sabato 13 giugno 2026

Ve lo meritate Erri De Luca

Alessandro Trocino Popstar della cultura. La parabola del sionista Erri De Luca, venerabile maestro. Facebook

Dalla Rassegna
Fenomenologia di Erri De Luca (che difende Israele e poi chiede scusa)
Verrebbe da dire - parafrasando Nanni Moretti - «ve lo meritate» Erri de Luca. O meglio, se lo merita chi a suo tempo lo ha eletto a coscienza poetica e politica della sinistra, trasformando uno scrittore oracolare e sentenzioso in una sorta di guru, di maestro, di condottiero del pensiero, infallibile e carismatico. I suoi adepti lo hanno adorato e lui a lungo si è schermito, schivo e ieratico, come ogni sacerdote illuminato. Poi è arrivata un’intervista al quotidiano israeliano Israel Haiom, prontamente tradotta e parzialmente pubblicata ieri dal Foglio, e tutto è crollato.
Ma come, l’ex muratore e operaio della Fiat, l'ex militante di Lotta Continua, attivista No Tav così accanito da essere incriminato per istigazione alla violenza (poi assolto), il volontario in Africa, l’autista di convogli umanitari nella ex Jugoslavia, l’uomo che definì il terrorismo «una piccola guerra civile», inorgogliendo l’ex br Barbara Balzerani di cui presentava il libro, l’amico dei migranti e di Zerocalcare. Insomma, quest’intellettuale così illuminato e di sinistra si definisce fieramente «sionista» e nega che a Gaza ci sia stato un genocidio? Com'è possibile? Ai suoi discepoli e a quella frangia della sinistra radicale che adora il suo misticismo aforistico, il panteismo narcisista e l’impegno sociale, è crollato un mondo. Come amanti traditi, si sono sfogati sui social. La destra e i «pro Isr» hanno esultato. Claudio Cerasa ha consigliato all’«allegra flottiglia» di mandare a memoria «il pensiero favoloso non esattamente di un fascista schiavo della propaganda della lobby ebraica». Luigi Mascheroni sul Giornale ha scritto che la sinistra lo ha scaricato «come un sacco di datteri»: «Finirà isolato come Pansa. Basta recensioni su Repubblica, niente festival né premi, fine delle ospitate in tv. E le librerie Feltrinelli terranno a malapena i suoi libri. A testa in giù».
Ma cosa ha detto De Luca? Innanzitutto ha annunciato la sua partecipazione all’International festival di Mishkenot Sha'ananim a Gerusalemme, boicottato invece dal Nobel sudafricano J.M. Coetzee. Poi ha spiegato che si sente «sionista», parola che in Italia e in Occidente «oggi è una maledizione, un insulto». Per lui, invece, esprime «il diritto a una patria nazionale, a una difesa esistenziale». Lo aveva già detto a febbraio su X, senza troppi clamori. Spiegando che chi riconosce la necessità della convivenza di due entità, Israele e Palestina, è un sionista. Semplicemente non sa di esserlo, o ha paura di dirlo. E su questo ha ragione. Il sionismo è un movimento storico e laico che, sulla scorta delle idee di Theodor Herzl, e non solo, ha teorizzato la necessità per gli ebrei, dispersi nel mondo da pogrom e antisemitismo e poi sterminati dal nazismo, di avere una patria. Uno Stato, visto che si era nella temperie nazionalista. Se si riconosce il diritto di Israele a esistere, e non dovrebbe essere altrimenti, ci si può dire tranquillamente sionisti, senza timore di essere confusi con le politiche di un qualunque governo israeliano. Del resto, chi è per la soluzione dei due Stati in Medio Oriente, si può tranquillamente definire sionista e Pro Pal. Termine, invece, che per certa destra – e purtroppo anche per chi gestisce l’ordine pubblico in alcune manifestazioni – suona talvolta come un’affiliazione terrorista.
De Luca poi nega che quello che è successo a Gaza sia un genocidio: dirlo è una «distorsione storica e verbale». Legittima opinione e sostenibilissima. Se non fosse che poi aggiunge delle specifiche. Spiega che quando sente questa parola gli viene «una rabbia grammaticale». Che è stato invitato a un evento a Firenze a parlare e ha detto che partecipa volentieri, ma non siederà nello stesso palco di chi vuole la distruzione di Israele o di chi definisce genocidio la reazione al 7 ottobre. Per lui quello che è successo è l’effetto «di una guerra brutale e moderna». Anzi, «l’effetto inevitabile» - dice proprio così, inevitabile – «del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili». Il problema è la densità dello spazio urbano. E la «modernità» della guerra. Che sia «un’assurdità» definire lo sterminio un genocidio lo proverebbe anche «il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e poi da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo». Per qualcuno, quelle migrazioni sono state un’ulteriore umiliazione di un popolo privato di casa e diritti, che non lo hanno neanche difeso dai bombardamenti, come dimostrano le 75 mila vittime e i 170 mila feriti.
