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lunedì 5 ottobre 2026

La paura del futuro

Ilaria Gaspari
Reazioni pericolose contro la paura del futuro
La Stampa, 5 ottobre 2026

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, e però ci è toccato vivere in un momento storico in cui le trasformazioni spaventano e la reazione sembra essere il proliferare delle passioni tristi. Abbiamo paura del futuro, disancorato dalle promesse di progresso che parevano implicite nella sua definizione – ma era forse un’illusione, il riflesso del punto di osservazione privilegiato da cui guardavamo alla storia. Abbiamo paura del futuro: e – temo – ne abbiamo ben donde. La reazione al mondo che ci spaventa si declina in una gamma di irrigidimenti che va dalla diffidenza all’odio alla nostalgia morbosa per un passato che non tornerà, e che per questo possiamo idealizzare. Insomma, è la reazione tipica di un’epoca reazionaria, e non lo vediamo solo in politica: se il futuro spaventa, sembra naturale volgere lo sguardo al passato, se il fuori fa paura, distogliamo gli occhi, ed eccoci qui, tutti ripiegati su noi stessi, a rifugiarci nella trappola apparentemente rassicurante dei confini dell’io: che però, più lo pensiamo rigido, più si fa fragile agli urti.

Trent’anni fa Francesco Remotti nel suo pamphlet Contro l’identità avvertiva del rischio, ora più reale che mai, di irrigidirsi in una rivendicazione d’identità che è sostanziale rifiuto della trasformazione.

La sociologa Eva Illouz, indagando la fine dell’amore, parla di una libertà “negativa” dell’io, che si disegna nello svincolamento, nella negazione delle pressioni esterne ma anche della presenza dell’altro: le storie d’amore chiuse senza spiegazione, quelle che non iniziano nemmeno, perché al primo segnale di difficoltà la libertà negativa sceglie di rinunciare. Nel bel libro Le ragioni del disamore, da poco uscito per Nottetempo, la filosofa Federica Gregoratto a partire da questo stato di cose riflette sulle molte ragioni possibili per cui si smette di amare, individuandone quattro filoni – la rabbia, l’inceppo del desiderio, lo strapotere del mondo, la non-scelta – che corrispondono a una molteplicità di forme di relazione possibili mentre il fenomeno della fine dei legami sentimentali è «attuale come non lo era mai stato prima nella storia delle società occidentali».

Ma reazione, la parola che dice la tendenza al ripiegamento all’indietro – al passato, all’io che come quegli animaletti dal buffo nome di porcellini di terra si richiude su sé stesso per difesa – prima che una parola del lessico politico è parola della chimica: e la traslazione semantica è un prisma moltiplica i livelli di lettura. Se in politica la reazione è chiusura, in chimica è trasformazione: un processo che altera la struttura della materia. La relazione, alla reazione, è necessaria: è il contatto con il reagente che modifica la composizione originaria. La reazione, insomma, non è solo il riflesso difensivo contro il cambiamento, ma anche l’inesorabilità di quel cambiamento: ci trasforma, che lo vogliamo o no. Ci trasforma perché anche le nostre esistenze sono viventi metafore, riversano uno nell’altro i più disparati livelli di significato, intrecciano differenze e ricomposizioni dialettiche di principi all’apparenza opposti. Esistiamo nel divenire, siamo chimica: non esiste identità che sia immobile. Così la reazione chimica nel gioco di relazioni che ci trasforma rivela il portato universale di un’esperienza trasversale fin nei suoi tratti più idiosincratici.

