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| Thomas Gainsborough, Penelope (Pitt) viscountess Ligonier, 1770 |
Vittorio Alfieri
Vita scritta da esso (1806)
Il racconto della travagliata relazione con Penelope Pitt (1749-1827), già conosciuta durante il soggiorno londinese del ’68, ma frequentata da fine novembre del ’70 ai primi di maggio del ’71, figlia dell’uomo politico George Pitt, già inviato britannico a Torino, dove probabilmente Alfieri l’aveva incontrato, fra il 1761 e il ’68; sposata dal ’66 con il visconte Edward Ligonier, pari d’Irlanda, colonnello della guardia e aiutante di campo di re Giorgio III, occupa due capitoli dell’autobiografia e costituisce una sorta di avvincente romanzo nel romanzo, a cui fa da controcanto Elia, in due lettere da Londra, racconto “dal basso” della vicenda: le rocambolesche corse a cavallo; gli incontri furtivi in villa, durante le assenze del marito; il martedì sera al Teatro Italiano, nel solito palco del principe di Masserano, e il duello notturno in frack, al Green Park, il 7 maggio del ’71, risoltosi con una lieve ferita al braccio destro, avendo il sinistro già bloccato da una precedente caduta da cavallo.
Infine, la scoperta della relazione parallela della donna con un palafreniere; il processo di divorzio condotto da Lord Ligonier, poi risposatosi con Mary Northington, figlia di un Lord Cancelliere; lo scandalo presto divampato sulle gazzette inglesi e il conseguente abbandono di Londra per l’Olanda, a fine giugno, fra furore e amore. In seguito, Penelope si risposò con un certo capitano Smith. Lord Ligonier morì nel 1782.
Si conoscono tre lettere d’amore in francese di Alfieri a Penelope (datate 26 e 29 aprile del ’71). Del tutto inaspettato, a vent’anni di distanza, fu l’incontro dei due ex amanti, sulla spiaggia del porto di Dover — Alfieri, accompagnato dalla Stolberg, nell’atto di imbarcarsi per Calais, durante il quarto e ultimo viaggio in Inghilterra, a fine agosto del ‘91. Non si rivolsero la parola, ma, giunto a Calais, Alfieri le scrisse una lettera, e Penelope rispose. La sua lettera fu allegata dal poeta alla Vita (IV, XXI).
https://archivio.astigiani.it/alfieri-e-le-donne-i-turbolenti-amori-del-poeta-astigiano/
Fin dal primo mio viaggio erami in Londra andata sommamente a genio
una bellissima signora delle primarie, la di cui immagine tacitamente
forse nel cuore mio introdottasi mi avea fatto in gran parte trovare
sí bello e piacevole quel paese, ed anche accresciutami ora la
voglia di rivederlo. Con tutto ciò, ancorché quella bellezza mi si
fosse mostrata fin d'allora piuttosto benigna, la mia ritrosa e
selvaggia indole mi avea preservato dai di lei lacci. Ma in questo
ritorno, ingentilitomi io d'alquanto, ed essendo in età piú
suscettibil d'amore, e non abbastanza rinsavito dal primo accesso di
quell'infausto morbo, che sí male mi era riuscito nell'Haia, caddi
allora in quest'altra rete, e con sí indicibil furore mi
appassionai, che ancora rabbrividisco, pensandovi adesso che lo sto
descrivendo nel primo gelo del nono mio lustro. Mi si presentava
spessissimo l'occasione di veder quella bella inglese, massimamente
in casa del principe di Masserano, con la di cui moglie essa era
compagna di palco al Teatro dell'Opera Italiana. Non la vedeva in
casa sua, perché allora le dame inglesi non usavano ricevere visite,
e principalmente di forestieri. Oltre ciò, il marito ne era
gelosissimo, per quanto il possa e sappia essere un oltramontano.
Questi ostacoletti vieppiú mi accendevano; onde io ogni mattina ora
all'Hyde-park, ora in qualche altro passeggio mi incontrava con essa;
ogni sera in quelle affollate veglie, o al teatro, la vedea
parimente; e la cosa si andava sempre piú ristringendo. E venne
finalmente a tale, che io, felicissimo dell'essere o credermi
riamato, mi teneva pure infelicissimo, ed era dal non vedere modo con
cui si potesse con securità continuare gran tempo quella pratica.
