Franco Monaco
Prodi e la crisi della sinistra: una visione non provinciale
Domani, 11 giugno 2026
Considerata la sua riconosciuta autorevolezza, suo malgrado (di recente il più diffuso quotidiano italiano gli ha attribuito opinioni mai espresse, costringendolo a una secca smentita), Romano Prodi è spesso tirato per la giacca e chiamato in causa dai più vari attori in dispute minori. Dispute tra correnti Pd e dispute nominalistiche con riguardo alla leadership del campo progressista. Curiosa la circostanza che si vada a caccia di indiscrezioni ma non si legga ciò che scrive sulla questione che più conta.
Ovvero la cultura politica e l’orientamento programmatico delle forze di centrosinistra. In un editoriale recente del quotidiano su cui spesso scrive, egli è stato singolarmente chiaro. Primo: il cuore del problema non sta nella leadership. Dunque, l’opposto di ciò che spesso gli si attribuisce. Secondo: la questione «non è solo italiana, ma riguarda la grande maggioranza dei paesi democratici». Finalmente un’ottica non provinciale. Raramente considerata dai nostri opinionisti.
Un po’ in tutto il mondo le sinistre non se la passano bene e le destre anche estreme raccolgono consensi. Lo dico con parole mie: in questo tempo le sinistre remano controcorrente. Il che prescriverebbe di non farla facile negli ingenerosi giudizi su chi attende al cantiere progressista nostrano. Terzo: il problema dei problemi è l’esplosione delle disuguaglianze originata dalla rivoluzione conservatrice e mercatista degli anni ottanta, intestata a Reagan e Thatcher. Ad essa – nota il professore – «i partiti socialdemocratici e riformisti non hanno reagito con una proposta alternativa ma con piccole correzioni. Il loro messaggio era che avrebbero fatto le stesse cose ma meglio degli altri. Il pensiero politico fondamentale è invece rimasto immutato».
Anziché – cito – operare «un ripensamento globale». Non certo la ricetta politica, ma di sicuro una preziosa fonte ispirativa in tal senso, nota Prodi, può venire dalla recente enciclica sociale di Papa Leone laddove egli mette a tema il rapporto circolare tra giustizia sociale e sviluppo economico e tecnologico. Nel quadro di tale riflessione l’appello conclusivo a che, parafrasando Marx, i riformisti di tutto il mondo si uniscano, opera un prezioso chiarimento: riformismo non è sinonimo di moderatismo, esso semmai presuppone l’affrancamento dalla subalternità al paradigma neoliberale a lungo dominante (anche a sinistra), la creatività e l’audacia di un pensiero politico a tutti gli effetti alternativo (una “elaborazione intellettuale mobilitante”).
Non voglio a mia volta usare Prodi. Dunque, qui mi fermo nella ripresa del suo scritto. Di mio aggiungo tre osservazioni a modo di sottolineature della utilità della riflessione prodiana. Primo: sarebbe finalmente il caso che la si finisca di usare a sproposito l’aggettivo riformista per definire uomini e posizioni di settori del ceto politico che se ne fregiano per bollare come massimaliste quelle che aspirano a un più audace cambiamento di paradigma. Diciamo quantomeno che i riformismi possono essere declinati al plurale, nessuno può rivendicarne l’esclusiva. Secondo: mai come oggi, il riferimento al magistero sociale della chiesa ispira un pensiero politico che semmai si connota per un punto di vista decisamente alternativo a quello dominante. Su tutte le questioni cruciali: pace-guerra, economia, welfare, migrazioni.
Di nuovo, se ne ricava che è un equivoco da smontare la pigra e persistente abitudine, nel linguaggio politico e giornalistico, di qualificare i cattolici come moderati e frenatori. Terzo: nelle parole di Prodi si può leggere anche un cenno critico e, azzardo, autocritico alla elaborazione della Terza via blairiana, con la quale, ancorché solo in parte, in un contesto assai diverso, nella seconda metà degli anni novanta, l’Ulivo ebbe qualche affinità. Va tuttavia osservato che la deriva verso una più stretta subalternità al paradigma neoliberista ebbe corso più avanti, con la nascita del Pd sin dal noto discorso del Lingotto. Il discorso sarebbe lungo, controverso e non possiamo svolgerlo qui, ma mi sentirei di sostenere che, dal punto di vista dell’editoriale prodiano, il Pd fece segnare un passo indietro se non un deragliamento rispetto all’elaborazione dell’Ulivo.
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