia è sempre il più triste e mai che canti. Invece da solo,
mentre si rade o fa il bagno attacca uno di quei suoi motivi cadenzati a voce cupa. Canzoni non ne
sa e ci dà sempre dentro in una poesia di Carducci imparata da bambino:
Sul castello di Verona -
batte il sole a mezzogiorno
Da la Chiusa al pian rintrona
Solitario un suon di corno

Io son di là che mi vesto e faccio coro, senz’allegria, con una specie di violenza:
Mormorando per l’aprico
verde il grande Adige va
Ed il re Teodorico
Vecchio e triste al bagno sta.

Mio fratello continua a cantare senza saltare una strofa fino alla fine, lavandosi la testa e spazzolandosi le scarpe e accanendocisi come fosse una questione di vita.
Nero come un corvo vecchio
e negli occhi aveva carboni.
Era pronto l'apparecchio,
Ed il re balzò in arcioni.
Più canta e più io mi riempio di rabbia e m’inferocisco anch’io a cantare:
Mala sorte è questa mia
mala bestia mi toccò:
Sol la Vergine Maria
Sa quand'io ritornerò.
É l’unico momento che facciamo del chiasso. Poi stiamo zitti quasi per tutta la giornata.
Scendiamo giù e ci scaldiamo il latte, poi dentro ci inzuppiamo pane e mangiamo con grande
rumore. Mia madre ci è intorno e parla lamentandosi ma senza insistenza di tutte le cose che ci sono
da fare, delle commissioni che occorrerebbero. - Sì, sì, - rispondiamo e ce ne dimentichiamo subito.
Al mattino di solito non esco, resto a girare per i corridoi con le mani in tasca, o riordino la
biblioteca. Da tempo non compro più libri: ci vorrebbero troppi soldi e poi ho lasciato perdere
troppe cose che m’interessavano e se mi ci rimettessi vorrei leggere tutto e non ne ho voglia. Ma
continuo a riordinare quei pochi libri che ho nello scaffale: italiani, francesi, inglesi, o per
argomento: storia, filosofia, romanzi, oppure tutti quelli rilegati insieme, e le belle edizioni, e quelli
malandati da una parte.
Mio fratello invece va al caffè Imperia a vedere giocare al biliardo. Non gioca perché non è
capace: sta ore e ore a vedere i giocatori, a seguire la biglia negli effetti, nei rinterzi, fumando,
senz’appassionarsi, senza scommettere perché non ha soldi. Alle volte gli dànno da segnare i punti,
ma spesso si distrae e sbaglia. Fa qualche piccolo commercio, quanto gli basta per comprarsi da
fumare; da sei mesi ha fatto domanda per un posto nell’azienda dell’acquedotto che gli darebbe da
mantenersi, ma non si dà da fare per averlo, tanto il mangiare per ora non gli manca.
A pranzo mio fratello arriva tardi, e mangiamo zitti tutt’e due. I nostri genitori discutono sempre
di spese e introiti e debiti, e di come fare a tirare avanti con due figli che non guadagnano, e nostro
padre dice: - Vedete il vostro amico Costanzo, vedete il vostro amico Augusto -. Perché gli amici
nostri non sono come noi: han fatto una società per la compravendita dei boschi da taglio e son
sempre in giro che trafficano, e contrattano, anche con nostro padre, e guadagnano mucchi di soldi e
presto avranno il camion. Hanno una grassona con loro, che si chiama Melpomene, e se la passano dall'uno all'altro. Sono degli imbroglioni e nostro padre lo sa: però gli piacerebbe vederci
come loro, piuttosto che come siamo: - Il vostro amico Costanzo ha guadagnato tanto in
quell’affare, - dice. - Vedete se potete mettervici anche voi -. Noi pensiamo a Melpomene che ride forte, e si fa tastare da tutti, pensiamo agli imbrogli che fanno, magari anche a nostro padre. Però con noi i nostri amici vengono a spasso, ma affari non ce ne propongono: sanno che siamo dei fannulloni e dei buoni a nulla.
Al pomeriggio mio fratello torna a dormire: non si sa come faccia a dormire tanto, pure dorme. Io
vado al cinema: ormai i film nuovi non mi attirano più, vado in certi cinemetti popolari con le panche in platea dove rivedo film di sette otto anni fa, che so ormai a memoria: "Notti messicane", "Napoli terra d'amore", forse per non far fatica a tener dietro alla storia. 
Dopo cena, sdraiato sul divano, leggo certi lunghi romanzi tradotti che mi imprestano: spesso nel
leggere perdo il filo e non riesco mai a venirne a capo. Mio fratello s’alza appena mangiato ed esce:
va a veder giocare al biliardo.
I miei vanno subito a dormire perché al mattino si alzano presto. - Va’ in camera tua che qui
sprechi luce, - mi dicono salendo. - Vado, - dico, e rimango.
Già sono a letto e dormo da un po’, quando verso le due torna mio fratello. Accende la luce, gira
per la stanza e fuma l’ultima. Racconta fatti della città, dà giudizi benevoli sulla gente. Quella è
l’ora in cui è veramente sveglio e parla volentieri. Apre la finestra per fare uscire il fumo,
guardiamo la collina con la strada illuminata e il cielo buio e limpido. Io mi alzo a sedere sul letto e
chiacchieriamo a lungo di cose indifferenti, ad animo leggero, finché non ci torna sonno.