Passavano, volavano i giorni; inoltratasi la primavera, il fin di
giugno al piú al piú era il termine, in cui, attesa la partenza per
la campagna dove ella solea stare sette e piú mesi, diveniva
assolutamente impossibile il vederla né punto né poco. Io quindi
vedeva arrivare quel giugno come l'ultimo termine indubitalmente
della mia vita; non ammettendo io mai nel mio cuore, né nella mente
mia inferma, la possibilità fisica di sopravvivere a un tale
distacco, sendosi in tanto piú lungo spazio di tempo rinforzata
questa mia seconda passione tanto superiormente alla prima. In questo
funesto pensiere del dover senza dubbio perire quando la dovrei
lasciare, mi si era talmente inferocito l'animo, ch'io non procedeva
in quella mia pratica altrimenti che come chi non ha oramai piú
nulla che perdere. Ed a ciò contribuiva parimente non poco il
carattere dell'amata donna, la quale pareva non gustar punto né
intendere i partiti di mezzo. Essendo le cose in tal termine, e
raddoppiandosi ogni giorno le imprudenze sí mie che sue, il di lei
marito avvistosene già da qualche tempo avea piú volte accennato di
volermene fare un qualche risentimento; ed io nessun'altra cosa al
mondo bramava quanto questa, poiché dal solo uscir esso dei gangheri
potea nascere per me o alcuna via di salvamento, ovvero una total
perdizione. In tale orribile stato io vissi circa cinque mesi, finché
finalmente scoppiò la bomba nel modo seguente. Piú volte già in
diverse ore del giorno con grave rischio d'ambedue noi io era stato
da essa stessa introdotto in casa; inosservato sempre, attesa la
piccolezza delle case di Londra, e il tenersi le porte chiuse, e la
servitú stare per lo piú nel piano sotterraneo, il che dà campo di
aprirsi la porta di strada da chi è dentro, e facilmente introdursi
l'estraneo ad una qualche camera terrena contigua immediatamente alla
porta. Quindi quelle mie introduzioni di contrabbando erano tutte
francamente riuscite; tanto piú ch'era in ore ove il marito era fuor
di casa, e per lo piú la gente di servizio a mangiare. Questo
prospero esito ci inanimí a tentare maggiori rischi. Onde, venuto il
maggio, avendola il marito condotta in una villa vicina, sedici
miglia di Londra, per starci otto o dieci giorni e non piú, subito
si appuntò il giorno e l'ora in cui parimente nella villa verrei
introdotto di furto; e si colse il giorno d'una rivista delle truppe
a cui il marito, essendo uffiziale delle guardie, dovea intervenir
senza fallo, e dormire in Londra. Io dunque mi ci avviai quella sera
stessa soletto, a cavallo; ed avendo avuto da essa l'esatta
topografia del luogo, lasciato il mio cavallo ad un'osteria distante
circa un miglio dalla villa, proseguii a piedi, sendo già notte,
fino alla porticella del parco, di dove introdotto da essa stessa
passai nella casa, non essendo, o credendomi tuttavia non essere,
stato osservato da chi che fosse. Ma cotali visite erano zolfo sul
fuoco, e nulla ci bastava se non ci assicurava del sempre. Si presero
dunque alcune misure per replicare e spesseggiar quelle gite, finché
durasse la villeggiatura breve, disperatissimi poi se si pensava alla
villeggiatura imminente e lunghissima che ci sovrastava. Ritornato io
la mattina dopo in Londra, fremeva e impazziva pensando che altri due
giorni dovrei stare senza vederla, e annoverava l'ore e i momenti. Io
viveva in un continuo delirio, inesprimibile quanto incredibile da
chi provato non l'abbia, e pochi certamente l'avranno provato a un
tal segno. Non ritrovava mai pace se non se andando sempre, e senza
saper dove; ma appena quetatomi o per riposarmi, o per nutrirmi, o
per tentar di dormire, tosto con grida ed urli orribili era costretto
di ribalzare in piedi, e come un forsennato mi dibatteva almeno per
la camera, se l'ora non permetteva di uscire. Aveva piú cavalli, e
tra gli altri quel bellissimo comprato a Spa, e fatto poi trasportare
in Inghilterra. E su quello io andava facendo le piú pazze cose, da
atterrire i piú temerari cavalcatori di quel paese, saltando le piú
alte e larghe siepi di slancio, e fossi stralarghi, e barriere quante
mi si affacciavano. Una di quelle mattine intermedie tra una e
l'altra mia gita in quella sospirata villa, cavalcando io col
marchese Caraccioli, volli fargli vedere quanto bene saltava quel mio
stupendo cavallo, e adocchiata una delle piú alte barriere che
separava un vasto prato dalla pubblica strada, ve lo cacciai di
carriera; ma essendo io mezzo alienato, e poco badando a dare in
