venerdì 26 giugno 2026

Le troppe illusioni sul clima

Telmo Pievani
Le troppe illusioni sul clima

Corriere della Sera, 26 giugno 2026

Un’ondata di calore opprimente e insistente sta rendendo più difficile la nostra vita. Non possiamo lavorare all’aperto nelle ore centrali della giornata. Anziani, bambini e persone fragili rischiano danni seri alla salute. Il Po in una settimana ha perso il 60% della sua portata d’acqua. Alla siccità e alla canicola fanno da contraltare temporali violenti e grandinate devastanti. Come dicono i contadini, piove male.

Dobbiamo considerare tutto ciò come un’emergenza di cui sorprenderci, una calamità ineluttabile, come un evento eccezionale che racconteremo ai nostri nipoti? Purtroppo no. Quanto sta accadendo è la nuova normalità che dovremo vivere a ogni stagione, per i prossimi decenni. Lo sanno bene le assicurazioni, che hanno aumentato di molto i costi per le coperture degli eventi naturali. Siamo dentro un grande processo di cambiamento, al quale abbiamo contribuito e che adesso ha un’inerzia tutta sua che non possiamo fermare. Le leggi della fisica sono indifferenti ai nostri discorsi. Possiamo anche decidere di ignorarle, ma loro continueranno ad agire.

Ogni volta che la cappa torrida ricopre il nostro Paese, scatta il dibattito se essa sia causata o meno dal riscaldamento climatico. La causa specifica di queste temperature è un anticiclone africano che trattiene sull’italia masse di aria calda di origine subtropicale. Dunque il clima non c’entra nulla? Al contrario.

La causa di fondo è che il riscaldamento globale indotto dalle attività umane rende questi fenomeni estremi più frequenti, più intensi e più lunghi. Una metafora calcistica ci può aiutare. Se Lionel Messi ha segnato due gol all’austria, la causa diretta sta nella respinta imperfetta del portiere in quel momento o nel passaggio filtrante di un compagno. Ma se Messi ha una media di uno o due gol a partita, è assai probabile che segnerà anche la prossima. Come giudichereste un allenatore che incontra l’argentina e non mette un difensore a marcare Messi perché tanto l’ultimo gol che ha fatto è stato fortunoso e ha pure sbagliato un rigore? Per capire il clima, non bisogna guardare il fatto specifico, ma le tendenze complessive.

Certe bolle di afa asfissiante ci sono state anche in passato, certo, ma erano meno frequenti, più brevi e circoscritte. L’improbabile adesso diventa possibile. Non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio o un’inondazione. L’europa si sta scaldando più velocemente del previsto. La temperatura superficiale del Mediterraneo centrale in estate supera i 30 gradi, come ai tropici. Tutto quel calore significa energia in circolo, vapore acqueo che si sposta, poi incontra masse di aria fredda e scatena piogge torrenziali altrove. Quando faremo il bagno quest’estate in un mare caldo come un brodo, pensiamo alle alluvioni di Valencia e della Romagna: è lo stesso processo.

Chi sa di essere dentro un cambiamento dovrebbe agire di conseguenza e farsi trovare pronto. Ci vogliono realismo e prevenzione. Non serve che la scienza con largo anticipo ci dica esattamente quando e dove ci sarà il prossimo evento estremo. Se le evidenze suggeriscono che le probabilità di un evento avverso in un dato territorio (il rischio) sono alte, significa che quell’evento accadrà, che ci piaccia o no, in un certo lasso di tempo medio.

Quindi, invece di chiedere ogni volta stati di calamità e fondi speciali, ammettiamo di essere in uno stato di vulnerabilità permanente. Le emissioni globali di gas serra continuano ad aumentare e il passaggio a energie rinnovabili è rallentato da ostacoli, diversivi, ostilità di ogni tipo e forti interessi economici contrari. Ma la transizione è inevitabile: la questione è in quanto tempo la faremo. Più aspetteremo e più il conto economico del riscaldamento climatico lieviterà. Lo pagheranno i nostri figli.

Nel frattempo dovremo adattarci alle nuove circostanze, riducendo i danni, mettendoci fantasia, innovazione e lungimiranza. La soluzione non è certo aria condizionata per tutti. Un esempio virtuoso fra i molti: depavimentare e piantare alberi. Anziché continuare a consumare suolo, togliere dalle città cemento e asfalto dove non sono necessari comporta una riduzione della temperatura percepita anche di 5-10 gradi. Durante le isole di calore urbane, questa scelta pragmatica salva la vita della gente nei quartieri.

Il problema dell’adattamento è chi paga. Un dettaglio che sfugge a molti quando si parla di anticiclone africano è l’aggettivo: africano. In un editoriale apparso su questo giornale il 25 agosto 1976, Italo Calvino rifletteva su un’estate piena di «disastri»: terremoti (quello del Friuli del 6 maggio di quell’anno); eruzioni vulcaniche in Paesi lontani; inondazioni; carestie; la guerra a Beirut (allora come oggi); e naturalmente Seveso, accaduto un mese prima. «Le catastrofi causate dall’uomo — notava lo scrittore — si compenetrano con quelle naturali». Non è cambiato molto in mezzo secolo: i disastri che chiamiamo «naturali» in realtà sono spesso disastri umani, di mancata prevenzione, di avidità, di insensibilità verso le diseguaglianze.

Il rischio è lo stesso, ma l’esposizione al rischio può cambiare radicalmente. La tempesta Daniel nel settembre 2023 fece 17 vittime in Grecia e migliaia in Libia: era la stessa tempesta. Gran parte del costo del riscaldamento climatico sarà pagato dai Paesi più poveri della fascia equatoriale e tropicale del Pianeta, che hanno contribuito in minima parte alle emissioni. Oltre all’ingiustizia in sé, questo squilibrio genererà flussi migratori, instabilità geopolitica e altri conflitti per le risorse. Mentre soffriamo per questo caldo, pensiamo a coloro che lo sopportano per quasi tutto l’anno, senza le nostre infrastrutture, senza aria condizionata, senza un servizio sanitario nazionale.

Nella notizia che i disastri sono umani più che naturali si nasconde una speranza: se il problema siamo noi, e non una natura matrigna o un Pianeta impazzito, allora possiamo rimboccarci le maniche e fare la differenza.


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