domenica 7 aprile 2024

La carta dell'orgoglio. Una prospettiva

 

 

 


 Dizionario Treccani, orgoglio, 2.

Con senso attenuato (per influsso del fr. orgueil ), sentimento non biasimevole della propria dignità, giustificata fierezza.
"si sentiva offesa nel suo o. di donna"
 
Marco Damilano, La democrazia è più debole se l'opposizione non può vincere, Domani, 7 aprile 2024
Non è vero che il campo largo è morto a Bari. Il Campo largo non è mai esistito. E' sempre stato una semplice espressione geografica, utilizzata per definire quel pezzo di Italia che espressione geografica non è, perché esiste e in queste ore guarda attonito a questo ennesimo tentativo di omicidio politico, a due mesi dal voto europeo. Sì, non è un suicidio, come si scrive pigramente, ma è un tentato omicidio contro la speranza di un'alternativa al governo delle destre. E' un pezzo di Italia niente affatto di minoranza e neppure minoritario, come credono i commentatori dei giornali, anzi è maggioritario. E' quel pezzo di Italia che si riconosce nei valori della Costituzione, nell'uguaglianza e nella giustizia sociale, nel lavoro, nella sanità e nell'istruzione pubblica, nella democrazia che significa rimuovere gli ostacoli, ogni generazione ha i suoi. Un pezzo di Italia che non discrimina per genere, per colore della pelle, per condizione economica e sociale, per orientamento sessuale e per questo è istintivamente antifascista. Sul piano elettorale non si riconosce in un partito, o forse non va a votare, ma continua a definirsi di sinistra o di centrosinistra.
Il Campo largo è stato la negazione del centrosinistra. Fin dal nome: era un modo di dire centrosinistra, vergognandosi perfino di dirlo. Infatti, ne hanno fatto parte, di volta in volta, leader che rifiutano questa definizione. La rifiutano Matteo Renzi e Carlo Calenda, che pure sono stati ex protagonisti del centrosinistra. La rifiuta soprattutto Giuseppe Conte, che così giustifica la sua disinvoltura nel saltar dentro e fuori. Più che largo è un campo affittato a ore. L'elettore di centrosinistra anonimo segue con disgusto la vicenda di Bari  [...] Definirsi riformisti, fuori e dentro il Pd, ha significato per anni trafficare con chiunque, ovvero il trasformismo su larghissima scala.
"Il pragmatismo che si pone sfacciatamente come giustificazione di se stesso" lo chiamava Giulio Bollati in L'italiano (Einaudi, 1983). "Distanza tra i propositi dichiarati e i comportamenti effettivi, abilità nel far propri i temi dell'avversario per svuotarli di contenuto, contrasti in pubblico e accordi in corridoio. Il trasformismo è apparenza, spettacolo, indifferenza al merito delle questioni. Il suo scopo è il potere in quanto tale".
[...] se il campo largo non esiste, per la segretaria del Pd Elly Schlein non ci sono alternative. La fatica nel tenere insieme una coalizione che per ora non c'è va impiegata interamente per cambiare il partito che guida, soprattutto in vista delle elezioni europee in cui si vota con la proporzionale, senza alleanze. L'unico contributo che si può dare all'alternativa, in questo momento, è la costruzione di un partito che l'elettore anonimo possa tornare a votare, o votare per la prima volta, senza turarsi il naso, non perché è un voto utile, come negli ultimi anni, ma perché dà voce a quel pezzo di Italia di sinistra e di centrosinistra che è il pezzo che c'è nella società, ma non c'è nella politica italiana. Il vero antidoto ai trasformismi è una identità che non si nasconde, non si vergogna, non si confonde nell'indistinto della politica, in cui si annidano anche gli stregoni del voto sporco, semmai torna a mescolarsi con un popolo senza rappresentanza. Almeno da questo punto di vista l'indignato comizio di Schlein sul palco di Bari può essere un nuovo inizio. L'ira dei miti, infatti, è qualcosa che l'elettore di centrosinistra senza casa politica capisce perfettamente. Incazzato ma non disperato da anni, grandemente apprezza. Non per sempre, però.
 
