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martedì 6 ottobre 2026

Quando eravamo comunisti

 


D’Alema, l’orgoglio, la passione e qualche autocritica nel racconto di quando “eravamo comunisti”

Un abile giocatore di poker o un lungimirante leader politico. Un tessitore di tranelli o un raffinato stratega. Che cosa si nasconda dietro i baffi di Massimo D’Alema è argomento che ha sempre diviso, creando alla fine due opposte idee del personaggio. Il carattere, spigoloso e poco empatico, ha certo contribuito a creare attorno a sé un clima di sospetti. A lui il ritratto negativo ovviamente non piace e ha sempre pensato che fosse ingiusto essere raccontato come l’uomo degli intrighi. Si è sempre considerato un comunista italiano a tutto tondo e se deve proprio scegliere un modello di leader credo che non avrebbe dubbi a indicare Palmiro Togliatti.

Il comunista Massimo D’Alema ora emerge con una forte carica di passione politica, con qualche autocritica e con alcuni accenti sentimentali dal libro “Eravamo comunisti” (Edizioni Feltrinelli) che martedì 6 ottobre arriverà nelle librerie. Niente nostalgia, spiega l’autore in una nota. Niente retorica, aggiunge. Eppure, scorrendo quelle pagine si avverte il peso di una mancanza: non certo di un mondo che non c’è più, ma di un modo di fare politica, di costruire leadership e di cercare idee sul mondo, di sentirsi parte di una comunità di donne e di uomini che coltivavano una speranza, un sogno, un’utopia. Nel deserto di passioni in cui abitiamo, con la politica troppo spesso ridotta a gioco delle parti, lontana dalla vita vera, arida nella sua social-solitudine, quella “mancanza” si sente e produce qualcosa che, nonostante tutto, ha a che fare con la nostalgia. Cioè con quel sentimento che, come ricorda Zygmunt Bauman citando la storica Svetlana Boym, è anche “una storia d’amore con la propria fantasia”. Quindi, con il futuro.

Ho lavorato per un anno con D’Alema nella ricostruzione di questa storia dei comunisti italiani

Ho lavorato per più di un anno insieme a Massimo D’Alema su questo libro. Quando, in un giorno di marzo del 2022, mi chiamò per propormi di dargli una mano, confesso di essere rimasto un po’ sorpreso. Ci conosciamo ormai da quasi quarant’anni, abbiamo lavorato insieme all’Unità quando lui era direttore e io capo del servizio politico, abbiamo fatto qualche intervista per il giornale e qualche altra nelle feste di partito. Tuttavia, non abbiamo mai avuto una consuetudine. “Ci unisce la passione politica – mi ha spiegato in uno dei primi incontri – e per questo ho pensato che potessimo lavorare bene insieme”. Così è stato.

D’altra parte, devo confessare anche che dopo quella telefonata non ho avuto il minimo dubbio sulla risposta che gli avrei dato. Ripercorrere la storia del Pci, il mondo dei comunisti italiani, immergermi in una vicenda che sento ancora come parte importante della mia formazione, era un impegno non facile ma affascinante. Scavare dentro i passaggi più delicati e controversi alla ricerca di un angolo di visuale che illuminasse le scene poteva essere utile a raccontare quella storia con il distacco del tempo.

Per più di un anno ci siamo incontrati una volta a settimana nella sede della Fondazione Italianieuropei e abbiamo viaggiato in quell’universo di passioni brucianti, di impegno totalizzante, di antichi riti e di vetuste rigidità che ha segnato la storia del Pci. Il racconto di D’Alema – che come tutte le testimonianze personali andava preso con cautela nella ricostruzione della storia – è stato sottoposto al vaglio della ricerca. Negli archivi del Pci, consultando i verbali delle riunioni degli organismi dirigenti, in quelli dei giornali a cominciare dall’Unità e da Rinascita, e poi Repubblica, il Corriere, il Manifesto per rileggere gli articoli o le interviste, nei vari libri che sono stati pubblicati sul Pci ma anche sui contesti che hanno caratterizzato l’Italia dalla guerra di liberazione fino alla svolta di Occhetto e su quelli che hanno riportato testimonianze e racconti. In questo lavoro di verifica e di ricerca delle fonti è stato preziosissimo il contributo di Maria Luisa Righi, di Gregorio Sorgonà e della Fondazione Gramsci.

Il libro che D’Alema consegna ai lettori ha fin nel titolo una rivendicazione direi orgogliosa dell’essere stati comunisti. Sì, eravamo comunisti e non siamo pentiti, sembra dire quel titolo su una copertina che unisce il disastro di una bufera di vento che manda all’aria tutto e lo sguardo di una donna che sa di futuro. Quindi, eravamo comunisti e lo eravamo a modo nostro, lontano dagli schematismi sovietici, e abbiamo cercato di difendere fin quando è stato possibile questa diversità che ha fatto del Pci un unicum nel panorama dei partiti comunisti del mondo.

Il percorso politico e umano di D’Alema è tutto dentro la storia del comunismo. Comincia dalla famiglia, con un padre partigiano amico di Giorgio Amendola, i nonni materni comunisti, uno zio segretario dei giovani comunisti di Roma, un altro zio deportato in un campo di concentramento: è l’ambiente in cui cresce quel “bambino con il fazzoletto rosso” che nel 1960, appena undicenne, porta il saluto dei Pionieri all’IX congresso del Pci all’Eur sotto gli sguardi incuriositi di Palmiro Togliatti (“ma è un bambino o un nano?” sembra abbia chiesto il segretario del Pci) e dell’inviato del Pcus Michail Suslov.