Primo Levi, da chimico, lavorò a lungo per la Società industriale vernici e affini, dai primi anni Cinquanta trasferita a Settimo Torinese: ora proprio Settimo fra il 4 e l’11 ottobre ospita la XIV edizione del Festival dell’Innovazione e della Scienza intitolato al tema Reazioni. Nel Sistema periodico di Levi la contiguità vitale fra umanità e chimica assume la forma perfetta della serie degli elementi trasformati in racconti, struttura cristallina che incatena reazioni a relazioni in un lessico comune a scienza e letteratura. Ma anni prima di comporre la sua tavola periodica narrativa, in una delle Storie naturali firmate con lo pseudonimo di Damiano Malabaila, aveva scritto un racconto, I mnemagoghi (ovvero “suscitatori di memoria”), in cui un giovane medico condotto arriva nel paesino cui è destinato, e va a trovare il vecchio dottore nello studio che sarà suo. Il vecchio, con eccentricità da scienziato solitario, ha dedicato ogni ora libera a sintetizzare chimicamente gli odori dei momenti salienti della sua vita. Mescolati in provetta gli elementi della tavola periodica, come un compositore crea dalle sette note, in un armadio tiene la sinfonia olfattiva di un’esistenza: molte boccette, stappate e odorate dal dottorino, dapprima scettico, poi sempre più entusiasta di decifrare i ricordi di un altro che ha tanto vissuto e con parole brevi, mentre lui annusa, disegna i passaggi della propria storia. Fino all’ultima boccetta, quella in cui il racconto si ferma, perché il ricordo, la trasformazione che ha impresso, soverchia ogni tentativo di riprodurlo; la boccetta sa di cipria e d’estate, di pelle al sole, e non è il ricordo di un momento. È una persona.

domenica 27 settembre 2026

Hobbes visionario

Roberto Barzanti

Roberto Barzanti
Hobbes, un analista militante che ci interroga

il manifesto, 27 settembre 2026

E’ frequente nel citare Thomas Hobbes (1588-1679) un semplicistico accoppiamento: come avviene quando s’individua Niccolò Machiavelli quale autore dell’opuscolo sul Principe, il nome del filosofo di Malmesbury si associa all’opera sua più diffusa: il Leviathan. Il pernicioso effetto di questa divulgazione ha indotto a sottovalutare la rigogliosa produzione di scritti dell’uno e dell’altro. In particolare Hobbes ha indossato a lungo l’abito del teorico per eccellenza dell’assolutismo statuale e fu quasi degradato a epigono di Francis Bacon, che pure aveva esercitato una forte influenza nella sua formazione. C’è tuttora chi attribuisce al filosofo inglese una dimensione univocamente politica, non tenendo conto della sua varietà di interessi. L’enorme bibliografia su di lui accumulata ha favorito controversie e unilateralità. Spesso è stato piegato a un uso propagandistico in sintonia o in contrapposizione con le travagliate vicende dei tempi.

È da accogliere, quindi, con favore la nascita dell’Archivio Thomas Hobbes diretto da Carlo Altini, tra i sommi esperti di un protagonista nell’analisi delle forme di potere tipiche del XVII secolo. Giovandosi di risorse materiali e collaborazioni su scala europea, e non solo, l’Archivio sta pubblicando presso l’editore fiorentino Olschki, una collana di «Testi e studi» in grado di promuovere una conoscenza estesa di Hobbes e restituirgli una statura fino a oggi poco esplorata nelle sue molteplici direzioni. Da un lato vengono sfornate nuove traduzioni con eccellenti commenti di testi meno noti, dall’altro saggi che offrono sollecitanti interpretazioni. Tra i quattro titoli finora usciti, i due più recenti esemplificano le diversità dell’approccio a Hobbes sia da testi classici non sufficientemente a portata di mano che da lavori di giovani ricercatori e ricercatrici.

Del sociologo tedesco Ferdinand Tönnies (1855-1936) appare in italiano per la prima volta, a cura di Giovanni Cerro, la terza edizione (Stoccarda 1925) della monografia Thomas Hobbes. La vita e il pensiero (Olschki, pp. XXIV-338, € 39,00). Notevolmente accresciuta rispetto alle due precedenti (1896 e 1912), essa avviò su Hobbes una vera e propria storiografia critica collocandolo sulla linea di confine tra l’accanita difesa delle dottrine aristoteliche e scolastiche e l’inizio della moderna civilizzazione europea, tra chi si ostinava a rafforzare le tradizioni monarchiche e quanti gettavano le basi della prospettiva illuministica. Al contrario di Rousseau, egli credeva che nella mitica società primitiva dominasse negli individui reciproca violenza e guerra continua. Sarebbe spettato alla cultura civile, da costruire in mutevoli forme, assicurare protezione e pace, pervenendo a un sistema definito e universale mediante un patto con cui realizzare una sovranità garante di diritti comuni e di concordi relazioni.