Poi De Luca dice altre due cose opinabili. La prima è misteriosa. Il 7 ottobre, oltre all’insipienza dell’intelligence, ci sarebbe stata «un’ignoranza volontaria da parte del governo israeliano. Un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione». Non è chiaro il perché. Troppo buonismo dal governo israeliano? La seconda è un parallelo storico. Spiega De Luca che i palestinesi si devono liberare di Hamas e degli Hezbollah. Come? Da soli non ce la possono fare. Per quello è necessaria una guerra: «La libertà interna nasce dalla sconfitta esterna». Come è successo, dice, con il fascismo di Mussolini. Quello di Franco, invece, è sopravvissuto fino agli anni '70 perché la Spagna non è entrata in guerra. L’unica speranza per i palestinesi, insomma, è «la sconfitta militare dei suoi leader tirannici». Ci sarebbe un popolo massacrato, un governo che ha l’esplicito obiettivo di conquistare Eretz Israel, ovvero tutta la Palestina storica e biblica, e di cacciare i palestinesi.
Per concludere, De Luca spiega che se ne frega delle reazioni, anzi «guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano», che «da un quarto di secolo» si è ritirato lontano dai premi letterari e «gli insulti della cricca letteraria» non lo toccano. Non gli interessano «le conventicole» né «la politicizzazione a buon mercato delle case editrici». Perché, aggiunge senza rinunciare al suo impagabile compiacimento di uomo delle montagne e scalatore dell’Himalaya: «Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda». E lui, modestamente, sta ben saldo sulla roccia.
O almeno, stava, perché la roccia ha dato segno di sgretolarsi. Poche ore fa è arrivata una mezza abiura, per rassicurare il suo bacino di lettori. Evidentemente bombardato dalle reazioni indignate dei suoi ammiratori, De Luca ha voluto scusarsi. Quando parlava di sionismo, ha spiegato, non lo associava certo «alla peggiore destra israeliana», ma parlava del senso originario del termine. Scrive sui social ora De Luca: «La constatazione che chi crede in due Stati è sionista è stata ricevuta come una grave provocazione. Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace». Non si capisce il senso della correzione, visto che non si corregge nulla (e si omette tutto il resto, dal non genocidio ai paralleli storici). Si chiede solo scusa, «visto il surriscaldamento dei commenti»: tipo, non siete voi che non avete capito, sono io che non mi sono spiegato bene.
Qualche avvisaglia che sarebbero arrivate delusioni per chi confidava troppo nel suo posizionamento di sinistra radicale era arrivata con l’invasione dell’Ucraina. Per niente tentato da filoputinismi di alcun genere, De Luca si è autoproclamato «un partigiano della resistenza ucraina». Poi, parlando con Cinzia Sciuto, non ancora direttrice di Micromega, aveva vaticinato: «Mi aspetto la fine della guerra in poche settimane e il ritiro delle truppe russe». Era il 30 marzo 2022 e stiamo ancora aspettando.
Ma tutto si può perdonare a un poeta e scrittore (abbiamo perdonato persino gli «esperti» di geopolitica). A proposito di critici, se n’è giovato molto in tempi non sospetti. Michele Trecca, parlando con Stas’ Gawronski, aveva detto che le sue parole «di muscoli e di nervi» sono «chiodi piantati su una parete», «in perfetto equilibrio tra etica ed estetica». All’intervistatore che parlava di «storie punteggiate di scampoli di infinito», rispondeva dicendo che il suo era «un tentativo di una via di fuga dall’apparenza della verità». E insomma grazie a questo «nitore lirico» e a questa autorevolezza – che univa alto e basso, l’operaismo e la conoscenza dello swahili, il servizio d’ordine e l'ebraico antico – De Luca è diventato un punto di riferimento.
Non per tutti. Qualcuno si era insospettito. Leggendo i titoli dei romanzi, molti dei quali spezzati da una virgola: «Non ora, non qui», «Aceto, arcobaleno», «Tu, mio». Il suo corto «Il turno di notte lo fanno le stelle». E poi «Alberi che camminano», «Una nuvola come tappeto», «Il peso della farfalla». I testi poi sono da «orologiaio delle parole», come è stato definito: laconici e profetici, parabole e metafore poetiche che uniscono il rigore dell’impegno con un’assertività oracolare.
Su Pangea Paolo Ferrucci, nel 2020, scriveva che «Erri è un mostro sacro, un vecchio campione della sinistra movimentista, rigorosamente ortodosso e intransigente nei giudizi, simbolo di una generazione, adulato dai recensori». Faceva il calcolo: dal 1989 (fino al 2020) ha pubblicato 68 titoli di narrativa, escludendo poesia e teatro. Tanto prolifico quanto parsimonioso nel contenuto: i suoi libri – «condensati di narrativa, distillati di letteratura, sublimati di esistenza» - vanno da 25 a 120 pagine.
Il critico Massimo Onofri parlò di «neodannunzianesimo proletario»: «Ha una scrittura rarefatta, concentrata, di una sapienzialità e una ieraticità che dissimula appena la sua radice piccolo borghese. È un fenomeno interessante a livello di sociologia della letteratura, perché i libri di De Luca, che coniugano il sublime con il comunismo o il post-comunismo, forniscono facilmente ai fan la patente di anima bella e politicamente corretta».
Però De Luca, in fondo, è sempre stato coerente con se stesso. Se ora giustifica e legittima lo sterminio israeliano di Gaza, nel nome di una presunta palingenesi bellica dei palestinesi «buoni» (quelli sopravvissuti), in passato ha difeso le lotte della «gioventù rivoltosa e comunista» di cui si dice orgoglioso di avere fatto parte: «La violenza - ha scritto in passato - è stata lo strumento politico di un secolo di rivoluzioni. Dal punto di vista del ’900, è stata una forza promotrice del miglioramento di miriadi di masse umane».

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