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mercoledì 8 luglio 2026

La vittoria dei golpisti in Spagna


Vincerete ma non convincerete

Nell’Università di Salamanca, il 12 Ottobre 1936, il generale franchista José Millán-Astray si abbandonò a discorsi che culminavano inneggiando alla morte. Il Rettore, Miguel de Unamuno, decise di prendere la parola: “Ho appena udito il grido ‘viva la morte’, che suona, all’incirca, come “muoia la vita’. Io, che ho trascorso tutta la mia vita a porre in essere paradossi che facevano adirare chi non li capiva, vi dico come autorità in materia che questo paradosso mi sembra ridicolo e repellente. (…) Questo è il tempio dell’intelletto e io ne sono il supremo sacerdote. Voi state profanando il suo sacro recinto. Checché ne dica il proverbio, io sono sempre stato profeta in patria. Vincerete ma non convincerete. Vincerete perché avete forza bruta d’avanzo, ma non convincerete perché convincere significa persuadere. E per persuadere vi occorre ciò che vi manca in questa lotta: ragione e diritto. Io considero inutile esortarvi a pensare alla Spagna. Ho finito”. A questo risponde brutalmente il generale Millán-Astray gridando “A me la Legione”, “viva la Morte!” (motto della Legión Española) e “abbasso l’intelligenza!”. Unamuno risponde “Viva la vita!”. Il 22 ottobre, Franco firma il decreto di destituzione del rettore De Unamuno. Arresti domiciliari in disperazione e solitudine.”.  

Marcello Flores
17 luglio 1936. La democrazia muore pure in Spagna

Corriere della Sera La Lettura, 5 luglio 2026 

L’«alzamiento» segnò la terza sconfitta, nell’Europa tra le guerre, dopo quella del governo liberale in Italia con l’avvento del fascismo e della repubblica di Weimar in Germania con la vittoria del nazismo. Le elezioni di febbraio videro l’affermazione del Fronte popolare di sinistra, ma lasciarono un Paese spaccato e rissoso. Il golpe di Franco era pronto.

L’alzamiento del 17-18 luglio 1936, il colpo di Stato militare che i generali spagnoli Francisco Franco, Emilio Mola, José Sanjurjo, Manuel Goded, Gonzalo Queipo de Llano attuarono contro la seconda Repubblica spagnola, rappresentò la terza grande sconfitta della democrazia nell’Europa fra le due guerre, dopo la vittoria del fascismo in Italia e quella del nazismo in Germania.

Che la democrazia spagnola fosse fragile, più del regime liberale in Italia e della repubblica di Weimar in Germania, lo avevano dimostrato le vicende politiche degli ultimi anni. La nascita della repubblica nel 1931, dopo l’esilio di Alfonso XIII e le elezioni di quell’anno che videro la vittoria della sinistra e l’approvazione della Costituzione, aprì una fase in cui forti tensioni sociali e politiche caratterizzarono un biennio riformatore e radicale (riforma agraria, forte anticlericalismo, tentativi di colpo di stato militare) e un biennio conservatore e nazionalista (abolizione delle riforme, rivolta dei minatori delle Asturie e loro sanguinosa repressione), che accentuarono la frattura interna alla società spagnola e l’emarginazione crescente, in entrambi i campi, dei sostenitori dello stato di diritto e di una democrazia parlamentare equilibrata e inclusiva.

Le elezioni del 16 febbraio 1936 videro la vittoria del Fronte popolare, la nuova coalizione delle forze di sinistra, nei confronti del Fronte nazionale, con lo 0,5% in più dei voti (circa 75 mila) ma con 286 seggi contro 141 (e 56 del centro). La scelta fu di nuovo quella di riprendere la via delle riforme radicali anche perché, come ha scritto Gabriele Ranzato nel libro più equilibrato sulla nascita della guerra civile (L’eclissi della democrazia, Bollati Boringhieri, 2004), «governo e maggioranza dovevano operare sotto la pressione di un movimento popolare per il quale la vittoria del Fronte era apparsa un viatico al soddisfacimento di tutte le sue rivendicazioni e, per molti, la vigilia di un evento rivoluzionario che avrebbe dovuto ribaltare i rapporti di potere nella società». Si instaurò presto un clima di violenza e contrapposizione che il governo non riuscì a controllare e che spinse i vertici militari ad accelerare i preparativi per un colpo di stato cui stavano pensando da tempo.

