domenica 31 maggio 2026

Il casto Giuseppe



Ludovico Cardi detto Cigoli, Giuseppe e la moglie di Putifarre, 1610

LA SACRA BIBBIA 
GENESI

Giuseppe e la seduttrice (39)

7 Dopo questi fatti, avvenne che la moglie del suo padrone gettò gli occhi su Giuseppe e gli disse: «Coricati con me!». 8 Ma egli rifiutò e disse alla moglie del suo padrone: «Vedi, il mio padrone non si preoccupa di quanto ha lasciato in casa con me e mi ha dato in mano tutti i suoi averi. 9 Non c'è alcuno più grande di me in questa casa; non mi ha proibito nulla, tranne te perché sei sua moglie. Come dunque potrei fare questo grande male e peccare contro Dio!». 10 Nonostante il fatto che lei ne parlasse a Giuseppe ogni giorno, egli non acconsentì a coricarsi con lei, a stare con lei.

11 Un giorno avvenne che egli entrò in casa per fare il suo lavoro, e non vi era in casa nessuno dei domestici. 12 Allora ella lo afferrò per la veste e gli disse: «Coricati con me!». Ma egli le lasciò in mano la sua veste, fuggì e corse fuori. 13 Quando ella vide che egli le aveva lasciato in mano la sua veste e che era fuggito fuori, 14 chiamò i suoi domestici e disse loro: «Vedete, egli ci ha portato in casa un Ebreo per prendersi gioco di noi; egli è venuto da me per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15 Come egli mi ha udito alzare la voce, gridare, ha lasciato la sua veste vicino a me, è fuggito ed è corso fuori».

16 Così ella tenne accanto a sé la veste di lui finché il suo padrone venne a casa. 17 Allora ella gli parlò in questa maniera: «Quel servo ebreo, che tu ci hai portato, è venuto da me per prendersi gioco di me. 18 Ma come io ho alzato la voce e ho gridato, egli ha lasciato la sua veste vicino a me ed è fuggito fuori». 19 Così, quando il suo padrone udì le parole di sua moglie che gli parlava in questo modo dicendo: «Il tuo servo mi ha fatto questo!», si accese d'ira. 

20 Allora il padrone di Giuseppe lo prese e lo mise in prigione nel luogo dove erano rinchiusi i carcerati del re. Egli rimase quindi in quella prigione.

Erica Baricci
LE «STORIE DI GIUSEPPE»: UN RACCONTO APERTO FINO ALL’ETÀ MODERNA

ACME - Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano Volume LIX - Fascicolo III – Settembre-Dicembre 2006 www.ledonline.it/acme/


Come ebbe a dire il romanziere vittoriano Anthony Trollope, il nucleo imprescindibile di un intreccio è costituito dalla vicenda amorosa. La storia di Giuseppe non fa eccezione in tal senso; moltissimi Midrashim sono sorti a colmare gli abissi narrativi 40 che la Genesi impone, con la sua tipica sinteticità, sulle due donne di Giuseppe: la moglie di Putifarre 41 e Asenath. La prima è universalmente ricordata come «la falsa ch’accusò Gioseppo» (Dante, Inf. XXX, 97): una donna dissoluta e cinica, a causa della quale Giuseppe incorrerà in un’ingiusta incarcerazione.

Il nucleo della vicenda è ricorrente nel folklore 42. Si parla dunque di un tema narrativo di vasta eco nel Mediterraneo antico, e di auspicabile paternità vicino-orientale.

La Bibbia insiste, ad ogni modo, sull’eccellenza morale di Giuseppe, che declina le profferte amorose della donna in nome della lealtà al suo padrone. La diversità di comportamento tra il protagonista e la sua avversaria




40) Goethe, in Poesia e verità, afferma che la storia della moglie di Putifarre avrebbe meritato, per il suo fascino intrinseco, di essere dilatata e trasformata in un racconto esau-riente. Il suo desiderio sarà esaudito da Mann con Giuseppe in Egitto, un romanzo di oltre 500 pagine ispirato al paragrafo 36 di Gn. 37 e a Gn. 39. Già in Oriente, tuttavia, il modello della donna che tenta di sedurre il giovane dedito al dio aveva ottenuto una grande fioritura artistica, a partire dalla XII sura del Corano, fino ai poemi persiani Yusuf o Zoleikha, di Amani, vissuto intorno al 1083, oppure Yusof o Zoleikha (1483), composto da uno degli ultimi esponenti della letteratura classica persiana, Jami.

41) A cominciare dal nome stesso, taciuto dalla Bibbia che la designa semplicemente come, appunto, la moglie di Putifarre. Il Midrash la chiama Zuleika, mentre Mann le riserva il significativo appellativo di Mut-em-enet, cioè «madre nel deserto», incastonando nel nome il suo terribile destino di sterilità.

42) Si sta facendo riferimento in specifico a Il racconto dei due fratelli, opera egizia di epoca ramesside, e ai miti greci di Biadice e Frisso, Antea e Bellerofonte, Fedra e Ippolito. Dei tre episodi ellenici occorre segnalare che, mentre il primo proviene dalla Cadmea beota, dove è introdotto un altro mito cananaico (la storia del re Atamante e di suo figlio Frisso, chiaramente corrispondente alla biblica «legatura di Isacco»), gli altri due sono originari del Golfo di Corinto, dove l’influenza semitico-occidentale era preponderante.



ha dato motivo all’aneddotica di esasperare ulteriormente le psicologie di entrambi. Da una parte abbiamo Giuseppe, hatzaddik 43, il quale incarna il modello del giovane che rinuncia per il suo dio alle seduzioni femminili. La moglie di Putifarre viene al contrario ridotta allo stereotipo universale della strega 44: lussuriosa, vendicativa, mendace. I Midrashim così orientati abbondano: Zuleika avrebbe coltivato la sua morbosa passione dopo avere appreso da un oroscopo che la discendenza di Giuseppe sarebbe provenu-ta da una donna della casa di Potiphera 45. La profezia però sarebbe stata fraintesa, poiché non faceva riferimento a lei ma ad Asenath. Accecata dall’amore, avrebbe dato fondo a ogni ritegno, cogliendo il minimo pretesto per proporsi al giovane ebreo. Si sarebbe spinta fino a ventilare l’ipotesi di assassinare Putifarre così da liberare Giuseppe dai suoi scrupoli.

Le narrazioni apocrife concordano tutte nel rilevare l’insania della passione di Zuleika, motivandola soprattutto come funzionale al disegno divino: Giuseppe doveva finire in prigione, perché solo così avrebbe avuto l’occasione di ascendere al servizio del Faraone. Come sovente accade nella fiaba, allora, la donna soffre al punto di ammalarsi senza apparente motivazione. Secondo quanto riportano la XII sura coranica e il Talmud, alle domande allarmate delle amiche che non si spiegano il decadimen-to psicofisico di Zuleika, ella risponde concretamente: fa imbandire un banchetto per tutte le dame di corte e ordina a Giuseppe di controllare il servizio. Alla sua vista le donne si feriscono sbucciando la frutta e, distratte da tanta bellezza, non si accorgono nemmeno della profondità dei loro tagli. Se soltanto l’ammirazione estemporanea della perfezione di Giuseppe causa tanto, chiosa Zuleika, si può immaginare cosa significhi averla costantemente sotto gli occhi.

Questo gradevole aneddoto già tende a un’interpretazione indulgente della moglie di Putifarre, altrove dipinta come una crudele ricattatrice, dispo-sta a ritrattare le sue accuse infamanti solo a patto di ottenere soddisfazione dei suoi desideri. Anche in tali circostanze Giuseppe, in carcere, manifesta la sua intransigenza morale rimanendo coerente ai suoi principi.

Della vicenda, tuttavia, i lettori moderni apprezzano indubbiamente in maggior misura le letture benigne che rivelano una volta di più l’umanità





43) «Il giusto».

44) Un Midrash sostiene in effetti che ella avesse tentato di somministrare a Giuseppe persino dei filtri amorosi, ma Dio avvertì sempre Giuseppe affinché evitasse cibi e bevande. Anche Mann dedica spazio a questa leggenda, inventando la figura di una schiava nubiana esperta nelle arti magiche che avrebbe aiutato Mut-em-enet nella realizzazione del rito magico.

45) Potiphera, sacerdote di On, viene confuso spesso con Putifarre, e non di rado le due figure, come in questo caso, vengono fatte coincidere. Si aggiunga che altrove è detto che Asenath era figlia adottiva di Putifarre e Zuleika.



dell’eroe, il quale ricambia l’amore ma subisce in silenzio per non tradire chi in lui ha riposto tanta fiducia.

In effetti, perfino la figura di Putifarre partecipa di un discreto numero di aneddoti. Per giustificare la sua estraneità all’episodio, si dice che egli fosse un eunuco, disinteressato alla moglie e, anzi, invaghito egli stesso della bellezza efebica di Giuseppe. Qualsiasi sia la posizione di Putifarre nell’episodio, l’opinione psicologica che di lui ci si fa, e su cui concordano le caratterizzazioni posteriori, è già in nuce nel racconto biblico:


Affidò tutto ciò che possedeva alle mani di Giuseppe e non aveva cono-scenza, con Giuseppe in casa, di nulla se non del cibo che mangiava.

(Gn. 39:6)


Una figura tendenzialmente placida e ingenua, fortemente antitetica a quella intrigante della consorte.

Occorre tuttavia rifarsi all’esperienza novecentesca, per trovare una resa psicologica profonda e persuasiva del tema. Mann rielabora con estrema finezza e precisione tutte le leggende sulla moglie di Putifarre, dandone un quadro perfetto e geniale. Quello che nella Genesi è ridotto a poche parole, finisce per conquistarsi la preminenza all’interno del terzo volume della saga, Giuseppe in Egitto. Fedele a una visione psicologicamente realistica, l’autore tedesco conduce il lettore attraverso il crescendo della passione, analizzata minuziosamente dal suo sorgere fino alla completa esacerbazione, culminante nella celeberrima espressione «giaci con me!».

