Francesco Antonelli
Bauman, a tu per tu con la modernità
il manifesto, 21 maggio 2026
C’è una domanda che continua a tornare, ogni volta che il nostro presente sembra precipitare dentro nuove crisi: cosa direbbe oggi Zygmunt Bauman? Che diagnosi darebbe di un mondo attraversato contemporaneamente da guerre, riarmo, crisi climatica, rivoluzione digitale, precarizzazione del lavoro e ritorno dei nazionalismi? La risposta, naturalmente, non possiamo conoscerla. Eppure pochi sociologi contemporanei hanno saputo fornire strumenti interpretativi tanto potenti da continuare a parlarci anche dopo la loro scomparsa.
BAUMAN
NON È STATO soltanto uno dei più importanti
interpreti della globalizzazione. È stato soprattutto un sociologo
capace di trasformare l’esperienza diffusa dello spaesamento in
linguaggio condiviso. La sua opera ha dato nome a sentimenti
collettivi che milioni di persone sperimentavano senza riuscire
ancora a tematizzarli pienamente: precarietà, insicurezza, fragilità
dei legami, individualizzazione, paura dell’esclusione. La metafora
della «modernità liquida» ha avuto successo proprio per questo:
non semplicemente perché descriveva il mondo, ma perché permetteva
di riconoscersi dentro di esso.
Per comprendere davvero Bauman
bisogna però guardare alle diverse stagioni del suo percorso
intellettuale. Un itinerario segnato non solo da svolte teoriche, ma
da una biografia tragicamente intrecciata alla storia europea del
900. Ebreo polacco costretto alla fuga dopo l’invasione nazista del
1939, soldato nell’esercito sotto comando sovietico, poi
intellettuale marxista nella Polonia socialista, infine espulso
dall’università durante la campagna antisemita del 1968 e
costretto a un nuovo esilio, prima in Israele e poi in Inghilterra.
La sua sociologia nasce sempre da questa esperienza concreta
dell’insicurezza, dell’estraneità e della discontinuità.
LA PRIMA FASE del suo pensiero è quella del rapporto tra sociologia e marxismo. Il giovane Bauman si forma dentro l’orizzonte del socialismo reale, ma progressivamente prende le distanze dalle sue degenerazioni burocratiche e autoritarie. Non abbandonerà mai, però, l’idea che la sociologia debba mantenere una tensione emancipativa. In questa stagione, il tema centrale è il rapporto tra cultura e potere: il modo in cui le strutture sociali plasmano le coscienze e costruiscono conformismo. Già qui emerge una delle intuizioni che attraverseranno tutta la sua opera: la critica di ogni riduzione dell’essere umano a semplice ingranaggio sistemico. La seconda fase coincide con il confronto con la postmodernità. La crisi delle grandi narrazioni, il tramonto delle appartenenze collettive e la dissoluzione delle identità stabili vengono letti da Bauman non come semplice liberazione, ma come apertura di una condizione profondamente ambivalente. Da una parte, il venir meno delle rigidità della modernità fordista produce nuovi spazi di libertà individuale; dall’altra dissolve quelle cornici simboliche e sociali che davano continuità e senso alle esistenze. È qui che Bauman affronta una delle questioni decisive della sociologia contemporanea: l’individualizzazione. Un processo che interpreta in modo molto diverso sia dall’ottimismo neoliberale sia dalle nostalgie comunitariste.
L’INDIVIDUO CONTEMPORANEO viene formalmente liberato da molti vincoli tradizionali, ma questa libertà si trasforma spesso in obbligo alla prestazione, all’auto-costruzione permanente, alla competizione continua. La biografia diventa un compito individuale, mentre problemi collettivi e sofferenze sociali vengono scaricati sulle spalle dei singoli. In questo passaggio Bauman riprende implicitamente una grande intuizione di Émile Durkheim: la modernità rischia continuamente di produrre anomia, disgregazione, perdita di legami. Già molti anni fa avevo cercato di mostrare come, pur partendo da presupposti differenti, Durkheim e Bauman condividessero la stessa preoccupazione per gli effetti distruttivi di un individualismo puramente utilitarista e competitivo. Se per Durkheim il «pathos del moderno» era il rischio della dissoluzione morale della società, in Bauman quel rischio sembra diventare realtà storica compiuta. La terza stagione del suo pensiero coincide con la teoria della globalizzazione e della modernità liquida. Qui il sociologo polacco descrive un capitalismo che non ha più bisogno di strutture stabili, di appartenenze durevoli o di identità coerenti. Tutto deve diventare flessibile: il lavoro, i rapporti affettivi, i territori, perfino il rapporto con sé stessi. La liquidità non è semplicemente una metafora culturale: è la forma sociale assunta dal capitalismo globale.
