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lunedì 29 giugno 2026

Luigi Cavallari

 


Erica Dellapasqua

«Uomo d’altri tempi Per lui prima di tutto la vita con Eugenia»

Quagliariello, amico da 50 anni della coppia

Corriere della Sera, 29 giugno 2026

«Le ho scritto, l’essenziale in circostanze del genere. Luigi lo conoscevo, lo conosco da cinquant’anni».

Con la ministra Roccella da un po’ prima, per affinità politica.

«Lei è figlia di Franco, tra i fondatori dei radicali: ci siamo conosciuti nel partito, ero amico del papà e poi suo. Sono di famiglia».

Luigi Cavallari, come lo descrive.

«L’equilibrio. Non viveva di slanci, trasmetteva solida costanza. L’uomo che, con sguardo sempre acuto, segue tutti con discrezione, come poggiato sul ramo di un albero: dall’alto, fuori dalla mischia, ma consapevole e autorevole. Era entrato nella nostra Fondazione Magna Carta, le cose non sono sempre andate bene e quando è capitato di dover prendere delle decisioni ci si affidava alla sua saggezza».

Lui e Roccella si erano conosciuti da giovani: lei diciotto anni, lui dodici in più. Come li ricorda assieme?

«Si sono incontrati quando Eugenia viveva il pieno della sua prima militanza politica e femminista, quando non era scontato sposarsi per chi, come noi, respirava il clima di quell’epoca. Del resto, Luigi era fuori da quella cerchia, e anche questo per quei tempi era una particolarità: ci si incrociava nel mondo politico, invece lui non ne faceva parte, si conobbero a casa di amici e da allora non si sono più lasciati».

Roccella, nelle interviste più recenti, ha trasmesso l’idea del loro legame: è il mio grande amore, ha risposto.

«Avevano un rapporto molto particolare. Da quando ricordo Eugenia, ricordo Luigi. Lui è una persona molto rara, un gentiluomo d’altri tempi: mite, discreto ma anche molto determinato, un uomo che sapeva cosa voleva e certamente tra le cose che ha fortemente voluto c’erano la storia e poi una famiglia con Eugenia. Ha coltivato e difeso con determinazione ciò che aveva costruito, nel rapporto con Eugenia e con i due figli, Francesco e Silvia».

Lui più defilato, lei ministra.

Luigi autorevole e sempre estraneo alla politica Però ha seguito la moglie in ogni fase del suo percorso

«Anche questo aspetto li caratterizzava. Lui è sempre stato laterale, attraversando le fasi anche politiche di Eugenia. Da quando poi, circa dieci anni fa, è andato in pensione, il loro rapporto si è fatto ancora più stretto: anche se mai esposto era molto partecipe ed è stato per lei un utile consigliere con cui confrontarsi. Il lavoro è sempre stato fondante per entrambi».

«Sì, un bravissimo architetto e un ottimo docente universitario, ha un po’ accantonato la sua professione a favore dell’insegnamento e del rapporto con i suoi allievi».

«Era la casa di famiglia di Eugenia, per loro una sorta di rifugio. Conoscevano bene il lago e i suoi rischi: una persona che si sente bene, un tuffo se lo fa».

lunedì 8 aprile 2013

Disagio carcerario, vergogna civile


Scriveva Voltaire: “Non fatemi vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri… Perché è da esse che si misura il grado di civiltà di una nazione”.
Se questa celebre frase del filosofo francese dovesse essere utilizzata come metro di giudizio della realtà carceraria italiana, se ne dovrebbe inevitabilmente trarre la desolante conclusione che il livello di civiltà del nostro paese è estremamente basso.
Le fredda logica dei numeri è in proposito assai eloquente: le carceri italiane custodiscono attualmente oltre 66.000 persone, di cui il 40% in attesa di giudizio definitivo, a fronte di una capienza massima teorica di 44.000, condizione di sovraffollamento, come si può facilmente intuire, a dir poco drammatica, tale da rendere molti istituti di pena del tutto invivibili. Non è certo un caso se il numero dei suicidi di detenuti sia cresciuto in maniera impressionante negli ultimi anni (759 dal 2000 ad oggi), fenomeno che ha riguardato in misura minore anche il personale carcerario.
Tale disastrosa situazione è in larga parte il frutto velenoso di politiche della giustizia a dir poco discutibili, che hanno portato all’adozione di leggi che non è eccessivo definire criminogene (dalla Bossi-Fini sull’immigrazione, alla quale si deve tra l’altro l’istituzione dei famigerati Centri di identificazione ed espulsione, alla Fini-Giovanardi sulle droghe, alla cosiddetta ex Cirielli, che ha inasprito le pene per i recidivi), che hanno affollato le prigioni italiane di soggetti perlopiù socialmente disagiati (stranieri, tossicodipendenti, autori di reati di microcriminalità), trasformandole in vere e proprie discariche sociali.
Tutto ciò mentre, per converso, i reati dei “colletti bianchi” sono stati o depenalizzati o hanno potuto godere di un accorciamento dei tempi della prescrizione, fenomeno quest’ultimo sempre più diffuso, che ha assunto ormai le dimensioni di una vera e propria amnistia strisciante dai forti contenuti di classe.
Una giustizia quindi forte con i deboli e debole con i forti, con buona pace del principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Se è vero che le leggi citate poc’anzi sono state tutte approvate dai governi di destra, è altrettanto vero che i partiti della sinistra, quando sono stati chiamati in anni recenti alla guida del paese, non hanno certo mostrato una spiccata volontà di affrontare e di risolvere queste problematiche, mostrando una persistente idiosincrasia, risalente fin dai tempi del vecchio Pci, per le questioni relative ai diritti civili, a lungo considerate “sovrastrutturali” e pertanto non meritevoli di particolare attenzione.
Una felice eccezione in tal senso è stata a lungo rappresentata, per quanto riguarda i comunisti, da Umberto Terracini, un uomo che la durezza della vita carceraria l’ha conosciuta bene e che si è sempre battuto per la difesa dei diritti dei detenuti, sia come politico, sia come avvocato. Nell’ultima fase della sua esperienza politica le sue posizioni hanno molto spesso coinciso con quelle del Partito radicale, che della questione carceraria ha sempre fatto, e continua ancora a fare, il proprio cavallo di battaglia.
Ed è proprio con una sua citazione, tratta da un discorso in Senato del novembre del 1962, nel quale critica il governo per non aver affrontato un tema a lui particolarmente caro, quello dell’abolizione dell’ergastolo, che mi piace concludere questo articolo:
Forse non tutti hanno coscienza di ciò che significhi per un essere vivente la perdita della libertà personale, e per questo si è facili ad accettare che questa si prolunghi assai al di là di quanto possa essere umanamente sopportato [...]. È tempo di rinunciare alla credenza che la estrema durezza delle pene rappresenti la migliore difesa della società”.

Per approfondimenti su questi temi vai a Associazione Antigone.