La donna, che Mann battezza Mut-em-enet, appartiene alla schiera delle vergini sacerdotesse di Hathor. Non potrebbe esistere una più degna compagna per l’illustre ministro Putifarre, evirato nell’infanzia dai genitori, figure che, nella finzione, suscitano assoluta ripugnanza per la loro sterilità emotiva.

Una tale contestualizzazione dichiara la volontà di opporre agli altri racconti, in primis quello di Gn. 39, una visione meno semplicistica della verità 46.




46) A tale proposito si legga il seguente passo (Th. Mann, Giuseppe in Egitto, trad. di B. Arzeni, Milano 1981, p. 288): «L’immagine che, secondo questa tradizione, si è costretti o almeno quasi irresistibilmente tentati di farsi della signora di Giuseppe, e che, temiamo, molte persone si sono realmente fatta, è così sbagliata che, proponendosi di rimetterla nella sua esatta luce, si acquista una vera benemerenza nei riguardi del testo originario: […] la vita che racconta se stessa. Questa immagine fallace di lasciva sfrenatezza e di seduzione spudorata, male si accorda con quanto noi insieme con Giuseppe abbiamo udito nella casetta nel giardino dalla bocca della vecchia e pur sempre veneranda Tuij [la madre di Putifarre] intorno alla nuora e in cui ci si aprì uno spiraglio sul vero carattere di questa donna. “Super-ba” […] “altera” […] Può una donna simile parlare come la tradizione la fa parlare? Eppure ella parlò così, letteralmente e ripetutamente così, quando la sua superbia fu completamente spezzata dalla passione […] Ma la tradizione dimentica di aggiungere quanto tempo passò, durante il quale ella si sarebbe morsa la lingua, piuttosto che parlare così».


Mut-em-enet, come traspare dal suo appellativo, è costretta in uno stato indesiderato di sterilità: in quanto sacerdotessa della dea madre Hathor, non può che incarnare il principio di fecondità delle forze terrene primigenie, in questo senso opponendosi alla visione eterea del Dio di Giuseppe, che è una realtà trascendente e ineffabile. Ciò nonostante, è la donna a subire nella sua paradossale, sofferta castità, un annichilimento della sua fecondità. Ecco perché il suo nome significa «Madre nel deserto».

Sullo stesso piano si colloca Putifarre, eunuco, che Mann tratteggia, esasperando la prospettiva tradizionale, come uomo rassegnato e sottomesso, decisamente inadeguato agli occhi tormentati della moglie. In questo conte-sto subentra Giuseppe che, con tutto il fascino della sua bellezza giovanile e delle sue ambizioni, crea un’inevitabile ridefinizione di ruoli e caratteri. Se il lettore biblico compativa «lo schiavo ebreo», costretto ingiustamente al carcere, il lettore novecentesco di Mann si trova a considerare in modo ambivalente il suo sentimento di pietà. Ciò che Giuseppe subisce si tinge di una sfumatura ancora più tragica, quando si apprende che egli ricambia l’amore della giovane donna, e che quindi verrà condannato per avere agito persino contro la sua volontà. Il dolore, però, pervade anche il destino di quella che la tradizione considerava l’antagonista, la moglie di Putifarre, e Putifarre stesso, segnato nel fisico e nell’animo dalla spregiudicatezza dai suoi genitori. Proprio Putifarre chiosa la tragicità della vicenda.


Petepre stava a capo chino e taceva [ha appena appreso dalla moglie che Giuseppe ha tentato di violarla]. Poi sospirò e disse: «È una storia pro-fondamente triste». 47


E la tristezza si carica di pietà, ai nostri occhi, perché sappiamo che il vero dolore di Putifarre consiste, per paradosso, nella coscienza di non riuscire a provare veramente dolore.


«No, Petepre, tu non hai cuore umano!» [sta parlando Mut-em-enet]. «Mia cara, voglio dirti una cosa. Ci sono circostanze in cui bisogna addirit-tura rallegrarsi di una certa mancanza di cuore umano, nell’interesse delle circostanze stesse, che forse si possono dominare molto meglio quando non vi si immischi troppo cuore umano». 48


La moglie di Putifarre domina nella letteratura post-biblica, affascinante come solo la tentazione del male può essere; eppure, secondo quanto si è annunciato in principio, non è l’unica donna egizia cui la Bibbia fa cenno parlando di Giuseppe.





47) Mann, Giuseppe in Egitto cit., p. 500. 48) Ivi, p. 501.



Gn. 41.45 annuncia infatti:


E il Faraone lo chiamò Tzafenat-Pa’neach e gli diede in moglie Asenath, figlia di Potiphera, sacerdote di On.


Se la figura di Zuleika ha prodotto una discreta quantità di leggende, per lo più interessate a sviscerare il suo rapporto con Giuseppe, Asenath ha suscitato rielaborazioni narrative di tutt’altra natura. 


La padoana

Rosalba Carriera, Ritratto di una giovane gentildonna, 1720 circa

Jean-Jacques Rousseau
Le confessioni (prima parte, 1782)

La musica in Italia costa così poco che non vale la pena di privarsene quando se ne ha la passione. Noleggiai un clavicembalo, e per un misero scudo avevo in casa mia quattro o cinque concertisti, con i quali una volta la settimana mi esercitavo ad eseguire i brani che più m'erano piaciuti all'Opéra. Feci provare anche alcune sinfonie delle mie Muse galanti. Sia che piacessero realmente, o che mi volessero adulare, il maestro dei balletti di San Giovanni Crisostomo me ne fece richiedere due, che ebbi il piacere di ascoltare nell'esecuzione di quella mirabile orchestra, e che vennero danzate da una piccola Bettina, graziosa e soprattutto amabile fanciulla, mantenuta da uno spagnolo amico nostro chiamato Fagoaga, e in casa della quale andammo spesso a passare la sera.

Ma, a proposito di ragazze, non è certo in una città come Venezia che se ne fa astinenza: non avete niente, mi si potrebbe chiedere, da confessare a questo riguardo? Sì, ho qualcosa da dire in effetti, e mi accingo alla confessione con la stessa innocenza dimostrata in ogni altra.

Ho sempre provato un certo disgusto per le donne pubbliche, e a Venezia non avevo altro sotto mano, giacché l'accesso alla maggior parte delle case della città m'era precluso per via del mio impiego. Le figlie del signor Le Blond erano amabilissime, ma difficili da avvicinare, e stimavo troppo il padre e la madre per sognarmi soltanto di desiderarle. Avrei avuto maggior inclinazione per una giovane signorina di Cataneo, figlia dell'agente del re di Prussia: ma Carrio ne era innamorato, e si parlava persino di matrimonio. Egli era agiato, io non possedevo nulla; lui aveva uno stipendio di cento luigi, io di cento pistole; e a parte che non intendevo rivaleggiare con un amico, sapevo come ovunque, e a Venezia specialmente, con una borsa così sguarnita non si può mettersi a fare il galante. Non avevo perduto la funesta abitudine di ingannare i miei bisogni; troppo occupato per avvertire vivamente quelli che il clima accende, vissi circa un anno in quella città savio com'ero stato a Parigi, e ne sono ripartito dopo diciotto mesi senza essermi accostato a donne che due sole volte, nelle singolari circostanze che sto per narrare.

La prima me la procurò l'onesto gentiluomo Vitali, qualche tempo dopo le pubbliche scuse che l'obbligai a chiedermi in forma ufficiale. Si parlava a tavola dei divertimenti di Venezia. Quei signori mi rimproveravano la mia indifferenza per il più pepato di tutti, vantando la gentilezza delle cortigiane di Venezia, e dicendo che non ve n'erano di eguali al mondo. Domenico disse che dovevo conoscere la più amabile; che voleva condurmi da lei e che ne sarei rimasto contento. Mi misi a ridere di questa premurosa offerta; e il conte Piati, uomo già vecchio e venerabile, disse, con una franchezza che da un italiano non mi sarei aspettata, che mi reputava troppo accorto per lasciarmi condurre, dal mio nemico, presso donne di malaffare. Non ne avevo infatti né l'intenzione né la tentazione, e tuttavia, per una di quelle incoerenze che stento io stesso a capire, finii per lasciarmi irretire, contro la mia inclinazione, il mio cuore, la mia ragione, la mia stessa volontà, unicamente per debolezza, per vergogna di mostrare diffidenza, e, come si dice in quel paese, «per non parer troppo coglione». La «Padoana», dalla quale ci recammo, era d'aspetto graziosissimo, persino bella, ma non d'una bellezza di mio gusto. Domenico mi lasciò con lei; feci portare dei sorbetti, la feci cantare, e dopo una mezz'ora volli andarmene, lasciando sulla tavola un ducato; ma costei ebbe il singolare scrupolo di volerselo guadagnare a tutti i costi, ed io la singolare dabbenaggine di toglierle lo scrupolo. Tornai al palazzo talmente persuaso di essermi buscato una pepata, che, per prima cosa mandai a chiamare il chirurgo per chiedergli qualche tisana. Nulla può eguagliare l'angoscia che mi dominò per tre settimane, senza che nessun malessere reale, alcun sintomo concreto la giustificasse. Non potevo concepire che si potesse uscire incolumi dalle braccia della Padoana. Lo stesso chirurgo dovette farsi in quattro per rassicurarmi. Ci riuscì solo convincendomi che ero conformato in modo particolare talché non potevo facilmente contrarre contagi, e sebbene mi sia esposto forse meno d'ogni altro a questa esperienza, il fatto che la mia salute non abbia mai subito infortuni da questo lato, mi conferma che il chirurgo aveva ragione. Questa persuasione tuttavia non mi ha mai reso temerario, e, se davvero godo di quel privilegio naturale, posso dire di non averne abusato.

https://machiave.blogspot.com/2025/07/rousseau-e-zulieta-venezia.html




Secondo fierissimo intoppo e disinganno orribile

Thomas Gainsborough, Penelope (Pitt) viscountess Ligonier, 1770

Vittorio Alfieri
Vita scritta da esso (1806)

Il racconto della travagliata relazione con Penelope Pitt (1749-1827), già conosciuta durante il soggiorno londinese del ’68, ma frequentata da fine novembre del ’70 ai primi di maggio del ’71, figlia dell’uomo politico George Pitt, già inviato britannico a Torino, dove probabilmente Alfieri l’aveva incontrato, fra il 1761 e il ’68; sposata dal ’66 con il visconte Edward Ligonier, pari d’Irlanda, colonnello della guardia e aiutante di campo di re Giorgio III, occupa due capitoli dell’autobiografia e costituisce una sorta di avvincente romanzo nel romanzo, a cui fa da controcanto Elia, in due lettere da Londra, racconto dal basso” della vicenda: le rocambolesche corse a cavallo; gli incontri furtivi in villa, durante le assenze del marito; il martedì sera al Teatro Italiano, nel solito palco del principe di Masserano, e il duello notturno in frack, al Green Park, il 7 maggio del ’71, risoltosi con una lieve ferita al braccio destro, avendo il sinistro già bloccato da una precedente caduta da cavallo.