tempo i debiti aiuti e la mano al cavallo, egli toccò coi piè
davanti la sbarra, ed entrambi in un fascio precipitati sul prato,
ribalzò egli primo in piedi, io poi; né mi parve di essermi fatto
male alcuno. Del resto il mio pazzo amore mi aveva quadruplicato il
coraggio, e pareva ch'io a bella posta mendicassi ogni occasione di
rompermi il collo. Onde, per quanto il Caraccioli, rimasto su la
strada di là dalla mal per me saltata barriera, gridassemi di non
far altro, e di andar cercar l'uscita naturale del prato per riunirmi
a lui, io che poco sapeva quel che mi facessi, correndo dietro il
cavallo che accennava di voler fuggire pel prato, ne afferrai in
tempo le redini, e saltatovi su di bel nuovo, lo rispinsi spronando
contro la stessa barriera, e ristorando egli ampiamente il mio onore
ed il suo la passò di volo. La giovenile superbia mia non godé
lungamente di quel trionfo, che dopo fatti alcuni passi adagino,
freddandomisi a poco a poco la mente e il corpo, cominciai a provare
un fiero dolore nella sinistra spalla, che era in fatti slogata, e
rotto un ossuccio che collega la punta di essa col collo. Il dolore
andava crescendo, e le poche miglia che mi trovava esser distante da
casa mi parvero fieramente lunghe prima di ricondurmivi a cavallo ad
oncia ad oncia. Venuto il chirurgo, e straziatomi per assai tempo,
disse di aver riallogato ogni cosa, e fasciatomi, ordinò ch'io
stessi in letto. Chi intende d'amore si rappresenti le mie smanie e
furore nel vedermi io cosí inchiodato in un letto, la vigilia per
l'appunto di quel beato giorno ch'era prefisso alla mia seconda gita
in villa. La slogatura del braccio era accaduta nella mattina del
sabato; pazientai per quel giorno, e la domenica, sino verso la sera,
onde quel poco di riposo mi rendé alcuna forza nel braccio, e piú
ardire nell'animo. Onde verso le ore sei del giorno mi volli a ogni
conto alzare, e per quanto mi dicesse il mio semi-aio Elia, entrai
alla meglio in un carrozzino di posta soletto, e mi avviai verso il
mio destino. Il cavalcare mi si era fatto impossibile atteso il
dolore del braccio, e l'impedimento della stringatissima fasciatura,
onde non dovendo né potendo arrivare sino alla villa in quel
carrozzino col postiglione, mi determinai di lasciare il legno alla
distanza di circa due miglia, e feci il rimanente della strada a
piedi con l'un braccio impedito, e l'altro sotto il pastrano con la
spada impugnata, andando solo di notte in casa d'altri, non come
amico. La scossa del legno mi avea frattanto rinnovato e raddoppiato
il dolore della spalla, e scompostami la fasciatura a tal segno che
la spalla in fatti non si riallogò poi in appresso mai piú. Pareami
pur tuttavia di essere il piú felice uomo del mondo avvicinandomi al
sospirato oggetto. Arrivai finalmente, e con non poco stento (non
avendo l'aiuto di chicchessia, poiché dei confidenti non v'era)
pervenni pure ad accavalciare gli stecconi del parco per
introdurmivi, poiché la porticella che la prima volta ritrovai
socchiusa, in quella seconda mi riuscí inapribile. Il marito, al
solito per cagione della rivista dell'indomani lunedí, era ito anche
quella sera a dormire in Londra. Pervenni dunque alla casa, trovai
chi mi vi aspettava, e senza molto riflettere né essa né io
all'accidente dell'essersi ritrovata chiusa la porticella ch'essa
pure avea già piú ore prima aperta da sé, mi vi trattenni fino
all'alba nascente. Uscitone poi nello stesso modo, e tenendo per
fermo di non essere stato veduto da anima vivente, per la stessa via
fino al mio legno, e poi salito in esso mi ricondussi in Londra verso
le sette della mattina assai mal concio fra i due cocentissimi dolori
dell'averla lasciata e di trovarmi assai peggiorata la spalla. Ma lo
stato dell'animo mio era sí pazzo e frenetico, ch'io nulla curava
qualunque cosa potesse accadere, prevedendole pure tutte. Mi feci dal
chirurgo ristringere di nuovo la fasciatura senza altrimenti toccare
al riallogamento o slogamento che fosse. E martedí sera trovatomi
alquanto meglio, non volli neppur piú stare in casa, e andai al
Teatro Italiano nel solito palco del principe di Masserano, che vi
era con la sua moglie, e che credendomi mezzo stroppio ed in letto,
molto si maravigliarono di vedermi col solo braccio al collo.
Frattanto io me ne stava in apparenza tranquillo,
ascoltando la musica, che mille tempeste terribili mi rinnovava nel
cuore; ma il mio viso era, come suol essere, di vero marmo.