D’Alema alla tribuna del XX congresso della Fgci nel 1975 (foto dal sito della Fondazione Gramsci)

Il bambino ribelle e gli anni difficili alla guida della Fgci

Quel bambino un po’ ribelle che forza una porta per occupare una sala e farne la sede dell’Associazione dei Pionieri attraversa tutta la storia del Pci: respira l’aria di rivolta del luglio ’60 a Genova e si iscrive alla Fgci negli anni del liceo, partecipa in prima fila alle battaglie pisane quando arriva, insieme con Fabio Mussi, alla Normale dove domina la figura di Adriano Sofri, si immerge nel Sessantotto tra gli scontri di piazza e un assalto (“fu un grave errore”, ammette) alla Bussola di Viareggio, prende le botte dai poliziotti (e una volta anche da Giorgio Pietrostefani) partecipa ai cortei a Praga contro l’invasione dei carri sovietici, prova simpatia per l’eresia del gruppo del “Manifesto”. Fino a quando smette di essere casinista e comincia il corsus di funzionario di partito e poi si troverà, da segretario della Fgci voluto da Enrico Berlinguer, a gestire, con spirito considerato troppo aperturista, la dura contestazione del ’77 – per questo sarà punito e spedito in Puglia – e la drammatica fase successiva alla strage di via Fani e al delitto di Aldo Moro che cambieranno il corso della storia italiana.

Quello pugliese sarà un esilio sopportato a fatica ma anche ricco di nuovi stimoli. Ma poi ci sarà il ritorno a Roma dopo la morte di Berlinguer (“mi fermai sul ciglio della strada e mi misi a piangere”, racconta). E qui c’è una rivelazione: D’Alema ammette di aver pensato che potesse diventare egli stesso il segretario del Pci. Sembra far capire che Berlinguer, che lo aveva voluto con sé a Mosca ai funerali di Andropov e che aveva mostrato in diverse occasioni un particolare interesse per quel giovane cresciuto a pane e politica, volesse puntare su di lui, volesse fare un salto generazionale. Ma dopo la scomparsa del leader comunista quel percorso sembrava sbarrato: senza Berlinguer come garante fare un salto così coraggioso sarebbe stato impensabile. E infatti si scelse Alessandro Natta. Poi, saranno gli anni degli “intrighi” di cui viene accusato: di aver fatto fuori Natta mentre era stato colpito da un ictus per favorire Occhetto e infine di aver fatto fuori lo stesso Occhetto (per poi però difenderlo, rifiutando le lusinghe del vecchio gruppo dirigente) al primo congresso del Pds a Rimini.

Nel mezzo c’è la parentesi dell’Unità. Due anni a vedersela con i giornalisti che non ha mai particolarmente amato, a sopportare le loro fissazioni e i loro “si dice” che gonfiavano gli articoli di retroscena, a fare i conti con un gruppo dirigente del giornale forte e strutturato. È direttore nel periodo più complicato: la svolta di Occhetto di cui non sapeva nulla, i due congressi con tutte le tensioni che si scaricano sul giornale, con una redazione che si divide e D’Alema che quasi tutti i giorni “presidia” il servizio politico sfidando Federico Geremicca ai primi videogiochi istallati sul computer.

“Eravamo comunisti” è, insomma, una autobiografia in piena regola che al racconto politico alterna anche momenti più intimi: gli amori giovanili, un matrimonio imposto dal partito, la morte della compagna Giusi Del Mugnaio (“ricordo il senso di vuoto, l’angosciosa disperazione”, scrive), il rapporto con Linda Giuva (“si era fatta carico del mio smarrimento con dolcezza a premura”, ricorda), la nascita dei figli. Sono pagine che mostrano un D’Alema inedito, meno ruvido e quasi addolcito dai sentimenti, più propenso a lasciarsi coinvolgere.

D’Alema durante un forum all’Unità

 

Gli appuntamenti mancati e gli errori della generazione che fece la “svolta”

Il libro alla fine ci restituisce la foto di gruppo di una generazione che si sentiva, scrive D’Alema, parte di un “movimento che, sia pure tra sconfitte e contraddizioni, era destinato – così pensavamo – a cambiare il mondo”. Purtroppo, quella generazione il mondo non è riuscito a cambiarlo. Ma non è riuscita nemmeno a tenere insieme la comunità di donne e di uomini che era stata l’ossatura del Pci e il suo investimento per il futuro. Ed è questo forse il maggiore errore compiuto da quelli che, come D’Alema, hanno traghettato il partito dal porto in cui era verso un approdo troppo incerto, in alcuni momenti confuso nella nebbia.

La svolta della Bolognina fu compiuta, ritengo ancora oggi, in un modo per certi versi eclettico, senza solidi ancoraggi ideologici e culturali e con un eccessivo spirito demolitorio nei confronti del passato comunista. D’Alema allora condivideva alcune di queste critiche, tuttavia, spiega nel libro, decise di sostenere quel cambiamento perché era convinto che da quella storia comunque bisognasse uscire e se non lo avessimo fatto il grande patrimonio di quel partito sarebbe andato disperso. Nel libro riconosce i limiti di quella operazione politica, rivendica il ruolo di “frenatore” di cui fu accusato e sostiene che lo fece per “difendere quella comunità di donne e di uomini uniti da valori e speranze comuni”. Anzi, compie anche un’autocritica sostenendo che sbagliò a non difendere quella posizione con più determinazione.