NELLA MODERNITÀ LIQUIDA, osserva Bauman, il potere si separa progressivamente dalla politica. I mercati globali acquisiscono una capacità di movimento e pressione che gli Stati nazionali non riescono più a controllare. La politica resta locale, mentre il potere diventa globale. È qui che nasce una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: cittadini formalmente sempre più liberi, ma concretamente sempre più impotenti. Questa impotenza alimenta paura, rancore e desiderio di protezione. Non sorprende che Bauman abbia dedicato tante pagine al rapporto tra insicurezza sociale e ritorno dei nazionalismi. La sua categoria di «retrotopia» descrive precisamente questa dinamica: quando il futuro smette di apparire promessa di emancipazione, le società si rifugiano nella nostalgia di un passato idealizzato. È ciò che vediamo oggi nelle nuove destre sovraniste, nelle politiche identitarie e nel ritorno della politica di potenza. Ma la modernità liquida non dissolve il bisogno di appartenenza. Lo rende invece più fragile, intermittente, ansioso. Ed è proprio questa fragilità che produce la ricerca di appartenenze compensative, capaci di offrire riconoscimento, protezione simbolica e senso. In fondo, la crisi delle appartenenze collettive nasce anche dall’indebolimento di quel compromesso tra libertà ed uguaglianza che aveva sorretto le democrazie europee del secondo dopoguerra: quando la libertà viene percepita come precarietà e competizione permanente, cresce inevitabilmente la domanda di protezione identitaria. Le nuove radicalizzazioni contemporanee – dai nazionalismi aggressivi ai movimenti misogini online, fino alle culture complottiste e alle nuove forme di estremismo digitale – possono essere lette anche così: tentativi dal segno culturalmente reazionario di ricostruire identità e legami dentro una società che individualizza sempre di più le biografie e privatizza le sofferenze collettive.
QUESTE
CULTURE della violenza non nascono nel vuoto. Emergono
dentro ecosistemi sociali e digitali segnati da precarietà
esistenziale, crisi del riconoscimento e indebolimento delle
tradizionali forme di integrazione collettiva. In questo senso,
l’eredità di Bauman ci aiuta ancora oggi a comprendere uno dei
grandi problemi del presente: il rapporto tra appartenenze fragili,
insicurezza sociale e fascinazione per forme violente di
soggettivazione.
Naturalmente, alcune parti della sua diagnosi
vanno oggi ripensate. Il mondo contemporaneo non è più soltanto
quello della fluidità neoliberale degli anni 90 e 2000. Accanto alla
liquidità sono riemerse nuove rigidità: guerre tra potenze,
sorveglianza digitale, capitalismo geopolitico, riarmo, confini,
nuove forme di controllo statale. La globalizzazione non è finita,
ma è entrata in una fase diversa e più conflittuale.
EPPURE molte
intuizioni di Bauman continuano a mostrarci la loro forza: la
fragilità dei legami sociali, l’insicurezza esistenziale, la
trasformazione dell’identità in prestazione permanente, la
privatizzazione delle sofferenze collettive, la difficoltà di
costruire solidarietà durevoli. Forse è questo il suo lascito più
importante: averci ricordato che la modernità non è mai soltanto un
processo economico o tecnologico, ma sempre una questione morale e
politica.
In un tempo attraversato da nuove paure collettive e
profondi sconvolgimenti globali, Bauman continua allora a parlarci
non perché possieda risposte definitive, ma perché ci costringe
ancora a porci le domande essenziali: quale idea di essere umano
stiamo costruendo? Quale rapporto vogliamo tra libertà individuale e
responsabilità collettiva? E soprattutto: siamo ancora capaci di
immaginare forme di appartenenza, modelli di società, non fondati
sulla paura, sull’esclusione e sulla violenza?










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