la
tragedia, forma simbolica della guerra civile
Franco
Moretti
Gabriele
Pedullà
Il Sole 24ore, 30 giugno 2026
Perché,
tra tanti titoli possibili, Bandiera nera? La risposta la
fornisce la quarta di copertina: «Ai tempi di Shakespeare, sul tetto
del Globe Theatre sorgeva una torretta con sopra un’asta. Quando si
dava una commedia, vi veniva issata una bandiera bianca; un dramma
storico, bandiera rossa; una tragedia, bandiera nera». Come spiega
il sottotitolo, «forma tragica e guerra civile» è infatti
l’oggetto dell’ultimo libro di Franco Moretti, che porta a
compimento una ricerca iniziata oltre quarant’anni fa.
Venticinque
secoli, dieci lingue, una letteratura sterminata: ce n’è
abbastanza per desistere sul principio dall’impresa. Moretti invece
non ha indietreggiato, puntando sulla letterarietà piuttosto che
sulla teatralità del genere, forte di alcune certezze e anzitutto
due: che, materialisticamente, la tragedia è una forma simbolica, e
le forme simboliche nascono per processo interno, ma poi «rimangono
a disposizione» di una cultura che si confronta con la storia; e che
la tragedia è la forma simbolica per eccellenza della guerra civile.
Un principio di metodo e una tesi che Bandiera nera si
ripromette appunto di dimostrare.
Uno
dei modi possibili di presentare il libro è partire da
un’affermazione di Nicole Loraux, secondo cui la tragedia non
avrebbe tenuto a battesimo nessun genere letterario. Moretti cita il
suo bon mot per rifiutarlo, ma questo è tanto più
significativo dato che Loraux, accanto ad alcuni saggi magnifici sul
teatro antico, ha scritto il più bel saggio in assoluto sulla guerra
civile, e che le sue idee riecheggiano praticamente in ogni pagina
di Bandiera nera. Col suo libro Moretti rivendica insomma
che i due interessi principali della grande storica francese non
erano in realtà che uno solo, e che non poteva essere altrimenti.
La
complessità del rapporto di Moretti con Loraux, emerge però anche
da un altro elemento. Bandiera nera è
caratterizzato da un binarismo esasperato: pubblico/privato; legami
verticali/legami orizzontali; moglie/amico; passato/futuro;
aperto/chiuso; maschile/femminile; tiranno/ideologo (come motore
principale del conflitto tragico classico e di quello moderno). Al
contrario, Loraux ha trascorso gran parte della sua vita a cercare di
sottrarsi alle coppie oppositive dello strutturalismo francese. Anche
in Moretti, tuttavia, e forse non a caso, i punti forti dell’analisi
implicano il complicarsi delle alternative originarie, come si vede
anzitutto dal suo modo di usare la bibliografia pregressa. Su
tragedia greca e tragedia moderna si sono infatti accumulate montagne
di studi che non dialogano, mentre Moretti legge programmaticamente i
due fenomeni assieme per illuminarli a vicenda (seppure quasi sempre
attraverso le differenze).
Davanti
a un libro così denso, il recensore può al massimo valorizzare
qualche spunto particolarmente meritevole di sviluppo. Questione
cruciale su tutte è quella del rapporto ambiguo con la teoria
politica. I Greci inventori della tragedia associavano il successo
degli Stati alla concordia più assoluta, mentre i moderni,
cominciando con Niccolò Machiavelli ma sempre più a partire dal XIX
secolo, hanno riconosciuto, un poco controintuitivamente, i vantaggi
dello scontro regolato. La ricostruzione di Moretti implica che la
tragedia si è alimentata di una fede nella virtù dell’unanimità
che non è più la nostra, e il suo arretramento negli ultimi
centocinquant’anni potrebbe avere a che fare proprio con l’imporsi
del credo conflittualista di liberali e marxisti.
Un
altro punto di forza del libro è l’analisi dei rapporti familiari
nella tragedia. Nel mondo classico e nella prima modernità dominano
i legami dei personaggi con i genitori: i giovani non sono davvero
liberi. Poi, sempre più spesso dal Seicento, il vincolo fondamentale
diventa quello tra coniugi. Moretti non spiega questo mutamento, ma,
se ha ragione, la sua lettura finisce per dare ragione ai romantici
come Schlegel, che insistevano sulla natura essenzialmente cristiana
della produzione artistica cinque-sei-settecentesca, tragedia
inclusa. Dai primi secoli della nostra era, la lotta per preservare
la scelta libera degli innamorati contro la volontà dei genitori è
stata infatti uno dei cavalli di battaglia del cristianesimo, anche
se inizialmente solo per ragioni di convenienza tattica, ossia per
permettere ai giovani credenti di sottrarsi ai matrimoni combinati
dai loro genitori ancora pagani.
L’altro
rapporto orizzontale decisivo che vediamo insinuarsi nella tragedia è
l’amicizia. Sin da Il romanzo di formazione (1986),
Moretti ha sempre scritto con pathos speciale dei
giovani, e qui lo fa mettendo in luce il formarsi sulle scene di
legami potentissimi nel nome dell’impegno comune per cambiare il
mondo. Non è un caso, allora, se per questa via Bandiera
nera viene a essere probabilmente anche il suo libro più
politico, sino a concludersi nel segno di una sorta di cupissima
«guerra civile nella guerra civile»: la rivoluzione che divora sé
stessa, gli ex-compagni di lotta che si eliminano a vicenda, l’ombra
mortifera di Stalin.
Viene
in mente Franco Fortini, che in un saggio del 1977, Questioni
di frontiera, contrapponeva due forme di discorso davanti alla
morte: quella epica del condannato comunista e quella tragica del
condannato anarchico, il primo pronto ad affermare anche davanti alla
propria fine il valore della continuità storica (al di là degli
individui), in una giustificazione del male necessario, il secondo
determinato invece a negare il tempo storico in una ribellione
anzitutto etica contro l’ingiustizia. Da questo punto di vista, la
bandiera nera della tragedia (e di Moretti) è anche quella
dell’anarchia.
Franco
Moretti
Bandiera
nera. Forma tragica e guerra civile
Einaudi,
pagg. 200, € 24