Sono convinto che gran parte dei problemi che vive la sinistra oggi nascano da quel passaggio, dall’ansia di governo che espresse e dalla voglia di normalità che lo accompagnò. Quindi, riconoscere i limiti di quella operazione è, da parte di D’Alema, un gesto importante. Tuttavia, non si può non ricordare che gli anni seguenti a quella svolta segnarono un’involuzione politico-culturale prima del Pds e poi dei Ds che non riuscirono a “dare forza a un punto di vista critico del capitalismo” che, secondo D’Alema, è il compito di una forza di sinistra. La deriva liberista di quei partiti, gli innamoramenti per la terza via di Blair o per la via liberal di Clinton, hanno visto D’Alema tra i protagonisti principali. È su questo punto che bisognerebbe ragionare per capire perché, negli anni Novanta, è avvenuta la sbandata che ha portato la sinistra fuori strada per lungo tempo. Ma questo libro si chiude con la fine del Pci. Forse ne servirebbe un altro.

lunedì 5 ottobre 2026

Goethe sul Vesuvio

 

Johann Wolfgang von Goethe - Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1816-1817)
Traduzione dal tedesco di Augusto Nomis di Cossilla (1875)

Il 2 Marzo [1787].

Sono salito in cima al Vesuvio, tuttochè il tempo fosse cupo, e la vetta del monte coperta di nuvole. Mi recai in carozza sino a Resina, di là salii il monte fra le vigne, a cavallo di un mulo; quindi proseguii a piedi, sulla lava del settantuno, la quale è già ricoperta di vegetazione; poi presi a camminare sulla lava, lasciando alla mia sinistra, in alto, la casipola dell’eremita. Di là convenne salire per le ceneri, e fu dura impresa. Il monte era ricoperto per un terzo dalle nuvole. Finalmente arrivammo all’antico cratére, ora riempito; trovammo lava recente di due mesi, di quindici giorni, di quella pure recentissima di cinque giorni, già raffreddata. Varcata quella, arrivammo ad una sommità volcanica, dove il fumo usciva da ogni parte; il vento però lo allontanava alquanto da noi, ed io volli avvicinarmi al cratére, se non che, fatti forse una cinquantina di passi il fumo diventò così fitto, che a mala pena io poteva vedere i miei piedi. A nulla mi giovava il tenere il fazzoletto davanti alla bocca; avevo perduto di vista la mia guida pure; il camminare sulle scorie eruttate dal volcano diventava pericoloso, e ritenni prudente ribattere strada, e riservarmi ad altra giornata più chiara, ed in cui fosse minore il fumo, per godere la vista che io mi riprometteva. Intanto ho provato per esperienza quanto sia malagevole cosa il respirare in quell’atmosfera.

Del resto il volcano era tranquillissimo. Non si scorgevano fiamme; non si udivano boati; il monte non lanciava sassi per aria, siccome ha fatto sempre da alcun tempo. Potrei dire averlo esplorato, per poterlo prenderlo d’assalto, non sì tosto il tempo si farà migliore.

La lava che viddi mi era di già nota; se non che ho scoperto un fenomeno il quale mi parve singolare, che voglio esaminare meglio, ed intorno al quale intendo domandare spiegazioni agl’intelligenti ed ai conoscitori. Si è questo un rivestimento a forma di stalattiti, di un forno volcanico, il quale un tempo doveva essere fatto a volta, ed ora sorge dal cratére chiuso e colmato. Questa pietra dura, di tinta grigia a foggia, come dissi, di stalattite, mi sembra dovere essere formata dall’emanazioni di ogni specie, del vulcano, senza che vi abbiano concorso nè l’umidità, nè la fusione, e può dare occasione ad indagini, e scoperte ulteriori.

Oggi tre di marzo il cielo è coperto, e soffia il scirocco, tempo favorevole, per giorno di posta.

Del resto ho visto in buon numero uomini di ogni condizione, bei cavalli, e pesci di forme strane.

Non aggiungerò parola intorno alla posizione della città, alle sue magnificenze, le quali furono descritte e lodate le tante volte. Vedi Napoli, e poi muori! sogliono dire qui.

Napoli, il 6 Marzo 1787.

Tuttochè mal volontieri, pure per dovere di amico, Tischbein mi ha voluto oggi accompagnare sul Vesuvio. A lui, artista distinto, il quale di continuo si studia, si affatica a riprodurre le forme umane, quelle degli animali, sotto il migliore aspetto, che riesce colla squisitezza del suo gusto ad abbellire gli oggetti i meno belli, non poteva guari sorridere la vista di quella mole cupa, terribile, la quale di continuo si distrugge, si consuma, e che ha dichiarata la guerra ad ogni bellezza di natura, e dell’arte.

Partimmo in due carozzelle, imperocchè non ci arrischiammo a guidare noi stessi i cavalli, fra mezzo al brulichio di persone, le quali formicolano per la città. Il cocchiere, o vetturino che sia, è obbligato a gridare di continuo largo! largo! per allontanare asini carichi di legna, o di spazzature, di concime, altri calessini i quali corrono a precipizio, facchini carichi ovvero liberi, vecchi, ragazzi, per aprirsi il varco senza fare danno a veruno, in quel vortice.