Per disegnare questa difficile utopia egli riteneva necessario estendere le conquiste della visione meccanicistica e materialista, affermatesi in ambito scientifico, all’unitario corpo artificiale fatto dai singoli corpi e dai movimenti che li agitavano. Materialismo e meccanicismo si fondevano tagliando nettamente con un passato decrepito e smentito dai fatti. Così Hobbes fu all’origine del contrattualismo sviluppatosi nell’età illuministica ed esaltò la legittimità di un potere assoluto, esente da opposte fazioni. A capo di questo corpo doveva insediarsi il portatore di una indiscussa sovranità oppure – alternativa che viene per lo più taciuta in mutili esposizioni della sua dottrina – un’assemblea, non però divisa in posizioni antagonistiche.

L’importanza della monografia di Tönnies si rileva in passaggi biografici prima di allora non lumeggiati: evidenzia la sua formazione umanistica entusiasta di Tucidide e il peso decisivo dell’esperienza accumulata nei suoi viaggi da cui traeva, un po’ come Tocqueville, elementi funzionali alle sue finalità. Le tappe toccate dal Grand Tour, in compagnia di William Cavendish, membro di una famiglia che fu munifica protettrice per il curioso filosofo naturale, non furono occasione mondane. Nel terzo di questi programmati viaggi s’inoltrò in Italia. Anche se non è certo che abbia incontrato di persona Galilei, Hobbes ne ebbe una straordinaria ammirazione e lo dichiarò «il più grande filosofo non solo di questo secolo ma di tutti i secoli».

La Venezia di Paolo Sarpi fu anch’essa luogo amato dal suo animo inquieto. Il lungo periodo trascorso in Francia (1640-’51) consentì a Hobbes di frequentare ambienti e personalità di sicuro rilievo. Basterà rammentare il frate dell’ordine dei minori Marin Mersenne, ovviamente René Descartes, Pierre Gassendi e una schiera di intelligenze attratte dalla necessità di applicare le modalità scientifiche a una filosofia civile. È del 1651 la pubblicazione in inglese del Leviathan.

Gregorio Baldin, in Thomas Hobbes Filosofia e politica nell’Europa del Seicento (Carocci editore «Frecce», pp. 348, € 35,00), fornisce la più chiara e analitica biografia oggi circolante, capace di unire diacronicamente narrazione dell’avventura eterodossa del roccioso pensatore di Malmesbury a una rigorosa analisi della sua speculazione militante. Si domanda infine perché assistiamo a una ripresa d’attenzione per un personaggio deprecato e calunniato: «La filosofia hobbesiana – osserva Baldin – offre dunque tuttora delle risposte, ma ancor più ci pone domande e interrogativi. Ci esorta a indagare la natura dell’essere umano e la sua mirabile e ‘mostruosa’ creazione politica. Hobbes ci inquieta, ci stimola, ci sorprende e ci incuriosisce, come solo i grandi maestri del pensiero sanno fare». In lui categorie e concetti alludono, per analogia, a temi della nostra drammatica contemporaneità. Svincolati da ideologie che hanno fallito, avvertiamo in tante sue pagine brutalmente realistiche l’eco di errori irreparabili e di speranze tradite. Lo Stato-macchina che include la società civile e non tollera i corpi intermedi di un combattivo pluralismo non sono per noi reperti archeologici. La polverizzazione della politica e l’accentramento personalistico del potere non appartengono solo a un lontano passato. Bellicose politiche securitarie che restringano le libertà, sono all’ordine del giorno.

Dal canto suo Andrea Bardin, in Politiche della scienza moderna L’agenda materialista di Hobbes – l’altro libro fresco di stampa dell’«Archivio» (Olschki, pp. XXXIV-234, € 29,00) –, sostiene che l’obiettivo di Hobbes, in linea di principio materialista, è diventato di fatto «idealista», e ciò ne spiegherebbe il sostanziale fallimento. Tesi ardita, che apre un discorso ostico in questa rassegna bibliografica. Appunto, semmai, una significativa ricezione critica di una fallimentare illusione, anch’essa conseguente all’onnicomprensivo materialismo. Hobbes, infatti, coltivava l’idea che uno Stato fosse forte perché «rappresentava perfettamente una sintesi di mito e pratiche tecnocratiche orientate alla produzione di uno spazio politicamente neutrale per l’esercizio dell’opinione pubblica e per la riproduzione dello status quo».