Infine, la scoperta della relazione parallela della donna con un palafreniere; il processo di divorzio condotto da Lord Ligonier, poi risposatosi con Mary Northington, figlia di un Lord Cancelliere; lo scandalo presto divampato sulle gazzette inglesi e il conseguente abbandono di Londra per l’Olanda, a fine giugno, fra furore e amore. In seguito, Penelope si risposò con un certo capitano Smith. Lord Ligonier morì nel 1782.
Si conoscono tre lettere d’amore in francese di Alfieri a Penelope (datate 26 e 29 aprile del ’71). Del tutto inaspettato, a vent’anni di distanza, fu l’incontro dei due ex amanti, sulla spiaggia del porto di Dover — Alfieri, accompagnato dalla Stolberg, nell’atto di imbarcarsi per Calais, durante il quarto e ultimo viaggio in Inghilterra, a fine agosto del ‘91. Non si rivolsero la parola, ma, giunto a Calais, Alfieri le scrisse una lettera, e Penelope rispose. La sua lettera fu allegata dal poeta alla
Vita (IV, XXI).

https://archivio.astigiani.it/alfieri-e-le-donne-i-turbolenti-amori-del-poeta-astigiano/


Fin dal primo mio viaggio erami in Londra andata sommamente a genio una bellissima signora delle primarie, la di cui immagine tacitamente forse nel cuore mio introdottasi mi avea fatto in gran parte trovare sí bello e piacevole quel paese, ed anche accresciutami ora la voglia di rivederlo. Con tutto ciò, ancorché quella bellezza mi si fosse mostrata fin d'allora piuttosto benigna, la mia ritrosa e selvaggia indole mi avea preservato dai di lei lacci. Ma in questo ritorno, ingentilitomi io d'alquanto, ed essendo in età piú suscettibil d'amore, e non abbastanza rinsavito dal primo accesso di quell'infausto morbo, che sí male mi era riuscito nell'Haia, caddi allora in quest'altra rete, e con sí indicibil furore mi appassionai, che ancora rabbrividisco, pensandovi adesso che lo sto descrivendo nel primo gelo del nono mio lustro. Mi si presentava spessissimo l'occasione di veder quella bella inglese, massimamente in casa del principe di Masserano, con la di cui moglie essa era compagna di palco al Teatro dell'Opera Italiana. Non la vedeva in casa sua, perché allora le dame inglesi non usavano ricevere visite, e principalmente di forestieri. Oltre ciò, il marito ne era gelosissimo, per quanto il possa e sappia essere un oltramontano. Questi ostacoletti vieppiú mi accendevano; onde io ogni mattina ora all'Hyde-park, ora in qualche altro passeggio mi incontrava con essa; ogni sera in quelle affollate veglie, o al teatro, la vedea parimente; e la cosa si andava sempre piú ristringendo. E venne finalmente a tale, che io, felicissimo dell'essere o credermi riamato, mi teneva pure infelicissimo, ed era dal non vedere modo con cui si potesse con securità continuare gran tempo quella pratica. Passavano, volavano i giorni; inoltratasi la primavera, il fin di giugno al piú al piú era il termine, in cui, attesa la partenza per la campagna dove ella solea stare sette e piú mesi, diveniva assolutamente impossibile il vederla né punto né poco. Io quindi vedeva arrivare quel giugno come l'ultimo termine indubitalmente della mia vita; non ammettendo io mai nel mio cuore, né nella mente mia inferma, la possibilità fisica di sopravvivere a un tale distacco, sendosi in tanto piú lungo spazio di tempo rinforzata questa mia seconda passione tanto superiormente alla prima. In questo funesto pensiere del dover senza dubbio perire quando la dovrei lasciare, mi si era talmente inferocito l'animo, ch'io non procedeva in quella mia pratica altrimenti che come chi non ha oramai piú nulla che perdere. Ed a ciò contribuiva parimente non poco il carattere dell'amata donna, la quale pareva non gustar punto né intendere i partiti di mezzo. Essendo le cose in tal termine, e raddoppiandosi ogni giorno le imprudenze sí mie che sue, il di lei marito avvistosene già da qualche tempo avea piú volte accennato di volermene fare un qualche risentimento; ed io nessun'altra cosa al mondo bramava quanto questa, poiché dal solo uscir esso dei gangheri potea nascere per me o alcuna via di salvamento, ovvero una total perdizione. In tale orribile stato io vissi circa cinque mesi, finché finalmente scoppiò la bomba nel modo seguente. Piú volte già in diverse ore del giorno con grave rischio d'ambedue noi io era stato da essa stessa introdotto in casa; inosservato sempre, attesa la piccolezza delle case di Londra, e il tenersi le porte chiuse, e la servitú stare per lo piú nel piano sotterraneo, il che dà campo di aprirsi la porta di strada da chi è dentro, e facilmente introdursi l'estraneo ad una qualche camera terrena contigua immediatamente alla porta. Quindi quelle mie introduzioni di contrabbando erano tutte francamente riuscite; tanto piú ch'era in ore ove il marito era fuor di casa, e per lo piú la gente di servizio a mangiare. Questo prospero esito ci inanimí a tentare maggiori rischi. Onde, venuto il maggio, avendola il marito condotta in una villa vicina, sedici miglia di Londra, per starci otto o dieci giorni e non piú, subito si appuntò il giorno e l'ora in cui parimente nella villa verrei introdotto di furto; e si colse il giorno d'una rivista delle truppe a cui il marito, essendo uffiziale delle guardie, dovea intervenir senza fallo, e dormire in Londra. Io dunque mi ci avviai quella sera stessa soletto, a cavallo; ed avendo avuto da essa l'esatta topografia del luogo, lasciato il mio cavallo ad un'osteria distante circa un miglio dalla villa, proseguii a piedi, sendo già notte, fino alla porticella del parco, di dove introdotto da essa stessa passai nella casa, non essendo, o credendomi tuttavia non essere, stato osservato da chi che fosse. Ma cotali visite erano zolfo sul fuoco, e nulla ci bastava se non ci assicurava del sempre. Si presero dunque alcune misure per replicare e spesseggiar quelle gite, finché durasse la villeggiatura breve, disperatissimi poi se si pensava alla villeggiatura imminente e lunghissima che ci sovrastava. Ritornato io la mattina dopo in Londra, fremeva e impazziva pensando che altri due giorni dovrei stare senza vederla, e annoverava l'ore e i momenti. Io viveva in un continuo delirio, inesprimibile quanto incredibile da chi provato non l'abbia, e pochi certamente l'avranno provato a un tal segno. Non ritrovava mai pace se non se andando sempre, e senza saper dove; ma appena quetatomi o per riposarmi, o per nutrirmi, o per tentar di dormire, tosto con grida ed urli orribili era costretto di ribalzare in piedi, e come un forsennato mi dibatteva almeno per la camera, se l'ora non permetteva di uscire. Aveva piú cavalli, e tra gli altri quel bellissimo comprato a Spa, e fatto poi trasportare in Inghilterra. E su quello io andava facendo le piú pazze cose, da atterrire i piú temerari cavalcatori di quel paese, saltando le piú alte e larghe siepi di slancio, e fossi stralarghi, e barriere quante mi si affacciavano. Una di quelle mattine intermedie tra una e l'altra mia gita in quella sospirata villa, cavalcando io col marchese Caraccioli, volli fargli vedere quanto bene saltava quel mio stupendo cavallo, e adocchiata una delle piú alte barriere che separava un vasto prato dalla pubblica strada, ve lo cacciai di carriera; ma essendo io mezzo alienato, e poco badando a dare in tempo i debiti aiuti e la mano al cavallo, egli toccò coi piè davanti la sbarra, ed entrambi in un fascio precipitati sul prato, ribalzò egli primo in piedi, io poi; né mi parve di essermi fatto male alcuno. Del resto il mio pazzo amore mi aveva quadruplicato il coraggio, e pareva ch'io a bella posta mendicassi ogni occasione di rompermi il collo. Onde, per quanto il Caraccioli, rimasto su la strada di là dalla mal per me saltata barriera, gridassemi di non far altro, e di andar cercar l'uscita naturale del prato per riunirmi a lui, io che poco sapeva quel che mi facessi, correndo dietro il cavallo che accennava di voler fuggire pel prato, ne afferrai in tempo le redini, e saltatovi su di bel nuovo, lo rispinsi spronando contro la stessa barriera, e ristorando egli ampiamente il mio onore ed il suo la passò di volo. La giovenile superbia mia non godé lungamente di quel trionfo, che dopo fatti alcuni passi adagino, freddandomisi a poco a poco la mente e il corpo, cominciai a provare un fiero dolore nella sinistra spalla, che era in fatti slogata, e rotto un ossuccio che collega la punta di essa col collo. Il dolore andava crescendo, e le poche miglia che mi trovava esser distante da casa mi parvero fieramente lunghe prima di ricondurmivi a cavallo ad oncia ad oncia. Venuto il chirurgo, e straziatomi per assai tempo, disse di aver riallogato ogni cosa, e fasciatomi, ordinò ch'io stessi in letto. Chi intende d'amore si rappresenti le mie smanie e furore nel vedermi io cosí inchiodato in un letto, la vigilia per l'appunto di quel beato giorno ch'era prefisso alla mia seconda gita in villa. La slogatura del braccio era accaduta nella mattina del sabato; pazientai per quel giorno, e la domenica, sino verso la sera, onde quel poco di riposo mi rendé alcuna forza nel braccio, e piú ardire nell'animo. Onde verso le ore sei del giorno mi volli a ogni conto alzare, e per quanto mi dicesse il mio semi-aio Elia, entrai alla meglio in un carrozzino di posta soletto, e mi avviai verso il mio destino. Il cavalcare mi si era fatto impossibile atteso il dolore del braccio, e l'impedimento della stringatissima fasciatura, onde non dovendo né potendo arrivare sino alla villa in quel carrozzino col postiglione, mi determinai di lasciare il legno alla distanza di circa due miglia, e feci il rimanente della strada a piedi con l'un braccio impedito, e l'altro sotto il pastrano con la spada impugnata, andando solo di notte in casa d'altri, non come amico. La scossa del legno mi avea frattanto rinnovato e raddoppiato il dolore della spalla, e scompostami la fasciatura a tal segno che la spalla in fatti non si riallogò poi in appresso mai piú. Pareami pur tuttavia di essere il piú felice uomo del mondo avvicinandomi al sospirato oggetto. Arrivai finalmente, e con non poco stento (non avendo l'aiuto di chicchessia, poiché dei confidenti non v'era) pervenni pure ad accavalciare gli stecconi del parco per introdurmivi, poiché la porticella che la prima volta ritrovai socchiusa, in quella seconda mi riuscí inapribile. Il marito, al solito per cagione della rivista dell'indomani lunedí, era ito anche quella sera a dormire in Londra. Pervenni dunque alla casa, trovai chi mi vi aspettava, e senza molto riflettere né essa né io all'accidente dell'essersi ritrovata chiusa la porticella ch'essa pure avea già piú ore prima aperta da sé, mi vi trattenni fino all'alba nascente. Uscitone poi nello stesso modo, e tenendo per fermo di non essere stato veduto da anima vivente, per la stessa via fino al mio legno, e poi salito in esso mi ricondussi in Londra verso le sette della mattina assai mal concio fra i due cocentissimi dolori dell'averla lasciata e di trovarmi assai peggiorata la spalla. Ma lo stato dell'animo mio era sí pazzo e frenetico, ch'io nulla curava qualunque cosa potesse accadere, prevedendole pure tutte. Mi feci dal chirurgo ristringere di nuovo la fasciatura senza altrimenti toccare al riallogamento o slogamento che fosse. E martedí sera trovatomi alquanto meglio, non volli neppur piú stare in casa, e andai al Teatro Italiano nel solito palco del principe di Masserano, che vi era con la sua moglie, e che credendomi mezzo stroppio ed in letto, molto si maravigliarono di vedermi col solo braccio al collo.

