martedì 23 maggio 2023

Norberto Bobbio, Cosa vuol dire essere laico



Cesare Pianciola, La persona laica. Norberto Bobbio nel Novecento filosofico, Biblion edizioni, Milano 2022

Le mie impressioni di lettura. Credo di avere una certa familiarità con gli scritti di Bobbio sul tema della laicità, forse proprio per questo ho provato un enorme piacere nel leggere il tuo libro. Impostazione diacronica giusta. Tutto è ripreso dall'inizio. Non ci sono due o tre Bobbio in successione ma è bello vedere come nulla vada perduto. Quello che in un primo tempo stava al centro diventa poi "falda sotterranea" di un pensiero che non cessa di evolversi e maturare. Non ci sono veri passi indietro, ma ricalibrature, sulla guerra per esempio. Con l'età il filosofo sembra accettare meglio le ragioni del mondo. Come se la vecchiaia fosse fatta per smentire gli eccessi narcisistici dell'adolescenza. Anche il rapporto con la politica si allenta. Sta qui la chiave di un'attualità che permane. Bobbio è un moderno minimalista che è in grado di reggere di fronte alle obiezioni della postmodernità. In fondo non propone nessuna narrazione grande o piccola che sia. Solo una riflessione all'altezza dei tempi sullo sfondo del disincanto. Nessuna narrazione, nessuna verità assoluta. Si poteva richiamare per questo il sociologo Boudon, tenace sostenitore dell'individualismo metodologico. 
Alla fine viene fuori un Bobbio par lui-même che pecca per eccesso di modestia. Prendiamo i riferimenti ad altri autori. Ci sono solo quelli consacrati. E invece, oltre a Boudon, molti altri nomi avrebbero potuto trovare posto nel discorso. Hannah Arendt parla di male radicale e di male assoluto. Bobbio in proposito è più cauto o reticente. Forse in questo caso è lui a non vedere abbastanza lontano. Si sarebbero potuti suggerire dei riferimenti lusinghieri: Dahrendorf per il pluralismo conflittuale, Norbert Elias per l'uomo come essere sociale. Manca Voltaire nella lista degli autori prediletti. Poi però ricompare nel discorso accanto a Locke o anche da solo. Il filosofo dei lumi può essere un eccellente termine di paragone. Lukàcs usò l'espressione Grand Hôtel dell'abisso per designare la scuola di Francoforte. A Bobbio si addice invece l'immagine del giardino che compare alla fine del Candide: anche lui ha coltivato il suo giardino. Socrate è un altro nome che si poteva spendere, ci ha pensato Nadia Urbinati (p.117, n.).  Un filosofo che si ferma sulla soglia. 
Altra cosa il rapporto con i contemporanei. Bobbio non è distruttivo, certo. Però non credo che mettesse davvero Solari e Pastore sullo stesso piano. Il rapporto con Abbagnano non è paritario come quello con Calogero, credo. I valori e le buone ragioni delle scelte etiche. Qui Bobbio riserva un ruolo alle emozioni. Pecora pensa che si tratti di una scelta duratura. In fondo la tolleranza si basa anche su questo dato che contraddistingue l'individuo. 
Ci sono delle scoperte gustose. Il rapporto con Sartre. "L'essere e il nulla" macchinoso, travolgente e repellente. I personaggi dell'opera teatrale. la difesa giudiziaria. L'indulgenza finale. il rapporto con Preve, marxista creativo. La posizione sull'aborto. La religiosità consistente nel prendere sul serio gli interrogativi ultimi e nel riconoscere gli stretti limiti della ragione. O più semplicemente religiosità come senso del mistero. Il senso ultimo da dare alla storia non c'è. Il rifiuto dell'ateismo. L'idea di un Dio ineffabile. Abbagnano fascista che ambisce a prendere il posto di Gentile. L'attenzione per Popper.   Alla fine quale immagine resta di Bobbio? Quella di un grande saggio. Qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto a un grande filosofo. Penso in particolare al testo di Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1992). 

venerdì 19 maggio 2023

Il presente come storia



Ci sono vari modi per pensare al di là dell'immediato. Il modo nostalgico rovescia la questione, si allontana dall'immediato guardando all'indietro. Il presente viene visto con le categorie del passato. È questo un modo per segnalare il cambiamento senza precisarne il contenuto. Il mondo non è più quello di prima. Non è dato sapere meglio che cosa è diventato. Il passato che domina lo sguardo impedisce di dare forma a un presente che sembrerebbe amorfo e privo di carattere. La cultura della sinistra tanto moderata quanto radicale è racchiusa da tempo immemorabile in un simile vicolo cieco. Di questo Berardinelli nel suo articolo non parla. Altri due modi per pensare al di là dell'immediato sono invece quelli da lui considerati. Con lo sguardo del prigioniero, una visione apocalittica e feconda permette di dare rilievo agli ostacoli sulla via di un progresso ritenuto pur sempre possibile. L'altro modo deriva dalla posizione distaccata dell'osservatore che si situa a mezz'aria, al di sopra della mischia, e non si lascia trascinare dalle passioni miopi degli indigeni rimasti a terra