Carl Schmitt obiettò (1938) che la ricetta di Hobbes avrebbe implicato la neutralità della fredda organizzazione burocratica e laica dello Stato moderno: «Il razionalismo – scrisse – era per lui incapace di fornire un’unità reale al corpo politico» e quindi non poteva creare una comunità dalle solide radici storiche e culturali o addirittura razziali di un popolo. Leviathan era soprattutto un progetto politico-pedagogico, una costruzione finalizzata al disciplinamento automatico delle masse. C’era bisogno di una fede che non negasse, almeno all’apparenza, passioni e fiducia. Norberto Bobbio, in una recensione immediatamente successiva (1939), notò che ci si trovava «per la prima volta di fronte allo stato moderno, allo stato, tanto per intenderci, del positivismo giuridico» in grado di resistere a ogni sorta di «poteri indiretti». In effetti la visionarietà di Hobbes andò tragicamente ben oltre.

venerdì 25 settembre 2026

L'oscuramento di Gianni Vattimo

                   

Gianni Armand Pilon

Se Torino dimentica Gianni Vattimo
Corriere Torino, 25 settembre 2026

Chi ha paura di Gianteresio Vattimo detto Gianni? A tre anni dalla morte, Torino sembra essersi dimenticata di lui. Non una commemorazione, non un ricordo. Dopo i funerali e l’omaggio di accademici, ex allievi e politici, sul filosofo è sceso uno strano e imbarazzato silenzio. Come se il tempo di fare i conti con la sua figura pubblica e privata, soprattutto privata, non fosse ancora arrivato. Nel corso dei suoi 87 anni, Gianni Vattimo è stato tante cose. Allievo di Luigi Pareyson e di Hans-georg Gadamer. Padre del pensiero debole e professore emerito all’università. Indagatore inquieto del grande mistero della fede. Aveva stima, ricambiato, di Papa Francesco. Lo definiva «il pontefice del pensiero debole». Ma Vattimo è stato anche l’uomo delle provocazioni. Inquieto in politica: con Alleanza per Torino quando si trattò di fare eleggere Castellani sindaco, poi al Parlamento europeo con i Ds e con l'Italia dei valori. Adorava il contraddittorio e diceva molti No, non fosse altro che per il gusto della dialettica. No alla Tav, no agli scavi in piazza San Carlo. Omosessuale dichiarato in un tempo in cui non era così scontato, gli ultimi anni Vattimo li ha passati a difendersi da «amici» che lo volevano incapace di intendere e di volere per essersi innamorato del 35enne brasiliano Simone Caminada. Vicenda penosa, tra accuse, processi, sentenze. Un matrimonio saltato, un testamento annullato, il grande filosofo dipinto come un povero vecchio che si fa fregare dal badante. Alla fine, il sospetto è che dietro la rimozione di Vattimo ci sia anche questo: il pregiudizio sessuale. Del resto, molti anni fa era stato lui stesso a dirlo: «Ci sono degli stigmi che colpiscono una minoranza come questa, la quale sovente non ha altro modo di farsi riconoscere se non quello di scandalizzare i benpensanti».