Frattanto io me ne stava in apparenza tranquillo, ascoltando la musica, che mille tempeste terribili mi rinnovava nel cuore; ma il mio viso era, come suol essere, di vero marmo. Quand'ecco ad un tratto io sentiva, o pareami, pronunziato il mio nome da qualcuno, che sembrava contrastare con un altro alla porta del chiuso palco. Io, per un semplice moto machinale, balzo alla porta, l'apro, e richiudola dietro di me in un attimo, e agli occhi mi si presenta il marito della mia donna, che stava aspettando che di fuori gli venisse aperto il palco chiuso a chiave da quegli usati custodi dei palchi, che nei teatri inglesi si trattengono a tal effetto nei corridoi. Io già piú e piú volte mi era aspettato a quest'incontro, e non potendolo onoratamente provocare io primo, l'avea pure desiderato piú che ogni cosa al mondo. Presentatomi dunque in un baleno fuori del palco, le parole furon queste brevissime, «Eccomi qua» gridai io. «Chi mi cerca?» «Io,» mi rispos'egli, «la cerco, che ho qualche cosa da dirle.» «Usciamo,» io replico; «sono ad udirla.» Né altro aggiungendovi, uscimmo immediatamente dal teatro. Erano circa le ore ventitré e mezzo d'Italia; nei lunghissimi giorni di maggio cominciando in Londra i teatri verso le ventidue. Dal Teatro dell'Haymarket per un assai buon tratto di strada andavamo al Parco di San Giacomo, dove per un cancello si entra in un vasto prato, chiamato Green-Park. Quivi, già quasi annottando, in un cantuccio appartato si sguainò senza dir altro le spade. Era allor d'uso il portarla anch'essendo infrack, onde io mi era trovato d'averla, ed egli appena tornato di villa era corso da uno spadaio a provvedersela. A mezzo la via di Pallmall che ci guidava al Parco San Giacomo, egli due o tre volte mi andò rimproverando ch'io era stato piú volte in casa sua di nascosto, ed interrogavami del come. Ma io, malgrado la frenesia che mi dominava, presentissimo a me, e sentendo nell'intimo del cuor mio quanto fosse giusto e sacrosanto lo sdegno dell'avversario, null'altro mai mi veniva fatto di rispondere, se non se: «Non è vera tal cosa; ma quand'ella pure la crede son qui per dargliene buon conto». Ed egli ricominciava ad affermarlo, e massimamente di quella mia ultima gita in villa egli ne sminuzzava sí bene ogni particolarità, ch'io rispondendo sempre, «Non è vero», vedea pure benissimo ch'egli era informato a puntino di tutto. Finalmente egli terminava col dirmi: «A che vuol ella negarmi quanto mi ha confessato e narrato la stessa mia moglie?». Strasecolai di un sí fatto discorso, e risposi (benché feci male, e me ne pentii poi dopo): «Quand'ella il confessi, non lo negherò io». Ma queste parole articolai, perché oramai era stufo di stare sí lungamente sul negare una cosa patente e verissima; parte che troppo mi ripugnava in faccia ad un nemico offeso da me; ma pure violentandomi, lo faceva per salvare, se era possibile, la donna. Questo era stato il discorso tra noi prima di arrivar sul luogo ch'io accennai. Ma allorché nell'atto di sguainar la spada, egli osservò ch'io aveva il manco braccio sospeso al collo, egli ebbe la generosità di domandarmi se questo non m'impedirebbe di battermi. Risposi ringraziandolo, ch'io sperava di no, e subito lo attaccai. Io sempre sono stato un pessimo schermidore; mi ci buttai dunque fuori d'ogni regola d'arte come un disperato; e a dir vero io non cercava altro che di farmi ammazzare. Poco saprei descrivere quel ch'io mi facessi, ma convien pure che assai gagliardamente lo investissi, poiché io al principiare mi trovava aver il sole, che stava per tramontare, direttamente negli occhi a segno che quasi non ci vedeva; e in forse sette o otto minuti di tempo io mi era talmente spinto innanzi ed egli ritrattosi e nel ritrarsi descritta una curva sí fatta, ch'io mi ritrovai col sole direttamente alle spalle. Cosí, martellando gran tempo, io sempre portandogli colpi, ed egli sempre ribattendoli, giudico che egli non mi uccise perché non volle, e ch'io non lo uccisi perché non seppi. Finalmente egli nel parare una botta, me ne allungò un'altra e mi colse nel braccio destro tra l'impugnatura ed il gomito, e tosto avvisommi ch'io era ferito; io non me n'era punto avvisto, né la ferita era in fatti gran cosa. Allora abbassando egli primo la punta in terra, mi disse ch'egli era soddisfatto, e domandavami se lo era anch'io. Risposi, che io non era l'offeso, e che la cosa era in lui. Ringuainò egli allora, ed io pure. Tosto egli se n'andò; ed io, rimasto un altro poco sul luogo voleva appurare cosa fosse quella mia ferita; ma osservando l'abito essere, squarciato per lo lungo, e non sentendo gran dolore, né sentendomi sgocciolare gran sangue la giudicai una scalfittura piú che una piaga. Del resto non mi potendo aiutare del braccio sinistro, non sarebbe stato possibile di cavarmi l'abito da me solo. Aiutandomi dunque co' denti mi contentai di avvoltolarmi alla peggio un fazzoletto e annodarlo sul braccio destro per diminuire cosí la perdita del sangue. Quindi uscito dal parco, per la stessa strada di Palmall, e ripassando davanti al Teatro, di donde era uscito tre quarti d'ora innanzi, ed al lume di alcune botteghe avendo veduto che non era insanguinato né l'abito, né le mani, scioltomi co' denti il fazzoletto dal braccio e non provatone piú dolore, mi venne la pazza voglia puerile di rientrare al Teatro, e nel palco donde avea preso le mosse. Tosto entrando fui interrogato dal principe di Masserano, perché io mi fossi scagliato cosí pazzamente fuori del suo palco, e dove fossi stato. Vedendo che non aveano udito nulla del breve diverbio seguito fuori del loro palco, dissi che mi era sovvenuto a un tratto di dover parlar con qualcuno, e che perciò era uscito cosí: né altro dissi. Ma per quanto mi volessi far forza, il mio animo trovavasi pure in una estrema agitazione, pensando qual potesse essere il seguito di un tal affare, e tutti i danni che stavano per accadere all'amata mia donna. Onde dopo un quarticello me n'andai, non sapendo quel che farei di me. Uscito dal Teatro mi venne in pensiero (già che quella ferita non m'impediva di camminare) di portarmi in casa d'una cognata della mia donna, la quale ci secondava, e in casa di cui ci eramo anche veduti qualche volta.

