Matteo Marchesini
DIECI TESI PER UN’ESTETICA TASCABILE
Facebook, 5 giugno 2026
9. PERCHE’ LA POESIA DELUDE. Credo che chi si occupa di letteratura debba oggi più che mai indicare un equivoco: quello per cui, quasi sempre sbagliando, ci si attende di trovarla là dove mostra insegne così riconoscibili da essere già la caricatura di sé stessa, e quindi da risultare subito pienamente accettabile o socializzabile. Da un lato, di solito, spiccano le insegne dello stile da serie o da pool editoriale, dietro cui avanza lo scrittore o la scrittrice che identifica la letteratura con il «lavorare bene» dei tecnici (giocatori, allenatori...); dall’altro lato c’è l’opposizione gradita a sua maestà, cioè il gruppo di opere che esibiscono enfaticamente una Dismisura, uno Sfregio, una Ricerca o una Sperimentazione già neutralizzati dalla puerilità meccanica con cui vengono proposti (in mezzo, a volte, spuntano libri di buona fattura ma culturalmente piuttosto conformisti, tipo "Ferrovie del Messico", in cui però il lettore benpensante crede di vedere chissà cosa solo perché riconosce il suo stesso retroterra scolastico). E’ un difetto che si riscontra anche nello studio della letteratura del passato prossimo: pletoriche bibliografie su autori – non importa se grandi o no – che offrono subito un appiglio linguistico, culturalistico o tematico visibile a occhio nudo, e disarmante silenzio su quelli che richiederebbero uno sguardo o un orecchio più sottili (le infrazioni alla lingua comune di Gadda o Sanguineti, o le allusioni storiche di Sereni, possono essere colte da un lettore qualunque senza l’aiuto dei nostri commentatori zelanti; mentre il miracolo per cui in Sandro Penna una lingua lisa, pascolian-dannunziana, sembra a un tratto luminosa e nuova, o il modo in cui Moravia, sotto la patina di una finta medietà, sceglie con eccezionale esattezza gli aggettivi e inventa una «meravigliosa lingua di plastica», secondo la definizione di Luigi Baldacci, esigerebbero l’intervento di una critica integrale ormai scomparsa). Oggi più che mai si dimentica che la letteratura capace di rivelare davvero qualcosa si trova spesso là dove non la si aspetta - là dove è ancora senza nome e dove a una prima occhiata sembra inappariscente, ovvero non classificabile neppure nella comoda categoria dell’Inclassificabile. Cade qui a proposito un passo di Proust, che commenta la delusione degli spettatori dopo un concerto molto bello: «La vera bellezza è (…) la sola cosa che non possa rispondere alle aspettative di un’immaginazione romanzesca. Tutte le altre cose non sono inferiori all’idea ch’essa se ne faceva: l’abilità la meraviglia, la volgarità la lusinga, la sensualità l’inebria, l’ipocrisia l’abbaglia. Ma la bellezza, essendosi legata nella notte dei tempi alla verità con un’eterna amicizia, non ha a sua disposizione tutti questi incanti».


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