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Armand Pilon sembra attribuire l'oblio all'omosessualità di Gianni Vattimo. Altre figure dotate dello stesso stigma non escono di scena, da Pasolini a Alice Weidel. Più verosimilmente l'oblio andrebbe collegato al fatto che Vattimo in filosofia come in politica non è stato l'uomo di un'idea, ma un uomo che cerca, un personaggio instabile, sempre in bilico tra una verità forte e una impressione passeggera, con la tendenza finale al diminuendo invece che al crescendo.
Spiegare l'oscuramento di Gianni Vattimo con il solo stigma dell'omosessualità è una tesi discutibile: figure apertamente omosessuali o "non allineate" occupano stabilmente il dibattito pubblico, sia come martiri intellettuali (Pier Paolo Pasolini), sia come leader politici di primo piano in contesti conservatori (Alice Weidel in Germania). In questi casi, la radicalità o la fermezza della loro posizione crea un'eredità netta, un "crescendo" che ne garantisce la memoria o l'impatto politico.
Il destino di Vattimo è stato sancito con ogni probabilità dalla sua
tendenza finale al diminuendo. Il nucleo della sua filosofia era la decostruzione delle verità assolute e delle metafisiche forti. Ma una filosofia che professa l'indebolimento dell'essere e l'apertura al dialogo perpetuo fa fatica a tradursi in un "monumento" culturale. Vattimo ha teorizzato il declino delle grandi narrazioni, finendo per subire quel diminuendo nel destino postumo della sua stessa eredità spirituale.
La sua parabola politica lo ha visto oscillare tra posizioni apparentemente inconciliabili: dal cattolicesimo delle origini al comunismo militante (il "comunismo ermeneutico"), fino a dichiarazioni radicali e provocatorie negli ultimi anni di vita. Questa natura di "uomo che cerca" lo ha reso instabile per le logiche dei partiti e delle correnti ideologiche, che preferiscono simboli monolitici a pensatori in perenne transizione.
La fase ultima della sua vita, segnata da una forte vulnerabilità personale e dalle note vicende giudiziarie legate alla sua eredità materiale, ha reso più pallida la percezione pubblica del filosofo. Il rumore della cronaca ha finito per coprire la voce della sua ricerca intellettuale, accelerando quel processo di uscita dalle scene che l'articolo del
Corriere Torino lamenta.
Vattimo non ha lasciato un dogma o una scuola rigida, ma un metodo di scomposizione. Ed è proprio la mancanza di un'"idea forte" a renderlo oggi un personaggio scomodo da celebrare per una memoria pubblica che si nutre, al contrario, di semplificazioni e polarizzazioni.


domenica 20 settembre 2026

Le ragioni del disamore

Federica Gregoratto
I labirinti dei sentimenti: come ci si disinnamora
Domani, 19 settembre 2026
 

Cos’è questo o quello? Quale la vera natura di una cosa, per esempio dell’amore? Noi filosofi (occidentali) abbiamo da sempre amato domande del genere. Nel tentativo ansiogeno di fissare un’essenza che ritorna sempre uguale, è facile perdersi nella foresta di particolari, lasciarci andare nella giostra vorticosa di un afflusso – agli occhi e alle orecchie, e agli altri sensi – di impressioni e figure caoticamente contrastanti.  Le nostre menti e i nostri corpi desideranti e pensanti vorticano, quando cerchiamo di decidere qualcosa sulla (o sulle) verità dell’amore.

Come tracciare considerazioni filosofiche a proposito dell’esperienza erotica, se è proprio questa che manda a gambe all’aria una pratica di conoscenza alla disperata ricerca di risposte almeno abbastanza chiare e distinte? E il vortice accelera, sconsideratamente, quando ci troviamo non più all’inizio, non nel mezzo, ma verso il termine di questa esperienza. L’amore ci dividerà, cantavano malinconici e sognanti i Joy Division, quando la fine della vita di Ian Curtis era già un fatto – e come se fosse un dato di fatto: è perché ci siamo innamorati che ci disinnamoreremo? Che cosa vuol dire? E perché, poi, dovremmo porci davvero questa domanda?

Vertigini

Qualche anno fa ho avuto per la prima volta un episodio di “vertigine posizionale” – o, con un termine più romantico, “labirintite”. Al risveglio, girandomi nel letto da una parte all’altra, inizio a precipitare da un palazzo di venti piani, proprio come Scottie in La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (in effetti, il titolo originale è Vertigo). La prima volta che capita non hai idea di cosa stia succedendo. È spaventoso. Le volte successive, anche se lo sai, e sai che non è pericoloso e che può essere abbastanza comune, è ugualmente terrificante.

Quello che bisogna sapere è che la parte interna dell’orecchio, che ha il compito di registrare impressioni e immagini dal mondo là fuori e trasmetterle al cervello, e il cervello stesso, sono disconnessi. La vertigine è una rottura, abbastanza violenta, nel rapporto tra sé e il mondo. Si perde l’orientamento, ci si smarrisce nel labirinto tra sé stessi e l’altro – le altre persone, gli oggetti che puntellano e formano i nostri spazi quotidiani, la fitta e complessa rete di abitudini, ripetizioni, istituzioni che tiene tutto insieme. Non sai chi e dove sei, cosa succederà dopo.