Quand'ecco ad un tratto io sentiva, o pareami, pronunziato il mio
nome da qualcuno, che sembrava contrastare con un altro alla porta
del chiuso palco. Io, per un semplice moto machinale, balzo alla
porta, l'apro, e richiudola dietro di me in un attimo, e agli occhi
mi si presenta il marito della mia donna, che stava aspettando che di
fuori gli venisse aperto il palco chiuso a chiave da quegli usati
custodi dei palchi, che nei teatri inglesi si trattengono a tal
effetto nei corridoi. Io già piú e piú volte mi era aspettato a
quest'incontro, e non potendolo onoratamente provocare io primo,
l'avea pure desiderato piú che ogni cosa al mondo. Presentatomi
dunque in un baleno fuori del palco, le parole furon queste
brevissime, «Eccomi qua» gridai io. «Chi mi cerca?» «Io,» mi
rispos'egli, «la cerco, che ho qualche cosa da dirle.» «Usciamo,»
io replico; «sono ad udirla.» Né altro aggiungendovi, uscimmo
immediatamente dal teatro. Erano circa le ore ventitré e mezzo
d'Italia; nei lunghissimi giorni di maggio cominciando in Londra i
teatri verso le ventidue. Dal Teatro dell'Haymarket per un assai buon
tratto di strada andavamo al Parco di San Giacomo, dove per un
cancello si entra in un vasto prato, chiamato Green-Park. Quivi, già
quasi annottando, in un cantuccio appartato si sguainò senza dir
altro le spade. Era allor d'uso il portarla anch'essendo infrack,
onde io mi era trovato d'averla, ed egli appena tornato di villa era
corso da uno spadaio a provvedersela. A mezzo la via di Pallmall che
ci guidava al Parco San Giacomo, egli due o tre volte mi andò
rimproverando ch'io era stato piú volte in casa sua di nascosto, ed
interrogavami del come. Ma io, malgrado la frenesia che mi dominava,
presentissimo a me, e sentendo nell'intimo del cuor mio quanto fosse
giusto e sacrosanto lo sdegno dell'avversario, null'altro mai mi
veniva fatto di rispondere, se non se: «Non è vera tal cosa; ma
quand'ella pure la crede son qui per dargliene buon conto». Ed egli
ricominciava ad affermarlo, e massimamente di quella mia ultima gita
in villa egli ne sminuzzava sí bene ogni particolarità, ch'io
rispondendo sempre, «Non è vero», vedea pure benissimo ch'egli era
informato a puntino di tutto. Finalmente egli terminava col dirmi: «A
che vuol ella negarmi quanto mi ha confessato e narrato la stessa mia
moglie?». Strasecolai di un sí fatto discorso, e risposi (benché
feci male, e me ne pentii poi dopo): «Quand'ella il confessi, non lo
negherò io». Ma queste parole articolai, perché oramai era stufo
di stare sí lungamente sul negare una cosa patente e verissima;
parte che troppo mi ripugnava in faccia ad un nemico offeso da me; ma
pure violentandomi, lo faceva per salvare, se era possibile, la
donna. Questo era stato il discorso tra noi prima di arrivar sul
luogo ch'io accennai. Ma allorché nell'atto di sguainar la spada,
egli osservò ch'io aveva il manco braccio sospeso al collo, egli
ebbe la generosità di domandarmi se questo non m'impedirebbe di
battermi. Risposi ringraziandolo, ch'io sperava di no, e subito lo
attaccai. Io sempre sono stato un pessimo schermidore; mi ci buttai
dunque fuori d'ogni regola d'arte come un disperato; e a dir vero io
non cercava altro che di farmi ammazzare. Poco saprei descrivere quel
ch'io mi facessi, ma convien pure che assai gagliardamente lo
investissi, poiché io al principiare mi trovava aver il sole, che
stava per tramontare, direttamente negli occhi a segno che quasi non
ci vedeva; e in forse sette o otto minuti di tempo io mi era talmente
spinto innanzi ed egli ritrattosi e nel ritrarsi descritta una curva
sí fatta, ch'io mi ritrovai col sole direttamente alle spalle. Cosí,
martellando gran tempo, io sempre portandogli colpi, ed egli sempre
ribattendoli, giudico che egli non mi uccise perché non volle, e
ch'io non lo uccisi perché non seppi. Finalmente egli nel parare una
botta, me ne allungò un'altra e mi colse nel braccio destro tra
l'impugnatura ed il gomito, e tosto avvisommi ch'io era ferito; io
non me n'era punto avvisto, né la ferita era in fatti gran cosa.
Allora abbassando egli primo la punta in terra, mi disse ch'egli era
soddisfatto, e domandavami se lo era anch'io. Risposi, che io non era
l'offeso, e che la cosa era in lui. Ringuainò egli allora, ed io
pure. Tosto egli se n'andò; ed io, rimasto un altro poco sul luogo
voleva appurare cosa fosse quella mia ferita; ma osservando l'abito
essere, squarciato per lo lungo, e non sentendo gran dolore, né
sentendomi sgocciolare gran sangue la giudicai una scalfittura piú
che una piaga. Del resto non mi potendo aiutare del braccio sinistro,
non sarebbe stato possibile di cavarmi l'abito da me solo. Aiutandomi
dunque co' denti mi contentai di avvoltolarmi alla peggio un
fazzoletto e annodarlo sul braccio destro per diminuire cosí la
perdita del sangue. Quindi uscito dal parco, per la stessa strada di
Palmall, e ripassando davanti al Teatro, di donde era uscito tre
quarti d'ora innanzi, ed al lume di alcune botteghe avendo veduto che
non era insanguinato né l'abito, né le mani, scioltomi co' denti il
fazzoletto dal braccio e non provatone piú dolore, mi venne la pazza
voglia puerile di rientrare al Teatro, e nel palco donde avea preso
le mosse. Tosto entrando fui interrogato dal principe di Masserano,
perché io mi fossi scagliato cosí pazzamente fuori del suo palco, e
dove fossi stato. Vedendo che non aveano udito nulla del breve
diverbio seguito fuori del loro palco, dissi che mi era sovvenuto a
un tratto di dover parlar con qualcuno, e che perciò era uscito
cosí: né altro dissi. Ma per quanto mi volessi far forza, il mio
animo trovavasi pure in una estrema agitazione, pensando qual potesse
essere il seguito di un tal affare, e tutti i danni che stavano per
accadere all'amata mia donna. Onde dopo un quarticello me n'andai,
non sapendo quel che farei di me. Uscito dal Teatro mi venne in
pensiero (già che quella ferita non m'impediva di camminare) di
portarmi in casa d'una cognata della mia donna, la quale ci
secondava, e in casa di cui ci eramo anche veduti qualche volta.