 
 
 
Il Campo largo è stato la negazione del centrosinistra. Fin dal nome: era un modo di dire centrosinistra, vergognandosi perfino di dirlo. Infatti, ne hanno fatto parte, di volta in volta, leader che rifiutano questa definizione.

sabato 6 aprile 2024

Il fantasma dell'onestà

 

 


 

Piero Sansonetti, La svolta di Bari Giuseppe Conte, il qualunquista che si era travestito da uomo di sinistra: un politico bello e finito, l'Unità, 6 settembre 2024

Conte l’altra sera ha rotto le relazioni con il Pd e ha deciso – non so se su richiesta – di consegnare Bari alla destra. Per quale ragione lo ha fatto? Ci sono due ipotesi.

La prima è che essendo Conte una persona del tutto estranea alla politica – Conte è un funzionario dell’establishment che considera la politica nient’altro che una delle strade possibili per l’accesso al potere – abbia pensato di poter trarre qualche vantaggio elettorale da questo gesto, e dunque abbia calcolato che mettendo su un piatto della bilancia gli interessi di una città e nell’altro piatto la possibilità di un beneficio elettorale, il piatto pesante è il secondo.

E' un ragionamento lineare. Che potrebbe essere smontato solo mettendo su un terzo piatto, di una strana bilancia, le idee di fondo di uno schieramento politico. Ma Conte, sfortunatamente, non ha mai avuto idee politiche, forse ignora persino cosa siano, e quindi il terzo piatto per lui non c’è. Lui continua ad essere un avvocato d’affari.
Poi invece c’è una seconda ipotesi. Più generosa e forse anche più giusta. Conte ha scelto di rompere col Pd perché il Pd, specialmente dopo l’insediamento della Schlein, ha alcune accentuate caratteristiche di partito di sinistra. E Conte non ha mai sopportato la sinistra. Chiunque un po’ lo conosce sa bene che Conte è essenzialmente un reazionario.

Ieri sul Corriere della Sera è uscito un bell’articolo di Tommaso Labate, nel quale si racconta come e perché la simpatia tra Conte e Salvini non si è mai interrotta, nonostante il Papeete. Non si è interrotta perché Conte ha una evidente simpatia per Salvini.