Il mio primo episodio di labirintite mi aveva impedito per diverse settimane di andare a trovare il mio amante segreto, Lupo. Lupo e io eravamo segretamente amanti già da un po’ di tempo ormai, perché non avevamo ancora avuto una conversazione sull’amore, sul nostro perlomeno. Ero smarrita e senza orientamento, in quell’assenza di parole. «La donna innamorata», scrive Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, «attende» dolorosamente.

Qualche anno dopo, Roland Barthes darà a questo frammento di discorso amoroso un’intonazione maschile, dunque, almeno qui, fortunatamente, universale: «Sono innamorato?  – Sì, poiché sto aspettando».

Definizioni 


Nell’attesa di un discorso sull’amore, di risposte che stentano ad arrivare, si apre uno spazio in cui la filosofia può provare a fare qualcosa. Nella storia della filosofia occidentale, svariati tentativi sono stati fatti per rispondere alla domanda: «Che cos’è l’amore?», per far fronte alla vertigine. Tra le teorie più gettonate ci sono: l’amore è la fusione o l’unione profonda di anime e corpi, o almeno il desiderio di questa unione; il desiderio di stare insieme in uno stesso progetto; una forma di cura (più o meno) disinteressata per il bene di un’altra persona, di una collettività, del contesto in cui abitiamo; una serie di script e convenzioni sociali; una versione della fede religiosa, che dovrebbe giustificare la nostra esistenza, e altro ancora.

Quale scegliere tra queste definizioni? Alcune interpretazioni sono più convincenti e fruttuose di altre, magari più adatte a incapsulare le norme e i valori portanti di un certo periodo storico, o esprimono semplicemente meglio i bisogni e le esperienze di una singola persona, anche a seconda della fase di vita attraversata.

Oppure, si può decidere di fare l’amore, scoprirlo, costruirlo, raccontarlo, lasciando andare l’ambizione di fissare una risposta sola e valida una volta per tutte. Una storia d’amore diventa un nido di domande, una forza che interroga e spinge a fare domande. Non sono tanto interrogativi per stabilire la verità o veridicità di fatti (Che cosa provo davvero? Che cosa siamo?), quanto esplorazioni del futuro, possibilità a venire, spesso difficili e scomode. Chi possiamo ancora diventare – e non solo a livello personale, ma anche come forme di vita sociale e comunità politiche? Come possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi, e di altri esseri, simili e dissimili, umani e non-umani? Come sono fatte, mantenute, narrate le relazioni che ci rendono gioiosi, sicuri, liberi, o invece indeboliti, tristi, miserabili?

Quali le regole, e i confini, che desideriamo imporci e rispettare? Come deve essere fatto il mondo affinché possa accogliere i nostri amori? Che cosa implicano per le nostre relazioni le pratiche e le istituzioni correnti? Per esempio le tecnologie di riproduzione o del dating, le leggi sull’aborto, l’istituzione del matrimonio, il mercato, i modi in cui oscilliamo tra lavoro e tempo libero,  i pregiudizi sulle categorizzazioni razziali o sulle preferenze sessuali, i modi del consumo, della manipolazione e dominazione delle risorse materiali, dei contesti naturali e ambientali.

Se l’amore è una spinta a domandare e interrogarci, le nostre  concrete vite quotidiane – il muesli a colazione, il tragitto a piedi, in auto o in treno verso la fabbrica o l’ufficio, le foto delle vacanze, il gruppo WhatsApp dei genitori, le lenzuola del letto, la lavatrice e molto altro – diventano così parte integrante di un certo tipo di lavoro, che potremmo chiamare filosofico. La filosofia, eroticamente palpitante, smette di essere esercizio libresco, intellettuale, al riparo dal tran tran quotidiano e dagli incasinamenti esistenziali, ma anche sociali e politici: si fa modo di vivere, alimentato da un desiderio di capire, fare, disfare, creare, migliorare.