Opportunissimo riuscí quel mio accidentale
pensiero, poiché entrando in camera di quella signora il primo
oggetto che mi si presentò agli occhi, fu la stessa stessissima
donna mia. Ad una vista sí, inaspettata, ed in tanto e sí diverso
tumulto di affetti, io m'ebbi quasi a svenire. Tosto ebbi da lei
pienissimo schiarimento del fatto, come pareva dover essere stato; ma
non come egli era in effetto; che la verità poi mi era dal mio
destino riserbata a sapersi per tutt'altro mezzo. Ella dunque mi
disse, che il marito sin dal primo mio viaggio in villa n'avea avuta
la certezza, dalla persona in fuori; avendo egli saputo soltanto che
qualcun c'era stato, ma nessuno mi avea conosciuto. Egli avea
appurato, che era stato lasciato un cavallo tutta la notte in tale
albergo, tal giorno, e ripigliato poi in tal ora da persona che
largamente avea pagato, né articolato una sola parola. Perciò
all'occasione di questa seconda rivista, avea segretamente appostato
alcun suo familiare perché vegliasse, spiasse, ed a puntino poi
lunedí sera al suo ritorno gli desse buon conto d'ogni cosa. Egli
era partito la domenica il giorno, per Londra; ed io come dissi, la
domenica al tardi di Londra per la villa sua, dove era giunto a piedi
su l'imbrunire. La spia (o uno o piú ch'ei si fossero), mi vide
traversare il cimitero del luogo, accostarmi alla porticella del
parco, e non potendola aprire, accavalciarne gli stecconi di cinta.
Cosí poi m'avea visto uscire su l'alba, ed avviarmi a piedi su la
strada maestra verso Londra. Nessuno si era attentato né di
mostrarmisi pure, non che di dirmi nulla; forse perché vedendomi
venire in aria risoluta con la spada sotto il braccio, e non ci
avendo essi interesse proprio, gli spassionati non si pareggiando mai
cogli innamorati, pensarono esser meglio di lasciarmi andare a buon
viaggio. Ma certo si è, che se all'entrare o all'uscire a quel modo
ladronesco dal parco, mi avessero voluto in due o tre arrestare, la
cosa si riducea per me a mal partito; poiché se tentava fuggire,
avea aspetto di ladro, se attaccarli o difendermi, aveva aspetto di
assassino: ed in me stesso io era ben risoluto di non mi lasciar
prender vivo. Onde bisognava subito menar la spada, ed in quel paese
di savie e non mai deluse leggi queste cose hanno immancabilmente
severissimo gastigo. Inorridisco anche adesso, scrivendolo: ma punto
non titubava io nell'atto d'espormivi. Il marito dunque nel ritornare
il lunedí giorno in villa, già dallo stesso mio postiglione, che
alle due miglia di là mi avea aspettato tutta notte, gli venne
raccontato il fatto come cosa insolita, e dal ritratto che gli avea
fatto di mia statura, forme, e capelli, egli mi avea benissimo
riconosciuto. Giunto poi a casa sua, ed avuto il referto della sua
gente, ottenne al fine la tanto desiderata certezza dei danni suoi.
Ma qui, nel descrivere gli effetti stranissimi di
una gelosia inglese, la gelosia italiana si vede costretta di ridere,
cotanto son diverse le passioni nei diversi caratteri e climi, e
massime sotto diversissime leggi. Ogni lettore italiano qui sta
aspettando pugnali, veleni, battiture, o almeno carcerazion della
moglie, e simili ben giuste smanie. Nulla di questo. L'inglese
marito, ancorché assaissimo al modo suo adorasse la moglie, non
perdé il tempo in invettive, in minacce, in querele. Subito la
raffrontò con quei testimoni di vista, che facilmente la convinsero
del fatto innegabile. Venuta la mattina del martedí, il marito non
celò alla moglie, ch'egli già da quel punto non la tenea piú per
sua, e che ben tosto il divorzio legittimo lo libererebbe di lei.