Io non ho mai capito bene quali siano le differenze tra loro, in termini di aspirazioni politiche. Conte è un giustizialista. Salvini (tranne che per i processi che lo riguardano) è un giustizialista. Salvini è un nemico dell’immigrazione, e Conte è del partito che ha inventato la polemica dei “taxi del mare”.Salvini ritiene che la sicurezza e le politiche cosiddette “securitarie” siano il problema principale di uno Stato moderno, e Conte lo segue. A Salvini piace Trump (e un po’ Putin) e Orban. A Conte piace Trump, e Orban (e un po’ Putin).

Dunque, qual è la differenza? L’unica differenza che vedo è che Salvini si rivolge essenzialmente all’elettorato del Nord e Conte all’elettorato del Sud. L’equivoco che in tutti questi anni ha sviato gran parte dei politologi e anche ampi settori della politica, è quello del populismo. Ogni volta che si parla di Conte si parla di leader “populista”. Non è così.

La categoria politica alla quale appartiene Conte è una categoria molto più grezza ma anche più complicata: il qualunquismo. Qualunquismo e populismo sono cose molto diverse. Il populismo sicuramente è un fenomeno e una “para-ideologia” che ha al suo interno forti componenti ribellistiche e di sinistra.

Il populismo spesso contagia i piccoli partiti di estrema sinistra e certamente è stato un elemento fondamentale del grillismo, e ancora lo è del Movimento Cinque Stelle. Penetrò largamente anche nel Pci e nel partito di Pannella.

Ma il populismo si fonda su sentimenti, emozioni e convinzioni profonde. Quasi sempre, a mio parere, sbagliate, ma robuste e radicate. Il qualunquismo è un’altra cosa. È la negazione di ogni principio, la certezza che la politica sia solo un mezzo per acquisire potere, è l’uso strumentale di alcuni elementi del populismo (diciamo: della demagogia) per conquistare consensi che sono considerati essenzialmente materia prima da trasformare in potere.

Il qualunquismo non si riferisce mai a una comunità. O a una classe. O a una concezione dello stato e della società. Con il populismo ha un solo punto in comune: il rifiuto della politica. Che è il punto debole del populismo. La differenza tra populismo e socialismo è sempre stata questo: amore per la politica o rifiuto della politica.

Il più celebre e dotato leader qualunquista fu Guglielmo Giannini, subito dopo la guerra, e lo stesso Togliatti in una certa fase pensò alla possibilità di un’intesa o di un accordo con Giannini. Togliatti era un leader molto spregiudicato, del resto fu lui, negli anni Trenta, a scrivere l’appello ai fratelli in camicia nera.

Il Pd e il suo gruppo dirigente sono pienamente consapevoli, io credo, delle caratteristiche e dell’inaffidabilità di Conte. Perché allora ci fanno gli accordi (talvolta anche con successo, vedi Sardegna)?

Per una ragione semplice e molto comprensibile. Per come sono state combinate in questi anni le leggi elettorali (sfregiando la democrazia politica) le alleanze sono obbligatorie. Perché regni una incertezza sui risultati elettorali, i partiti più grandi devono scegliere dei compagni di viaggio.

E il Pd si è trovato a dover scegliere tra l’andare da solo, o con i piccoli partiti alla sua destra e alla sua sinistra (coi quali difficilmente, oggi, può superare il 30 per cento dei consensi), oppure accettare l’alleanza con il diavolo.

Non so cosa sceglierà il Pd nelle prossime settimane e mesi. La mia opinione è che con Conte mai. Che nessuna sinistra, seppure fosse una sinistra moderata, può convivere con un leader reazionario.

Che la strada maestra sia quella di prendere atto che ora si sta all’opposizione, e si fa seriamente l’opposizione. Verrà il tempo per essere maggioranza, sicuramente verrà, ma non è questo il tempo. E non si aggira la realtà fingendo che un modesto avvocato reazionario sia un leader di sinistra.