domenica 21 giugno 2026

Scrittrici anglosassoni a Firenze

Margherita Ghilardi
Constance Fenimore Wilson e Vernon Lee, scrittrici diverse a Firenze

il manifesto Alias, 21 giugno 2026

Sembra proprio che non si conoscessero. È strano, perché negli anni in cui vissero a Firenze, prima di spostarsi su colline agli estremi opposti della città, abitarono vicine, una passeggiata di un quarto d’ora sui Lungarni. Poco distante, in un albergo affacciato sul fiume, alloggiava un noto scrittore la cui amicizia ebbe un singolare riverbero sulla vita di entrambe. È anche vero però che Constance Fenimore Woolson e Violet Paget, in arte Vernon Lee, non avrebbero potuto essere più diverse. Né ad allontanarle era solo il divario dell’età.

Nata in New Hampshire nel 1840 da una vecchia famiglia americana, un prozio era l’autore dell’Ultimo dei Mohicani, cresciuta tra infiniti lutti e continui spostamenti verso ovest, Woolson arriva in Europa nel 1879, quando è già un’autrice apprezzata di racconti di frontiera e ha appena concluso la stesura di Anne (1880), il romanzo che le darà il successo. Rifugge la mondanità fiorentina, oltre che dedicarsi alla scrittura ama spingersi in lunghe passeggiate solitarie.

È timida, riservata, malinconica; determinata tuttavia e indipendente. Ci sente poco da un orecchio. Appartiene invece a un ambiente cosmopolita l’esuberante, loquace, trasgressiva Vernon Lee, nata a Boulougne-sur-Mer nel 1856 da genitori britannici ma espatriati, stravaganti e colti. Dopo molto girovagare tra Francia, Germania, Svizzera, Italia la famiglia nel 1873 si stabilisce a Firenze, dove la loro casa, non ancora la famosa villa del Palmerino, diventa un crocevia per artisti e intellettuali del vecchio e nuovo mondo. Nel 1880, quando esordisce, è soprattutto una saggista: la attraggono le fiabe, la musica del Settecento, il rinascimento italiano. I suoi interessi innervano le fantasiose ghost stories che firmerà cominciando dal fortunato Hauntings (1890).

Ad avvicinare le due terribili signorine, modelli diversi ma ugualmente icastici di scrittrice e di new woman, ci provano Giovanna Mochi e Benedetta Bini, affiancandone due racconti in un volumetto impeccabilmente curato per Marsilio, intitolato Miss Grief, Lady Tal e corredato dall’esplicativo sottotitolo Due donne, due scrittrici, due storie («Letteratura universale», pp. 151, € 16,00). Composto da Woolson alla fine del 1879, qualche mese prima di arrivare a Firenze, pubblicato in rivista nel maggio 1880 e mai riproposto in una sua raccolta, Miss Grief è apparso in una prima traduzione italiana da Sellerio nel 2002; inedito da noi anche se scritto in Italia, Lady Tal uscì originariamente in apertura di Vanitas. Polite stories, trittico licenziato da Lee nel 1892.

Al di là della comune benché discorde ambientazione italiana (una Roma astratta in Woolson e una realistica Venezia in Lee), annoda i due testi l’analoga coppia di protagonisti: l’aspirante scrittrice e il famoso scrittore sollecitato a diventarne il mentore o il maestro. In Miss Grief lo scrittore, privo di un nome ma incaricato di condurre la narrazione in prima persona, è «un costruttore di teorie» orgoglioso della sua «piccola fama» e della «grana finissima» del proprio «gusto letterario». Il Jervase Marion di Lady Tal si riconosce più perfidamente governato dal «demone dello studio psicologico» e dall’«alta missione di ficcare il naso nell’anima» degli altri. Le due curatrici li presumono ispirati entrambi a Henry James. Ovverosia al noto scrittore che alloggiava in un albergo sull’Arno.

L’ipotesi è suggestiva e molto probabilmente azzeccata; alcuni dettagli della trama lasciano addirittura supporre che Lee abbia composto Lady Tal pensando a Miss Grief, quasi fosse la risposta in un dialogo segreto o il secondo pannello di un dittico. Appare vistoso il richiamo dei ghirigori astrali da cui è trapunto Lady Tal – «il candido tappeto formato dal chiarore della luna» o l’«antico disegno persiano» ricamato dai «raggi della luna» – alla «figura» che in Miss Grief risulta impossibile estrarre dalla «fitta trama di un tappeto».