La strada traversa i sobborghi della città, e fra i giardini ed orti che a quelli succedono, cominciava ad avere carattere diabolico, imperocchè non avendo piovuto già da molto tempo, erano ricoperte di fitte polvere cenerina le foglie delle piante, degli alberi sempre verdi, i tetti delle case, le cornici di queste, tutto quanto in somma porgeva un punto di sporgenza, di appoggio. Tutto era di uguale tinta grigia, e l’azzurro soltanto del cielo, e lo splendore del sole, valevano a far testimonianza, che non ci trovavamo già nel regno delle ombre, ma bensì ancora fra gente viva.

Ai piedi della rapida salita fummo accolti da due guide, uno giovane e l’altro più attempato, uomini forti però entrambi, e robusti. Il primo trascinò me, il secondo Tischbein sù per il monte. Dico che ci trascinò, imperocchè quelle guide tirano sù per mezzo di una leggiera correggia attorniata alla vita del viaggiatore, questi che li segue, il meglio che può, appoggiandosi nel salire sopra un bastone.

Pervenimmo per tal guisa sulla pianura, dove sorge il cono del monte, a tramontana delle rovine del Somma.

Gettai di là uno sguardo sui dintorni del monte a ponente, il quale dissipò, quanto avrebbe potuto fare un bagno fresco, il calore, la stanchezza della salita, e presimo allora a girare il cono che romoreggia di continuo, eruttando sassi e ceneri; e tenendoci a distanza di quello, per quanto lo spazio lo consentiva, era spettacolo propriamente grandioso. Si udiva dapprima quasi un cupo romoreggiare di tuono, nelle profondità dell’abisso; quindi si scorgevano a migliaia sassi di varie dimensioni lanciati per aria, circondati da una nuvola di ceneri La maggiore parte di quei sassi ripiombavano nell’abbisso; gli altri rotolando da ogni parte, lungo le pareti esteriori del cono, producevano un fracasso d’inferno; i più pesanti ripiombando nell’abisso, producevano un tonfo; i più piccoli fa cevano un romore più acuto, e le ceneri crepitavano. Tutti questi fenomeni si succedevano ad intervalli regolati, dei quali, con attenzione, si sarebbe potuto benissimo misurare la durata.

Tra il Somma ed il cono, lo spazio era abbastanza ampio; però cadevano sassi attorno a noi, i quali rendevano il passaggio per quella via, tutt’altro che piacevole. Tischbein in cima al monte era sempre più malcontento, trovando tutto quel chiasso non solo ingrato, ma ancora pericoloso.

Siccome però, anche la presenza di un pericolo porge una certa attrattiva, la quale provoca lo spirito di contraddizione inerente alla natura umana a sfidarlo, pensai se non fosse possibile, approffittando dell’intervallo fra due eruzioni, lo arrivare in cima al cono, presso il cratére, scendendone parimenti fra una eruzione e l’altra.

Domandai consiglio al riguardo alle nostre guide, mentre ci stavamo in tutta sicurezza rifocillando, colle provviste che avevamo portato con noi, sotto la sporgenza di una rupe del Somma, dove avevamo cercato rifugio. La guida più giovane si decise ad arrischiarsi meco a quell’impresa; ci guarentimmo il capo, riempiendo i nostri cappelli di fazzoletti di tela e di seta, e partimmo, aggruppandomi io alla cintura della guida, nel mentre tenevo in mano il bastone. Continuavano attorno a noi a schioppettare i lapilli, a crepitare le ceneri, alloraquando l’ardito giovane mi trasse su per l’infuocata pendice. Ci trovammo allora sul margine dell’immensa voragine; un’arietta allontanava da noi il fumo, che usciva da innumerevoli fessure, e ci impediva di scorgere il fondo dell’abisso. In un intervallo di riposo del volcano, potemmo scorgere quà e là le pareti sassose della voragine. Quella vista, per dir vero, non era nè istruttiva, nè piacevole; se non che, per la ragione appunto che non si vedeva nulla, ci fermavamo nella speranza di riuscire pure a vedere qualcosa. Trascurammo di badare agli intervalli delle eruzioni, ci trovammo propriamente sul margine della voragine quando tutto ad un tratto prese a romoreggiare il tuono, e la scarica terribile ci passò davanti, sollevandosi in alto. Ci curvammo per un atto involontario, quasi avesse ciò potuto guarentirci dalla caduta dei massi, i lapilli continuavano a scoppiettare, quando senza pensare che avressimo potuto approffittare di un intervallo di riposo, lieti di essere scampati al pericolo, ruzzolammo in tutta fretta alla base del cono, dove arrivammo coperti tutti di cenere.

Accolto amorevolmente da Tischbein, riposato, rifocillati, potei dedicare tutta la mia attenzione alla lava antica e recente. Il più attempato fra le nostre guide, sapeva indicare il loro corso in ogni anno. La lava più antica era già ricoperta di cenere, ed appianata; quella più recente, e specialmente se aveva avuto un corso lento, offeriva un aspetto strano; imperocchè, dopo avere trascinati seco per un certo tratto i massi caduti sulla sua superficie, questi avevano finito per fermarsi, accumulandosi gli uni contro gli altri, e consumati per così dire dall’ardore di quel torrente di fuoco, erano diventati simili a scorie di ferro. Tramezzo a tutte queste materie trasformate, si scorgevano pure massi di maggiore dimensione, i quali si sarebbero potuto dire estratti da una cava aperta di recente, e le nostre guide pretendevano essere quest’ultimi pezzi di lava antica, che di quando in quando la voragine caccia fuori.

Napoli, martedì 20 marzo 1787.