Opportunissimo riuscí quel mio accidentale pensiero, poiché entrando in camera di quella signora il primo oggetto che mi si presentò agli occhi, fu la stessa stessissima donna mia. Ad una vista sí, inaspettata, ed in tanto e sí diverso tumulto di affetti, io m'ebbi quasi a svenire. Tosto ebbi da lei pienissimo schiarimento del fatto, come pareva dover essere stato; ma non come egli era in effetto; che la verità poi mi era dal mio destino riserbata a sapersi per tutt'altro mezzo. Ella dunque mi disse, che il marito sin dal primo mio viaggio in villa n'avea avuta la certezza, dalla persona in fuori; avendo egli saputo soltanto che qualcun c'era stato, ma nessuno mi avea conosciuto. Egli avea appurato, che era stato lasciato un cavallo tutta la notte in tale albergo, tal giorno, e ripigliato poi in tal ora da persona che largamente avea pagato, né articolato una sola parola. Perciò all'occasione di questa seconda rivista, avea segretamente appostato alcun suo familiare perché vegliasse, spiasse, ed a puntino poi lunedí sera al suo ritorno gli desse buon conto d'ogni cosa. Egli era partito la domenica il giorno, per Londra; ed io come dissi, la domenica al tardi di Londra per la villa sua, dove era giunto a piedi su l'imbrunire. La spia (o uno o piú ch'ei si fossero), mi vide traversare il cimitero del luogo, accostarmi alla porticella del parco, e non potendola aprire, accavalciarne gli stecconi di cinta. Cosí poi m'avea visto uscire su l'alba, ed avviarmi a piedi su la strada maestra verso Londra. Nessuno si era attentato né di mostrarmisi pure, non che di dirmi nulla; forse perché vedendomi venire in aria risoluta con la spada sotto il braccio, e non ci avendo essi interesse proprio, gli spassionati non si pareggiando mai cogli innamorati, pensarono esser meglio di lasciarmi andare a buon viaggio. Ma certo si è, che se all'entrare o all'uscire a quel modo ladronesco dal parco, mi avessero voluto in due o tre arrestare, la cosa si riducea per me a mal partito; poiché se tentava fuggire, avea aspetto di ladro, se attaccarli o difendermi, aveva aspetto di assassino: ed in me stesso io era ben risoluto di non mi lasciar prender vivo. Onde bisognava subito menar la spada, ed in quel paese di savie e non mai deluse leggi queste cose hanno immancabilmente severissimo gastigo. Inorridisco anche adesso, scrivendolo: ma punto non titubava io nell'atto d'espormivi. Il marito dunque nel ritornare il lunedí giorno in villa, già dallo stesso mio postiglione, che alle due miglia di là mi avea aspettato tutta notte, gli venne raccontato il fatto come cosa insolita, e dal ritratto che gli avea fatto di mia statura, forme, e capelli, egli mi avea benissimo riconosciuto. Giunto poi a casa sua, ed avuto il referto della sua gente, ottenne al fine la tanto desiderata certezza dei danni suoi.

Ma qui, nel descrivere gli effetti stranissimi di una gelosia inglese, la gelosia italiana si vede costretta di ridere, cotanto son diverse le passioni nei diversi caratteri e climi, e massime sotto diversissime leggi. Ogni lettore italiano qui sta aspettando pugnali, veleni, battiture, o almeno carcerazion della moglie, e simili ben giuste smanie. Nulla di questo. L'inglese marito, ancorché assaissimo al modo suo adorasse la moglie, non perdé il tempo in invettive, in minacce, in querele. Subito la raffrontò con quei testimoni di vista, che facilmente la convinsero del fatto innegabile. Venuta la mattina del martedí, il marito non celò alla moglie, ch'egli già da quel punto non la tenea piú per sua, e che ben tosto il divorzio legittimo lo libererebbe di lei. Aggiunse, che non gli bastando il divorzio, voleva anche che io scontassi amaramente l'oltraggio fattogli; ch'egli in quel giorno ripartirebbe per Londra, dove mi troverebbe senz'altro. Allora essa immediatamente per mezzo di un qualche suo affidato mi avea segretamente scritto, e spedito l'avviso di quanto seguiva. Il messaggiere, largamente pagato, avea quasi che ammazzato il cavallo venendo a tutt'andare in meno di du' ore a Londra, e certamente vi giunse forse un'ora prima che non giungesse il marito. Ma per mia somma fortuna, non avendomi piú trovato in casa né il messaggiero, né il marito, io non fui avvisato di nulla, ed il marito vedendomi uscito, s'immaginò ed indovinò ch'io fossi al Teatro Italiano; e là, come io narrai, mi trovò. La fortuna in quest'accidente mi fece due sommi benefici: che io non mi fossi slogato il braccio destro in vece del manco; e ch'io non ricevessi quella lettera dell'amata donna, se non se dopo l'incontro. Non so se non avrei in qualche parte forse operato men bene, ove l'una di queste due cose mi fosse accaduta. Ma intanto, partito appena il marito per Londra, per altra via era anche partita la moglie, e venuta direttamente a Londra in casa di quella sua cognata, che non molto lontana abitava dalla casa del suo marito; quivi già avea saputo che il marito meno d'un'ora prima era tornato a casa in un fiacre; dal quale slanciatosi dentro si era chiuso in camera, senza voler né vedere né favellare con chi che si fosse di casa. Onde essa tenea per fermo ch'egli mi avesse contrato ed ucciso. Tutta questa narrazione a pezzi e bocconi mi veniva fatta da lei; interrotta, come si può credere, dall'immensa agitazione dei sí diversi affetti che ambedue ci travagliavano. Ma per allora però, il fine di tutto questo schiarimento scioglievasi in una felicità per noi inaspettata e quasi incredibile; poiché, atteso l'imminente inevitabil divorzio, io mi trovava nell'impegno (e null'altro bramava) di sottentrare ai lacci coniugali ch'ella stava per rompere. Ebro di un tal pensiero, quasi non mi ricordava piú punto della mia ferituccia; ma in somma poi, alcune ore dopo, visitatomi il braccio in presenza dell'amata donna, si trovò la pelle scalfitta in lungo, e molto sangue raggrumato nei pieghi della camicia, senz'altro danno. Medicato il braccio, ebbi la giovenile curiosità di visitare anche la mia spada, e la trovai, dalle gran ribattiture di colpi fatte dall'avversario, ridotta dai due terzi in giú della lama a guisa d'una sega addentellatissima; e la conservai poi quasi trofeo per piú anni in appresso. Separatomi finalmente in quella notte del martedí assai inoltrata dalla mia donna, non volli tornare a casa mia senza passare dal marchese Caraccioli, per informarlo d'ogni cosa. Ed egli pure, dal modo in cui avea saputo il fatto in confuso, mi tenea fermamente per ucciso, e che fossi rimasto nel parco, che verso la mezz'ora di notte suol chiudersi. Come risuscitato dunque mi accolse, ed abbracciò caldamente, ed in vari discorsi si passarono ancora forse du' altre ore piú della notte; talché arrivai a casa quasi al giorno. Corcatomi dopo tante e sí strane peripezie d'un sol giorno, non ho dormito mai d'un sonno piú tenace e piú dolce.

CAPITOLO UNDECIMO
Disinganno orribile.

Ecco intanto a puntino come erano veramente accadute le cose del giorno dianzi. Il fidato mio Elia, avendo veduto arrivare quel messaggiero col cavallo fradicio di sudore e trafelatissimo, e che tanto e poi tanto gli avea raccomandato di farmi avere immediatamente quella lettera, era subito uscito per rintracciarmi; e cercatomi prima dal principe di Masserano dove mi credeva esser ito, poi dal Caraccioli, che abitavano a piú miglia di distanza, avea cosí consumato piú ore; finalmente riaccostandosi verso casa mia che era in Suffolk street, vicinissima all'Haymarket dov'è il Teatro dell'Opera Italiana, gli venne in capo di veder se io ci fossi; benché non lo credesse, atteso che avea tuttora il braccio slogato fasciato al collo. Appena entrato egli al teatro, e chiesto di me a que' custodi dei palchi che benissimo mi conoscevano, gli fu detto che un dieci minuti prima era uscito con tal persona, che era venuta a cercarmi espressamente nel palco dov'io era. Elia sapeva benissimo (benché non lo sapesse da me) quel mio disperato amore; onde udito appena il nome della persona che mi era venuta cercare, e combinato la lettera di donde veniva, subito entrò in chiaro di ogni cosa. Allora Elia, sapendo benissimo quanto mal destro spadaccino io mi fossi, ed inoltre vedendomi impedito il braccio sinistro, mi reputò anch'egli certamente per un uomo morto; e subito corse al Parco San Giacomo, ma non essendosi rivolto verso il Greenpark, non ci rinvenne; intanto annottò; ed egli fu costretto di uscir del parco, come ogni altra persona. Non sapendo che si fare per venir in chiaro della mia sorte, si avviò verso la casa del marito, credendo quivi poter raccapezzare qualcosa; e forse avendo egli azzeccato cavalli migliori al suo fiacre, che non erano stati quelli del marito; o che questi forse in quel frattempo fosse andato in qualch'altro luogo; fatto si è, che Elia si combinò di arrivar egli nel suo fiacre vicino alla porta del marito, nel punto istesso in cui esso marito era giunto a casa sua; e l'avea benissimo veduto ritornare colla spada, e slanciarsi in casa, e far chiuder la porta subito, ed in aspetto e modi molto turbati. Sempre piú si confermò Elia nel sospetto ch'egli m'avesse ucciso, e non potendo piú far altro, era corso dal Caraccioli, e gli avea dato conto di quanto sapeva, e di quel che temeva.

