domenica 7 giugno 2026

Cent'anni di Marilyn


CENT'ANNI DI MARILYN

Questa prima settimana di giugno si è ricordato il centesimo anniversario della nascita di Marilyn Monroe. Forse proprio perché imprendibile, e imprendibile perché in un certo senso tautologica, la sua figura stimola le interpretazioni più sofisticate. Sul mito Marilyn esiste una letteratura molto vasta, e alimentata prima di tutto dagli scrittori. Qui, per l’occasione, vorrei proporre due citazioni da due saggisti italiani non meno misurati che intelligenti. Nella sua recente raccolta di prose intitolata Suicidi imperfetti, Fabrizio Coscia ha dedicato alla Monroe un capitolo in cui l’analisi critica e il racconto biografico si alternano ad alcuni frammenti del diario della protagonista, che risuonano come il monologo di una teatrale e disperata “voix humaine”. Nelle pagine di Coscia, lo spettro cinematografico per eccellenza sembra imprigionato dentro la stessa “campana di vetro” di Sylvia Plath. Marilyn Monroe è un groviglio di relazioni volubili con amanti, psicanalisti, cliniche, cocktail, farmaci. Il set, in tutto ciò, appare come una parentesi - ma una parentesi che risucchia l’anima: “il direttore di fotografia ha detto che i suoi occhi erano troppo annebbiati. Dov’era finita la luce? Per questo non ha voluto primi piani mentre gridava nel deserto le sue battute: ‘Assassini, bugiardi, assassini… siete felici solo quando potete vedere qualcuno morire, perché non vi uccidete voi?’. Non stava recitando. Gridava e diceva finalmente quello che aveva dentro da sempre, gridava il suo schifo, l’odio per gli uomini che l’avevano sempre usata, ferita, violata, fin da quando era una ragazzina indifesa. Quello non era recitare, quello era vivere. E vivere le faceva male”. Coscia allude qui alle scene desolate e abbacinanti degli Spostati, uno di quei film in cui all’improvviso si raccolgono e distribuiscono le sorti, cioè le morti, di diversi attori. “E’ diventata davvero una grande attrice, come prevedeva Strasberg?” si domanda più avanti. “Probabilmente no, benché Billy Wilder, che la diresse in due film, l’abbia definita un ‘genio assoluto come attrice comica’. Ma è stata qualcosa di più e di diverso. La sua peculiarità, meglio di chiunque altro l’ha saputa cogliere forse Constance Collier, attrice britannica e celebre insegnante di recitazione che ebbe fra le sue allieve molte dive hollywoodiane, tra cui la stessa Marilyn. ‘Non credo affatto che sia un’attrice, in senso tradizionale’ ha detto. ‘Ciò che ha – questa presenza, questa luminosità, questa intelligenza a sprazzi – non potrebbe mai emergere su un palcoscenico. E’ così fragile e sottile che solo l’obiettivo può coglierlo. Come il volo di un colibrì: solo una cinepresa può fissarne la poesia’. In tal senso, per questa sua natura tipicamente ninfale, fragile, allo stesso tempo carnale e fantasmatica, è stata l’attrice più cinematografica che sia mai esistita”. Questa diagnosi o autopsia piena di tatto me ne ha fatta tornare in mente un’altra molto simile ma eseguita a cadavere ancora caldo, nel primo autunno del 1962, dal giovane Piergiorgio Bellocchio. “Marilyn era una diva piuttosto che un’attrice” scriveva allora Bellocchio sui neonati “Quaderni piacentini”. “Qualcosa di meno, di più...; qualcosa di essenzialmente diverso. Nessun’arte o spettacolo più del cinema (…) comprime la personalità dei propri autori, dai registi agli attori. Quanto più una massa è numerosa, tanto meno è ciò che la accomuna. Ed è questo minimo comune che il divo deve esprimere perché milioni di spettatori si riconoscano in lui. Un minimo che, ovviamente, è quasi sempre una semplificazione, una falsificazione. Talora però in alcuni divi questo minimo è autentico. (…)
Sono i casi eccezionali di Chaplin, della Garbo e – in minore – anche di un Bogart e d’una Marilyn Monroe. (…) Il suo valore mi sembra consistesse in ciò, che insieme a una notevole coscienza di essere una merce, essa esprimeva anche una naturale incapacità di esserlo in modo completo e soddisfatto. (…) Il candore della sua spregiudicatezza e la spudorata esibizione del suo bisogno di tenerezza, d’amore, attraevano e respingevano, colpivano. (…) Diceva Fitzgerald, l’idolo letterario degli Anni Venti, morto solo e in miseria, distrutto dall’alcool, che nei suoi racconti ‘c’era una piccola goccia di qualcosa – non di sangue, non di pianto, non del mio seme, ma più intimamente mio di questi –, era l’extra che avevo’. Ciò che rendeva unici e indimenticabili molti momenti di Marilyn era che, oltre i personaggi di maniera cui era costretta e che interpretava male (una riprova della sua autenticità), ci trasmetteva qualcosa di intimo, ‘sangue’, ‘pianto’, ‘seme’... Era come toccare qualcosa di vivo, di nudo. Impressione tanto più inquietante quanto meno prevedibile: come se, nel mezzo di una conversazione banale e fortemente truccata, il nostro interlocutore si aprisse all’improvviso a una confidenza estremamente intima e semplice: la vertigine che ci coglierebbe sarebbe in buona parte dovuta alla nostra sorpresa, alla nostra impreparazione”. Mi sembra molto giusto, nel pezzo di Bellocchio, il riferimento all’autore del Grande Gatsby, cantore dell’irrealtà e di quella vulnerabilità senza limite che le è legata a filo doppio. Non a caso un autorevole ritrattista di Marilyn è stato Truman Capote, che si potrebbe definire una parodia di Fitzgerald - e del suo personaggio più famoso.

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