Aggiunse, che non gli bastando il divorzio, voleva anche che io
scontassi amaramente l'oltraggio fattogli; ch'egli in quel giorno
ripartirebbe per Londra, dove mi troverebbe senz'altro. Allora essa
immediatamente per mezzo di un qualche suo affidato mi avea
segretamente scritto, e spedito l'avviso di quanto seguiva. Il
messaggiere, largamente pagato, avea quasi che ammazzato il cavallo
venendo a tutt'andare in meno di du' ore a Londra, e certamente vi
giunse forse un'ora prima che non giungesse il marito. Ma per mia
somma fortuna, non avendomi piú trovato in casa né il messaggiero,
né il marito, io non fui avvisato di nulla, ed il marito vedendomi
uscito, s'immaginò ed indovinò ch'io fossi al Teatro Italiano; e
là, come io narrai, mi trovò. La fortuna in quest'accidente mi fece
due sommi benefici: che io non mi fossi slogato il braccio destro in
vece del manco; e ch'io non ricevessi quella lettera dell'amata
donna, se non se dopo l'incontro. Non so se non avrei in qualche
parte forse operato men bene, ove l'una di queste due cose mi fosse
accaduta. Ma intanto, partito appena il marito per Londra, per altra
via era anche partita la moglie, e venuta direttamente a Londra in
casa di quella sua cognata, che non molto lontana abitava dalla casa
del suo marito; quivi già avea saputo che il marito meno d'un'ora
prima era tornato a casa in un fiacre; dal quale slanciatosi
dentro si era chiuso in camera, senza voler né vedere né favellare
con chi che si fosse di casa. Onde essa tenea per fermo ch'egli mi
avesse contrato ed ucciso. Tutta questa narrazione a pezzi e bocconi
mi veniva fatta da lei; interrotta, come si può credere,
dall'immensa agitazione dei sí diversi affetti che ambedue ci
travagliavano. Ma per allora però, il fine di tutto questo
schiarimento scioglievasi in una felicità per noi inaspettata e
quasi incredibile; poiché, atteso l'imminente inevitabil divorzio,
io mi trovava nell'impegno (e null'altro bramava) di sottentrare ai
lacci coniugali ch'ella stava per rompere. Ebro di un tal pensiero,
quasi non mi ricordava piú punto della mia ferituccia; ma in somma
poi, alcune ore dopo, visitatomi il braccio in presenza dell'amata
donna, si trovò la pelle scalfitta in lungo, e molto sangue
raggrumato nei pieghi della camicia, senz'altro danno. Medicato il
braccio, ebbi la giovenile curiosità di visitare anche la mia spada,
e la trovai, dalle gran ribattiture di colpi fatte dall'avversario,
ridotta dai due terzi in giú della lama a guisa d'una sega
addentellatissima; e la conservai poi quasi trofeo per piú anni in
appresso. Separatomi finalmente in quella notte del martedí assai
inoltrata dalla mia donna, non volli tornare a casa mia senza passare
dal marchese Caraccioli, per informarlo d'ogni cosa. Ed egli pure,
dal modo in cui avea saputo il fatto in confuso, mi tenea fermamente
per ucciso, e che fossi rimasto nel parco, che verso la mezz'ora di
notte suol chiudersi. Come risuscitato dunque mi accolse, ed
abbracciò caldamente, ed in vari discorsi si passarono ancora forse
du' altre ore piú della notte; talché arrivai a casa quasi al
giorno. Corcatomi dopo tante e sí strane peripezie d'un sol giorno,
non ho dormito mai d'un sonno piú tenace e piú dolce.
CAPITOLO
UNDECIMO
Disinganno
orribile.
Ecco intanto a puntino come erano veramente
accadute le cose del giorno dianzi. Il fidato mio Elia, avendo veduto
arrivare quel messaggiero col cavallo fradicio di sudore e
trafelatissimo, e che tanto e poi tanto gli avea raccomandato di
farmi avere immediatamente quella lettera, era subito uscito per
rintracciarmi; e cercatomi prima dal principe di Masserano dove mi
credeva esser ito, poi dal Caraccioli, che abitavano a piú miglia di
distanza, avea cosí consumato piú ore; finalmente riaccostandosi
verso casa mia che era in Suffolk street, vicinissima all'Haymarket
dov'è il Teatro dell'Opera Italiana, gli venne in capo di veder se
io ci fossi; benché non lo credesse, atteso che avea tuttora il
braccio slogato fasciato al collo. Appena entrato egli al teatro, e
chiesto di me a que' custodi dei palchi che benissimo mi conoscevano,
gli fu detto che un dieci minuti prima era uscito con tal persona,
che era venuta a cercarmi espressamente nel palco dov'io era. Elia
sapeva benissimo (benché non lo sapesse da me) quel mio disperato
amore; onde udito appena il nome della persona che mi era venuta
cercare, e combinato la lettera di donde veniva, subito entrò in
chiaro di ogni cosa. Allora Elia, sapendo benissimo quanto mal destro
spadaccino io mi fossi, ed inoltre vedendomi impedito il braccio
sinistro, mi reputò anch'egli certamente per un uomo morto; e subito
corse al Parco San Giacomo, ma non essendosi rivolto verso il
Greenpark, non ci rinvenne; intanto annottò; ed egli fu costretto di
uscir del parco, come ogni altra persona. Non sapendo che si fare per
venir in chiaro della mia sorte, si avviò verso la casa del marito,
credendo quivi poter raccapezzare qualcosa; e forse avendo egli
azzeccato cavalli migliori al suo fiacre, che non erano stati
quelli del marito; o che questi forse in quel frattempo fosse andato
in qualch'altro luogo; fatto si è, che Elia si combinò di arrivar
egli nel suo fiacre vicino alla porta del marito, nel punto
istesso in cui esso marito era giunto a casa sua; e l'avea benissimo
veduto ritornare colla spada, e slanciarsi in casa, e far chiuder la
porta subito, ed in aspetto e modi molto turbati. Sempre piú si
confermò Elia nel sospetto ch'egli m'avesse ucciso, e non potendo
piú far altro, era corso dal Caraccioli, e gli avea dato conto di
quanto sapeva, e di quel che temeva.