Io dunque, dopo una sí penosa giornata, rinfrancato da molte ore di placidissimo sonno, rimedicate alle meglio le mie due ferite, di cui quella della spalla mi dolea piú che mai, e l'altra sempre meno, subito corsi dalla mia donna, e vi passai tutto intero quel giorno. Per via dei servitori si andava sentendo quello che faceva il marito, la di cui casa, come dissi, era assai vicina di quella della cognata, dove abitava per allora la mia donna. E benché io riputassi in me stesso ogni nostro guai terminato col prossimo divorzio; e ancorché il padre di lei (persona a me già notissima da piú anni) fosse venuto in quel giorno del mercoledí a veder la figlia, e nella di lei disgrazia si congratulasse pur seco, che almeno ad uom degno (cosí volle dire) le toccasse di riunirsi in un secondo matrimonio; con tutto ciò io scorgeva una foltissima nube su la bellissima fronte della mia donna, che un qualche sinistro mi vi parea presagire. Ed ella, sempre piangente, e sempre protestandomi che mi amava piú d'ogni cosa; che lo scandalo dell'avvenimento suo e il disonore che glie ne ridondava nella di lei patria, le venivano largamente compensati s'ella potea pur vivere per sempre con me; ma ch'ella era piú che certa che io non l'avrei mai presa per moglie mia. Questa sua perseverante e stranissima asserzione mi disperava veramente; e sapendo io benissimo ch'ella non mi reputava né mentitore né simulato, non poteva assolutamente intendere questa sua diffidenza di me. In queste funeste perplessità, che purtroppo turbavano ed annichilivano ogni mia soddisfazione del vederla liberamente dalla mattina alla sera; ed inoltre fra le angustie d'un processo già intavolato ed assai spiacente per chiunque abbia onore e pudore; cosí si passarono i tre giorni dal mercoledí a tutto il venerdí, finché il venerdí sera insistendo io fortemente per estrarre dalla mia donna una qualche piú luce nell'orrido enimma dei di lei discorsi, delle sue malinconie, e diffidenze; finalmente con grave e lungo stento, previo un doloroso proemio interrotto da sospiri e singhiozzi amarissimi, ella mi veniva dicendo che sapea purtroppo non poter essere in conto nessuno omai degna di me; e che io non la dovea né poteva né vorrei sposar mai... perché già prima... di amar me... ella avea amato... «E chi mai?» soggiungeva io interrompendo con impeto. «Un jockey» (cioè un palafreniere) «che stava... in casa... di mio marito.» «Ci stava? e quando? Oh Dio, mi sento morire! Ma perché dirmi tal cosa? crudel donna; meglio era uccidermi.» Qui mi interrompe ancor essa; e a poco a poco alla per fine esce l'intera confessione sozzissima di quel brutto suo amore; di cui sentendo io le dolorose incredibili particolarità, gelido, immobile, insensato mi rimango qual pietra. Quel mio degnissimo rival precursore stava tuttavia in casa del marito in quel punto in cui si parlava; egli era stato quello che avea primo spiato gli andamenti della amante padrona; egli avea scoperto la mia prima gita in villa, e il cavallo lasciato tutta notte nell'albergo di campagna; ed egli con altri di casa, mi avea poi visto e conosciuto nella seconda gita fatta in villa la domenica sera. Egli finalmente, udito il duello del marito con me, e la disperazione di esso di dover far divorzio con una donna ch'egli mostrava amar tanto, si era indotto nel giorno del giovedí a farsi introdurre presso al padrone, e per disingannar lui, vendicar sé stesso, e punire la infida donna e il nuovo rivale, quell'amante palafreniere avea spiattellatamente confessato e individuato tutta la storia de' suoi triennali amori con la padrona, ed esortato avea caldamente il padrone a non si disperar piú a lungo per aver perduta una tal moglie, il che si dovea anzi recare a ventura. Queste orribili e crudeli particolarità, le seppi dopo; da essa non seppi altro che il fatto, e menomato quanto piú si potea.

Il mio dolore e furore, le diverse mie risoluzioni, e tutte false e tutte funeste e tutte vanissime ch'io andai quella sera facendo e disfacendo, e bestemmiando, e gemendo, e ruggendo, ed in mezzo a tant'ira e dolore amando pur sempre perdutamente un cosí indegno oggetto; non si possono tutti questi affetti ritrarre con parole: ed ancora vent'anni dopo mi sento ribollire il sangue pensandovi.

La lasciai quella sera, dicendole: ch'ella troppo bene mi conosceva nell'avermi detto e replicato sí spesso che io non l'avrei mai fatta mia moglie; e che se io mai fossi venuto in chiaro di tale infamia dopo averla sposata, l'avrei certamente uccisa di mia mano, e me stesso forse sovr'essa, se pure l'avessi ancor tanto amata in quel punto, quanto purtroppo in questo l'amava. Aggiunsi che io pure la dispregiava un po' meno, per l'aver essa avuto la lealtà e il coraggio di confessarmi spontaneamente tal cosa; che non l'abbandonerei mai come amico, e che in qualunque ignorata parte d'Europa o d'America io era pronto ad andare con essa e conviverci, purch'essa non mi fosse né paresse mai d'esser moglie.

Cosí lasciatala il venerdí sera, agitato da mille furie alzatomi all'alba del sabato, e vistomi sul tavolino uno di quei tanti foglioni pubblici che usano in Londra, vi slancio cosí a caso i miei occhi, e la prima cosa che mi vi capita sotto è il mio nome. Gli spalanco, leggo un ben lunghetto articolo, in cui tutto il mio accidente è narrato, individuato minutamente e con verità, e vi imparo di piú le funeste e risibili particolarità del rivale palafreniere, di cui leggo il nome, l'età, la figura, e l'ampissima confessione da lui stesso fatta al padrone. Io ebbi a cader morto ad una tal lettura; ed allora soltanto riacquistando la luce della mente, mi avvidi e toccai con mano, che la perfida donna mi avea spontaneamente confessato ogni cosa dopo che il gazzettiere, in data del venerdí mattina, l'avea confessata egli al pubblico. Perdei allora ogni freno e misura, corsi a casa sua, dove dopo averla invettivata con tutte le piú amare furibonde e spregianti espressioni, miste sempre di amore, di dolor mortalissimo, e di disperati partiti, ebbi pure la vile debolezza di ritornarvi qualche ore dopo averle giurato ch'ella non mi rivedrebbe mai piú. E tornatovi, mi vi trattenni tutto quel giorno; e vi tornai il susseguente, e piú altri, finché risolvendosi essa di uscir d'Inghilterra, dove ell'era divenuta la favola di tutti, e di andare in Francia a porsi per alcun tempo in un monastero, io l'accompagnai, e si errò intanto per varie provincie dell'Inghilterra per prolungare di stare insieme, fremendo io e bestemmiando dell'esservi, e non me ne potendo pure a niun conto separare. Colto finalmente un istante in cui poté piú la vergogna e lo sdegno che l'amore, la lasciai in Rochester, di dove essa con quella di lei cognata si avviò per Douvres in Francia, ed io me ne tornai a Londra.

Giungendovi seppi che il marito avea proseguito il processo divorziale in mio nome, e che in ciò mi avea accordata la preferenza sul nostro triumviro terzo, il proprio palafreniere, che anzi gli stava ancora in servizio, tanto è veramente generosa ed evangelica la gelosia degli inglesi. Ma ed io pure mi debbo non poco lodare del procedere di quell'offeso marito. Non mi volle uccidere, potendolo verisimilmente fare; né mi volle multare in danari, come portano le leggi di quel paese, dove ogni offesa ha la sua tariffa, e le corna ve l'hanno altissima; a segno che s'egli in vece di farmi cacciare la spada mi avesse voluto far cacciar la borsa, mi avrebbe impoverito o dissestato di molto; perché tassandosi l'indennità in proporzione del danno, egli l'avea ricevuto sí grave, atteso l'amore sviscerato ch'egli portava alla moglie, ed atteso anche l'aggiunta del danno recatogli dal palafreniere, che per essere nullatenente non glie l'avrebbe potuto ristorare, ch'io tengo per fermo che a recarla a zecchini io non ne sarei potuto uscir netto a meno di dieci o dodici mila zecchini, e forse anche piú. Quel bennato e moderato giovine si comportò dunque meco in questo sgradevole affare assai meglio ch'io non avea meritato. E proseguitosi in mio nome il processo, la cosa essendo troppo palpabile dai molti testimoni, e dalle confessioni dei diversi personaggi, senza neppure il mio intervento, né il menomo impedimento alla mia partenza dall'Inghilterra, seppi poi dopo ch'era stato ratificato il totale divorzio.

Indiscretamente forse, ma pure a bell'apposta ho voluto sminuzzare in tutti i suoi amminicoli questo straordinario e per me importante accidente, sí perché se ne fece gran rumore in quel tempo, sí perché essendo stata questa una delle principali occasioni in cui mi è venuto fatto di ben conoscere e porre alla prova diversamente me stesso, mi è sembrato che analizzandolo con verità e minutezza verrei anche a dar luogo a chi volesse piú intimamente conoscermi, di ritrovarne in questo fatto un ampissimo mezzo.

Primo intoppo amoroso

Vittorio Alfieri
Vita scritta da esso (1806)

Durante il suo viaggio di formazione all'Aia, nel 1767, Alfieri conobbe Cristina [Cristina Emerentia Leiwe van Aduard], all'epoca diciannovenne e sposata da appena un anno con il ricchissimo barone Imhof. Nelle pagine della sua autobiografia, l'autore la descrive come una donna ricca di "grazie naturali, di modesta bellezza, e di una soave ingenuità".

La Olanda è nell'estate un ameno e ridente paese; ma mi sarebbe piaciuta anche piú, se l'avessi visitata prima dell'Inghilterra; atteso che quelle stesse cose che vi si ammirano, popolazione, ricchezza, lindura, savie leggi, industria ed attività somma, tutte vi si trovano alquanto minori che in Inghitterra. Ed in fatti poi, dopo molti altri viaggi e molta piú esperienza, i due soli paesi dell'Europa che mi hanno sempre lasciato desiderio di sé, sono stati l'Inghilterra e l'Italia; quella, in quanto l'arte ne ha per cosí dire soggiogata o trasfigurata la natura; questa, in quanto la natura sempre vi è robustamente risorta a fare in mille diversi modi vendetta dei suoi spesso tristi e sempre inoperosi governi.