L’annuncio di una recente eruzione di lava, la quale invisibile da Napoli scendeva verso Ottaiano, m’indusse a portarmi una terza volta al Vesuvio, ed appena giunto ai piedi del monte, e sceso dal mio legnetto a due ruote, tirato da un cavallo solo, mi si presentarono tosto quelle due guide, che mi avevano accompagnato nella mia precedente ascensione con Tischbein. Li presi entrambi, l’uno per abitudine e per riconoscenza, l’altro per la fiducia che riponevo in lui, ed entrambi poi, per maggiore mio comodo.

Giunti in alto, uno dei due rimase a custodia dei bagagli e dei viveri; il più giovane mi seguì, e ci avviammo corraggiosamente in direzione di un fumo denso, il quale sboccava dal monte, al basso del cono, dove si apre il cratére; scendemmo quindi alquanto sul fianco della pendice, finchè finalmente, vedemmo a cielo aperto sboccare la lava da quei cupi vortici, di denso fumo.

Per quanto si sia udito parlare le mille volte di una cosa, la vista immediata di quella, vale sempre meglio a farla comprendere, a darne idea, che qualsiasi discorso. Il torrente di lava era ristretto, non guari più largo forse, di dieci piedi; il modo però col quale correva lentamente, formando una superficie abbastanza piana ed uguale; era degno di essere osservato, imperocchè nel mentre seguendo il suo corso si va raffredando sui lati ed alla superficie, forma una specie di canale, il quale si va di continuo rialzando per la materia fusa, la quale corre al dissotto, e che rigetta scorie alla superficie a diritta ed a sinistra, in guisa che formano queste quasi due argini, fra cui il fiume di fuoco continua la sua strada, nè più nè meno, che il canale di un molino. Camminammo in cima ad uno di quegli argini, e le scorie rotolavano giù per i fianchi di quello sotto ai nostri piedi, e da alcuni vani del canale, potemmo osservare d’alto in basso il corso della lava al dissotto della crosta già quasi solidificata, del torrente infuocato.

Il sole era limpidissimo, e menomava lo splendore del fuoco, e poco fumo leggiero, si sollevava nell’atmosfera purissima, Avevo desiderio di accostarmi al punto dove la lava sbocca, dal monte; colà, mi accertava la mia guida formarsi una specie di volta, o di tetto, su cui egli era stato già di soventi. Per osservare questo particolare pure, risalimmo il monte, onde potere arrivare da tergo a quel punto. Per buona sorte, grazie ad un forte colpo di vento, trovammo quella località abbastanza sgombra dal fumo, non però totalmente, imperocchè quello usciva tuttora attorno a noi da innumerevoli fessure, e ci trovavamo propriamente su quella specie di volta o di tetto di lava raffreddata, il quale però si stendeva troppo in avanti, per permetterci di vedere la lava infuocata sboccare dal monte.

Provammo ad inoltrarci ancora un dodici passi, ma il suolo era sempre più ardente, soffrivamo di difficoltà di respiro, di capogiri. La mia guida fù la prima a volgersi addietro, e mi trascinò seco, fuori di quell’atmosfera d’inferno.

Dopo esserci riconfortato alquanto il palato e lo stomaco, con alcuni sorsi di vino, e di avere osservato alquanto il colpo d’occhio generale, girammo ancora alcun poco quà e là, per osservare varie particolarità del picco indemoniato, che sorge in questo paradiso. Mi colpirono alcune cavità, le quali a foggia di camini non tramandavano già fumo, ma bensì aria infuocata. Osservai che quelle cavità erano rivestite tutte di specie di stalattiti, a forme convesse, quasi di altrettante mammelle. Stante la disuguaglianza di quei camini volcanici, molte di quelle stalattiti si trovavano a nostra portata, e si sarebbero potuto staccare facilmente con un ascia, ed anche semplicemente con il nostro bastone. Avevo osservato di già prodotti di quella specie presso i fabbricanti di oggetti in lava, i quali li designavano col nome generico di lava, e fui lieto di scoprire essere quella, caligine volcanica per così dire, la quale, indipendentemente dal deposito dei vapori infuocati, contiene del pari sostanze minerali volatilizzate.

Nel mio ritorno mi recarono sollievo e riposo un magnifico tramonto, ed una sera stupenda; però sentivo, quasi vaneggiando, la grandezza del contrasto a cui mi trovavo in presenza. Il bello qui si trova accanto all’orribile; l’orribile accanto al bello; e tanto l’uno quanto l’altro, eccitano l’imaginazione, esercitano un fascino, e per certo che i Napoletani sarebbero popolo diverso, se non si trovassero cacciati a questo modo, fra Iddio e Satana.

Maddalena De Lucia
Goethe sul Vesuvio, alla ricerca del sublime

INGV Newsletter n. 8, 26 luglio 2016

È il 24 febbraio 1787. Nel corso del viaggio verso Napoli, nei pressi di Gaeta, il Vesuvio si presenta a Johan Wolfgang Goethe "con un pennacchio di fumo sul cocuzzolo". Da quel momento il grande scrittore avrà la possibilità di contemplare con i propri occhi quello spettacolo straordinario che era il Vesuvio in eruzione. In realtà il primo incontro ravvicinato è con un altro vulcano, meno riconoscibile nella sua forma ribassata ma altrettanto e forse anche più pericoloso, la caldera dei Campi Flegrei. Pochi giorni dopo il suo arrivo, Goethe riesce a vedere, prima via mare poi alternando brevi passeggiate e tratti percorsi in carrozza, tutti quei fenomeni ed elementi che caratterizzano l'attività dei vulcani flegrei, e quindi "acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione", insieme ai ruderi delle antichità classiche. Dalla sua descrizione si deduce che ha visitato la Solfatara di Pozzuoli, e forse Monte Nuovo, Agnano, Astroni.