Io dunque, dopo una sí penosa giornata,
rinfrancato da molte ore di placidissimo sonno, rimedicate alle
meglio le mie due ferite, di cui quella della spalla mi dolea piú
che mai, e l'altra sempre meno, subito corsi dalla mia donna, e vi
passai tutto intero quel giorno. Per via dei servitori si andava
sentendo quello che faceva il marito, la di cui casa, come dissi, era
assai vicina di quella della cognata, dove abitava per allora la mia
donna. E benché io riputassi in me stesso ogni nostro guai terminato
col prossimo divorzio; e ancorché il padre di lei (persona a me già
notissima da piú anni) fosse venuto in quel giorno del mercoledí a
veder la figlia, e nella di lei disgrazia si congratulasse pur seco,
che almeno ad uom degno (cosí volle dire) le toccasse di riunirsi in
un secondo matrimonio; con tutto ciò io scorgeva una foltissima nube
su la bellissima fronte della mia donna, che un qualche sinistro mi
vi parea presagire. Ed ella, sempre piangente, e sempre protestandomi
che mi amava piú d'ogni cosa; che lo scandalo dell'avvenimento suo e
il disonore che glie ne ridondava nella di lei patria, le venivano
largamente compensati s'ella potea pur vivere per sempre con me; ma
ch'ella era piú che certa che io non l'avrei mai presa per moglie
mia. Questa sua perseverante e stranissima asserzione mi disperava
veramente; e sapendo io benissimo ch'ella non mi reputava né
mentitore né simulato, non poteva assolutamente intendere questa sua
diffidenza di me. In queste funeste perplessità, che purtroppo
turbavano ed annichilivano ogni mia soddisfazione del vederla
liberamente dalla mattina alla sera; ed inoltre fra le angustie d'un
processo già intavolato ed assai spiacente per chiunque abbia onore
e pudore; cosí si passarono i tre giorni dal mercoledí a tutto il
venerdí, finché il venerdí sera insistendo io fortemente per
estrarre dalla mia donna una qualche piú luce nell'orrido enimma dei
di lei discorsi, delle sue malinconie, e diffidenze; finalmente con
grave e lungo stento, previo un doloroso proemio interrotto da
sospiri e singhiozzi amarissimi, ella mi veniva dicendo che sapea
purtroppo non poter essere in conto nessuno omai degna di me; e che
io non la dovea né poteva né vorrei sposar mai... perché già
prima... di amar me... ella avea amato... «E chi mai?» soggiungeva
io interrompendo con impeto. «Un jockey» (cioè un
palafreniere) «che stava... in casa... di mio marito.» «Ci stava?
e quando? Oh Dio, mi sento morire! Ma perché dirmi tal cosa? crudel
donna; meglio era uccidermi.» Qui mi interrompe ancor essa; e a poco
a poco alla per fine esce l'intera confessione sozzissima di quel
brutto suo amore; di cui sentendo io le dolorose incredibili
particolarità, gelido, immobile, insensato mi rimango qual pietra.
Quel mio degnissimo rival precursore stava tuttavia in casa del
marito in quel punto in cui si parlava; egli era stato quello che
avea primo spiato gli andamenti della amante padrona; egli avea
scoperto la mia prima gita in villa, e il cavallo lasciato tutta
notte nell'albergo di campagna; ed egli con altri di casa, mi avea
poi visto e conosciuto nella seconda gita fatta in villa la domenica
sera. Egli finalmente, udito il duello del marito con me, e la
disperazione di esso di dover far divorzio con una donna ch'egli
mostrava amar tanto, si era indotto nel giorno del giovedí a farsi
introdurre presso al padrone, e per disingannar lui, vendicar sé
stesso, e punire la infida donna e il nuovo rivale, quell'amante
palafreniere avea spiattellatamente confessato e individuato tutta la
storia de' suoi triennali amori con la padrona, ed esortato avea
caldamente il padrone a non si disperar piú a lungo per aver perduta
una tal moglie, il che si dovea anzi recare a ventura. Queste
orribili e crudeli particolarità, le seppi dopo; da essa non seppi
altro che il fatto, e menomato quanto piú si potea.
Il mio dolore e furore, le diverse mie
risoluzioni, e tutte false e tutte funeste e tutte vanissime ch'io
andai quella sera facendo e disfacendo, e bestemmiando, e gemendo, e
ruggendo, ed in mezzo a tant'ira e dolore amando pur sempre
perdutamente un cosí indegno oggetto; non si possono tutti questi
affetti ritrarre con parole: ed ancora vent'anni dopo mi sento
ribollire il sangue pensandovi.