Domande

La cosiddetta «vita esaminata» è eccitante ma anche faticosa, esasperante. La prima volta che Lupo ha sentito dalla mia bocca una versione di quelle sillabe, «ti amo», avevo voluto dirgli un’altra cosa. Era in realtà una domanda, e un imperativo, e la constatazione di un’inevitabilità: «Andiamo?» Eravamo in ritardo, dopo aver indugiato in una tenerezza sconsiderata nel parcheggio squallido e magico di una nostra stazione dei treni, tra un punto e quello successivo di un viaggio segreto ma che non lo era più tanto.

Il tenero malinteso lo abbiamo chiarito un giorno o due più tardi: «Io ora ti devo proprio dire che…», «Anche io da tanto te lo volevo dire, che…» Era la fine di un’estate e l’inizio di un inverno, al termine di una cena sul mare in cui l’attempata cameriera di un hotel per pensionati tedeschi si era emozionata vedendo brillare all’unisono l’azzurro cielo del mio vestitino improbabile (che non ho mai più indossato) e quello della sua camicia. In quella confusione di parole sbagliate e giuste, il brillio di qualcosa di nuovo. Non tanto una dichiarazione di stati di fatto, pur nella gioia inattesa della reciprocità, ma il desiderio di andare avanti – e dove?

Dopo aver letto il mio ennesimo testo sulla filosofia dell’amore, Lupo mi ha scritto: «Ma nell’amore forse non arriviamo poi in un luogo in cui certe domande la smettono finalmente di far presa su di noi?». Le conversazioni con lui su ciò che amavamo l’uno dell’altra, sulle implicazioni delle nostre passioni, sulle altre persone e le cose che avevamo amato e ancora amavamo, erano sempre state per me (e per lui) un parco giochi di turbamento, gioia e libertà in cui esercitarsi, anche, nella scrittura e nella filosofia. Nei giorni del suo commento al mio articolo litigavamo disperati valutando confusamente, e non per la prima volta, l’opportunità di dirci addio.

Eravamo intrappolati in due cieli diversi e non comunicanti: io paralizzata in un’infelicità rabbiosa, lui nelle sabbie mobili di un’infelice indecisione. (“Lupo” è un soprannome forse banale, ma molte delle cose che facciamo, diciamo, decidiamo da innamorati lo sono. È il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, evidentemente – nella storia tra un uomo e una donna, come può il primo essere qualcosa di diverso? E la seconda che cos’è, e cosa può diventare? Ma è anche quello dell’“in bocca al…”, in cui ci sentiamo protetti lanciandoci in avanti.)

Certe domande, e dubbi, non smetteranno di fare presa su di noi finché viviamo in un mondo in cui così tante persone non possono essere pienamente viste, sostenute, riconosciute, apprezzate: persone non bianche, queer, trans, persone cresciute in luoghi dilaniati da difficoltà economiche e ingiustizie, sconvolte dalla violenza, persone con corpi e menti che non si conformano agli standard prestabiliti di abilità e razionalità.

E poi ci sono persone – per esempio donne come me, soprattutto donne bianche che rispettano loro malgrado determinati canoni di bellezza – che vengono sì desiderate, ammirate, qualche volta messe su un piedistallo, ma che restano comunque prigioniere delle pretese, delle paure e dei meccanismi di controllo altrui; di un ordine eterosessista, patriarcale, che non può tollerare la loro libertà.

Il testo è un estratto da Le ragioni del disamore, Nottetempo, 2026

sabato 5 settembre 2026

Libertà e ragione in Hegel

 

Francesca Iannelli
T
Francesco Di Frischia
Hegel maestro attualissimo risponde ai dilemmi dell'oggi

Corriere della Sera, 5 settembre 2026

Libertà e ragione sono il fulcro del pensiero di Hegel. Per il filosofo tedesco fare filosofia significa imparare a pensare e a vivere liberamente. A confermare ampiamente queste tesi è l’analisi preliminare finora condotta da un team internazionale sulle 5.200 pagine manoscritte — scoperte nel 2022 — che documentano le lezioni tenute dal maestro a Heidelberg tra il 1816 e il 1818. Il materiale inedito è tuttora in fase di trascrizione e studio e sarà presto pubblicato. Questi sono solo alcuni degli argomenti che, dal 1° settembre a ieri, sono stati approfonditi e analizzati all’università Roma Tre durante il 36º congresso della Società internazionale hegeliana. All’evento hanno partecipato quasi 500 esperti e filosofi provenienti dai cinque continenti.