Le impressioni e le osservazioni raccolte dal giovane Goethe durante il suo viaggio in Italia saranno pubblicate trent'anni più tardi, a partire dal 1816. Il due marzo sale al Vesuvio. Vi arriva partendo da Resina, l'attuale Ercolano, percorrendo un tratto a dorso di mulo e proseguendo a piedi, lungo la colata del 1771 - ora non più del tutto visibile perché ricoperta da lave più recenti. Risalendo la colata, Goethe passa nei pressi della capanna dell'eremita, sul versante occidentale del vulcano. È in quest'area, sulla sommità del colle del Salvatore che, oltre cinquant'anni dopo, viene costruito l'Osservatorio Vesuviano, il primo osservatorio vulcanologico al mondo. Goethe continua l'ascesa risalendo il cono di cenere. La cima del vulcano è immersa nelle nuvole, ma riesce comunque a osservarne il cratere, colmo di lave, con al centro un conetto da cui fuoriescono abbondanti emissioni di gas vulcanici. Lo scrittore prova ad avanzare verso il conetto, ma constata che è "malsicuro l'incedere sullo sfasciume della lava eruttata" e che le emissioni fumaroliche sono talmente intense da non riuscire quasi a respirare. Mentre sosta presso il cratere non si verifica alcuna attività stromboliana, né si avvertirono boati. Quel giorno Goethe compie osservazioni geologiche che lo portarono a interrogarsi sulle cause che avevano prodotto quei fenomeni e quelle formazioni. Ad esempio, nota una cavità tra le lave, probabilmente una parte esposta di un tunnel lavico, la cui volta era tappezzata da estrusioni simili a stalattiti. Il 6 marzo, Goethe torna nuovamente sul vulcano accompagnato da un amico, il pittore Tischbein, in calesse. Giunti alla base della ripida salita e ricordando la fatica compiuta la volta precedente, decide di proseguire con l'aiuto di due guide. "Ci rimorchiarono, è la parola; poiché queste guide portano intorno alla vita una cintura di cuoio, alla quale il viaggiatore s'aggrappa e vien tirato su, con minore sforzo delle proprie gambe e con l'ausilio del bastone", afferma Goethe. In questo bizzarro - ma non per l'epoca - modo raggiunge la zona pianeggiante alla base del Gran Cono, corrispondente a quello che oggi è l'Atrio del Cavallo. Da quel punto osserva un'attività stromboliana estremamente vivace: "lo spettacolo era grandioso, esaltante". Le esplosioni si ripetevano a intervalli grossomodo regolari e provocavano il lancio di lapilli, piccoli e grandi, che ricadevano ai fianchi del cono, e la fuoriuscita di nubi di cenere.

Lo scrittore si ritrova a camminare sotto la pioggia di lapilli. Per Tischbein il vulcano non soltanto era brutto ma, alla luce di quanto stavano vivendo, anche molto pericoloso. Per Goethe, invece, il rischio pericolo rappresentava un elemento di attrazione: "la presenza del pericolo esercita sempre un certo fascino ed eccita nell'uomo lo spirito di contraddizione". Questo sentimento non è raro in molti vulcanologi, ineluttabilmente spinti ad avvicinarsi sempre più alle manifestazioni dell'attività vulcanica, come i coniugi francesi Maurice e Katia Krafft, che persero la vita durante l'eruzione del vulcano Unzen, in Giappone, nel 1991, nel filmare in diretta un flusso piroclastico. Goethe prova a risalire il cono nell'intervallo di tempo tra due esplosioni. Quasi sotto la pioggia di cenere e tra il crepitio dei lapilli, riesce in breve tempo ad arrivare sull'orlo craterico, "rimorchiato" dalla guida più giovane. Una volta giunti sulla cima, con il capo coperto da improvvisate protezioni, cappelli imbottiti di fazzoletti, la nube di gas non consente di scorgerne l'interno se non a tratti; questo indugiare fa sì che vengano colti di sorpresa dalla successiva esplosione e dalla conseguente caduta di frammenti. I due provano a ripararsi, rannicchiandosi, e per fortuna ne vengono solo sfiorati.

Una volta ridiscesi, Goethe si sofferma a osservare le lave di formazione antica e recente, le cui età venivano esattamente indicate dalla guida anziana. Attraverso l'analisi del loro aspetto - si trattava di lave cosiddette di tipo "aa", dalla superficie scabrosa e frastagliata - ne intuisce le modalità di scorrimento. Le lave di quel tipo si muovono lentamente, e questo consente la parziale solidificazione della crosta esterna, che si spezza formando massi che si accumulano gli uni sugli altri grazie al fluire della parte sottostante. Nel caotico ammasso di lave osserva blocchi di rocce di tessitura e struttura diversa da quelle in cui erano inglobate. Ne deduce che si trattava di frammenti di rocce preesistenti, di origine anche profonda. Ora è noto che queste rocce sono strappate dalle pareti del condotto o della camera magmatica durante la risalita del magma. Un'altra interessante deduzione vulcanologica di Goethe scaturisce alcuni giorni dopo, nel corso della sua visita agli scavi di Pompei, mentre osserva i depositi piroclastici che ricoprono l'antica città. Dalle caratteristiche di questo deposito comprende che questi sono caduti al suolo dopo aver volteggiato "per un certo tempo a guisa di nuvole, finché si abbatterono sulla sventurata località". Il 13 marzo 1787 Goethe annota nel suo diario: "Ho studiato bene anche i minerali vesuviani; come cambiano le cose, se viste nel loro insieme! A queste osservazioni dovrei davvero consacrare il resto della mia vita: potrei fare qualche scoperta tale da ampliare il campo delle umane conoscenze".

