domenica 28 giugno 2026

Einaudi, uno stile

 


Alessandro Martini  Maurizio Francesconi

"Einaudi è simbologia e sobrietà ascetica"
Corriere Torino, 28 giugno 2026

«L’idea iniziale era quella di descrivere i luoghi e le sedi, in primis quella storica di via Biancamano 1 a Torino, occupata dal luglio 1945 alla fine degli anni 80. Ma nel corso delle ricerche mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile parlare dei luoghi senza considerare il lavoro e le persone che lo svolgevano. Il libro è dunque diventato una specie di “come si lavorava” all’interno della casa editrice, con quali funzioni, con quali ruoli anche minori, considerando anche gli aspetti tecnici. Sono emerse così figure di grande qualità e importanza, spesso rimaste nell’ombra come certe donne straordinarie (Ludovica Nagel, Vera Dridso, Elena De Angeli eccetera)». Paolo Di Stefano, giornalista culturale del Corriere della Sera, è l’autore di Casa come me: Einaudi (edito da Electa): un libro prezioso, che è insieme una guida e una sintesi dotta e appassionante nell’universo passato e attuale della più prestigiosa e «mitizzata» tra le case editrici italiane. Il tutto raccontato attraverso i suoi luoghi: le successive sedi torinesi, ma anche quelle di Roma e Milano, e molto altro.
Di tutte le sedi è sempre Giulio Einaudi a guidare le scelte... Franco Lucentini lo definiva "un bravissimo arredatore".
«Einaudi ha creato lo “stile Einaudi”: la sobrietà del bianco delle copertine, dei manifesti, l’eleganza delle pagine e dei caratteri tipografici hanno un equivalente nell’estetica delle stanze in cui si lavorava. Inizialmente, dopo avere consultato anche Carlo Mollino, l’editore si rivolse al suo amico architetto (e compagno di lotta partigiana) Franco Berlanda, che disegnò tavoli e librerie svedesi ad hoc. Negli anni 70, il referente-consulente divenne un altro amico, Roberto Gabetti, ma l’estetica degli arredamenti rimase sempre improntata alla sobrietà quasi ascetica».
Ernesto Ferrero scrive che «la sobrietà dell’arredo era comune all’editore e agli altri trappisti, e non annunciava al visitatore speciali gradi gerarchici».
«La gerarchia c’era, ma forse non era percepibile facilmente da un occhio esterno. Lo ricorda bene Walter Barberis, quando parla di un posto senza gerarchie ufficializzate, ma con una carica simbolica totale, al cui confronto la curia romana era uno scherzo. Tutto ruotava attorno alla stanza d’angolo al primo piano, occupata dall’editore: l’importanza dei ruoli e delle funzioni era direttamente proporzionale alla distanza rispetto a quel fulcro. Negli anni, i più vicini anche logisticamente a Giulio furono Pavese, Calvino, Bollati… Via via che mutavano i rapporti gerarchici, cambiavano anche le collocazioni».
Com'era lo studio angolare dell'editore, affacciato su via Biancamano e sugli alberi di corso Re Umberto?
«Ci sono pochissime fotografie ma viene descritto dai pochi che lo frequentavano come una stanza dalle pareti quasi nude con pochi quadri che probabilmente ruotavano a seconda dei gusti del momento: Schifano, Paolini, Manzoni…».
«Einaudi ha avuto sempre una passione per gli artisti contemporanei, da Guttuso e Morlotti negli anni 40 all’arte Povera degli anni 70. Era una passione ben visibile, oltre sulle pareti della casa editrice, anche nell’estetica dei libri, senza soluzione di continuità. Tanti di quei quadri e installazioni, avuti in regalo e acquistati (Mondino, Uncini, Vedova, Pascali, Merz, Pistoletto e altri) sono stati acquisiti dalla Fondazione De Fornaris e sono oggi conservati alla Gam di Torino. Un patrimonio eccezionale».
Che cosa ha significato e che cosa significa tuttora il tavolo ovale di via Biancamano, o meglio ellittico,  portato negli uffici da Franco Berlanda?
«Resta nella mitologia culturale italiana come il tavolo attorno al quale per decenni si riunivano i consulenti dei famosi “mercoledì”: quanto di meglio offriva la cultura italiana non solo letteraria. La simbologia, in questa storia, è fondamentale e di questa simbologia, Struzzo compreso, si avvale ancora il prestigio della casa editrice».



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