Alfonso Berardinelli, Calvino e Fortini, due modi opposti per pensare al di là dell'immediato, Il Foglio, 19 maggio 2023

In una rivista accademico-militante come Allegoria (sottotitolo: “Per uno studio materialistico della letteratura”), fondata e diretta da Romano Luperini, trovo un ampio studio di Davide Dalmas sulla saggistica di Franco Fortini e una breve recensione a un libro sulla saggistica di Calvino. E’ un buon segnale, perché di solito poeti e narratori sono trascurati nella loro anche eccellente produzione di saggisti. Il caso Pasolini ha rovesciato l’ordine di importanza fra il saggista e il poeta: in quanto pamphlettista “corsaro” e “luterano” ha quasi messo in ombra il poeta, valutazione, questa, che personalmente condivido. Sta di fatto che anche Calvino, in modo meno clamoroso ma significativo, ha concluso la sua attività con tre libri che tuttora, a distanza di decenni, appaiono più riusciti e interessanti di molti suoi volumi di narrativa. Le postume “Lezioni americane”, gli articoli di “Collezione di sabbia”, nonché “Palomar”, i cui capitoli sono saggi mascherati da racconti, valgono non meno che “I nostri antenati” e “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Nella triade Fortini-pasolini-calvino non si sa quali siano state le coppie oppositive più cariche di tensione. Sembra che siano vissuti in tre pianeti lontani. Ma in fondo è stato proprio il più rigoroso e giudicante Fortini a essere stato in rapporti di relativa amicizia sia con Pasolini sia con Calvino, frequentato alla Einaudi. Verso la fine degli anni Settanta, sembrò per un momento che in casa Einaudi girasse un’ipotesi di nuova rivista internazionale, qualcosa di simile al Menabò di quasi vent’anni prima. Direttori avrebbero dovuto essere proprio gli inconciliabili Calvino e Fortini. Quest’ultimo aveva proposto me come redattore, e perciò ci incontrammo a Milano con Calvino a casa di Fortini. La vicinanza fisica dei due in una stessa piccola stanza aveva qualcosa di innaturale. Furono d’accordo sulla scelta dei due direttori stranieri aggiunti, Starobinski e Enzensberger, il grande critico letterario e l’imprevedibile saggista eclettico. Ma per il resto non capivo come avrei fatto a mediare fra Calvino e Fortini: il primo non faceva che tacere, il secondo non smetteva di parlare. Un paio di mesi dopo, con mio sollievo, il progetto di rivista fu accantonato, non so per quali motivi. L’ambiente Einaudi di quegli anni, con Giulio Bollati polemicamente in uscita, non piacque affatto neppure ame. Calvino e Fortini continuo a vederli inconciliabilmente accanto in quella piccola stanza. Uno troppo reticente e l’altro troppo eloquente.

Fortini e Calvino. Da allora in poi e fino a oggi non sono mai stato in sintonia né con i tardivi seguaci del primo (fedeli marxisti) né con i devoti del secondo (letterati in carriera). Oggi che la problematica ideologica di Fortini è in netto declino e il fascino dello “stile Calvino” sembra inadeguato ai tempi, succede anche a me di non rileggerli volentieri. Ma se lo faccio trovo sempre qualcosa di utile; se non altro la loro capacità di distanziarsi, isolarsi, pensare al di là dell’immediato. Anche giudicandosi con riserve e diffidenze di vario genere, sapevano di essere testimoni di una vicenda storica che li coinvolgeva entrambi e li metteva a dura prova. Fortini era ossessionato dalla Storia, da cui si aspettava un esito, presto o tardi, rivoluzionario. Calvino evadeva dalla Storia inseguendo la Geografia e quei microcosmi osservabili che fanno parte della nostra vita quotidiana ma che comunemente ignoriamo perché distratti da idee grandi e vuote. Due moralismi opposti, quelli di Fortini e Calvino, due opposti metodi di usare l’attenzione e la consapevolezza. Fortini voleva sentirsi in prigione: cosa che gli serviva per non dimenticare mai l’esistenza di nemici storici potenti e da combattere. Calvino somigliava invece al “barone rampante” di un suo famoso racconto: starsene arrampicato su un albero gli serviva per sottrarsi a quelli che considerava falsi doveri sociali e politici. Calvino si preoccupava da narratore di non perdere i suoi molti lettori, da cui gli venivano i soli doveri a cui si sentiva di ubbidire. Anche nei suoi saggi, evasioni e avventure significano incremento di libertà mentale.