Alcuni giorni dopo lo scrittore tedesco viene a sapere che sul Vesuvio si era formata una colata di lava, in lento scorrimento verso Ottaviano. Questo lo induce, il 20 marzo, a salire per la terza volta sul vulcano, con le due guide che lo avevano già accompagnato. Giunge quindi in prossimità della nuova bocca, che si era aperta sul fianco settentrionale del vulcano, descrivendola con queste parole: "Il getto di lava era stretto, non più di dieci piedi in lunghezza, ma impressionante era il modo con cui scendeva per un tratto liscio e in lieve pendio; scorrendo, infatti, la lava si raffredda sui lati e alla superficie esterna, e forma un canale che si innalza sempre più, perché il materiale fuso si consolida anche sotto il torrente infocato". Goethe evidenzia come la lava scorre tra due argini formati dalle scorie laviche accumulate ai lati della colata. Dalle fessure della superficie si osserva il rossore della lava sottostante. Goethe avverte l'impulso di avvicinarsi ancora di più alla bocca eruttiva, raggiungendola da dietro. Si ferma sulle lave indurite che costituiscono il tetto della colata. Non riesce però a spingersi oltre, per il fumo soffocante e il calore crescente; la guida, che lo precede, lo afferra per un braccio e lo trascina indietro.

Sulla via del ritorno, deliziato da un "superbo tramonto" e da una "serata celestiale", non può non riflettere sui contrasti del territorio napoletano: "la terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità; l'uno e l'altro si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento di indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana". Nel suo secondo soggiorno a Napoli, tra maggio e giugno dello stesso anno, Goethe ha modo di osservare ancora una volta il Vesuvio in eruzione, con una colata di lava che si spinge verso il mare. Il primo giugno, dal molo di Napoli, all'imbrunire, descrive così lo spettacolo che gli si staglia davanti: "Ecco finalmente davanti a me ... la luna piena in tutta la sua magnificenza insieme alla vampa del vulcano, e questa volta anche la lava, che prima non c'era e adesso scendeva per il suo maestoso sentiero infocato". Il giorno successivo, da un appartamento della reggia di Capodimonte, ospite di una giovane duchessa residente a corte, saluta definitivamente il vulcano napoletano. "Eravamo a una finestra dell'ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; il sole era tramontato da un pezzo e il fiume di lava rosseggiava vivido, mentre il fumo che l'accompagnava andava prendendo una tinta dorata; la montagna mugghiava cupa, sovrastata da una gigantesca nube immobile, le cui masse a ogni nuovo getto si squarciavano balenando e illuminandosi come corpi solidi. Di lassù fin quasi al mare correva una lingua di braci e di vapori incandescenti; e mare e terra, rocce e alberi spiccavano nella luminosità del crepuscolo, chiari, placidi, in una magica fissità. All'abbracciare tutto questo con un solo sguardo, mentre dietro il monte, quasi a suggellare la visione incantevole, sorgeva la luna piena, c'era di che trasecolare."


domenica 4 ottobre 2026

Le passioni romane di Goethe

Claudio Rendina
Le passioni romane di Goethe
la Repubblica, 30 ottobre 2005

Il 29 ottobre 1786, ovvero 120 anni fa, l' olimpico Johann Wolfgang Goethe, l' immortale autore del «Faust», è a Roma; è il primo dei due soggiorni che compirà facendo tesoro della sua residenza nella Città Eterna, in una intensa esperienza di cultura e d' amore, che avrà notevole influenza sull' opera letteraria. E' arrivato in incognito, sotto il nome di Jean Philippe Moller per poter godere a pieno del suo tempo «con tranquillità e pace domestica», come egli stesso annota; e va ad alloggiare nella «Casa Moscatelli», una modesta pensione in via del Corso 18, proprio davanti a Palazzo Rondinini, ora divenuta il Museo Goethe. Vi resterà fino al 21 febbraio del 1787, quando partirà per Napoli e la Sicilia, ma ritornerà l' 8 giugno per restarvi fino al 24 aprile del 1788. A Roma scrive opere come «Ifigenia in Tauride», «Wilhelm Meister» e naturalmente le «Elegie Romane» traendo ispirazione per il «Torquato Tasso» al Gianicolo e a Sant' Onofrio, come ricorda una lapide nella chiesa. Mentre nel suo «Viaggio in Italia» riporta tutte le impressioni che questa città sa dargli. Inoltre coltiva la passione per l' arte figurativa, grazie al rapporto con alcuni pittori tedeschi, come Johann Heinrich Tischbein, suo compagno di viaggio e che vive con lui; Johann George Schutz, che ospita nella sua stanza; Friedrich Bury e Jakob Hackert, che alloggiano in alcune soffitte vicine al palazzo Rondinini. Passeggiando con loro tra i ruderi e le bellezze della città è sollecitato a disegnare armato di matita, immortalando i luoghi che maggiormente lo colpiscono. E ha anche una storia d' amore con Faustina Antonini, la figlia dell' oste della scomparsa «Osteria della Campana» in via Monte Savello. L' ha scritto egli stesso in una elegia, raccontando l' approccio con lei nell' osteria con tanto di appuntamento: fa cadere del vino sul tavolo «e con il grazioso dito comincia a tracciare umidi cerchi sulla tavola di legno./Intreccia il mio nome al suo... intreccia cerchi su cerchi, /per cancellare lettere e cifre; ma resta impressa/ nel mio sguardo l' immagine deliziosa del quattro». E' l' ora dell' appuntamento per le quattro di notte, al quale Goethe va, e nasce così quell' amore, ricordato in altre elegie, come in questi versi: «Faustina è la mia felicità:/divide volentieri il letto con me/ e mantiene fede incorrotta al suo fedele». E c' è anche una memoria triste di Goethe a Roma; nel Cimitero Acattolico è sepolto l' unico suo figlio August, che ebbe da Christiane Vulpius, l' Erotikon che ama al ritorno dall' Italia a Weimar e sposa nel 1806; sulla tomba è il ritratto in marmo, ma senza il nome, con la semplice indicazione «Goethe filius».