Il colpo di Stato di metà luglio fallì nelle grandi città e nelle zone più industriali e avanzate del Paese: Pamplona, nel nord-est, cade rapidamente nelle mani dei golpisti, così come quasi tutta l’Estremadura, la Galizia, la Navarra e parti delle Asturie. Ma le due città più grandi del Paese, Madrid e Barcellona, oltre a Valencia, respingono il tentativo di presa di potere, perché le milizie operaie di sinistra riescono ad armarsi appena in tempo e molte forze dell’ordine, su cui gli insorti avevano fatto affidamento, rimangono leali. Siviglia fu presa in pochi giorni da Queipo de Llano, con una violenza che colpì in modo particolare le donne che combattevano per la repubblica. Il golpe era diretto contro la democrazia; che la repubblica di fatto abbandonò anch’essa in nome di una rivoluzione sociale di cui socialisti e anarchici rappresentavano due anime diverse e conflittuali ma convergenti nell’abbandono di una democrazia parlamentare.

Da un punto di vista militare le forze contrapposte, nella penisola iberica, erano più o meno alla pari, anche se quelle repubblicane risultavano più frammentate e disorganizzate; ma i golpisti potevano contare sui 34 mila uomini dell’esercito africano di stanza in Marocco che, se giunti in Spagna, avrebbero spostato a favore dei ribelli le chance di vittoria. Al momento erano bloccati, grazie all’ammutinamento dei marinai della flotta che aveva impedito il successo dell’alzamiento nei reparti della Marina.

Il destino della guerra civile, anche se non fu subito chiaro a tutti e se si aggiunsero, poi, errori e fallimenti che potevano essere evitati, dipese sostanzialmente dall’appoggio che i Paesi europei decisero di dare alle parti in lotta. José Giral, il primo ministro che il presidente Manuel Azaña Díaz nominò il 19 luglio, chiese al governo francese guidato da Léon Blum, che nel Paese confinante è a capo del nuovo Fronte Popolare, di sostenere la Repubblica spagnola in questa drammatica situazione con forniture di armi. Blum acconsente inizialmente, ma deve procedere con discrezione. Il suo governo del Fronte Popolare è in carica solo da sei settimane. A Parigi, fascisti ed estremisti di sinistra si affrontano in scontri di piazza, e i militari francesi mettono in guardia a gran voce da qualsiasi ingerenza nel conflitto al di là dei Pirenei. Il primo ministro francese si consulta con gli inglesi e fa marcia indietro. Il 2 agosto il suo governo vieta la vendita di armi e di qualsiasi materiale bellico alla Spagna. La Repubblica aggredita si ritrova senza alleati.

I generali golpisti, invece, e soprattutto Francisco Franco che viene considerato il più abile, determinato ed efficace, riescono a ottenere quasi subito l’aiuto delle due potenze fasciste del continente, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. La prima richiesta di aiuto al fascismo da parte di Franco viene già avanzata il 21 luglio. Il 25 Mussolini inizia un rapido ripensamento che porta, il 27, alla decisione di intervenire a fianco del generale Franco, mentre Ciano comunica che dodici aerei e un piroscafo carico di armi sono pronti a partire per Melilla. Lo stesso 25 luglio la richiesta viene fatta anche a Hitler, che si trova al festival wagneriano di Bayreuth. Nasce subito quella che il ministro dell’Aviazione del Reich Hermann Göring chiamerà «Operazione Feuerzauber», dal titolo del terzo atto della Valchiria di Richard Wagner: venti velivoli Junkers del tipo Ju 52, sei bombardieri da combattimento Heinkel 51, venti cannoni antiaerei sono pronti per trasportare le truppe da Melilla, nel Marocco spagnolo.