Tra i nuovi focus dell’estetica di Hegel sono stati sottolineati lo straordinario interesse per la pittura italiana, così come i principi fondamentali di una moderna filosofia della natura e i concetti di vita e di sostenibilità. Ulteriori innovative prospettive mostrano, non da ultimo, come il filosofo tedesco (1770-1831) sia stato anche il fondatore di una moderna teoria dei segni e del linguaggio.

Ma il tema che domina il dibattito è la straordinaria attualità della filosofia di Hegel: molte delle domande decisive del nostro tempo, infatti, possono ancora trovare risposta proprio nelle sue tesi filosofiche, dimostrando come il futuro continui ad avere un cuore antico. E fa certamente riflettere il fatto che il pensiero di un filosofo nato in Germania tra il XVIII e il XIX secolo continui ancora oggi a promuovere il dialogo tra culture diverse — a volte persino antitetiche — e offrire preziosi strumenti teorici per affrontare le sfide del presente.

Senza dubbio la diffusione mondiale del pensiero di Hegel dipende dalla capacità emancipativa di alcune sue categorie concettuali efficaci per interpretare la nostra epoca: dal riconoscimento reciproco come condizione di un’autentica libertà alla Bildung (istruzione, ndr) come progetto permanente di formazione dell’essere umano, dal ruolo strategico di arte, religione, filosofia al complesso rapporto tra natura e cultura.

Il congresso si è aperto con i saluti del rettore dell’università Roma Tre, Massimiliano Fiorucci, e dell’ambasciatore della Repubblica federale di Germania in Italia, Thomas Bagger. A fare da sfondo al convegno — diretto da Francesca Iannelli, docente di Estetica a Roma Tre — è certamente anche il rinnovato interesse suscitato dal ritrovamento, quattro anni fa, degli appunti delle lezioni tenute da Hegel a Heidelberg di cui si erano perse le tracce. I preziosi documenti (sui quali è impegnata anche Iannelli) sono stati ritrovati fortuitamente dallo studioso tedesco Klaus Vieweg. Ieri lo stesso studioso, in una delle sessioni del congresso, ha approfondito le prospettive interpretative aperte da questa straordinaria scoperta (già documentata su «la Lettura» nel maggio 2023). Si tratta evidentemente — secondo molti ricercatori — di materiali destinati a modificare profondamente la conoscenza del sistema hegeliano. Come ha dichiarato lo stesso Vieweg: «L’edizione delle trascrizioni di Carové, primo assistente di Hegel, dei corsi tenuti dal maestro a Heidelberg, rivoluzionerà la ricerca sul filosofo. Non a caso questo sensazionale ritrovamento è stato paragonato alla scoperta di una partitura di Mozart o di un testo di Shakespeare». «Solo così sarà possibile prendere pienamente coscienza della prima forma assunta dal sistema di Hegel nella sua completezza che fornisce una base indispensabile per ulteriori ricerche sull’enciclopedia delle Scienze filosofiche — ha aggiunto Vieweg — che Hegel definisce come scienza della libertà».

Tra gli studiosi del panorama internazionale intervenuti a Roma, Andreas Arndt, Paul Kottman, Valerio Rocco Lozano ed Erzsébet Rózsa. Tra gli appuntamenti più seguiti la conferenza di Slavoj Žižek, uno dei filosofi contemporanei più influenti e autore di Hegel e il cervello postumano (scritto nel 2021, Ponte alle Grazie), che ha tenuto un incontro al Teatro Palladium dal titolo "Tutto quello che volevi sapere su Hegel, ma che avevi paura di chiedere a Hegel". Secondo Žižek «molte delle domande decisive del nostro tempo possono ancora trovare risposta proprio nella filosofia hegeliana». Infatti, se il filosofo tedesco era considerato un corruttore di giovani, «tale “corruzione” è oggi più che mai necessaria, nel nostro Occidente liberale e permissivo, dove la maggior parte delle persone non è nemmeno consapevole del modo in cui l’establishment le controlla proprio quando sembrano libere: quindi la mancanza di libertà più pericolosa è quella che viviamo come libertà». O come disse Goethe due secoli fa: «Nessuno è più irrimediabilmente schiavo di chi crede falsamente di essere libero».