mercoledì 24 giugno 2026

Una riflessione su Gogol

Renato Mariano
Vita e attualità dell'opera di Gogol, sospesa nel tempo tra realismo e immaginazione

Rinascita, 22 giugno 2026

Operare una riflessione puntuale su Gogol è un compito arduo e forse impossibile, infatti, chiunque voglia definire con precisione di termini e riferimenti l’opera letteraria di questo grande scrittore si smarrirebbe, prima o poi, in pensieri incompiuti e inadatti a definire la portata rivoluzionaria che egli diede alla letteratura russa ed europea dell’Ottocento, con il suo realismo satirico e la sua fervida immaginazione.

Per quale motivo Nikolaj Vasilevič Gogol sia da considerarsi ancora uno scrittore vivo nel pensiero e nella letteratura giunta fino ai nostri giorni è già un bel interrogativo. La risposta più convincente la fornisce egli stesso attraverso il suo testamento che appare come l’unione di uno scherzo e di un pensiero fantastico proteso verso un desiderio di vita e di immortalità. Gogol lasciò ai posteri la volontà di essere sepolto solo quando si fossero manifestati evidenti segni di decomposizione del corpo, egli infatti temeva un suo possibile risveglio, e con una falsa sentenza di decesso di rimanere sepolto per quanto ancora vivo. Così a tale proposito scriveva: «essendo stato nella mia vita testimone di molti fatti deplorevoli causati dalla nostra sconsiderata fretta in tutto, perfino in una cosa importante come la sepoltura, esprimo questo desiderio, proprio nel mio testamento…».

La sua natura inquieta ed instabile lo portò fin dalla gioventù a non manifestare un interesse particolare per gli studi, una volta diplomato si spostò dalle terre natie in Ucraina, verso San Pietroburgo dove, qualche tempo dopo, conobbe Puskin riuscendo così ad entrare in un giro degno del suo futuro rango di grande scrittore.

Proprio in questo periodo scrisse i racconti delle Veglie alla fattoria di Dikan’ka e di Mirgorod, frutto della sua immaginazione e delle fantasticherie giovanili in terra ucraina, la novella storica Taras Bulba, per poi proseguire con i geniali Arabeschi successivamente divenuti i Racconti di Pietroburgo, contenenti il Ritratto, la Prospettiva Nevskj, il Naso e il Cappotto.

Tutti bellissimi e originali, questi lunghi racconti rappresentano la massima espressione letteraria compiuta di Gogol. La misura della sua scrittura, compreso il teatro, rimarrà sempre quella del racconto lungo, tale confine risulterà ancora più evidente dalla grandezza incompiuta del romanzo le Anime Morte.

Con il passare degli anni la vita di Gogol fu inesorabilmente segnata da condizioni di salute precarie, si manifestò in lui una crescente ipocondria che accompagnò la sua malferma esistenza per il resto dei suoi giorni.

Nel 1837, giunse a Roma e qui rifiorì grazie al clima salubre, ambientandosi bene nella città eterna, dove affermò di voler passare i suoi ultimi giorni. Il suo eccentrico fatalismo, intriso di autoironia, risultò in sintonia con la Roma papalina preunitaria che era allora una città di modeste dimensioni, adagiata quasi casualmente sulle sue rovine millenarie e circondata da prati verdi e oscuri boschi. Soggiornò in una casa a via Sistina, e insieme al pittore russo Ivanov, frequentò nobili russi vicini al cattolicesimo presenti in città, preti di ogni grado e livello, e soprattutto fece grandi mangiate nelle amate osterie romane dove trascorreva le sue ore migliori, tutti qui lo conoscevano come il “signor Nicola”.

Proprio a Roma cominciò la scrittura del suo unico vero romanzo: le Anime Morte. C’è chi ha pensato ad un romanzo ispirato a Dante Alighieri e chi semplicemente ad un grottesco e realistico ritratto della Russia zarista, delle sue condizioni sociali e dell’ironica denuncia dell’arretratezza del grande impero russo. L’idea ispiratrice che il protagonista del libro Čičikov mette in atto è basata sull’acquisto di servi della gleba deceduti, i quali, risultano ancora vivi a causa dei lentissimi aggiornamenti della farraginosa anagrafe russa. Da qui nasce l’idea geniale e diabolica di ottenere un’inesistente ma giuridicamente valido capitale umano con cui mettere in atto una possibile speculazione economica. Con questo fraudolento proposito, Čičikov attraversa la provincia russa con la sua Trojka e visita vari possidenti dove acquistare le “anime morte”, imbattendosi in personaggi infidi, indolenti, trasandati e decaduti, anch’essi in cerca di un tornaconto personale. Questo squallido e paludoso spaccato sociale della provincia russa viene dipinto da Gogol attraverso personaggi grotteschi a partire dai loro nomi: Korobočka che vuol dire scatoletta, Nozdrëv che significa letteralmente narice, Sobakevič che vuol dire Cane da Sobaka. Un’umanità dannata, priva di principi morali e schiava della propria condizione di arido possidente ancor più dei servi della gleba stessi. Il grande pittore Marc Chagall illuminato dalla lettura delle Anime Morte rappresentò e diede un volto a tutti i suoi personaggi con una splendida serie di acqueforti.

Si coglie in questa poderosa analisi sociale gogoliana l’assoluto e aristocratico disprezzo per le attività mercantili, per un mondo regolato dal denaro fine a sé stesso, per una organizzazione statale le cui inefficienze non fanno che accrescere una dimensione speculativa e, in ultima istanza, la sopraffazione, il sopruso, che cadono senza pietà alcuna sugli ultimi della scala sociale anche se già morti e sepolti.

Rimane infine scolpita alla fine del romanzo la domanda sospesa nel tempo di Čičikov, il quale, fallito il suo obiettivo speculativo, smarrito e in cerca di una redenzione dai suoi peccati, ferma la sua Trojka e si rivolge agli spazi sterminati delle pianure chiedendo: Russia dove vai, dove stai andando?

Con l’eco prolungato di questo interrogativo si chiude la narrazione della prima parte del romanzo, con un tono quasi mistico e spirituale, come a dire: come siamo potuti finire in questa situazione dove non sappiamo più dove andare e cosa cercare? È insito in questa domanda un lascito quanto mai attuale per il nostro mondo contemporaneo, dove i vizi umani e le nefandezze antiche non solo perdurano ma proliferano tra di noi incessantemente.

Dopo qualche tempo, esattamente nel 1852, Gogol si spegnerà, egli infatti, una volta conclusa la seconda parte delle Anime Morte, in una notte gelida di febbraio, in preda ad un delirio decise di dare alle fiamme il manoscritto e di lì a pochi giorni di lasciarsi morire in uno stato di cupa malinconia. Tuttavia, malgrado la sua tragica fine, nonostante siano passati 170 anni, Gogol continua ad essere letto, tradotto, amato e inconsapevolmente ad accompagnare con il suo realismo letterario e la sua immaginazione fantastica la nostra imperfetta umanità.

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