Luigi Pirandello

Elegie romane di Goethe

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, collana I classici italiani contemporanei diretta da Giansiro Ferrata, vol. VI, , III edizione riveduta, Arnoldo Modadori editore, Milano, giugno 1973.



III
Non ti rimorda, o cara, che a me cosí presto ti sia
abbandonata! oh credi, di te non penso io male.
 
In vario modo agiscon gli strali d’amor; l’uno punge,
e del tossico lento per anni inferma il cuore;
 
forte impennato l’altro, con taglio di fresco temprato,
penetra le midolle, incendia ratto il sangue.
 
La brama a lo sguardo seguia negli eroici tempi,
quando amavano i numi; il possesso, a la brama.
 
E credi ch’abbia a lungo la Dea d’amor meditato,
quando nel bosco ideo le piacque prima Anchise?
 
Se Luna il bel pastore avesse indugiato a baciare,
oh, svegliato l’avrebbe, invida, Aurora, tosto.
 
Ero a la grande festa Leandro guardò; prontamente
lanciossi il caldo amante giú, nei notturni flutti.
 
Rea Silvia al Tebro s’avvia, la vergin regale,
per attinger de l’acqua, e la sorprende il Nume.
 
Cosi Marte s’avea figliuoli! Una lupa i gemelli
nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo.

XV
Non io Cesare avrei tant’oltre in Britannia seguito;
Floro m’avria piú presto tratto in Popinia certo!
 
Ché assai di piú la triste caligin del norte m’è in odio,
che il popolo agitato de l’australi mosche.
 
E d’ora innanti, voi méscite, abbiate un piú caldo
da me saluto, oh voi, care osterie romane!
 
Ch’oggi veder la Bella mi date, a cui scorta è lo zio,
ch’ella sovente, per possedermi, inganna.
 
Avea la mensa nostra corona d’amici tedeschi;
ella cercò di fronte, presso la madre, un posto.
 
Smosse piú volte il banco, e far lo dovette con arte,
poiché mezzo il suo volto e il collo io guadagnai.
 
Ella parlava forte, ben piú che romana non soglia;
mescea, volta a guardarmi; sgarrò, cadde il bicchiere.
 
Scórse sul desco il vino, ed ella col dito sottile
segnò sul ligneo piano umidi cerchi intorno.
 
Intrecciò poi col mio il nome suo dolce; lì fiso
io quel ditin seguia, e bene ella m’ intese.
 
Svelta compose alfine il segno d’un cinque romano,
posevi un’asta innanzi; tosto, com’io lo vidi,
 
cerchi tracciò su cerchi a sperdere lettere e cifre.
Ma il prezioso quattro mi restò qui negli occhi.
 
Muto a seder rimasi, mordendomi il labro infocato,
qual per malizia o gioco, ma pur di voglia ardente.
 
Pria tanto tempo a notte! poi altre quattr’ore d’attesa!
Almo Sole, tu indugi e la tua Roma ammiri.
 
Mai nulla di piú grande vedesti, mai nulla vedrai,
te ‘l predisse, ne l’estro, tuo sacerdote, Orazio.
 
Oh, ma per oggi, o Sole, su lei non t’indugia, e lo sguardo
dai sette colli storna spontaneo e piú veloce.
 
Per amor d’un poeta quest’ore magnifiche abbrevia,
cui con avido sguardo gode il pittor felice;
 
agli alti fastigi vermiglio or via lesto saluta,
a le colonne, ai templi, agli obelischi in cima;
 
quindi nel mar precipita! Domani piú presto vedrai
qual almo t’han serbato gaudio i secoli.
 
Quest’umide maremme sí a lungo di canne coperte,
queste d’alberi e cespi fosche ombreggiate alture,
 
poche capanne un tempo mostraron, poi tu le vedesti
d’un popolo gremite d’avventurosi ladri.
 
Qui tutto quindi da loro fu tratto e assembrato,
cosí che il resto appena d’un guardo tuo fu degno.
 
Sorger vedesti un mondo; vedesti qui un mondo in rovina;
quindi, da le macerie, quasi un piú vasto mondo!
 
Or, ch’io lo possa a lungo da te gloriato ammirare,
accorta a me lo stame lenta la Parca fili;
 
ma presto la bell’ora s’affretti, che a me fu segnata!
Gioja! e non sta scoccando? No; ma già tre n’ascolto.
 
Cosí, Muse mie care, ancor m’ingannaste la noja
di questo lungo tratto che m’ha da lei diviso.
 
Or via di fretta! Addio: né offendervi temo; pur sempre
voi stesse, cosi altere, deste ad Amor la palma.