Gabriella Bosco
Marcel Proust: "Vogliono ch'io scriva soltanto di mondanità"
La Stampa, 13 giugno 2026
Se è scritto da Proust, anche un solo inedito, di qualunque natura sia, suscita entusiasmo. Se poi sono cento, tra lettere, bigliettini, brogliacci e simili, la festa è grande. Ampiamente annunciato al momento dell’ingresso alla Bibliothèque Nazionale del fascio di documenti, è appena uscito in Francia un volume dal titolo Cent lettres inédites. Correspondence retrouvée 1886-1922 (curato da Julie André, Sophie Duval e Guillaume Fau, éd. Honoré Champion/BNF).
La provenienza è la stessa delle lettere che Philip Kolb pubblicò nel 1966: Proust le aveva conservate a casa sua ed erano state ritrovate dopo la sua morte. A quelle si aggiungono ora queste, e l’impressione è di entrare doppiamente dietro le quinte della vita e dell’opera dello scrittore. Si tratta della prima stesura di lettere che poi vennero redatte in altra forma o non spedite, di missive di cui esplicitamente Proust chiedeva che gli venissero rese una volta lette, di preoccupazioni intime, confidate spesso a persone che facevano parte della cerchia familiare. Nel volume ci sono poi anche una ventina di lettere ricevute da Proust, da parte di corrispondenti vari e particolarmente cari per ragioni diverse.
Saltabecchiamo, di fiore in fiore. Nel 1893, senza mese né giorno – Marcel aveva allora 22 anni – scrive alla sua «chère petite Maman». Le chiede di conservare quelle righe, pensieri che lui aveva annotato rapidamente, forse – azzarda – «mediocri», venutigli in mente «en se déshabillant», svestendosi. Tra quei pensieri, riflessioni sulle passioni, sull’essere innamorato da parte di un giovane letterato e, in conclusione, sulla morte di uno scrittore: «Di uno scrittore ci diciamo: che tristezza che sia morto o che sia stato infelice, o che piacere ci avrebbe fatto conoscerlo e non pensiamo che colui che è stato infelice, che è morto, che avremmo voluto conoscere, non è quello che leggiamo. Quello non è morto e noi lo conosciamo». Il moi mondain e il moi créateur, già ben distinti. Finisce poi la lettera «in gran fretta con mille teneri baci».
A Reynaldo Hahn, il compositore, invia dei versi, volendosi scusare di un ritardo, tra l’8 e il 29 agosto 1896: «Je vous salue légères voyageuses, ô Pluies», «Salve o Piogge, leggere viaggiatrici…», lungo poème en prose che gli affida perché lo conservi. Non ne ha – scrive – una copia.
Al principe Bibesco, che in certi biglietti con scrittura anagrammatica chiama Oscebib, manda una missiva, nel giugno o luglio del 1902, da trasmettere al conte Sala, diplomatico dell’ambasciata italiana: «Mio piccolo Sala, volevo dirti per pura sincerità di aver fatto una gaffe. Eccola. Ho avuto il torto parlando di quel genere di cose con una giovane coppia di miei amici, di dire che ne avevo chiacchierato con qualcuno che lo praticava…». Quel genere di cose che all’epoca, in altre lettere al principe Bibesco, Proust definiva infatti con il neologismo «salaïsme»: l’omosessualità.
O ancora, ecco lo smarrimento all’idea della partenza dell’amato Agostinelli per Nizza. Nella Recherche si trova traccia dei sentimenti evocati nel biglietto: nella scena di falsa rottura della Prigioniera e nelle manovre di sorveglianza esercitate dal Narratore su Albertine. È il 29 novembre del 1913, Agostinelli deve partire il primo dicembre: «Mon cher Alfred… il va falloir nous quitter», ci dobbiamo lasciare. Sarebbe morto d’incidente aereo (aveva preso lezioni di pilotaggio) il 30 maggio 1914.
Ci sono poi le neanche troppo larvate lamentele per la non abbastanza libera collaborazione giornalistica al Figaro. Torniamo al settembre del 1904, Proust scrive alla principessa di Polignac: «… se il Figaro me li prendesse, mi piacerebbe scrivere articoli di musica e di filosofia e non le solite mondanità. Siccome vogliono solo quelle, cerco almeno di infilarci qualcosa dei miei apprezzamenti…».
Altre volte sono urgenze di libreria a dettare imperiosi biglietti. A Antoine Bartholom, custode con la moglie al 102 di bd Haussmann, il giovedì mattina del 31 gennaio 1907 Proust chiede di correre da Emile Paul, libraio, cui già il giorno prima aveva fatto sapere di aver assolutamente bisogno di Sofocle tradotto da Leconte de Lisle. E anche di chiedergli, al libraio, se può imprestargli l’ultimo volume di una traduzione qualsiasi del Don Chisciotte: «devo cercare una cosa». «E gli chieda anche se ha una traduzione dei Fratelli Karamazoff di Dostoïevski e se mi può dire l’ortografia esatta del titolo». La lettera finisce con la raccomandazione di non lasciar salire nessuno: filtro umano in cui molto spesso Proust con messaggi imploranti chiede alla madre di trasformarsi.
Del marzo 1920 è una lettera a Blaise Cendrars: «Lei ha delle superiorità su di me. Per prima quella di scrivere in una forma nuova». Si riferisce al ritmo. Poi ci tiene a specificare: «Non voglio dire che sotto altri punti di vista io non abbia altre cose ancora…».
Fitto lo scambio con il piccolo Daudet, Lucien, l’amico, che gli scrive delle sue crisi di astinenza nei giorni in cui non si vedono, tra le cinque del pomeriggio e l’una del mattino, come sono soliti (6 maggio 1900). Altrettanto fitto quello con l’editore Alfred Vallette per ansie varie, tanto editoriali quanto finanziarie.
L’ultima parola è lasciata a Céleste Albaret, la fedele governante. Siamo ormai nel novembre del 1922, a pochi giorni da quello fatale. Céleste scrive a Robert, il fratello medico di Marcel: «Monsieur le Professeur , notte spaventosa, come il giorno che l’ha preceduta – attacchi di tosse che lo soffocano. Monsieur è più che mai deciso a non lasciarsi curare, e a non lasciare che si accenda il fuoco nella sua stanza, che è glaciale».
Duecentosessanta pagine da leggere d’un fiato, una vera edizione critica con ampio apparato di note golosissime per gli studiosi, ma allo stesso tempo una manna per chiunque ami leggere Proust. Con anche molte foto dei manoscritti, della famosa grafia che lui definiva «terribile».

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