Mentre Francia e Inghilterra si accontentano di un «patto di non intervento» che anche Italia e Germania formalmente approvano, le due potenze fasciste permettono all’esercito africano di Franco di giungere in Spagna attorno a metà agosto. Il vantaggio strategico si è compiuto e, sia pure in tempi più lunghi del previsto, sarà proprio Franco a prevalere nella guerra civile. L’aiuto militare ai golpisti, che vedrà nel gennaio successivo l’arrivo di 40 mila volontari fascisti e nell’aprile la distruzione di Guernica da parte della Legione Condor nazista, ha già compiuto il suo passo decisivo.




martedì 30 giugno 2026

Tragedia antica e moderna

la tragedia, forma simbolica della guerra civile

Franco Moretti

Gabriele Pedullà
Il Sole 24ore, 30 giugno 2026

Perché, tra tanti titoli possibili, Bandiera nera? La risposta la fornisce la quarta di copertina: «Ai tempi di Shakespeare, sul tetto del Globe Theatre sorgeva una torretta con sopra un’asta. Quando si dava una commedia, vi veniva issata una bandiera bianca; un dramma storico, bandiera rossa; una tragedia, bandiera nera». Come spiega il sottotitolo, «forma tragica e guerra civile» è infatti l’oggetto dell’ultimo libro di Franco Moretti, che porta a compimento una ricerca iniziata oltre quarant’anni fa.

Venticinque secoli, dieci lingue, una letteratura sterminata: ce n’è abbastanza per desistere sul principio dall’impresa. Moretti invece non ha indietreggiato, puntando sulla letterarietà piuttosto che sulla teatralità del genere, forte di alcune certezze e anzitutto due: che, materialisticamente, la tragedia è una forma simbolica, e le forme simboliche nascono per processo interno, ma poi «rimangono a disposizione» di una cultura che si confronta con la storia; e che la tragedia è la forma simbolica per eccellenza della guerra civile. Un principio di metodo e una tesi che Bandiera nera si ripromette appunto di dimostrare.

Uno dei modi possibili di presentare il libro è partire da un’affermazione di Nicole Loraux, secondo cui la tragedia non avrebbe tenuto a battesimo nessun genere letterario. Moretti cita il suo bon mot per rifiutarlo, ma questo è tanto più significativo dato che Loraux, accanto ad alcuni saggi magnifici sul teatro antico, ha scritto il più bel saggio in assoluto sulla guerra civile, e che le sue idee riecheggiano praticamente in ogni pagina di Bandiera nera. Col suo libro Moretti rivendica insomma che i due interessi principali della grande storica francese non erano in realtà che uno solo, e che non poteva essere altrimenti.

La complessità del rapporto di Moretti con Loraux, emerge però anche da un altro elemento. Bandiera nera è caratterizzato da un binarismo esasperato: pubblico/privato; legami verticali/legami orizzontali; moglie/amico; passato/futuro; aperto/chiuso; maschile/femminile; tiranno/ideologo (come motore principale del conflitto tragico classico e di quello moderno). Al contrario, Loraux ha trascorso gran parte della sua vita a cercare di sottrarsi alle coppie oppositive dello strutturalismo francese. Anche in Moretti, tuttavia, e forse non a caso, i punti forti dell’analisi implicano il complicarsi delle alternative originarie, come si vede anzitutto dal suo modo di usare la bibliografia pregressa. Su tragedia greca e tragedia moderna si sono infatti accumulate montagne di studi che non dialogano, mentre Moretti legge programmaticamente i due fenomeni assieme per illuminarli a vicenda (seppure quasi sempre attraverso le differenze).

Davanti a un libro così denso, il recensore può al massimo valorizzare qualche spunto particolarmente meritevole di sviluppo. Questione cruciale su tutte è quella del rapporto ambiguo con la teoria politica. I Greci inventori della tragedia associavano il successo degli Stati alla concordia più assoluta, mentre i moderni, cominciando con Niccolò Machiavelli ma sempre più a partire dal XIX secolo, hanno riconosciuto, un poco controintuitivamente, i vantaggi dello scontro regolato. La ricostruzione di Moretti implica che la tragedia si è alimentata di una fede nella virtù dell’unanimità che non è più la nostra, e il suo arretramento negli ultimi centocinquant’anni potrebbe avere a che fare proprio con l’imporsi del credo conflittualista di liberali e marxisti.