Nel mio soggiorno nell'Haia, che riuscí assai piú lungo che non avea disegnato, io incappai finalmente nell'amore, che mai fin allora non mi avea potuto raggiungere né afferrare. Una gentil signorina, sposa da un anno, piena di grazie naturali, di modesta bellezza, e di una soave ingenuità, mi toccò vivissimamente nel cuore; ed il paese essendo piccolo, e poche le distrazioni, nel rivederla io assai piú spesso che non avrei voluto da prima, tosto poi mi venni a dolere di non poterla veder abbastanza. Mi trovai preso, senza quasi avvedermene, in una terribile maniera; talché già stava ruminando in me stesso niente meno che di non mi muover mai piú né vivo né morto dall'Haia, persuadendomi che mi sarebbe impossibilissima cosa di vivere senz'essa. Apertosi il mio indurito cuore agli strali d'Amore, egli avea ad un tempo stesso dato adito alle dolci insinuazioni dell'amicizia. Ed era il mio nuovo amico, il signor Don Iosé D'Acunha, ministro allora di Portogallo in Olanda. Egli era uomo di molto ingegno e piú originalità, di una bastante coltura, e di un ferreo carattere; magnanimo di cuore, di animo bollente ed altissimo. Una certa simpatia fra le nostre due taciturnità ci avea già quasi allacciati vicendevolmente, senza che ce ne avvedessimo; la franchezza poi e il calore dei nostri due animi ben tosto ebbe operato il di piú. Io dunque mi trovava felicissimo nell'Haia, dove per la prima volta in vita mia mi occorreva di non desiderare altra cosa al mondo nessuna, oltre l'amica, e l'amico. Amante io ed amico, riamato da entrambi i soggetti, traboccava da ogni parte gli affetti, parlando dell'amata all'amico, e dell'amico all'amata; e gustava cosí dei piaceri vivissimi incomparabili, e fino a quel punto ignoti al mio cuore, benché tacitamente pur sempre me li fosse egli andato richiedendo, e additando come in confuso. Mille savi consigli mi dava continuamente quel degnissimo amico; e quello massimamente, di cui non perderò mai la memoria, si fu del farmi con destrezza ed efficacia arrossire della mia stupida oziosa vita, del non mai aprir un libro qualunque, dell'ignorar tante cose, e piú che altro i nostri, pur tanti e sí ottimi, italiani poeti ed i piú distinti (ancorché pochi) prosatori e filosofi. Tra questi, l'immortal Niccolò Machiavelli, di cui null'altro sapeva io che il semplice nome, oscurato e trasfigurato da quei pregiudizi con cui nelle nostre educazioni ce lo definiscono senza mostrarcelo, e senza averlo i detrattori di esso né letto, né inteso se pur mai visto l'hanno. L'amico D'Acunha me ne regalò un esemplare, che ancora conservo, e che poi molto lessi, e alcun poco postillai, ma dopo molti e molti anni. Una stranissima cosa però (la quale io notai molto dopo, ma che allora vivamente sentii senza pure osservarla) si era, che io non mi sentiva mai ridestare in mente e nel cuore un certo desiderio di studi ed un certo impeto ed effervescenza d'idee creatrici, se non se in quei tempi in cui mi trovava il cuore fortemente occupato d'amore; il quale, ancorché mi distornasse da ogni mentale applicazione, ad un tempo stesso me ne invogliava; onde io non mi teneva mai tanto capace di riuscire in un qualche ramo di letteratura, che allorquando avendo un oggetto caro ed amato mi parea di potere a quello tributare anco i frutti del mio ingegno.

Ma quella mia felicità olandese non mi durò gran tempo. Il marito della mia donna, era un ricchissimo individuo il di cui padre era stato governatore di Batavia; egli mutava spessissimo luogo, ed avendo recentemente comprata una baronia negli Svizzeri, voleva andarvi a villeggiare in quell'autunno. Nell'agosto egli fece colla moglie un viaggietto all'acque di Spa; ed io dietro loro, non essendo egli gran fatto geloso. Nel tornare poi di Spa verso l'Olanda, si venne insieme sino a Mastricht, e là mi fu forza lasciarla, perché ella dovea andar in villa con la di lei madre, mentre il marito andava egli solo verso la Svizzera. Io non conosceva la di lei madre, e non v'era né pretesto né mezzo decente e plausibile per intromettermi in casa altrui. Codesta prima separazione mi spaccò veramente il cuore; ma rimanevaci pure ancora una qualche speranza di rivederci. Ed in fatti, tornato io all'Haia, e partito il marito per la Svizzera, di lí a pochi giorni ricomparí l'adorata donna nell'Haia. La mia contentezza fu somma, ma fu un lampo momentaneo. Dopo dieci giorni in cui veramente mi tenni ed era beato sopra ogni uomo, non sentendosi ella il cuore di dirmi qual giorno dovesse ripartire per la villa, né avendo io il coraggio di domandarglielo; una mattina ad un tratto mi venne a vedere l'amico D'Acunha, e nel dirmi ch'ell'era sforzatamente dovuta partire, mi diede una sua letterina che mi colpí a morte, benché tutta spirasse affetto ed ingenuità nell'annunziarmi l'indispensabile necessità in cui si trovava, di non poter piú senza scandalo differire la di lei partenza alla volta del marito, che le avea ingiunto di raggiungerlo. L'amico soavemente aggiungeva in voce, che non v'essendo rimedio, bisognava dar luogo alla necessità ed alla ragione.

Non sarei forse reputato veridico, se io volessi annoverare tutte le frenesie dell'addolorato disperato mio animo. A ogni conto voleva io assolutamente morire, ma non articolai però mai tal parola a nessuno; e fingendomi ammalato perché l'amico mi lasciasse, feci chiamare il chirurgo perché mi cavasse sangue, venne, e me lo cavai. Uscito appena il chirurgo, io finsi di voler dormire, e chiusomi fra le cortine del letto io stava qualche minuti fra me ruminando a quello ch'io stava per fare, poi principiai a sfasciare la sanguigna avendo fermo in me di cosí dissanguarmi e perire. Ma quel non meno sagace che fido Elia, che mi vedea in tale violento stato, e che anche dall'amico era stato addottrinato prima di lasciarmi, simulando che io lo avessi chiamato mi tornò alla sponda del letto rialzando la cortina ad un tratto; onde io sorpreso e vergognoso ad un tempo, forse anche pentito o mal fermo nel mio giovenile proposto, gli dissi che la fasciatura mi s'era disfatta; egli finse di crederlo, e me la rifasciò, né piú mi volle perder di vista un momento. Ed anzi, fatto di nuovo cercar l'amico, egli corse da me, ed ambedue quasi mi sforzarono ad alzarmi da letto, e l'amico mi volle portare a casa sua dove mi vi trattenne per piú giorni, nei quali mai non mi abbandonò. Il mio dolore era cupo e taciturno; o sia che mi vergognassi, o che mi diffidassi, non l'ardiva esternare; onde o taceami, ovvero piangeva. Frattanto ed il tempo, e i consigli dell'amico, e le piccole divagazioni a cui egli mi costringeva, e un qualche raggio d'incerta speranza di poterla rivedere; di ritornare in Olanda l'anno dopo, e piú ch'ogni cosa forse la natural leggerezza di quella età di anni diciannove, mi andarono a poco a poco sollevando. Ed ancorché il mio animo non si risanasse per assai gran tempo, la ragione mi rientrò pure intera nello spazio di pochi giorni.

Cosí alquanto rinsavito, ma dolentissimo, fermai di partire alla volta d'Italia, riuscendomi ingratissima la vista di un paese e di luoghi ai quali io ridomandava il mio bene perduto quasi ad un tempo che posseduto. Mi doleva però assaissimo di staccarmi da un tale amico; ma egli stesso, vedendomi sí gravemente piagato, mi incoraggí al partire, essendo ben convinto che il moto, la varietà degli oggetti, la lontananza ed il tempo infallibilmente mi guarirebbero.

Verso il mezzo settembre mi separai dall'amico in Utrecht, dove mi volle accompagnare, e di donde per la via di Brusselles, per la Lorena, Alsazia, Svizzera, e Savoia non mi arrestai piú sino in Piemonte, altro che per dormire; ed in meno di tre settimane mi ritrovai in Cumiana nella villa di mia sorella, dove andai subito da Susa senza passar per Torino, per isfuggire ogni consorzio umano, avendo bisogno di digerire la mia febbre nella piena solitudine. E durante tutto il viaggio, nulla vidi in tutte quelle città di passo, Nancy, Strasborgo, Basilea, e Ginevra, altro che le mura; né mai aprii bocca col fidato Elia, che adattandosi alla mia infermità, mi obbediva a cenni, e antiveniva ogni mio bisogno.


Primo amoruccio

Vittorio Alfieri
Vita scritta da esso (1806)

Siamo nel 1765. Alfieri ha 16 anni.

In una villeggiatura ch'io feci di circa un mese colla famiglia di due fratelli, che erano dei principali miei amici, e compagni di cavalcate, provai per la prima volta sotto aspetto non dubbio la forza d'amore per una loro cognata, moglie del loro fratello maggiore. Era questa signorina, una brunetta piena di brio, e di una certa protervia che mi facea grandissima forza. I sintomi di quella passione, di cui ho provato dappoi per altri oggetti cosí lungamente tutte le vicende, si manifestarono in me allora nel seguente modo. Una malinconia profonda e ostinata; un ricercar sempre l'oggetto amato, e trovatolo appena, sfuggirlo; un non saper che le dire, se a caso mi ritrovava alcuni pochi momenti (non solo mai, che ciò non mi veniva fatto mai, essendo ella assai strettamente custodita dai suoceri) ma alquanto in disparte con essa; un correre poi dei giorni interi (dopo che si ritornò di villa) in ogni angolo della città, per vederla passare in tale o tal via, nelle passeggiate pubbliche del Valentino e Cittadella; un non poterla neppure udir nominare, non che parlar mai di essa; ed in somma tutti, ed alcuni piú, quegli effetti sí dottamente e affettuosamente scolpiti dal nostro divino maestro di questa divina passione, il Petrarca. Effetti, che poche persone intendono, e pochissime provano; ma a quei soli pochissimi è concesso l'uscir dalla folla volgare in tutte le umane arti. Questa prima mia fiamma, che non ebbe mai conclusione nessuna, mi restò poi lungamente semiaccesa nel cuore, ed in tutti i miei lunghi viaggi fatti poi negli anni consecutivi, io sempre senza volerlo, e quasi senza avvedermene l'avea tacitamente per norma intima d'ogni mio operare; come se una voce mi fosse andata gridando nel piú segreto di esso: «Se tu acquisti tale, o tal pregio, tu potrai al ritorno tuo piacer maggiormente a costei; e cangiate le circostanze, potrai forse dar corpo a quest'ombra».