I saggi di Fortini sembravano scritti come dietro a un filo spinato (lo notò Garboli), quello di una società irta di insidie, che non lascia in pace e che non permette di vivere se non in una “falsa libertà”. Calvino arrivò alla sua migliore saggistica spremendo il succo intellettuale della sua narrativa: il mondo è fatto di molti mondi e la Storia di molte storie. La libertà non è in un futuro politico, è nella capacità di vedere un mondo in un angolo di prato o nel movimento di un’onda.

mercoledì 3 maggio 2023

Fanfaronate senza costrutto

 

O forse un costrutto c'è, sul piano della comunicazione. Riunendo il Consiglio dei ministri il primo maggio, Giorgia Meloni è riuscita a occupare il centro dell'attenzione sui media, in un giorno che normalmente vede in primo piano i sindacati. C'è del metodo in questa mossa estemporanea. Si ripete lo schema della discussione inutile sull'antifascismo. Molto rumore per nulla, o quasi. E intanto gli stessi si fanno ancora avanti, come se fossero degni del massimo riguardo, come se avessero qualcosa da dire. Al dunque dicono assai poco, un giorno dopo l'altro la vita se ne va. Spetta all'opposizione cambiare musica, invece di stare al gioco. 

Luciano Capone, Lavoro senza misura, Il Foglio, 3 maggio 2023

Roma. Il dibattito sul Primo maggio e sul “decreto Lavoro” mostra che si è perso un po’ il senso della misura. Da un lato il governo presenta il suo decreto, simbolicamente approvato nel giorno della Festa dei lavoratori, come un provvedimento storico: “Il più importante taglio delle tasse sul lavoro degli ultimi decenni”, ha detto Giorgia Meloni. Dall’altro le opposizioni descrivono le misure del governo approvate il Primo maggio come uno sfregio ai lavoratori e una devastazione del mercato del lavoro: “Il decreto è una provocazione insopportabile. Ruba il futuro alle prossime generazioni ed è una sentenza di condanna alla precarietà”, dice Elly Schlein. “E’ la restaurazione più becera, si uccidono i sogni dei giovani”, sostiene Giuseppe Conte. Ma entrambe le descrizioni hanno a che fare più con la propaganda o il tifo da stadio che con la realtà, che è molto più sbiadita. Né misura storica né attacco ai diritti.
Il taglio del cuneo fiscale prevede un innalzamento dell’esonero contributivo dal 2 al 7 per cento per i redditi fino a 25 mila euro, e dal 2 al 6 per cento per i redditi fino a 35 mila euro. Solo per il secondo semestre del 2023: da luglio a dicembre. Lo sgravio contributivo costare circa 4 miliardi. Non proprio una svolta che resterà impressa nei libri di storia e nella memoria degli italiani, nonostante il video propagandistico di una premier che si mostra alacremente al lavoro anche nei dì di festa. Di sicuro è falsa l’affermazione sul “più importante taglio delle tasse sul lavoro degli ultimi decenni”, pure sommando a questi 4 miliardi i 4,6 miliardi di taglio dei contributi inserito in legge di Bilancio. Il governo Draghi stanziò 7 miliardi per la riforma dell’irpef (che a differenza di questa decontribuzione è strutturale) più circa 3 miliardi per una riduzione temporanea di 2 punti dei contributi, poi prorogata dal governo Meloni. In totale fanno 10 miliardi. Come si vede, Draghi aveva tagliato di più le tasse rispetto a Meloni. Così come, ad esempio, aveva fatto il governo Renzi introducendo il cosiddetto “bonus 80 euro” che costata circa 10 miliardi di euro, strutturali. Pensare che uno sgravio a termine sia il più importante taglio delle tasse degli ultimi decenni, tanto da presentarlo in pompa magna, vuol dire non saper fare di conto. Ma il governo dovrà imparare presto per preparare la prossima legge di Bilancio, perché andranno trovati 12 miliardi e passa per rifinanziare il taglio dei contributi in scadenza mentre c’è da fare un aggiustamento fiscale.
La stessa mancanza di senso della misura, però, c’è nel grido di dolore di Schlein e Conte contro il decreto che “ruba il futuro alle prossime generazioni” e “uccide i sogni dei giovani”. Un “insulto” al Primo maggio, l’ha definito una deputata del Pd. Il riferimento è alla modifica della disciplina sui contratti a termine, che per i contratti tra 12 e 24 mesi codifica tre causali per la proroga (che però non ecceda i 24 mesi): casi previsti dai contratti collettivi; esigenze di natura tecnica, organizzativa o produttiva; sostituzione di altri lavoratori. Non è uno stravolgimento della normativa attuale, non è una “liberalizzazione” selvaggia, non è un ritorno al “far west”, ma semplicemente il superamento di alcune rigidità del decreto Dignità approvato nel 2018, contro cui all’epoca si schierò il Pd proprio per le criticità che presentava (come ha ricordato Marco Bentivogli su Repubblica, dopo il decreto Dignità nel 2019 un terzo dei contratti a termine era inferiore alla settimana). Il decreto Lavoro è una via di mezzo tra la flessibilità del Jobs act del Pd, che consentiva rinnovi per tre anni senza causali, e la rigidità del decreto Dignità del M5s che ha un sistema molto restrittivo delle causali per il rinnovo dopo il primo anno. Peraltro, la modifica del ministro del Lavoro Marina Calderone che rinvia alle causali previste dai contratti collettivi era una richiesta di alcuni sindacati. Ed era anche una proposta del Pd già nel 2018, che il partito di Elly Schlein era riuscito a far inserire nel decreto Sostegni-bis del governo Draghi come misura temporanea fino a settembre 2022. In sostanza, su questo punto, il governo Meloni si è ispirato al Pd. E’ probabile che la norma aggiungerà solo confusione e burocrazia, ma non è un affronto ai lavoratori né una violazione dei diritti umani. Se non il senso della misura, si mantenga almeno quello del ridicolo.