Un altro punto di forza del libro è l’analisi dei rapporti familiari nella tragedia. Nel mondo classico e nella prima modernità dominano i legami dei personaggi con i genitori: i giovani non sono davvero liberi. Poi, sempre più spesso dal Seicento, il vincolo fondamentale diventa quello tra coniugi. Moretti non spiega questo mutamento, ma, se ha ragione, la sua lettura finisce per dare ragione ai romantici come Schlegel, che insistevano sulla natura essenzialmente cristiana della produzione artistica cinque-sei-settecentesca, tragedia inclusa. Dai primi secoli della nostra era, la lotta per preservare la scelta libera degli innamorati contro la volontà dei genitori è stata infatti uno dei cavalli di battaglia del cristianesimo, anche se inizialmente solo per ragioni di convenienza tattica, ossia per permettere ai giovani credenti di sottrarsi ai matrimoni combinati dai loro genitori ancora pagani.

L’altro rapporto orizzontale decisivo che vediamo insinuarsi nella tragedia è l’amicizia. Sin da Il romanzo di formazione (1986), Moretti ha sempre scritto con pathos speciale dei giovani, e qui lo fa mettendo in luce il formarsi sulle scene di legami potentissimi nel nome dell’impegno comune per cambiare il mondo. Non è un caso, allora, se per questa via Bandiera nera viene a essere probabilmente anche il suo libro più politico, sino a concludersi nel segno di una sorta di cupissima «guerra civile nella guerra civile»: la rivoluzione che divora sé stessa, gli ex-compagni di lotta che si eliminano a vicenda, l’ombra mortifera di Stalin.

Viene in mente Franco Fortini, che in un saggio del 1977, Questioni di frontiera, contrapponeva due forme di discorso davanti alla morte: quella epica del condannato comunista e quella tragica del condannato anarchico, il primo pronto ad affermare anche davanti alla propria fine il valore della continuità storica (al di là degli individui), in una giustificazione del male necessario, il secondo determinato invece a negare il tempo storico in una ribellione anzitutto etica contro l’ingiustizia. Da questo punto di vista, la bandiera nera della tragedia (e di Moretti) è anche quella dell’anarchia.

Franco Moretti

Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile
Einaudi, pagg. 200, € 24

mercoledì 18 febbraio 2015

Bobbio e Pavone sulla Resistenza come guerra civile

Torino, 14 aprile 1987
Caro Pavone,
grazie dell’estratto del tuo articolo, molto interessante, che avevo già adocchiato (ndr si tratta dell’intervento di Pavone alla Fondazione Micheletti in cui per la prima volta formula in modo organico la sua tesi sulla Resistenza anche come “guerra civile”). Ma c’è differenza tra adocchiare e leggere: gli estratti servono proprio per questo. Il tema da te affrontato è di grande interesse: non avevo ancora chiaro quanto esteso fosse il riconoscimento della guerra di liberazione come guerra civile: da una parte e dall’altra. Avevo sempre avuto l’impressione che fosse più grande la rimozione da parte degli antifascisti. E invece non è vero, almeno per quel che riguarda i tempi della lotta medesima (ndr Pavone spiega che la censura della nozione di “guerra civile” era più diffusa nel dopoguerra di quanto fosse stata tra gli stessi resistenti).
La rimozione da parte degli antifascisti è avvenuta sostituendo il concetto di «guerra partigiana » a quello di «guerra civile »: la guerra partigiana non è nel linguaggio tecnico o tecnicizzato una guerra civile, perché è una guerra contro lo straniero, se pure interno, o combattuta internamente. Guerra civile poteva essere soltanto quella contro i fascisti, ma una guerra di liberazione nazionale (di libertà dallo straniero) non può essere considerata nel senso rigoroso della parola una guerra civile. E la guerra dei partigiani fu, nella storia scritta dai vincitori, interpretata esclusivamente come una guerra di liberazione nazionale, un’interpretazione in cui si fece prevalere l’aspetto di lotta contro lo straniero su quello di lotta dell’alleato italiano (considerato come un servo e uno strumento del più potente alleato tedesco). È così?
Grazie ancora e cordiali saluti
Norberto Bobbio