La lasciai quella sera, dicendole: ch'ella troppo
bene mi conosceva nell'avermi detto e replicato sí spesso che io non
l'avrei mai fatta mia moglie; e che se io mai fossi venuto in chiaro
di tale infamia dopo averla sposata, l'avrei certamente uccisa di mia
mano, e me stesso forse sovr'essa, se pure l'avessi ancor tanto amata
in quel punto, quanto purtroppo in questo l'amava. Aggiunsi che io
pure la dispregiava un po' meno, per l'aver essa avuto la lealtà e
il coraggio di confessarmi spontaneamente tal cosa; che non
l'abbandonerei mai come amico, e che in qualunque ignorata parte
d'Europa o d'America io era pronto ad andare con essa e conviverci,
purch'essa non mi fosse né paresse mai d'esser moglie.
Cosí lasciatala il venerdí sera, agitato da
mille furie alzatomi all'alba del sabato, e vistomi sul tavolino uno
di quei tanti foglioni pubblici che usano in Londra, vi slancio cosí
a caso i miei occhi, e la prima cosa che mi vi capita sotto è il mio
nome. Gli spalanco, leggo un ben lunghetto articolo, in cui tutto il
mio accidente è narrato, individuato minutamente e con verità, e vi
imparo di piú le funeste e risibili particolarità del rivale
palafreniere, di cui leggo il nome, l'età, la figura, e l'ampissima
confessione da lui stesso fatta al padrone. Io ebbi a cader morto ad
una tal lettura; ed allora soltanto riacquistando la luce della
mente, mi avvidi e toccai con mano, che la perfida donna mi avea
spontaneamente confessato ogni cosa dopo che il gazzettiere,
in data del venerdí mattina, l'avea confessata egli al pubblico.
Perdei allora ogni freno e misura, corsi a casa sua, dove dopo averla
invettivata con tutte le piú amare furibonde e spregianti
espressioni, miste sempre di amore, di dolor mortalissimo, e di
disperati partiti, ebbi pure la vile debolezza di ritornarvi qualche
ore dopo averle giurato ch'ella non mi rivedrebbe mai piú. E
tornatovi, mi vi trattenni tutto quel giorno; e vi tornai il
susseguente, e piú altri, finché risolvendosi essa di uscir
d'Inghilterra, dove ell'era divenuta la favola di tutti, e di andare
in Francia a porsi per alcun tempo in un monastero, io l'accompagnai,
e si errò intanto per varie provincie dell'Inghilterra per
prolungare di stare insieme, fremendo io e bestemmiando dell'esservi,
e non me ne potendo pure a niun conto separare. Colto finalmente un
istante in cui poté piú la vergogna e lo sdegno che l'amore, la
lasciai in Rochester, di dove essa con quella di lei cognata si avviò
per Douvres in Francia, ed io me ne tornai a Londra.
Giungendovi seppi che il marito avea proseguito il
processo divorziale in mio nome, e che in ciò mi avea accordata la
preferenza sul nostro triumviro terzo, il proprio palafreniere, che
anzi gli stava ancora in servizio, tanto è veramente generosa ed
evangelica la gelosia degli inglesi. Ma ed io pure mi debbo non poco
lodare del procedere di quell'offeso marito. Non mi volle uccidere,
potendolo verisimilmente fare; né mi volle multare in danari, come
portano le leggi di quel paese, dove ogni offesa ha la sua tariffa, e
le corna ve l'hanno altissima; a segno che s'egli in vece di farmi
cacciare la spada mi avesse voluto far cacciar la borsa, mi avrebbe
impoverito o dissestato di molto; perché tassandosi l'indennità in
proporzione del danno, egli l'avea ricevuto sí grave, atteso l'amore
sviscerato ch'egli portava alla moglie, ed atteso anche l'aggiunta
del danno recatogli dal palafreniere, che per essere nullatenente non
glie l'avrebbe potuto ristorare, ch'io tengo per fermo che a recarla
a zecchini io non ne sarei potuto uscir netto a meno di dieci o
dodici mila zecchini, e forse anche piú. Quel bennato e moderato
giovine si comportò dunque meco in questo sgradevole affare assai
meglio ch'io non avea meritato. E proseguitosi in mio nome il
processo, la cosa essendo troppo palpabile dai molti testimoni, e
dalle confessioni dei diversi personaggi, senza neppure il mio
intervento, né il menomo impedimento alla mia partenza
dall'Inghilterra, seppi poi dopo ch'era stato ratificato il totale
divorzio.
Indiscretamente forse, ma pure a bell'apposta ho
voluto sminuzzare in tutti i suoi amminicoli questo straordinario e
per me importante accidente, sí perché se ne fece gran rumore in
quel tempo, sí perché essendo stata questa una delle principali
occasioni in cui mi è venuto fatto di ben conoscere e porre alla
prova diversamente me stesso, mi è sembrato che analizzandolo con
verità e minutezza verrei anche a dar luogo a chi volesse piú
intimamente conoscermi, di ritrovarne in questo fatto un ampissimo
mezzo.