Né si tratta di un’immagine inerte, impigliatasi per caso nella memoria, se è anzi così potente che nel 1896, due anni dopo la morte di Woolson, proprio l’amico James gliela ruberà per cucirla al centro di uno dei suoi racconti più famosi, appunto La figura nel tappeto. Il narratore di Miss Grief la inventa a proposito di un personaggio del dramma che la scrittrice ha sottoposto alla sua lettura, un personaggio disarmonico secondo lui, però malgrado ogni suo tentativo inestricabile dall’insieme: «sfilacciai il tutto, e la storia non era più buona e non era più di Aaronna. Era fiacca, ed era mia».

Lo scrittore, prima risoluto a sfuggire colei che teme voglia vendergli «un vecchio merletto» e ostinato poi a correggere quel «dramma testardo» per farlo pubblicare, cede in explicit al giudizio ferreo della scrittrice: «Lei aveva il successo – ma la grande forza l’avevo io. Non è forse vero? Lo dica!».

La postura paternalistica, il narcisistico impegno profuso nel modificare l’opera femminile per adattarla a un maschile orizzonte mentale sono analoghi nei due racconti e certo ne rappresentano il comune snodo tematico; ciò non toglie che il loro legame si chiuda qui. Quasi tutto ambientato in interno, così come del tutto interiore appare la sua atmosfera espressiva, il racconto di Woolson adotta uno stile piano, dimesso, monocorde, benché lo infiammino a tratti sotterranee accensioni. La tavolozza predilige tonalità spente e polverose, scolorite come l’abito indossato da Aaronna: umile solo in apparenza, se benché mai pubblicata si sente fiera di quel lavoro a cui «il maestro» dovrà riconoscere il segno del «genio».

È la drammatica dissonanza nella vita delle donne tra capacità e successo che Woolson intende raccontare. Quando compose Miss Grief non conosceva ancora Henry James, lo incontrerà pochi mesi dopo a Firenze diventandone per sempre un’amica vera; da tempo ammirava profondamente il suo lavoro, lui dirà più tardi che era l’unica persona capace di comprenderlo. Amava allora in particolare Daisy Miller.

Respira un’aria diversa Lady Tal, si colloca a una diversa temperatura espressiva. Lee sceglie per il suo racconto un’atmosfera piena di colore e molto high society; adotta il registro brillante, un timbro spesso terribilmente comico quando non sarcastico. La «frivola» protagonista è un’aristocratica decisa a comporre un romanzo: riesce perfino a vederlo stampato grazie al pur riluttante Jervase Marion che lo riscrive di sana pianta. Se l’intenzione è morale, né le armi né tantomeno il bersaglio di Lee appaiono gli stessi di Woolson.

Per mettere alla berlina il mondo in cui vive, Lee disegna con il suo Marion una caricatura piuttosto eloquente di James, imitandone anche lo stile. Incoraggiata da un atteggiamento che le sembrava «paterno», nel 1884, poco dopo averlo conosciuto a Londra, gli aveva dedicato il suo primo romanzo, Miss Brown: all’epoca James aveva represso il proprio disappunto, ma questa volta non la perdonerà, troncando ogni loro frequentazione.

Eppure, proprio a quella frequentazione Henry James doveva l’idea del Carteggio Aspern, nato da un aneddoto ascoltato in casa Paget nel 1887. Quel libro magicamente unisce nella biografia del «Maestro» le due signorine che non si incontrarono mai, se James lo scrisse durante le settimane in cui fu ospite di Woolson a Bellosguardo. Inutile cercarle insieme dentro la sua opera, dove certo, per quanto la definisse «stupefacente», non avrebbe potuto trovare posto una ragazza irriverente come Lee.

Molto offre invece di sé l’«intensa» Woolson alla Isabel Archer di Ritratto di signora o alla protagonista senza nome dell’Altare dei morti. Gli occhi rapaci di James, così «privi di espressione» da sembrare «biglie» a una giovane Virginia Woolf, non sapranno arrendersi nemmeno davanti al suicidio di Woolson, saltata giù dalla finestra di un palazzo veneziano, se nel riordinare le sue carte la deprederà del progetto di un racconto divenuto La belva nella giungla. Con una scelta eloquente, lei aveva espresso la volontà di essere sepolta come Daisy Miller nel cimitero acattolico di Roma. Difficilmente in quel giorno di gennaio, malgrado facesse bel tempo, il clima le avrà concesso «i rigogliosi fiori primaverili» che la terra dona invece all’altrettanto intrepida eroina jamesiana.

Nessun commento:

Posta un commento