Roma, 12 maggio 1987
Caro Bobbio,
ti ringrazio molto per l’attenta lettura che hai fatto della mia relazione sulla «guerra civile». Quella relazione fu come l’estratto anticipato, e concentrato, di un capitolo del lavoro più ampio per concludere il quale avevo chiesto un anno di congedo (ma mi sono fratturato un ginocchio, e più che biblioteche e archivi ho dovuto frequentare ospedali). L’idea di questo lavoro mi venne dopo il seminario che tenni qualche anno fa al vostro Centro Gobetti. Poi si è sviluppato e anche aggrovigliato. Ho in mente un titolo provvisorio: «Saggio storico sulla moralità della Resistenza italiana». Oltre a intitolare alcuni capitoli a temi quali la scelta, il tradimento, la violenza, ne ho previsti tre che dovrebbero costituire proprio un trittico: la guerra patriottica, la guerra civile, la guerra di classe. Ti scrivo questo per comunicarti che i dubbi che tu esprimi nella tua lettera sulla piena liceità dell’uso del concetto di guerra civile per designare la resistenza sono anche i miei, nel senso che non considero quel concetto esaustivo. Penso invece che esso si combini in modo vario, talvolta nelle stesse persone, con il carattere patriottico (guerra di liberazione) e con il carattere «di classe» che ebbe la lotta. Per un «badogliano» il carattere patriottico poteva essere tutto; per un operaio comunista il nemico ideale e riassuntivo sarebbe stato un padrone fascista e servo dei tedeschi (ma non sem- pre i padroni davano questa soddisfazione agli operai...).
Ti ringrazio ancora e ti ricambio tanti cordiali saluti
Claudio Pavone

Torino, 10 aprile 1991
Caro Pavone,
eccoti il discorso sulla Resistenza, inedito, di cui ti ho parlato ieri alla fine del seminario. Ricordavo di aver parlato delle tre guerre, ma non l’avevo mai più riletto, neppure quando scrissi l’articolo sulla «Stampa» che fu intitolato Le tre guerre, e scrivendo il quale probabilmente avevo in mente, pur senza averle rilette, le cose scritte da te, e lo scambio di lettere che vi fu tra noi due qualche anno fa, e di cui però ho un vago ricordo. Confrontando le tre guerre d’ora con le tre guerre del discorso del 1965 ci sono delle differenze, che mi paiono retrospettivamente di un certo interesse: la seconda guerra nel discorso del 1965 non viene mai chiamata «guerra civile»: segno evidente che allora questa espressione non si poteva ancora usare per una sorta di autocensura; la terza guerra non viene chiamata guerra di classe ma eufemisticamente di «emancipazione popolare» o d’«emancipazione sociale». (...) Cambia così anche il giudizio finale sulla terza guerra: completamente fallita nell’articolo di qualche mese fa, non fallita del tutto ma ancora in fase d’attuazione, nel discorso del 1965. Superfluo precisare che tra il 1965 e il 1990 c’è stato l’evento catastrofico della fine dei regimi comunisti. Il che spiega l’inconsapevole aggiustamento. (...)
Norberto Bobbio

Roma, 14 luglio 1991
Caro Bobbio,
(...) mi sembra che nel discorso del 1965, a parte la diversa terminologia usata per designare le tre guerre, vi sia una meno rigida distinzione dei soggetti che combattono le tre guerre. (...). Ti unisco la premessa e il sommario del volume. Il titolo è frutto di lunghe discussioni con Bollati. La guerra civile ha finito col fare aggio sulle altre due. (...)
Claudio Pavone