martedì 2 maggio 2023

Il sol dell'avvenire



Leonilde Gambetti 

Finalmente Nanni Moretti è tornato a fare Nanni Moretti.
Perché "Il sol dell'avvenire" è proprio il classico film alla Nanni Moretti, di quelli che restano nell'immaginario collettivo, con le loro citazioni ormai storiche. E pure con un girotondo.
È un film nel film, con fantastiche incursioni di autorevoli personaggi del mondo della cultura, e di Moretti stesso che dialoga in scena con i suoi alter ego.
È un film che parla di cinema, di amore, di politica, di militanza politica, di Nanni Moretti, perché è anche autibiografico.
È un film bello perché è autenticamente vero.
Perché, come diceva John Keats
"La bellezza è verità, la verità è bellezza: questo è tutto ciò che voi sapete in terra e tutto ciò che vi occorre sapere."
E sì, è anche un film puntellato dalle canzoni italiane, quelle ruffiane che fanno piangere ed emozionarsi. E mi piace così.
Sorridere, piangere ed emozionarsi per tutto il film.
Fino alla bellissima e speciale parata finale, in cui finalmente la storia si fa anche con i "se".


Simone Lorenzati

Sono arrivato tardi.
Sono arrivato tardi per una recensione de Il sol dell’Avvenire, ultimo film di Nanni Moretti. Ne hanno già scritto tutti, comprese le pagine di cinema per cui scrivo. Ma, al di là di ciò, sono arrivato tardi anche per tanto altro. Ad esempio per il PCI, giacché era già stato sciolto allorché il sottoscritto si recò per la prima volta al voto. Eppure di quella storia, così pregna di enormi slanci, ma non priva di errori, tantissimo ho letto (e pure scritto). Dunque sono entrato in sala conscio che avrei sentito parlare di eventi che conoscevo, seppur non in prima persona. 
E allora Nanni Moretti. Certo, dopo il deludentissimo Tre piani, un bel passo in avanti. Eppure ancora non il Moretti che ho molto amato in passato. E tuttavia, fa pensare. E parlare. Non proprio cosa che capiti sempre.
C’è molto in questa pellicola, ci sono il suo passato ed il suo presente. C’è l’utopia, ma anche la realtà. Ci sono il cinema, l’amore e la politica. E la delusione. La delusione in molti campi, specie quella di un presente che pare aver cancellato quella speranza utopica che pareva inarrestabile. 
C’è tanto, forse troppo, in questo film. Eppure si ride e ci si commuove pure. C’è la fedeltà al partito, una specie di entità terza a cui disobbedire non si può. Eppure è quello stesso partito che, a partire dalle lotte che appoggia, porta miglioramenti concreti nella vita delle persone in carne ed ossa.C’è un Moretti che omaggia il cinema, quello altrui, su tutti il Fellini di 8 e 1/2, e pure se stesso, in modo diretto o tramite i suoi attori. C’è la storia, ma anche la storia controfattuale. L’Unità, le sezioni, il colloquio pre iscrizione, Togliatti e l’invasione sovietica in Ungheria, il vero motore del film. C’è un amore statico ma difficile da interrompere, così come un mondo – del cinema ma verrebbe da dire reale – che corre troppo in fretta, senza pensare a cause e conseguenze di molte sue azioni.
Una cosa, però, manca a questa pellicola. La banalità. E, a ben pensarci, poco non è.