 

sabato 30 maggio 2026

Ecologie della percezione


ECOLOGIE DELLA PERCEZIONE
Terrance Hayes
The New Yorker, 1 giugno 2026

In una giornata così calda che nemmeno la mosca domestica
che ti osserva riesce a muoversi,
noti che i suoi occhi assomigliano quasi
alle cupole nere e lucide che ricoprono
le telecamere di sicurezza degli aeroporti.
Gli occhi composti della mosca domestica
 sembrano fari con occhiali da vista spessi come
 fondi di bottiglia, in un caldo torrido.
Quando la tua unghia raschia via un ciglio o una scaglia 
di cenere grande come l'ala di una mosca grassa dal tuo occhio,
questa viene moltiplicata migliaia di volte
negli occhi della mosca domestica.
Il moscerino nero si riproduce nei ruscelli e nei fiumi
durante i giorni più caldi dell'estate,
ma non può sopravvivere con la tristezza come la mosca domestica.
Bolle di aria buona e cattiva si formano in singole
lenti esagonali note come ommatidi.
Ogni ommatidio funziona come un occhio,
ma nessuno vede lo spettro del rosso o del giallo.
Per la mosca sei una miriade di mosaici 
di visioni tricromatiche ultraviolette, grigie, blu e verdi
che raschiano qualcosa dal tuo occhio:
una lacrima di olio o di sudore in alcuni ommatidi,
un germoglio, una goccia di muco o cecità in altri,
una larva perlacea e sfocata che ricorda
i primi giorni da cani della mosca domestica sulla terra.
Quando fa così caldo, potresti anche dover fare i conti
con il tafano, che è
quasi ciò che pensi sia la mosca domestica
quando la guardi.
Le zanne dei tafani lacerano le orecchie
dei giorni da cani. Le piaghe brillano
sulle orecchie dei cani come diamanti.
I giorni da cani invadono la terra.
Le mosche domestiche si alzano come piccoli aerei
in orbita attorno a un pianeta infiammato e infiammabile.
Le mosche domestiche emergono dalle larve come frammenti,
fantasmi, croste e nuvole di cenere.
Sia lode all'unica mosca domestica che non fugge,
il vento tenuto a bada si è trasformato in violenza.
Non puoi scacciare il clima.
Tu sei molteplici paesaggi stravaganti,
vale a dire, sei più che ultraterreno
raschiando e grattando il fiocco o la ciglia
che ti prudono l'occhio negli occhi della mosca.
Non puoi scacciare la mosca.


ECOLOGIE DELLA PERCEZIONE
Terrance Hayes
The New Yorker, 1 giugno 2026 

On a day so hot not even the housefly
watching you can move,
you notice its eyeballs almost favor
the shiny black domes that cover
airport security cameras.
The housefly’s compound eyeballs
 look like headlights wearing prescription
 Coke-bottle goggles in a violent heat.
When your fingernail scrapes a lash or flake 
of ash the size of a fat fly’s wing from your eye,
it’s multiplied several thousand times
in the housefly’s eyes.
The blackfly breeds in streams & rivers
during the dog days of summer
but cannot survive on sadness like the housefly.
Bubbles of good & bad air flare in individual
hexagonal lenses known as ommatidia.
Each ommatidium functions like an eye,
but none sees spectrums of red or yellow.
To the fly you are myriad mosaics of ultraviolet,
gray, blue & green trichromatic visions
scraping something from your eye:
a tear of oil or sweat in some ommatidia,
a bud, a bead of mucus or blindness in others,
a pearly, blurry larva recalling
the housefly’s first dog days on earth.
When it’s this hot, you may also contend
with the horsefly, which is what
you almost think the housefly is
when you look at it.
The fangs of horseflies tear the ears
of the dog days. The sores shine
on the ears of the dogs like diamonds.
Dog days swarm the earth.
Houseflies rise like small planes
orbiting an inflamed, flammable planet.
Houseflies rise out of maggots like fragments
& figments & scabs & clouds of ash.
Praise be to the one housefly that does not flee,
the wind at bay gone violent.
You cannot shoo the climate.
You are multitudinous outlandish landscapes,
which is to say, you are more than otherworldly
scraping & scratching the flake or lash
itching your eye in the eyes of the fly.
You cannot shoo the fly.




Marilyn prima di Marilyn

Fulvia Caprara
Marilyn prima di Marilyn

La Stampa, 30 maggio 2026

Una bambina con i capelli ricci, di un colore che, all’epoca, veniva definito «biondo californiano» e che, anni dopo, al primo ingresso nel mondo del cinema, fu giudicato inadatto per il grande schermo e trasformato nel biondo che conosciamo. Uno stato d’animo più che un colore. La cifra distintiva di una giovane donna che, con tutta le sue forze, aveva affidato a Hollywood il proprio riscatto. Marilyn Monroe è nata cento anni fa, il 1° giugno del 1926, dando inizio alla via crucis della piccola Norma Jean, un percorso doloroso di cui, per tutta l’esistenza, cercò di liberarsi. Inutilmente, fino alla morte, il 4 agosto del 1962 a Brentwood, in California: «Quando ero piccola, nessuno mi diceva che ero carina. Si dovrebbe dire a tutte le bimbe che sono carine, anche se non lo sono». Mille volte analizzata, raccontata, interpretata, la storia di Monroe inizia da un’infelicità radicata, legata alla nascita da figlia illegittima, come si diceva all’epoca, agli abbandoni, alle adozioni, alle case-famiglia, ma, soprattutto, a una lunga fase di molestie, subite e denunciate senza che nessuno ascoltasse e intervenisse: «Avevo quasi nove anni – racconta Monroe nelle riflessioni autobiografiche scritte con Ben Hecht, raccolte nel libro La mia storia (Donzelli editore) – vivevo in una famiglia che affittava una stanza a un uomo, si chiamava Kinnell. Era un uomo dall’aspetto severo, tutti lo rispettavano… stavo passando davanti alla sua stanza quando la porta si aprì e lui mi disse a bassa voce “per favore entra, Norma Jean”».
Gli abusi durarono settimane e, come dice l’analista Anne Baring, intervistata nella prima parte del documentario Marilyn – C’era una volta Hollywood (in prima visione da lunedì su Sky) «una bambina che subisce quel genere di abusi sarà oppressa per tutta la vita da sensi di colpa, non riterrà responsabile chi l’ha abusata, ma se stessa, e quel senso di colpa rimarrà con la vittima per tutta la vita, se non trattato con la psicoterapia». La madre sola Gladys che, per reggere ai ritmi incessanti del lavoro, faceva uso smodato di benzedrine, si accorge delle violenze dopo mesi, nel dicembre del 1934, quando, tornata a casa in anticipo sugli orari abituali, coglie l’uomo in flagrante, lo aggredisce, lo denuncia, fa di tutto, ma anche quel tipo di reazione contribuisce a peggiorare la situazione perchè nessuno crederà neanche a lei. Esaurimento nervoso e ricovero in ospedale psichiatrico sono le conseguenze immediate, mentre, nella piccola Norma, la chimera del cinema si intreccia in modo sempre più stretto con il dolore dell’infanzia offesa e negata. Il padre mai visto acquista, nei sogni, le sembianze del divo Clark Gable, le attrici predilette sono prima Shirley Temple, poi Jean Harlow, Lana Turner, Jane Russel, Mae West, il disinteresse di tutti si trasforma nel disperato bisogno di farsi notare, usando il rossetto, mettendo, a scuola, in terza media, «maglioni aderenti con abbottonatura sulle spalle» che richiamavano l’attenzione dei ragazzi: «Il mio arrivo a scuola con le labbra truccate e le ciglia scurite, e ancora fasciata nel maglione magico, fece scoppiare un brusio generale. E non tutti i commenti furono amichevoli. Tutte le ragazze, non solo quelle di 13 anni, ma anche le più grandi, di 17 e 18 anni, divennero mie nemiche». L’equivoco Monroe inizia da lì, da quell’emarginazione forzata che continua a ripetersi, e costringe la ragazza a proiettarsi altrove, a darsi obiettivi difficili, a giocarsi tutto perché, se anche a Hollywood, le cose fossero andate male, allora davvero non ci sarebbe stato più nulla da tentare: «Dovevo arrivare. Ero programmata per questo. Nessuno avrebbe potuto impedirmelo».
Comincia l’epoca dei servizi fotografici, dei corsi di recitazione, delle comparsate, la prima come passeggera di un aereo, degli incontri, degli amori, più o meno fugaci, del primo matrimonio, ma il pensiero corre sempre lì, a quel traguardo, sulla collina che chiude l’orizzonte di Los Angeles. Il documentario ricostruisce l’epoca del primo contratto con la Paramount, racconta il provino dove Marilyn si presenta truccata a modo suo e viene rimandata indietro perché stile e colori non si adattano alle esigenze del Technicolor, la scelta del nome d’arte, le lezioni di ballo, la correzione della leggera forma di balbuzie, il legame con Tony Curtis: «Era ossessionata dalla carriera, era il suo chiodo fisso. Il corteggiamento è andato avanti per quattro mesi, alla fine diventammo ottimi amici». Ormai Norma Jean è diventata Marilyn Monroe, il suo cammino accidentato comprende conoscenze con figure note della mafia dell’epoca, limousine inviate a casa per prelevarla e portarla alle feste, ma anche sedute estenuanti con l’insegnante di recitazione Natasha Lytess e umiliazioni come quella subita sul set di Eva contro Eva dove si fronteggiavano stelle come Bette Davis e Anne Baxter e dove Monroe, presente in un piccolo ruolo, sentì dire dalla prima, di se stessa, «recita come un cane». La aspettavano i maestri dell’Actors Studio Lee e Paula Strasberg, i giganti della produzione come Joseph Schenck, Spyros Skouras e Stanley Rubin, i matrimoni fallimentari con Joe Di Maggio e con Arthur Miller, i film memorabili, come quelli appena riproposti dalla Cineteca di Bologna, Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie è in vacanza, A qualcuno piace caldo, Gli spostati: «Il mio lavoro è il solo punto fermo a cui ho potuto fare riferimento. Ho l’impressione di avere una sovrastruttura completa, ma senza fondamenta». Il marchio della sofferenza infantile resta incancellabile, una malattia che niente può curare, nascosta dietro quella luce speciale, quella freschezza, quello scintillio: «Essere un sex symbol è un gran peso, soprattutto quando ci si sente esaurita, ferita e sconcertata».