sabato 27 giugno 2026

Il riscatto di Ivana, un cortometraggio

Livia Pruccoli
Farian Sabahi, il riscatto di Ivana
il manifesto, 27 giugno 2027

L’inquadratura è stretta su di lei, Ivana, adagiata con dignitosa eleganza su una poltrona, un braccio appoggiato sullo schienale. Subito dietro, come sfondo non casuale ma simbolico, un angolo del suo appartamento affastellato di foto di famiglia, ricordi, quadri e quadretti, icone e ninnoli, quasi una casa di bambola. Pezzi di memoria amorevolmente raccolti di una storia lunga, ma a lungo anche dolorosa e difficile. Una storia, alla fine però, di coraggioso riscatto, che adesso Ivana – 92 anni, capelli rossi elettrici, occhi verdi, trucco spavaldo e un’aria felliniana – può raccontare, sguardo in macchina malinconico e fiero, al pubblico di un breve ma intenso film che le viene dedicato.

Ivana è il titolo del cortometraggio (22’) realizzato da Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, specializzata sul Medio Oriente soprattutto su Yemen e Iran (e quindi particolarmente sensibile al tema della condizione della donna). Sabahi con Ivana ha messo in scena la testimonianza sofferta di una donna, ma espressa a testa alta. Una testimonianza fortemente necessaria per il messaggio che comunica. Quello di una vita segnata dalle molestie nell’infanzia e in gioventù, ma sempre cocciutamente contraddistinta dalla resistenza a quelle prevaricazioni, e dalla ricerca di una via di fuga e di speranza per un futuro migliore.

Ad ascoltarla dalla voce, ma anche a interpretarla dagli occhi e dai gesti della protagonista, questa storia sembrerebbe piuttosto singolare, tanto le offese umane si sono accanite in serie con Ivana fin da quand’era piccola. Un’esistenza all’inizio di povertà, la sua, che nel racconto comincia col nonno materno di Parma che trova lavoro come spazzino e becchino a Varigotti, sulla Riviera ligure di Ponente. Nel 1933 la madre di Ivana si innamora di un marinaio napoletano, ma quando rimane incinta lui torna a Napoli dove ha un’altra donna, pure incinta. E così a Varigotti Ivana è «figlia di enne enne». Quando ha sette anni, la madre si sposa con un uomo che abusa della figliastra, minacciandola – se lei avesse parlato – di «portarla in cima a una montagna e di lasciarla là». Ma Ivana a dieci anni trova – piangendo – il coraggio di parlare, e il patrigno finirà in carcere. Dopo qualche mese, lei si ammala e resterà claudicante. Poi questa ragazza, perché povera e perché non ha un padre a farle da scudo, viene ancora molestata, quando è ricoverata, quando viaggia, nei primi luoghi di lavoro. Eppure resiste e riesce a trovare un’occupazione da segretaria in un ambiente sereno.

Fa un mutuo e compra casa, si sposa e ha una figlia.

È una storia tanto singolare questa? Confessata con questa sincerità forse sì. Ma che una simile frequenza di molestie sia molto più diffusa di quel che si sappia, emerge dalle reazioni del pubblico femminile dopo ogni visione di questo lavoro, che Farian Sabahi sta portando con passione in tour in Italia in grandi e piccoli centri.

Ivana – con la colonna sonora originale del pianista Nicola Parisi – è stato proiettato in prima nazionale a Milano in marzo al festival «Sguardi altrove». Ha ottenuto la menzione speciale «Io Posso» al festival Zonta Club di Alessandria. È stato presentato al Cinema Farnese a Roma, nel savonese al Teatro Gassman di Borgio Verezzi, all’auditorium Santa Caterina di Finalborgo, al teatro Defferrari di Noli e alle Officine Solimano di Savona. A Gorizia si è tenuta una presentazione il 29 maggio alla 6a edizione di «èStoria Film Festival», dove questa vicenda di atea «redenzione» dialogava col tema «Religioni». Il 15 giugno è stata la volta del Museo del Cinema di Torino, e il prossimo lunedì 29 giugno, alle 18, il film arriverà al Palazzo Ducale di Genova (ingresso libero e gratuito), presenti la regista e la protagonista.

Dopo le proiezioni di Ivana donne di ogni età, con discrezione, si avvicinavano a Farian Sabahi sussurrando parole commosse di ringraziamento. Indizi di una partecipazione non solo emotiva, ma di sicuro profondamente personale, alla testimonianza vista sullo schermo. E col passaparola le arrivano messaggi di donne vittime di abusi da piccole.

Il film nasce da un progetto di storia orale di Farian su Varigotti, luogo che lei considera il «baricentro» della sua vita, dove i suoi genitori avevano comprato casa. In questo contesto conosce un’amica della figlia di Ivana e si avvicina alla madre, sentendosi così «in dovere» di raccontare la sua storia. Alternando il racconto a letture, disegni, foto d’epoca e documenti di famiglia, immagini di Varigotti, Farian Sabahi ci «accompagna» con rispetto e sobrietà nella scoperta di una realtà amara molto più comune di quel che immaginiamo. In questa chiave, Ivana ci aiuta a sentire e vedere la violenza che cova sotto molta presunta normalità.

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