sabato 13 giugno 2026

Missione compiuta: l'America ha perso la guerra

Renzo Guolo
Da Hormuz al nucleare: i vincitori della guerra sono i turbanti di Teheran

Domani, 12 giugno 2026

Tronfiamente, più che trionfalmente, Donald Trump annuncia, come di consueto, di aver vinto la guerra e che si è giunti al fatidico momento del deal, l’accordo, con l’Iran. A loro volta, gli iraniani fanno sapere che il memorandum non è ancora stato siglato e, soprattutto, che taluni particolari destinati a sostanziarlo sono ancora all’esame del poliarchico gruppo dirigente. Susseguirsi di smentite e accuse che conferma come la trattativa sia in fase avanzata ma non ancora conclusa.

Anche se nemmeno l’abbattimento dell’ultratecnologico Apache, i lanci di bombe e missili che ne sono seguiti, la minaccia di far sbarcare i marines a Kharg sembrano averla arrestata.

Fretta tradita


Entrambi i contendenti hanno bisogno di chiudere: Trump perché a pochi mesi dal midterm e con i Mondiali di calcio in casa, arena che potrebbe divenirgli fatale in caso di spiacevoli incidenti bellici, deve far dimenticare che la guerra è politicamente persa. L’Iran, perché, per quanto abbia mostrato capacità di resistenza, fatto fronte a un’imponente asimmetria militare, giocato la carta di Hormuz trasformando il conflitto da regionale a globale, spezzato l’illusione dei paesi del Golfo di eludere i nodi che aggrovigliano il Medio Oriente, la situazione economica interna è grave, e nemmeno il riflesso patriottico scattato davanti all’aggressione esterna è sufficiente per reggere la distruzione delle infrastrutture civili e del tessuto sociale.

Deal o tavafoq (la parola farsi che sta per “accordo”), insomma l’accordo lo vogliono a Washington come a Teheran. Ma saranno i famosi particolari di cui vociferano le cancellerie di mezzo mondo a decidere del come e quando. Pochi dubbi, invece, stando così le cose, che i vincitori del conflitto siano gli elmetti e i turbanti di Teheran. Perché l’Iran ha resistito alla soverchiante superiorità militare del “Grande” e del “Piccolo” Satana, e, dunque, sconfitto, nella realtà e nell’immaginario popolare, gli storici nemici “americano-sionisti”.

Perché il regime change evocato, e venduto come cosa fatta da Netanyahu a Trump per convincerlo a intervenire, non si è verificato.

Esiti che, di sicuro, non hanno rafforzato l’opposizione, più che mai consapevole che, dopo quanto accaduto, nessun “amico americano” o israeliano, potrà proteggerla dalle notti senza notte, illuminate dalle scie dei traccianti, in cui potrebbe precipitare nel corso della repressione che seguirà la stabilizzazione postbellica.

Il discusso memorandum è visto in modo assai diverso da Teheran o da Washington. Il che conferma che si tratta di un documento generico, che rinvia lo scioglimento dei nodi più spinosi ai 60 giorni di tregua successivi. Il punto più significativo sarebbe la riapertura di Hormuz da parte dell’Iran, che prima della guerra non aveva il controllo dello Stretto, regalatogli dall’insipiente strategia americana. Il testo prevede che si torni alla situazione precedente, anche se nulla garantisce che, una volta smobilitata la flotta Usa, in rotta verso il più cruciale Pacifico, Teheran possa ripetere la mossa.

Così anche il sospiro di sollievo dei dirimpettai del Golfo è contenuto: come se la ritrovata agibilità dello Stretto non potesse cancellare il colpo subito, per opera dei missili lanciati dal vicino persiano, dal loro tentativo di emanciparsi dalla monocultura energetica dando forma a un avveniristico agglomerato tecno-turistico-finanziario. Colpo riverberatosi anche sugli Accordi di Abramo: perché, si chiedono monarchi e principi della regione, a partire dai sauditi, dovremmo aderire a un’alleanza che si è mostrata incapace di proteggerci?

L’atomo “obamiano”


Quanto al nucleare, Trump occulta che il massimo che potrà ottenere è ciò che aveva già incassato l’odiato Obama con l’accordo dal quale The Donald è uscito. Già allora l’Iran aveva rinunciato al nucleare militare, tornato a essere più che una suggestione dopo la decisione dell’egolatrico tycoon. Teheran accetterebbe di diluire, sotto controllo Aiea, l’uranio già stoccato e di arricchire in misura minore la futura produzione. Mantenendo, però, come espressione di sovranità, la tecnologia per il nucleare civile. Il tavafoq in versione iraniana prevederebbe anche la sospensione delle sanzioni petrolifere e lo sblocco di parte dei fondi congelati. Sul resto, dal sistema missilistico ai rapporti con i proxies, al Libano che Teheran intende tenere legato alla trattativa in nome della strategia dei “fronti convergenti”, nessuna concessione.

Di fronte a una simile “vittoria” trumpiana, il sabotatore Benjamin Netanyahu difficilmente abbozzerà. La riaffermata “libertà d’azione” israeliana, in nome delle esigenze di sicurezza, resta il grimaldello capace di rimettere tutto in discussione.

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